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L’intricata questione curda: origini e sviluppi

Un problema secolare che ha visto coinvolti numerosi Paesi e diverse culture

 

di  Lodovico Conzimu

 

 
Dopo cinquanta anni d’oblio la questione curda è balzata, negli ultimi tempi, alla ribalta delle cronache, per la rilevanza assunta dalla vicenda Öcalan. La Comunità internazionale si è vista costretta ad interrogarsi sulle sorti del popolo curdo, a prendere in considerazione eventuali soluzioni atte a stabilire un nuovo ordine nella regione. Alle soglie del XXI secolo, con un processo di globalizzazione in atto, con l’abbattimento di ogni frontiera per costituire entità sopranazionali, pare impossibile parlare di nazionalismo. Ma i conflitti esistenti, come nell’ex-Jugoslavia, sempre più spesso vengono etichettati come etnici.
    Numerosi studi si sono occupati del problema dell’etnicità, termine con cui gli antropologi identificano l’insieme delle concezioni e delle norme che ispirano e regolano l’agire dei gruppi etnici, accomunati dall’uso della stessa lingua e dal coinvolgimento nelle stesse vicende storiche, che, in tale comunanza, riconoscono la loro identità. Solo interagendo con altri un gruppo etnico può percepire e quindi interiorizzare la propria peculiare diversità, rendersi consapevole di una propria identità culturale. Tuttavia, questi confronti spesso possono portare ad attriti e contrasti insanabili.
    La questione dei Curdi affonda le radici nella storia remota di questo popolo. Attestatosi in una regione aspra ed impervia, come il Kurdistan, ha dovuto difendersi, nel corso degli anni, dai reiterati tentativi egemonici arabi, persiani, turchi, per custodire una propria cultura e lingua. La configurazione geografica dello stesso Kurdistan ha rappresentato per i suoi abitanti un valido baluardo che se garantiva una certa sicurezza e li preservava da contaminazioni esterne, favoriva anche, con le sue valli e le sue alture, divisioni interne e contrasti. Inoltre, il sistema sociale dei Curdi, articolato secondo un’organizzazione di tipo tribale, in cui l’autorità morale e politica risiedeva nei capitribù, faceva sì che tra le stesse tribù sorgessero attriti, spesso tramutatisi in aperta rivalità. Questo rimase uno degli elementi intrinseci alla società curda che rese vischioso il processo di formazione di una coscienza della loro comune identità e impedì quindi, il coagularsi dei Curdi in un forte movimento nazionale.
    Gli Arabi, nel VII secolo dopo Cristo, si resero presto conto della  difficoltà che comportava il predominio su quelle terre, abitate da genti fiere della loro autonomia e capaci di difenderla con estremo coraggio. La difficile e lenta islamizzazione dei Curdi non fu infatti priva di episodi efferati, come i numerosi eccidi di massa di cui furono vittime diversi villaggi che si erano opposti con tenacia al predominio islamico. Proprio l’elemento religioso ebbe un ruolo ricorrente nella storia di questo popolo. Nel corso dei secoli emergeranno figure dotate di forte personalità e carisma, non solo religioso, ma anche politico, gli Shaikh, guide spirituali delle confraternite religiose, che costituiranno un’altra ragione di frammentazione sociale e spesso anche politica.
    I Curdi, stretti nella morsa persiano-ottomana, nel XVI secolo, dovettero prendere posizione, e scelsero di allearsi con l’Impero Ottomano. Le promesse d’autonomia da parte del Sultano furono il migliore incentivo a schierarsi con i Turchi. L’Impero Ottomano, costituendosi come entità politica essenzialmente multietnica, aveva garantito, per diverso tempo, ampi margini d’autonomia, consentendo la formazione di numerosi principati, nei quali i Curdi poterono sviluppare la propria cultura.
    Questi stessi principati, sorretti da un’amministrazione efficiente, attraversarono un periodo di prosperità, contraddistinto da una pregevole fioritura letteraria e artistica, rappresentando, nelle forme di società urbana, un esempio di progresso e di civiltà avanzata per tutto l’Impero Ottomano.
