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AFRICA ORIENTALE
ITALIANA
la caduta dell’impero
Troppo distante dalla madrepatria per essere rifornita costantemente
la nuova colonia italiana fu considerata da molti membri del Partito fascista
una fastidiosa appendice che avrebbe dovuto provvedere autonomamente al proprio
sostentamento nel caso di una guerra che ormai era
sempre più prossima. Questa si mostrerà , purtroppo,
solo una mera illusione che, come spesso accadrà alle nostre truppe
combattenti, verrà pagata ad un prezzo altissimo.
Già nel 1939 il nuovo viceré d’Etiopia, il duca Amedeo d’ Aosta, inviò a Roma un dettagliato piano
organizzativo per raggiungere la tanto agognata “autosufficienza”: costo
dell’intera operazione 4.8 miliardi di £ che ovviamente non furono concessi.
Solo nell’Aprile del 1940 vennero stanziati 900
milioni che rappresentarono ben poca cosa di fronte alle esigenze dell’intera
colonia. Per meglio comprendere la situazione ecco le carenze
maggiori:
·
Mobilità delle truppe: dovuta sia allo scarso numero di autocarri, sia alla quantità di gomme disponibili. Vista
la grave crisi si ipotizzò una durata delle scorte per
appena due mesi.
·
Carburante: salvo eventuali perdite a vantaggio del nemico si calcolò
che le scorte fossero sufficienti per circa sei mesi
·
Munizioni: erano circa la metà del quantitativo
necessario quelle per le armi leggere
mentre mancavano totalmente le armi contraeree e controcarro. Solo nel
1941 furono consegnati 4000 colpi per la contraerea.
La consistenza delle nostre truppe fu senz’altro notevole,
almeno da un punto di vista numerico: allo scoppio della guerra, il 10 Giugno
1940, l’esercito italiano poté contare nelle proprie fila oltre 90 mila
uomini delle truppe nazionali e circa 200 mila coloniali anche se alcune fonti
sostengono che tale cifra sia di poco superiore alle 100 mila unità. Il complesso fu strutturato
in:
·
23 brigate
·
94 battaglioni
·
16 squadroni di cavalleria
L’organizzazione di queste truppe fu però adattata alle
esigenze della colonia che ovviamente erano differenti
rispetto a quelle della madrepatria: due sole divisioni di fanteria poterono
essere equiparate a quelle in servizio nel nostro paese, tant’è che la base
dell’intera struttura militare fu
affidata ad unità più agili e numericamente inferiori come i battaglioni e le
brigate, composte da un numero vario di battaglioni.
Le armi corazzate erano quasi
inesistenti: furono disponibili 24 carri medi da 11 tonnellate e 35 carri
leggeri da appena 5 tonnellate. L’ aviazione è suddivisa in otto gruppi
e cinque squadriglie per un totale di 300 apparecchi di cui il 30% è da considerarsi in condizioni miserevoli. Si possono
inoltre contare 5300 autocarri, 2300 autovetture e 307 motociclette.
Nelle acque del Mar Rosso e dell’ Oceano
Indiano, infine, sono presenti 8 sottomarini, 4 dei quali furono affondati
nelle prime settimane, e 20 navi. Nonostante il numero
sia tutt’altro che disprezzabile la modernità dei mezzi lascia molto a
desiderare.
Per meglio comprendere gli eventi della campagna appare
opportuno delineare la linea di comando militare della
nostra colonia:
·
Supremazia civile e
militare: duca Amedeo d’ Aosta
·
Scacchiere operativo Nord:
gen. Luigi Frusci
·
Scacchiere operativo Sud:
gen. Pietro Gazzera
·
Scacchiere operativo Est:
gen. Guglielmo Nasi
·
Scacchiere Giuba: gen.
Gustavo Pesanti
A questi andarono ad affiancarsi i generali Bertoldi, de Simone
e Scala mentre il comando della Marina fu affidato dell’ammiraglio Carlo
Balsamo. Pietro Pinna fu infine il comandante superiore dell’Aeronautica.
L’esercito inglese può contare su un numero di uomini decisamente inferiore al nostro:
·
25000 uomini dislocati nel
Sudan. Sono suddivisi in battaglioni dei quali solo tre a guardia degli
oltre 2000 Km della frontiera con i territori italiani
·
35000 uomini nel Kenya
provenienti in parte dal Sud Africa del premier Smuts
·
1500
nella Somalia britannica
·
10000 uomini componenti due battaglioni indiani rinforzati dislocati ad Aden
Oltre alle truppe regolari sono da tener presenti le bande
di etiopici delle quali non si possono fornire dati
precisi.
