La
jihad da Maometto a Bin Laden
Il
concetto islamico di «guerra santa» è
andato
soggetto a numerose e varie interpretazioni, tanto che numerosi capi lo
usarono per i loro scopi puramente politici
di Simone
Valtorta
Il
21 settembre del 2001, un commando di terroristi islamici
riuscì
a dirottare alcuni aerei di linea che sorvolavano gli Stati Uniti. Due
di essi si schiantarono contro le Torri Gemelle del World Trade Center
di New York, uno colpì il Pentagono mentre un quarto,
diretto
forse contro la Casa Bianca o forse contro l’Air Force One
(l’aereo presidenziale) precipitò nei pressi di
Pittsburgh
per la tempestiva reazione dei passeggeri. L’episodio scosse
il
mondo e provocò una serie di guerre, ritorsioni, attentati
riproponendo uno dei temi che sembravano esser destinati a rimanere per
sempre ad ammuffire nei manuali di storia: le «guerre di
religione» – in lingua araba,
«jihad».
Ma che cos’è,
esattamente, la «jihad»? Vi sono due
interpretazioni:
1) per il
sufismo, la dottrina mistica dell’Islam (ora in declino), la jihâd-ul-akbar
è la Grande Guerra Santa che viene combattuta contro il
proprio
«io» inferiore ed è di massima
importanza per ogni
musulmano: in pratica, si riferisce all’aspetto personale e
spirituale di sopraffare i desideri peccaminosi;
2) nel
secondo significato, molto
più letterale, la parola indica l’uso della
violenza per
diffondere la fede.
Ci riferiremo, per andare a fondo nella
questione, alle fonti islamiche del Corano e degli hadith. Il Corano,
com’è noto, è una raccolta degli
insegnamenti che
Maometto dettò in vita a quattro scribi; fu standardizzato
diciannove anni dopo la morte di Maometto e ne esistono quattro diverse
redazioni, di cui la più usata è quella seguita
dai
musulmani sunniti (che rappresentano l’85% di tutti i
credenti
nell’Islam) – ci riferiremo a questa. Gli hadith
(«ahadith») sono invece raccolte scritte
(«tradizioni») dei detti e delle azioni di
Maometto, il cui
esempio e autorità hanno grande importanza
nell’Islam. Gli
hadith,
assieme al Corano,
sono intesi a governare ogni aspetto della vita, inclusa la legge
civile. Esistono diverse raccolte di hadith, ma quella
compilata da Bukhari, che visse duecento anni dopo Maometto,
è considerata molto importante. Il Corano è
suddiviso in centoquattordici capitoli chiamati sure. Gli hadith di Bukhari
sono numerati consecutivamente, e sono suddivisi in nove volumi, e a
loro volta in vari libri.
Molti musulmani, è noto, sono
persone
straordinariamente benevole e desiderose della pace. E
l’Islam ha
in sé molti elementi di pacifismo: As-Salâm,
ovvero «la Pace», è uno dei novantanove
nomi di
Allah; e «pace, pace» è il canto dei
beati nel
Paradiso musulmano.
A parte queste premesse,
però, chiunque
voglia commettere una violenza è perfettamente giustificato
dal Corano
a farlo. Sebbene la violenza nel Corano
a volte sia intesa come autodifesa, altre volte è violenza
gratuita. Ci sono tre motivi per cui qualcuno può essere
ucciso:
assassinio, adulterio, o abbandono dell’Islam (apostasia);
secondo la legge pakistana, chiunque insulti Maometto può
essere
messo a morte, mentre in Siria per essere uccisi basta pronunciare la
parola «ebreo» (inserita in qualsiasi contesto).
Molti passaggi nel Corano
esortano i musulmani a uccidere gli infedeli, termine che in origine
designava gli Arabi che non si sottomettevano all’Islam ma,
dopo
la morte di Maometto e la violenta espansione territoriale islamica,
passò ad indicare tutti i non musulmani.
Così, per esempio, nella sura
2 (190-193): «Combattete per la causa di Allah contro coloro
che
vi combattono [...]. Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli
da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore
dell’omicidio. [...] Se vi assalgono, uccideteli. Questa
è
la ricompensa dei miscredenti. Combatteteli finché non ci
sia
più persecuzione e il culto sia [reso solo] ad
Allah».
O nella sura
4 (76): «Coloro che credono combattono per la causa di Allah,
mentre i miscredenti combattono per la causa degli idoli. Combattete
gli alleati di Satana. Deboli sono le astuzie di Satana».
Interessante è poi la sura
5 (33), ove alla «giustizia umana» si affianca la
«giustizia divina»: «La ricompensa di
coloro che
fanno la guerra ad Allah e al suo messaggero e che seminano la
corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che
siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano
esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li
toccherà in
questa vita; nell’altra vita avranno castigo
immenso».