    Ma nel XIX secolo gli Ottomani furono costretti da motivi di politica interna ed estera ad esercitare un maggiore controllo su molti popoli a loro sottomessi, tra i quali i Curdi, limitandone gravemente l’autonomia di cui avevano goduto in precedenza. Questo nuovo regime provocò inevitabilmente numerose insurrezioni, che, se in un primo momento ebbero una matrice conservatrice, in quanto le élites curde intendevano tutelare i propri privilegi, in seguito assunsero un carattere diverso, improntato al nascente movimento nazionale. Ormai i Curdi stavano prendendo coscienza di sé, in loro si stava diffondendo un forte sentimento nazionale e cresceva la consapevolezza di dover affermare una propria autonoma identità.
    Da un rinnovato fervore intellettuale, favorito dall’apparente clima di tolleranza che si respirava nell’Impero Ottomano agli inizi del ’900, sorgeranno le organizzazioni culturali curde. Queste promuoveranno una valorizzazione della cultura curda, con particolare riferimento alla lingua, quale fattore aggregante e base su cui si reggeva la rinascita politica del Kurdistan. Il tentativo fallì proprio a causa di quelle divisioni ataviche, intrinseche alla società curda che impedirono il costituirsi di un forte e coeso movimento nazionale.
    Nel primo quarto del XX secolo le neonate aspirazioni nazionali curde, alimentate dalle potenze vincitrici del Primo Conflitto Mondiale, furono mortificate. Il tanto osannato diritto all’autodeterminazione dei popoli non rimase che un principio vacuo e privo di qualsiasi realizzazione concreta. Nell’arco di tempo di tre anni (dal 1920, trattato di Sévres, al 1923, trattato di Losanna), le speranze si tramutarono in amara delusione. Le responsabilità delle potenze occidentali furono pesanti. Queste attuarono una vera e propria spartizione del Medio Oriente, mirante a tutelare i propri interessi, senza tenere conto delle conseguenze deleterie per la stabilità della regione. Divisi fra quattro Stati, i Curdi divennero all’interno di questi minoranze «non riconosciute» – fatta eccezione per l’Iraq – sulle quali si eserciterà una continua ed oppressiva politica d’assimilazione.
    A più di settanta anni dal trattato di Losanna il Kurdistan si presenta ancor oggi suddiviso tra i quattro Stati, sorti prevalentemente in quella stessa sede. Sebbene il sorgere delle nuove entità statuali abbia contribuito a lacerare ancor più il movimento nazionale curdo, vogliamo sottolineare come la spartizione del Medio Oriente, ideata e voluta dalle potenze occidentali, sia stata causa dell’instabilità perdurante della regione. Infatti, non tenere conto delle peculiarità culturali, delle tradizioni, delle aspettative, della esigenza di libertà o delle aspirazioni delle popolazioni locali, in particolare dei Curdi, ha prodotto un clima di tensioni e di conflittualità intollerabile. Le stesse potenze hanno cercato d’imporre ideali ancora estranei alla cultura musulmana, con l’obbligo di costituirsi in Stati nazionali con precisi confini territoriali. Un concetto, quello di nazione inteso in senso occidentale, alieno agli Arabi, i quali si riconoscevano più volentieri, nella Umma, la comunità di tutti i credenti.
    I fragili equilibri instaurati hanno alimentato mire revansciste e attriti latenti che in tempi diversi hanno infiammato il Medio Oriente.
    Il Kurdistan, essendo la «cerniera» a ridosso dei mondi arabo, iraniano, turco e slavo, è stato al centro delle dispute regionali che hanno interessato l’Iraq, Iran, Siria e Turchia. Queste contese hanno influenzato il movimento curdo, frammentandolo in numerosi partiti e compromettendo inevitabilmente la sua compattezza. Non a caso, vuoi Turchia, Iraq, Iran o Siria ha sostenuto l’attività dei partiti curdi negli Stati limitrofi, con l’intento di acquisire una posizione di predominio nell’altrui regione.
    Il Kurdistan rimane, per tutti questi motivi, un’area cruciale, ricca di risorse naturali, soprattutto idriche1 e petrolifere, su cui si reggono le fragili economie araba e turca. Di conseguenza non esiste nessun interesse a ché sorga un forte movimento nazionale curdo che possa intralciare le ambizioni egemoniche soprattutto turche ed irachene. Inoltre il sorgere di numerosi partiti se da una parte ha ridestato il sentimento nazionale curdo, dall’altra questo proliferare di movimenti ed organizzazioni ha confermato una mancanza di obiettivi univoci, caratterizzata da un settarismo che non permette il coagularsi di queste forze in un unico e coeso fronte di liberazione.2