Da questo quadro emerge come la situazione fosse tutt’altro
che favorevole per le truppe italiane così come viene
spesso sottolineato da molti storici anglosassoni. Sulla carta, come già sottolineato, la nostra superiorità è schiacciante ma la
penuria di mezzi e materiali sarà una zavorra terribile per le nostre forze. Oltre
a ciò occorre sottolineare come le truppe inglesi,
durante tutto il corso della campagna, saranno ingrossate dall’arrivo periodico
di nuovi rimpiazzi che presto andranno a colmare la differente consistenza
numerica dei due eserciti.
Nonostante la critica gli abbia spesso considerati poco affidabili,
secondo il mio parere, le truppe indigene meritano un particolare
riconoscimento per il loro sacrificio e molto spesso per la loro fedeltà ai
colori della nostra bandiera. I primi reparti ascari furono organizzati
nel 1889 arruolando 2000 mila uomini eritrei che andarono, sotto il comando del
colonnello Bagni, a rafforzare il corpo di spedizione del generale San Marzano.
Da allora dimostrarono tutto il loro valore tanto da diventare un punto cardine
del nostro sistema coloniale. Se gli Eritrei furono i più fedeli e motivati
“compagni d’avventura” occorre ricordare che anche Somali, Arabi e uomini
provenienti da Aden fecero parte del nostro esercito coloniale dando spesso
prova di eroismo e sacrificio. Allo stesso tempo
occorre ricordare che molte bande e tribù locali passarono al nemico man mano
che si profilava la vittoria delle truppe inglesi.
La prima azione offensiva del nostro esercito si registrò alle
prime luci dell’alba del 4 Luglio 1940 con l’attacco alla frontiera del
Sudan in direzione Cassala. Con molta cautela il contingente italiano, composto
da due brigate
coloniali ( 4800 uomini ca.), 1500 cavalleggeri e 24 carri leggeri,
avanzò per circa 20 Km all’interno della frontiera sudanese. Ad opporsi al
nostro timido tentativo il comando britannico lasciò 300 uomini della Sudan Defence Force con una trentina di autocarri,
alcuni dei quali blindati. Il comandante inglese della regione, William Platt,
detto il Kaid, disponeva di non più di tre battaglioni
di fanteria a protezione di quell’immenso territorio e decise di non sprecare
uomini rimanendo in attesa, “per saggiare” le azioni del nemico.
Il nostro miserando attacca si articolò su tre colonne e dopo
una piccola scaramuccia sul fiume Gasc, che costò al nostro esercito una
quarantina di vittime, riuscimmo ad entrare a Cassala alla presenza di alcuni cine – operatori dell’Istituto Luce, grazie ai
quali la nostra propaganda poté nuovamente tessere l’elogio delle nostre
truppe.
Più a Sud il 4° Gruppo Bande Armate di frontiera occupò Kurmuk
il giorno 8 mentre il 14 altre bande coloniali si impadronirono di Ghezzan. Sempre in questo periodo altri
gruppi armati a noi fedelissimi si impossessarono nel
confine con il Kenya di Mojale e del saliente del Mandera.
Fu solo all’inizio di Agosto che il
nostro esercito intraprese una seria offensiva optando per la Somalia
inglese, un territorio sabbioso che si affacciava sul Golfo di Aden.
Nonostante, secondo molti storici anche questa fu solo
una piccola operazione di alleggerimento, fu lo stesso duca d’Aosta a
pianificare questo attacco secondo alcune ragioni che si dimostrarono poco
lungimiranti :
·
Questo territorio avrebbe potuto diventare una base di fondamentale importanza
per il nemico nel corso della guerra.
·
Conquistando questo
territorio si sarebbe ridotta la frontiera terrestre di oltre 1050 Km e questa sarebbe stata sostituita da 750 Km di frontiera marittima.
All’epoca con le nostre basi di Massaia, Assab e Chisimaio sembrò più
facilmente difendibile
·
Il porto di Gibuti nella Somalia francese avrebbe potuto costituire una base di
primaria importanze nel tentativo di penetrazione inglese verso l’ Etiopia. Per
questo il viceré decise di occupare il più vasto territorio della
Somalia inglese con i suoi due porti di Berbera e Zeila circondando in questo modo il
territorio transalpino.
Le truppe italiane, comandate dal generale Nasi,
che il 3 Agosto presero parte all’offensiva sono formate da:
·
tre battaglioni di fanteria metropolitana,
·
quattordici di fanteria coloniale,
·
due gruppi di artiglieria e una manciata di carri leggeri e medi.