Ancora, nella sura
9 (5-23): «Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete
questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e
tendete loro agguati. [...] Combatteteli finché Allah li
castighi per mano vostra, li copra di ignominia, vi dia la vittoria su
di loro, guarisca i petti dei credenti [...]. Oh voi che credete, non
prendete per alleati i vostri padri e i vostri fratelli se preferiscono
la miscredenza alla fede». Il versetto 29 è
illuminante:
«Combattete coloro che non credono in Allah e
nell’Ultimo
Giorno, che non vietano quello che Allah e il suo messaggero hanno
vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la
religione della verità»; questo è molto
grave
perché il popolo della Scrittura comprende gli Ebrei e i
Cristiani! Inoltre, il Corano
incita a non aver pietà del nemico finché non si
converta (sura
47, versetto 35): «Non siate dunque deboli e non proponete
l’armistizio mentre siete preponderanti».
Quelle appena citate, ovviamente, sono
solo alcune delle numerose sure
che incitano alla «guerra santa» in nome di Allah.
Ma il Corano
non è la sola base per la violenza nell’Islam.
L’esempio di Maometto stesso ha posto le fondamenta per la
violenza mediante le sue opere e i suoi comandi, che si trovano negli hadith.
L’11% delle pagine degli hadith
di Bukhari fa riferimento alla Guerra Santa. La jihad
militare è una parte tradizionale dell’Islam,
sebbene la
partecipazione alla guerra santa sia oggi ritenuto dalle correnti
moderate un dovere facoltativo e non un obbligo.
Maometto proclamò di aver
avuto la sua prima
visione da Dio nell’anno 610 dopo Cristo, e i primi tredici
anni
del suo ministero furono contraddistinti da una predicazione pacifica
nella città della Mecca; durante questo periodo, Maometto si
mostrò come un uomo ben intenzionato che cercava di elevare
la
condotta morale del suo popolo attraverso una serie di leggi che
– perché fossero accettate da tutti –
faceva credere
gli fossero state dettate da Dio. Ma nell’anno 623 egli
divenne
un leader politico nella città di Medina: col suo potere
politico comparve un nuovo comportamento aggressivo. Attaccò
le
carovane e usò la spada per diffondere la sua religione e
accrescere il suo potere: nei soli dieci anni in Medina, Maometto
condusse personalmente ventisette sanguinose invasioni e ne
preparò sessantacinque, ordinando ai suoi seguaci di
condurne
molte altre. Si trattava, in pratica, di razzie e saccheggi per
procurarsi il cibo, tanto che alcuni teologi musulmani sostengono che
le uniche «guerre sante» siano quelle da lui
combattute;
tuttavia, già nel VII secolo il Califfo Omar
proibì ai
suoi soldati di comperare e coltivare appezzamenti di terra –
desiderava restassero una casta militare dedita alle arti belliche,
anche se avrebbero dovuto essere in gran parte mantenuti a spese dello
Stato: ovviamente, una tale situazione rendeva la guerra inevitabile
per procurarsi i beni con cui pagare i soldati. Maometto, inoltre,
assassinò molti dei suoi oppositori durante la sua vita,
compresi poeti e poetesse di opere satiriche. Durante la sua battaglia
contro i Quraisciti, attaccati a tradimento dopo che lui stesso li
aveva convinti ad una tregua, donne e bambini furono venduti come
schiavi, e centinaia di uomini catturati furono decapitati (pratica che
abbiamo visto essere comune per i terroristi di oggi); anche alcuni del
suo stesso popolo furono inorriditi da queste cose.
Osama bin Laden (il miliardario saudita
che vive
rintanato in qualche grotta dell’Afghanistan o del Pakistan
ed ha
progettato l’attacco dell’11 settembre contro gli
Stati
Uniti), nel famoso videotape scoperto in Afghanistan nel 2001, disse:
«Mi è stato ordinato di combattere la gente fino a
quando
essi non diranno che non c’è altro Dio se non
Allah, e che
Maometto è il suo profeta». In queste parole
echeggia il
linguaggio del Corano
stesso!
Inoltre, ai musulmani viene insegnato
che chi combatte e muore in una jihad
riceve il perdono di tutti i peccati commessi, e viene ricompensato con
una vita sensuale e lussuriosa in Paradiso: il Paradiso islamico si
chiama «Giardino delle Delizie» ed è
descritto come
una grande oasi, dove i beati vivono in ricchi palazzi, banchettano con
cibi squisiti e bevande inebrianti (comprese quelle proibite sulla
terra) e fanno l’amore con le sempre-vergini urì.