    La politica d’assimilazione culturale e di dispersione etnica perpetrata in ognuno dei quattro Stati in questione (dove più, dove meno) ha costretto i Curdi a ridimensionare le proprie prospettive, concentrando l’iniziativa nel riconoscimento delle proprie rivendicazioni all’interno di ogni regione in cui essi rappresentano una minoranza. Le spaccature nel movimento curdo oltre che dai confini politici sono state prodotte anche dalle divisioni ideologiche che differenziano le diverse compagini ed aggravano il fatto di non avere una chiara comunanza di intenti. Se, in qualche caso, come in Iraq, si sono raggiunti degli obiettivi, questi sono circoscritti territorialmente o addirittura osteggiati dagli stessi Curdi.3
    Un altro fattore che ha pesantemente contribuito a indebolire il movimento curdo, privandolo di elementi vitali per affermare e difendere la cultura curda nonché incrementare la resistenza, è stato rappresentato dalla continua diaspora del popolo curdo.4
    Anche se con rammarico, non si può non riconoscere che forse a Losanna è stato posto il veto definitivo all’eventualità di uno Stato curdo, poiché da allora solchi profondi sono stati scavati che difficilmente potrebbero essere colmati con un’artificiale entità statale pan-curda.
    La questione curda rimane quindi aperta, come testimoniano le tremende notizie che giungono con sempre maggiore frequenza dalla Turchia e dall’Irak.
    Darwish, uno storico curdo militante, particolarmente lucido nelle sue analisi, ritiene che sia necessario «trovare una strategia comune per tutto il Kurdistan» per cui «il movimento nazionale kurdo deve trovarsi unito su un programma politico in cui siano indicati con chiarezza gli obiettivi nazionali del movimento, traducendo nel suo insieme la questione kurda come un unico problema nazionale del popolo kurdo […] si deve giungere all’elaborazione di un programma che rappresenti l’identità e l’unità nazionale kurda senza lasciarsi condizionare dalla divisione geografica attuale del Kurdistan, in modo da creare le condizioni per arrivare a soluzioni politiche e pacifiche che infine rafforzino l’identità nazionale del popolo kurdo».5
    Se pure auspicabile non sembra, comunque, una soluzione praticabile, poiché le divisioni fra le diverse organizzazioni curde sono ancora profonde (come lo stesso Darwish depreca) ed, inoltre, le loro iniziative sono rivolte nella direzione opposta a quella di un unico fronte che abbia la legittima ambizione di veder sorgere un «Grande Kurdistan».
    Mentre Jasim, studioso di diritto internazionale di origine curda, sostiene che per districare la questione curda ci si debba rivolgere alla Comunità Internazionale, affinché le grandi potenze si prendano la responsabilità di aprire un tavolo delle trattative alla presenza di tutte le parti in causa, sia Curdi sia gli Stati interessati.
    Si ha, comunque, la sensazione che la Comunità Internazionale preferisca porre la questione curda più sotto il profilo del rispetto dei diritti umanitari, non essendo intenzionata a sconvolgere il già precario assetto politico instaurato nel Medio Oriente.
    Alcune organizzazioni politiche curde si sono rese conto di questo fatto e, a tal proposito, emblematiche appaiono le parole dell’ex-leader del PDK (partito democratico curdo contrapposto al partito comunista curdo, nota del redattore)-Iran Ghassemlou: «Un partito responsabile deve prefiggersi obiettivi realizzabili. Nel contesto attuale, nella situazione geopolitica in cui si trovano i Curdi non è concepibile l’indipendenza. L’indipendenza esige il mutamento delle frontiere di almeno quattro Stati e in una regione così sensibile come la nostra. I Curdi confondono il sogno con la politica. Ogni Curdo può sognare l’indipendenza. Noi domandiamo l’autonomia. Siamo Iraniani. Restiamo nel quadro dell’Iran. Non avanziamo alcuna rivendicazione che travalichi le frontiere dell’Iran».6
    La soluzione della questione curda, in un prossimo futuro, si dovrà porre e certamente a livello internazionale, in un aperto dialogo e confronto tra le organizzazioni curde e le autorità dei quattro Stati, e nella serena speranza e con la precisa volontà di raggiungere un compromesso che abbia come base il riconoscimento della peculiare identità dell’etnia curda.
 