A contrastarne l’avanzata i comandi inglesi schierarono, agli
ordini del generale di brigata A. R. Charter che fu sostituito dopo alcuni
giorni dal generale di divisione Godwin Austen
:
·
un battaglione britannico
·
II reggimento scozzese
detto “Black Watch”
·
due battaglioni indiani
·
due battaglioni dell’ Africa Orientale
Il nostro contingente si frazionò subito in due colonne: una
raggiunse in pochi giorni la Somalia francese bloccandone
la guarnigione che la presidiava, l’altra impiegò due giorni per raggiungere
Hargeisa dove sostò tre giorni permettendo così all’esercito inglese di
approntare le difese a Tug Argan. Qui, il giorno 11, la nostra offensiva
registrò una netta battuta d’arresto di fronte a questo munitissimo varco
formato da sei alture che dominavano la strada sottostante: dopo un pesante
bombardamento da parte delle nostre artiglierie una
brigata andò all’attacco di un’altura tenuta dal III battaglione del 15°
reggimento Punjab. I nostri soldati riuscirono a conquistare la posizione e a
mantenerla anche dopo due violentissimi
attacchi indiani. Altre alture, nella giornata, furono attaccate ma non
conquistate.
Il giorno successivo i combattimenti continuarono senza ulteriori cambiamenti: si combattè per altri tre giorni
sostenendo il peso di continui attacchi frontali che non previdero mai (???) la
possibilità di un aggiramento. Questo macroscopico
errore ci costò oltre 2000 vittime mentre gli Inglesi persero 250 uomini.
In assenza di ulteriori rinforzi e
con la possibilità di essere accerchiati dalle truppe italiane, il corpo
inglese decise di ritirarsi ed evacuare da Berbera via mare andando così ad
ingrossare le file del contingente che si stava preparando in Kenya.
Le nostre schiere entrarono nella città portuale il 19
Agosto trovandola sì priva di truppe ma anche sprovvista di carburante e
generi alimentari che sarebbero stati come la “manna
dal cielo” per il nostro esercito.
Con la conquista del Somaliland in poco più di una settimana
l’esercito italiano vide segnata la propria sorte: nonostante la grande euforia d’ora in avanti l’iniziativa passò nelle mani
degli Inglesi maggiormente riforniti ed equipaggiati per una guerra che non
poté più essere solo difensiva ma che per essere vinta necessitava di azioni
che le nostre truppe non poterono mettere in pratica per la scarsità cronica di
mezzi.
La conquista dell’Eritrea
italiana
Dopo la conquista italiana della Somalia inglese appare ormai chiaro
quanto la situazione sia disperata per le truppe coloniali dell’Africa
Orientale Italiana: da un lato il ritardo dell’Operazione Seelowe e dall’altro
la pochezza degli attacchi di Graziani in Africa Occidentale resero chiaro a
tutti, in prima persona al duca d’Aosta, che la madrepatria non sarà in grado
di rifornire le magre forze coloniali che dovranno essere abbandonate alla
mercé di un esercito che invece ricevette con continuità aiuti e rifornimenti di
truppe e mezzi.
Una delle prime azioni
dell’esercito inglese si registrò nel Novembre del 1940: furono saggiate le
nostre possibilità presso due piccoli borghi agricoli a 300 Km a Sud di
Cassala, Gallabat e Metemma. Alle 7 del mattino del giorno 6, dopo un duro
bombardamento aereo, fu prima attaccato e conquistato il forte di Gallabat
mentre quello di Metemma resistette dando così iniziò alla controffensiva
italiana che portò alla riconquista del primo forte.
In tre giorni di durissimi combattimenti subimmo
175 morti e 275 tra feriti e prigionieri.
E’ Gennaio il mese in cui
iniziò la vera e propria offensiva inglese in AOI. Il generale Platt decise di attaccare sul fronte di
Cassala avendo a disposizione due divisioni:
· La V divisione di fanteria indiana comandata
dal generale Heath
· La IV divisione di fanteria indiana appena
distaccata dalla Marmarica comandata dal generale Beresford Peirse
Unitamente all’attacco si
diede inizio anche al disimpegno delle truppe
italiane, 17 mila uomini, sulla linea Cherù – Aicota. Solo il giorno 20 la IV Divisione
attaccò il nostro dispositivo di difesa con l’appoggio di mezzi blindati e
artiglierie. Tre giorni di aspri combattimenti
consentiranno ai nostri uomini di respingere tutti gli attacchi dei reparti
inglesi sia sulla direttrice di Cherù che su quella di Aicota. Fu a questo punto che il generale Frusci ordinò il ripiegamento su Agordat
commettendo un gravissimo errore di valutazione: le truppe inglesi riuscirono
ad attaccare separatamente le due colonne in ripiegamento, falcidiandole
entrambe. La colonna di Cherù, dopo essere stata dissanguata dall’attacco,
dovette sostenere durissimi combattimenti presso Agordat tra il 27 e il 31
Gennaio, ripiegando in un secondo momento su Cheren. L’altra colonna, quella di Aicota, dovette distruggere tutto il materiale dopo
essere stata isolata.