Molte sure
promettono, a chi muore in guerra, di andare «nel
più alto dei Paradisi»; si veda, ad esempio, la sura
3 (157-158): «E se sarete uccisi sul sentiero di Allah, o
perirete, il perdono e la misericordia di Allah valgono di
più
di quello che accumulano. Che moriate o che siate uccisi, invero
è verso Allah che sarete ricondotti» e
più ancora
nel versetto 195: «Il loro Signore risponde
all’invocazione: “In verità non
farò andare
perduto nulla di quello che fate, uomini o donne che siate,
ché
gli uni vengono dagli altri. A coloro che sono emigrati, che sono stati
scacciati dalle loro case, che sono stati perseguitati per la mia
causa, che hanno combattuto, che sono stati uccisi,
perdonerò le
loro colpe e li farò entrare nei Giardini dove scorrono i
ruscelli, ricompensa questa da parte di Allah. Presso Allah
c’è la migliore delle
ricompense”». Oppure
alla sura
4, versetto 74 si
legge: «Combattano dunque sul sentiero di Allah, coloro che
barattano la vita terrena con l’altra. A chi combatte per la
causa di Allah, sia ucciso o vittorioso, daremo presto ricompensa
immensa», come anche si esplicita alla sura
22 (58-59): «Quanto a coloro che sono emigrati per la causa
di
Allah, che furono uccisi o morirono, Allah li ricompenserà
nei
migliore dei modi. In verità Allah è il migliore
dei
compensatori! Li introdurrà in un luogo di cui saranno
soddisfatti. In verità Allah è il Sapiente, il
Magnanimo». Inoltre si veda Bukhari 4:63, 72, 80, 85, 137,
175,
216, 266.
Dunque, uccidendo i non-musulmani si
ottiene la
ricompensa più elevata in questa religione. Non solo:
poiché Allah è libero nelle sue scelte,
può far
andare un uomo all’Inferno anche se quello non ha mai fatto
nulla
di male e, anzi, si è comportato sempre in modo
irreprensibile.
C’è un solo modo per essere quasi sicuri di andare
in
Paradiso: morire in una jihad.
Da qui ai kamikaze
(parola giapponese che durante la Seconda Guerra Mondiale designava i
piloti nipponici che si suicidavano gettandosi con gli aerei contro le
navi americane per avere la certezza di colpirle) il passo è
breve: sebbene Maometto condanni il suicidio, negli anni ’80
del
XX secolo il dittatore iraniano Khomeini stabilì che chi si
toglie la vita per uccidere – o tentare di uccidere
– un
nemico non-musulmano diventa martire e va in Paradiso. Agli aspiranti kamikaze vengono
imposte veglie, digiuni e la lettura di passi del Corano
(non solo quelli che abbiamo segnalato) che inneggiano alla morte per
Allah ed ai premi che si riceveranno. Un vero e proprio
«lavaggio
del cervello»!
Già nel Milione
(e siamo quindi in pieno Medioevo!), Marco Polo racconta del Vecchio
della Montagna che aveva fondato la «setta degli
assassini»: nel suo inaccessibile castello aveva fatto
crescere
un rigoglioso giardino e qui faceva crescere dei giovani facendo loro
credere d’essere in Paradiso. Quando voleva uccidere un
nemico,
addormentava uno di questi giovani e lo faceva trasportare in una
stanzetta fredda e angusta. Poi gli prometteva che l’avrebbe
fatto tornare in Paradiso in cambio di un omicidio. Sia che il giovane
sopravvivesse sia che morisse nell’impresa, era sicuro di
tornare
in Paradiso!
Nel 2005, la televisione di Stato
iraniana
mandò in onda un cartone animato orripilante: era la storia
di
un ragazzino palestinese che, dopo aver visto uccidere i suoi genitori
dai soldati israeliani, si recava dai kamikaze
e si faceva dare una cintura esplosiva, gettandosi poi su un convoglio
israeliano e facendosi saltare in aria insieme agli odiati nemici.
Questo cartone era la «ciliegina sulla torta» che
andava a
coronare una serie di affermazioni con cui nei giorni precedenti si era
auspicata la cancellazione dello Stato d’Israele dal
planisfero
geopolitico e fu trasmesso sul canale governativo nell’ora di
maggior ascolto dei bambini.
La tradizione di violenza, che
è iniziata con
Maometto, continua ai giorni nostri. In ogni parte del mondo molti
musulmani uccidono o comunque perseguitano le persone semplicemente
perché non sono musulmane. Questi fatti sono ben documentati
in
Nigeria, Algeria, Sudan (dove è presente anche la moderna
schiavitù), Egitto, Iran, Afghanistan, Tajikistan, Pakistan,
Iraq e Malesia.