A Sud anche il caposaldo
di Berentù venne abbandonata e le truppe ripiegarono
su Cheren.
In questi ultimi
combattimenti andarono perduti:
· 141 automezzi
· 24 carri armati
· 96 cannoni
· 40 aerei
Le perdite umane
ammontarono a 16 mila uomini tra caduti, feriti e prigionieri di cui 1500
nazionali.
La battaglia di Cheren
Cheren era una delle posizioni meglio difese nel territorio eritreo.
Unica porta di accesso ad Asmara e al porto di Massaua
sorge a quota 1400 metri nel mezzo di una vasta e fertile pianura circondata da
montagne. Gli ultimi Km della strada che portano alla città passano in una angusta gola sovrastata da undici cime alte oltre 600
metri, ognuna delle quali è stata trasformata in una munita posizione
difensiva. Questa battaglia, fondamentale per le sorti dell’intera campagna e
per il destino della stessa colonia, ebbe inizio il 2 febbraio 1940.
Le nostre unità di difesa
erano così organizzate:
·
dall’ 11° Granatieri di Savoia comandato dal colonnello Corsi,
·
dall’ 11.ima Brigata coloniale proveniente
dall’Asmara
·
dal IV Gruppo di cavalleria coloniale
·
104° Gruppo di artiglieria
Oltre a queste truppe venne dato
l’ordine alla 1.ima Divisione di stanza a Karora di inviare la V Brigata in rinforzo
alle nostre truppe. Il generale Carminio, fino ad allora
comandante la 1.ima Divisione, fu nominato comandante
dell’ultimo baluardi difensivo in Eritrea. Grazie alle sue intuizioni il nemico
fu impegnato in 56 giorni di combattimenti furenti e sanguinosi che entrarono
nella leggenda del nostro esercito e nella storia della Seconda Guerra
mondiale.
I primi tentativi inglesi furono intrapresi dalla
IV Divisione indiana all’alba del 3 Febbraio: Sanchill, Brigs Peak e
Cameron Ridge, la famigerata quota 1616, furono assaltate a più riprese ma i
contrattacchi italiani riportarono la situazione in equilibrio. Lo stesso
Platt, in questi frangenti, si rese conto di quanto la partita si sarebbe
rivelata durissima da vincere.
Il giorno 7 fu la volta della V Divisione indiana che sferrò
un massiccio attacco sulla destra della gola presso il colle di
Aqua Col: nonostante il terreno impervio la quota fu conquistata ma, in
seguito a contrattacchi feroci, le truppe italiane riuscirono a riconquistarlo.
Come detto le condizioni ambientali del teatro di guerra
furono terribili: Franco Bandini così le descrive: “ sole a picco, quaranta
gradi di temperatura, le truppe abbarbicate a roventi sassi vulcanici di
montagne erte come colonne”. Condizioni estreme in cui uomini spesso
denigrati in patria diedero la vita per una speranza che ai nostri occhi appare
irrealizzabile.
Il 10 Luglio le truppe inglesi attaccarono nuovamente in
entrambi i settori cercando i medesimi obiettivi degli attacchi precedenti:
Brigs Peak, Aqua Col e Victoria Cross furono prese e
perse e ogni volta il prezzo da pagare fu altissimo sia per l’una che per
l’altra parte in lotta. Immensi sacrifici che portarono la situazione a cristallizzarsi
fino a metà del mese di marzo quando inaspettatamente le due divisioni indiane
piombarono nuovamente all’assalto. La IV ebbe
come obiettivo il settore sinistro mentre la V avrebbe dovuto occupare
Dologorodoc sulla parte destra. L’attacco, preceduto da un violentissimo
bombardamento di preparazione, anche in questa circostanza non fece registrare
particolari progressi. Furono giorni di combattimenti
sanguinosi, all’arma bianca, sasso dopo sasso, quota dopo quota. Il 20
marzo gli Italiani furono ridotti ad un terzo delle loro truppe mentre gli
Inglesi continuarono a ricevere rifornimenti.
La notte del 25 iniziò quella che sarebbe stata la fase
conclusiva della più grande battaglia dell’Africa
Orientale: dopo la conquista del Dologorodoc le truppe inglesi attaccarono il
Sanchil. Alle 4 ebbe inizio la preparazione dell’artiglieria sulle quote 1407 e
1341, seguite dai reparti di fanteria:
·
la IV Divisione, ripartita su più colonne attaccò le posizioni
italiane sul Sanchil e punta Forcuta
·
la V Divisione piombò invece sulle due quote bombardate per
travolgere le difese anticarro.
L’attacco ebbe successo: alle nove
del mattino gli alpini dell’ Uork Amba furono sopraffatti e dovettero
arretrare, nonostante ciò si continuò a combattere per tutto il 26 e 27 con il
generale Carmineo sempre in prima linea a combattere ed a incoraggiare i propri
uomini. Fu il generale Frusci a diramare l’ordine di ritirata che fu effettuata in un ordine quasi perfetto. Questa decisione fu
molto criticata dagli uomini del regime ma anche da molti storici moderni. A
parziale difesa del generale va sottolineato che egli
prese questa decisone quando fu informato che una colonna britannica, agli
ordini del brigadiere Briggs, stava giungendo alle spalle delle sue truppe che
non avrebbero potuto opporre alcuna resistenza a d un suo attacco.
In otto settimane di combattimenti gli Italiani ebbero oltre
3000 caduti: i 7 battaglioni nazionali furono ridotti a poco più di 400 uomini
ciascuno! Oltre a ciò andarono perduti 120 cannoni. Le
truppe inglesi dovettero registrare 560 morti e oltre 2500 feriti.
Dopo la sconfitta di
Cheren ormai anche la fine della nostra colonia d’Eritrea è segnata. La strada
per Asmara fu aperta. L’ultimo tentativo di difesa venne
portato dal generale Carmineo ad Ad Teclesan ma i nostri scarsi mezzi furono
presto soverchiati da quelli del West Yorkshire. Alle 10.30 del 31 marzo
avviene la fine ufficiale della colonia d’Eritrea. Massaua intanto continuò a
resistere fino all’ 8 Aprile quando in seguito ad un
ennesimo attacco l’ammiraglio Bonetti si arrese al generale Heath. Con lui
capitolarono anche 9600 uomini e 127 cannoni. La campagna d’Eritrea potè dirsi
ufficialmente conclusa, in questo modo le eventuali minacce verso il Mar Rosso
e i territori orientali inglesi furono definitivamente scongiurati
tanto che gran parte delle truppe inglesi fu trasferita in Egitto per
combattere la “Volpe dl Deserto”.
La
Somalia italiana
Dopo la conquista italiana della Somalia
inglese le truppe britanniche si concentrarono in Kenya agli ordine del
generale di corpo d’armata sir Alan Cunningham, fratello minore dell’ammiraglio
comandate la squadra navale nel Mediterraneo, che ne assunse il comando nel
novembre del 1940. Per meglio comprendere le successive azioni ecco il quadro
del suo schieramento:
·
XXII Divisione africana
comandata dal Godwin – Austen. La divisione era composta dalla:
o
I Brigata sud africana
o
XXII Brigata est africana
o
XXIV Brigata della Costa
d’Oro
·
XI Divisione africana
Nell’autunno le forze a sua disposizione giunsero a 75 mila
unità di cui:
·
27 mila Sudafricani
·
33 mila provenienti
dall’Africa orientale
·
9 mila da quella Occidentale
·
6 mila Inglesi
Viste le ingenti forze a disposizione fu lo stesso
Churchill a sollecitare azioni offensive contro la Somalia italiana che venne considerata come una vera e propria minaccia per i
possedimenti territoriali inglesi in Kenya. Fu a seguito di queste pressioni
che Wavell, comandante in capo per il Medio Oriente, e Cunningham proposero un
attacco alla nostra colonia pei il mese di Maggio o
quello di Giugno al termine della stagione delle piogge. A causa delle
impellenti necessità del fronte Occidentale di uomini
e mezzi si decise di anticipare l’offensiva per il mese di Febbraio.
Il confine tra Kenya e Somalia fu
attraversato dalle truppe inglesi in tre punti: a Dif, Liboi e Chisimaio per
raggiungere gli obiettivi della pista che collegava Afmadu e Gelid e la città
portuale di Chisimaio la cui presa fu considerata essenziale per il prosieguo
della campagna.
Il 10 Febbraio, in seguito ai pesanti
bombardamenti dell’ aeronautica sudafricana, la città
di Afmadu venne abbandonata dalle truppe italiane tanto che il giorno 11 la XII
Divisione Africana fece il suo ingresso in una città ormai abbandonata.
Contrariamente alle idee del Duca d’ Aosta che avrebbe voluto concentrare le nostre forze a
Chisimaio e a Dolo, le cui difese vennero perfezionate nel corso degli anni
proprio per questo genere di attacchi, il generale De Simone, comandante le
truppe in Somalia e che combatté a Tug Argan sette mesi prima, decise di
abbandonare Chisimaio per cercare di resistere il più a lungo possibile sulla
linea del fiume Giuba: un fronte di 600 Km facilmente attraversabile vista l’esigua
quantità di acque che lo attraversano. La mattina del 14 Gobuin, 130 Km a sud –
est di Afmadu e a soli 15 Km a nord di Chisimaio,
venne conquistata, mentre nel tardo pomeriggio fu la XXII Brigata dell’ Africa
orientale ad entrare nella città portuale in cui la trascurabile resistenza
italiana non creò alcun problema alle truppe della corona.