Secondo l’organizzazione
«Voice of the
Martyr» (i dati risalgono al 2002-2003), ben
centosessantamila
Cristiani vengono uccisi ogni anno a causa della loro fede, e la
stragrande maggioranza sono uccisi da musulmani. Se l’Islam
è una religione di pace, come si sente dire di tanto in
tanto
non solo dai musulmani ma anche dai mass-media, perché
c’è così tanta oppressione in tutti i
Paesi
islamici?
Secondo un documentario PBS Frontline
intitolato Saudi Time
Bomb?
(«Bomba a orologeria Saudita?»),
nell’anno 2000 i
libri di testo del Ministero dell’Educazione
dell’Arabia
Saudita contenevano un insegnamento ripugnante proveniente dagli hadith
(Bukhari 4:176-177) e secondo l’insegnamento di Maometto
stesso.
Quest’insegnamento fa parte dell’istruzione
dell’obbligo per tutti i bambini delle scuole medie
dell’Arabia Saudita. L’insegnamento, intitolato La vittoria dei musulmani sugli
Ebrei,
è il seguente: «L’ultima ora non
verrà prima
che i musulmani combatteranno gli Ebrei, e i musulmani li uccideranno.
Così gli Ebrei si nasconderanno dietro le rocce e gli
alberi.
Allora le rocce e gli alberi grideranno: “Oh, musulmani. Oh,
servitori di Dio. C’è un Ebreo dietro di me.
Venite e
uccidetelo”».
Fa parte del testo anche un elenco di
princìpi, che comprendono il seguente: «Ebrei e
Cristiani
sono i nemici dei credenti. Essi non approveranno mai i musulmani.
State attenti a loro». Quest’insegnamento
è
perfettamente in linea con i precetti del Corano (sura 5, versetto
51): «Oh voi che credete, non sceglietevi per amici i Giudei
e i Cristiani».
E vengono in mente le parole che aveva
pronunciato
Gesù dinanzi ai suoi discepoli: «L’ora
viene che
chiunque vi ucciderà, crederà di rendere un culto
a Dio.
E faranno questo perché non hanno conosciuto né
il Padre
né me» (Vangelo
secondo Giovanni, capitolo 16, versetti 2-4). Queste
parole hanno oggi un significato potente.
Quanto detto finora spiega
perché i leader
musulmani in tutto il mondo siano stati così accomodanti nel
condannare l’attacco dell’11 settembre 2001 contro
gli
Stati Uniti. Anche in America, la loro risposta è stata:
«Sì, l’attacco era sbagliato,
ma...» È
ciò che segue il «ma» che è
importante per
comprendere le loro reali opinioni.
L’Islam è una
dottrina di potere e di
gloria. I musulmani trovano difficile credere che i Cristiani possano
adorare Gesù, data la sua mancanza di potere politico e la
sua
apparente sconfitta per mano delle autorità. Inoltre, non
ammettono che Gesù possa essere stato crocifisso, sia
perché nell’Islam nessuno può versare
il proprio
sangue in remissione di altri, sia perché Allah non poteva
permettere che un suo messaggero morisse; secondo il Corano
(che ha ripreso l’eresia nestoriana), Dio portò in
salvo
Gesù in cielo e i Romani crocifissero
«un’ombra
vaga». In realtà, l’Islam non
è una
religione: è un’ideologia con dei chiari interessi
socio-politici. Non esiste la separazione tra Chiesa e Stato
nell’Islam ortodosso. Le nozioni occidentali di democrazia e
libertà sono in opposizione all’Islam ortodosso:
così come Allah è uno, unico deve essere il suo
rappresentante sulla terra. L’umanità intera deve
essere
controllata completamente dalla legge islamica, e non deve essere
permesso allontanarsi dall’autorità di Allah. Per
usare le
parole del dottor Samuel Schlorff, esperto di religione islamica
dell’Arab World Ministries, «i musulmani credono
che il
destino dell’Islam sia di estendere il proprio controllo fino
a
quando l’intera Dar
al-Harb
[che significa “Casa della Guerra”, e designa
l’intero mondo non-musulmano] sia soggetta alla legge
islamica in
uno Stato islamico, e ciò include l’uso della
forza». Il fatto stesso che non esista libertà di
religione in molti dei Paesi musulmani è una prova che
dimostra
che l’Islam non vuole altro che il dominio globale attraverso
il
controllo politico.
Si sente affermare comunemente dalla
stampa e dai
media che l’Islam è una religione di pace. Questo
è
vero soltanto se inteso in un senso – la pace
verrà quando
tutte le religioni «concorrenti» saranno state
sottomesse
all’Islam (vedere la sura
9, versetto 29, già citata più sopra). I
musulmani che
dicono che l’Islam è una religione di pace,
possono dirlo
solo ignorando o adattando i suoi comandamenti violenti.
Quando finirà questa catena
di sangue? La
risposta è racchiusa nell’intelligenza e nel cuore
dell’uomo!
(gennaio 2006)