Gli Italiani si attestarono quindi sulla sponda
del fiume Giuba di fronte alla divisione sudafricana a Gobuin cercando di
resistere distruggendo tutto i passaggi per l’altra
sponda. Come detto, la scarsità delle acque del fiume, rese semplice il
passaggio delle truppe inglesi che riuscirono ad
attraversarlo poco più a monte. Nonostante il feroce contrattacco
la testa di ponte riuscì a conservare la posizione permettendo ai
rinforzi di affluire numerosi. Dopo alcuni giorni di combattimenti i
Sudafricani riuscirono a controllare un largo tratto di fiume tanto che con una rapida puntata verso nord
si unirono ad uan brigata della Costa d’Oro che traversò il fiume 130 Km più a monte.
Il generale de Simone, a causa
della scarsa protezione della nostra aviazione e della mancanza cronica di
mezzi di trasporto per le sue truppe, non potè far altro che subire le
iniziative del comandante inglese Godwin – Austen che già sette mesi prima le
impartì una dura lezione a Tug Argan. Le
nostre già provate truppe dovettero anche fronteggiare il tradimento di molti
reparti etiopi che con il passare dei giorni decisero di abbandonare il nostro
esercito sempre più alla deriva.
Fu proprio la mancanza di una concreta resistenza
che colse di sorpresa le truppe inglese che, come accennato prima,
sopravvalutarono enormemente le nostre capacità di offesa.
Un elemento di fondamentale importanza per il successo dell’ operazione
fu proprio la presa di Chisimaio che fu conquistata senza particolari danni
alle strutture portuali e quindi permise ai rifornimenti di giungere via mare
migliorando la situazione logistica.
La sorprendente facilità di questa conquista
indusse i vertici inglesi a continuare nell’avanzata per scacciare
definitivamente dalla Somalia gli Italiani e per
utilizzare come base di lancio questa terra per invadere anche l’Etiopia da sud
– est.
Il giorno 22 anche la posizione del generale
Gazzera sul fiume Giuba fu conquistata e la strada verso Mogadiscio fu
spalancata alla rapida avanzata delle truppe di Cunningham. La XXIII Brigata
della Nigeria, appena trasferitasi dal Kenya coprirono i 400 Km da Gelib a
Mogadiscio in tre giorni!!!.
Saranno proprio questi reparti ad entrare per
primi il 25 Febbraio a Mogadiscio accompagnati dal suono delle immancabili
cornamuse. Nella città ancora intatti furono raccolti oltre 1.500.000 litri di
benzina e 360.000 litri di carburante per aerei oltre che provviste e beni di
prima necessità. Anche in questo caso il porto fu occupato praticamente
intatto. La XXI Brigata dell’ Africa orientale e la
XXIV della Costa d’Ora si occuparono del rastrellamento delle truppe italiane
mentre le altre si preoccuparono della ormai imminente azione contro l’Etiopia:
ormai le valutazioni contro gli Italiani erano completamente capovolte, le
grave carenze di mobilità e le scerse risorse disponibili avevano convinto gli
Inglesi a chiudere nel minor tempo possibile la partito contro l’esercito
italiano.
Etiopia
Dopo l’inaspettata conquista di Mogadiscio il generale
Cunningham decise di proseguire nella sua avanzata occupando anche l’Etiopia
italiana: una ghiotta occasione per chiudere prima del previsto le operazioni
in Africa orientale. Due ragioni lo spinsero ad accelerare i tempi della sua
azione:
·
L’incertezza del
futuro: egli non sapeva quando avrebbe dovuto cedere parte delle sue truppe per
la imminenti operazioni in Africa occidentale
·
Le condizioni
atmosferiche: tra aprile e maggio sarebbe iniziata la stagione delle
piogge che avrebbe reso impraticabile le poche strade adatte al passaggio delle
sue truppe.
La marcia delle truppe inglesi si svolse in maniera estremamente rapida: il 14 Febbraio cadde Chisimaio, il 26
Mogadiscio situata a circa 400 Km più a nord, due settimane dopo gli Anglosassoni si trovarono a Musthail ad
oltre 1000 Km di distanza.
Le
truppe del generale de Simone in fuga furono inseguite dall’
XI Divisione africana del maggiore generale Wetherall.
Ad essa furono aggregati il 1° raggruppamento
sudafricano e la XXII Brigata dell’Africa orientale. Gli Italiani, dopo la fuga
da Mogadiscio, decisero di dirigersi verso Giggiga ad oltre 900 Km tra le
pianure somale e le vette etiopi. In questa zona montuoso
la strada si inerpica fino a quota 3000 metri di altitudine. La rincorsa
inglese fu così fulminea che questa posizione dovette essere abbandonata il 17
Marzo.
Il
giorno 21 le artiglierie sudafricane diressero i propri colpi
sulle truppe italiane in ritirata presso le posizioni da Passo Marda che fu abbandonato nel corso della notte per ritirarsi e
proseguire la resistenza al Passo di Babile. L’arrivo delle truppe nigeriane fu
così improvviso che le difese del passo non furono nemmeno approntate tanto che
i nostri soldati dovettero retrocedere di 16 Km presso il fiume Bisidimo dal
quale si ritirarono nuovamente per raggiungere la città di Harrar che fu, in
seguito, dichiarata città aperta.
Intanto
in molti centri si verificarono gravi scontri tra la popolazione
etiope e i molti Italiani che ancora vivevano e lavoravano nel paese africano:
a Dire Daua , dopo la fuga del presidi italiano, molti cittadini del nostro
paese furono massacrati e molte violenze vennero commesse. Gli Inglesi che
assistettero all’eccidio si ricorderanno di tutto ciò quando anche Addis Abeba
cadrà.
Il
1° raggruppamento di brigata sudafricano arrivato nei pressi di Auasc e insieme alla XXII Brigata
dell’Africa orientale colse di sorpresa la guarnigione in fuga da Dire Daua
costringendola alla resa. La capitale Addis Abeba ormai distava solamente 250 Km
Vista
l’impossibilità di poterla difendere il Viceré Amedeo d’ Aosta
decise di favorire l’ingresso delle truppe inglesi nella città etiope affinché
non si verificassero le atrocità commesse a Dire Daua. Le prime truppe nemiche
entrarono nel centro abitato alle prime luci dell’alba il 5 Aprile
un mese prima che il Negus Hailè Selassiè vi facesse
ritorno scortato dalle truppe inglesi.
Il
5 Maggio a bordo di una Alfa Romeo del
colonnello Wingate poté percorrere le strade della città tra due ali di folla
festanti.
Per
l’esercito italiano dopo la caduta de l’Asmara,
Mogadiscio, Addis Abeba e Harar non si prospettò più la possibilità di una
vittoria ma la necessità di resistere il più a lungo possibile, sia per
salvaguardare il proprio onore e quello del paese, sia per mantenere impegnate
quelle truppe che altrimenti saranno inviare a combattere i “propri compagni”
nel deserto libico e in Cirenaica. Alcune sacche di resistenza continuano a combattere:
·
Gondar : situata nel nord – ovest del paese nella
regione dell’Amhara con il generale Nasi
·
Gimma, nella regione dei Laghi, per iniziativa
del generale Gazzera
·
Amba
Alagi,dove
si raccolgono gli uomini provenienti da Addis Abeba e dall’Eritrea con il Duca
d’Aosta
Le
speranze i vittoria delle ultime sacche di resistenza
italiana erano ormai ridotte al lumicino: dopo la sconfitta di Cheren in
Eritrea che permise alle truppe di Platt di invadere l’Etiopia da nord e la
caduta di Addis Abeba ad opera delle forze sudafricane di Cunningham, la
“tenaglia inglese” stava per chiudere la morsa contro le nostre stanche e
sfiduciate truppe. La stampa del regime cerca di minimizzare l’entità delle
sconfitte ma per gli uomini dell’Africa orientale non vi sono più speranze.
Amba
Alagi
Il
nome di questo ridotto è diventato uno dei simboli della lotta italiana nella
Seconda Guerra mondiale: situata sulla strda che congiunge Massaua ad Addis Abeba questa fortezza naturale, la cui vetta si
erge ad oltre 3000 metri di quota, venne considerata dal Duca d’ Aosta ideale
per l’ultima eroica resistenza delle sue povere forze. Egli
infatti poté contare su poco meno di 4 mila uomini, fra i quali due compagnie
di Carabinieri e un plotone di marinai giunti da Assab con alcuni avieri. Il
comandante delle truppe, insieme al Viceré fu il generale Volpini.
Mentre
l’avanzata dei Sudafricani continuò da sud, dall’ Eritrea
la V Divisione indiana iniziò la propria discesa seguita da folte schiere di
guerrieri abissini comandate dal tenente colonnello Ranking della
Defence Force sudanese raggiungendo l’Amba Alagi il giorno 29. Dopo alcuni
giorni di consolidamento, l’avanzata verso le posizioni italiane prese il via
il 3 maggio quando il gruppo del colonnello Fletcher fu respinto dal Passo
Falagà, una postazione estremamente
fortificata e ben difesa. Stessa sorte toccò ad altri attacchi che nella
giornata interessarono quel settore. Solo il giorno seguente la 29.ima Brigata
indiana sostenuta da una massiccia artiglieria riuscì a conquistare le cime più
occidentali: Pyramid, Whaleback e Elephant.
Il
5 Maggio altre azioni presero il via dall’Elephant tra cui quella che assicurò
anche il possesso di Middle Hill punto in cui, per alcuni giorni, la resistenza
italiana fermò l’avanzata inglese. Anche l’avamposto di Twin Pyramids fu
sottoposto a violentissimi attacchi che si infransero
contro il muro difensivo che ormai si trovava allo stremo della forze.
Il
giorno 9 gli Inglesi riprendono le proprie azioni contro il monte Kumsà dove
sono affluite le truppe che dovettero ceder sul Passo Falagà: il combattimento
proseguì fino a quando non furono esaurite le munizioni dopo di che venne presa la decisione di ripiegare sul monte Corarsi che
verrà abbandonato poche ore dopo dalla guarnigione ormai ridotta a 150 uomini.
Da questa posizione gli inglesi mutarono tattica: avanti la “carne da cannone”,
cioè gli Abissini mentre le truppe regolari si
limitarono ad assicurare l’appoggio dell’artiglieria.
Si
combattè così fino al 17 Maggio giorno in cui venne
concordata la resa con l’onore delle armi di tutto il presidio dell’Amba
Alagi. Il Giorno 19 il Viceré e i suoi
superstiti furono ricevuti dai generali inglesi Maine e Morriot che arrestarono
il Duca e gli uomini della truppa obbligandolo alla prigionia in Kenya o in
India.
Dopo
due settimane di violentissimi combattimenti terminò l’ultima grande battaglia della campagna in Africa orientale: per
l’esercito inglese fu un grande successo, nei tre mesi di guerra fece
prigionieri oltre 230 mila uomini ma ancora in alcune zone la resistenza
italiana continuava e avrebbe dovuto essere debellata.
Il
bollettino di guerra 348 del 19 Maggio diede, anche in Italia, la notizia della
caduta dell’Alagi e la cattura del Duca e del suo seguito dopo “ una resistenza
oltre ogni limite”.
Mussolini,
dopo la cattura del Viceré, decise di nominare comandante in capo delle truppe
italiane in Africa orientale il generale Gazzera che dovette
preoccuparsi di coordinare la difese delle ultime sacche di resistenza ancora
presenti nella nostra ormai “ ex colonia”.
Nel
territorio del Gimma, nel cuore dell’Etiopia con i nostri soldati
impossibilitati a ricevere qualsiasi tipo di aiuti, le
operazioni si protrassero fino al 10 Luglio momento in cui si arrese l’ultimo
battaglione italiano a Dembidollo, dopo che anche la stessa città di Gimma
cadde il 17 Giugno. Al momento della resa furono presenti:
·
276
ufficiali
·
2360
nazionali, di cui 950 combattenti
·
1000
coloniali
·
18
pezzi d’artiglieria ognuno con 100 colpi a disposizione
·
94
armi automatiche
Secondo
una valutazione dello scacchiere Sud in questo settore si ebbero :
·
1289
vittime nazionali
·
6500
vittime coloniali
·
9947
feriti
Nell’Amhara
invece la difesa fu organizzata in maniera diversa: intorno alla piazza
centrale di Gondar vennero costruiti due ridotte
periferiche:
·
sulle montagne dell’Uolchefit a
110 Km da Gondar in cui non fu necessario approntare difese vista la
particolare conformazione del terreno. La sua difesa fu affidata al tenente
colonnello Gonella.
·
Debra Tabor
a 160 Km da Gondar sulla strada che collega Addis Abeba Gondar e Dessiè. Fu protetto con un reticolato e della sua
difesa fu incaricato il colonnello Angelini.
Il
comandante dell’intero settore fu il generale Nasi
che dispose di 40 mila uomini così composti:
·
23
mila coloniali divisi in 15 battaglioni
·
17
mila nazionali divisi in 12 battaglioni
·
3
squadroni di cavalleria
·
20
batterie di cui 4 mobili
·
6
mitragliatrici contraeree.
La
resistenza fu accanita come sempre ma le nostre truppe mancano di ogni cosa: munizioni, viveri e qualsiasi sorta di
approvvigionamento. La ridotta Uolchefit subisce trenta attacchi e novanta
bombardamenti che costarono al perdita di 900 uomini.
Si arrese il 28 Settembre.
Il
27 Novembre anche la piazza di Gondar dovette ammainare il
tricolore e definitivamente concludere la nostra
avventura nell’Africa orientale. il generale Nasi
riuscì a salvare poco più di 22 mila uomini.