 
Note

1 Per impossessarsi delle risorse idriche la Turchia ha avviato un progetto denominato GAP, che sfruttando con imponenti dighe la potenza delle acque del Tigri e dell’Eufrate si garantirebbe l’utilizzo di imponenti impianti idroelettrici. Questo porterebbe alla dipendenza idrica dalla Turchia di Siria e Iraq. Confronta Schraeder, opera citata, pagine 125-129.
2 Le principali organizzazioni politiche curde sono: in Iraq il Partito democratico del Kurdistan-Irak (PDK-Irak), fondato nel 1946 per iniziativa di Mustafa Barzani, diretto dal 1976 da suo figlio Masud Barzani che ha come obiettivo l’autonomia ed agisce nel Nord dell’Iraq; l’Unione patriottica del Kurdistan (UPK), creata per iniziativa di M. Jalal Talabani, oppositore di Mustafa Barzani, ha anch’essa come obiettivo l’autonomia, agisce nel Sud-Est del Kurdistan iracheno; in Iran, il Partito del Kurdistan-Iran (PDK-Iran), il più antico di tutti i partiti curdi, creato nel 1945, diretto da A. R. Ghassemlou dal 1971 fino a quando non fu assassinato proprio mentre, a Vienna, avrebbe dovuto incontrare le autorità iraniane per discutere una risoluzione pacifica della questione curda; il Komala, partito fondato nel 1983 da un gruppo di studenti curdi di estrema sinistra, ha come obiettivo fondare una società di tipo comunista; in Turchia il maggior partito che si attiva per la causa curda è il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), di orientamento marxista-leninista, fondato nel 1978 da Abdullah Öcalan, inizialmente mirato all’autodeterminazione, propone ora una federazione turco-curda. Confronta C. More, Les kurdes un enjeu oublié au Proche-Orient, in «Le Monde Diplomatique», ottobre ’88, e M. Verriere, Dal Kalashnikov alla televisione, in «Le Monde Diplomatique», dicembre ’97, pagina 11 ed inoltre Galletti, opera citata, pagine 230-234.
3 Le elezioni per eleggere il Parlamento della regione autonoma curda dell’Iraq, svoltesi il 19 maggio 1992, hanno dato i seguenti risultati: numero di votanti 971.953 (voti validi 967.229, nulli 4.724) così suddivisi: PDK-Irak 438.979 (45,3%); UPK 423.833 (43,8%); Movimento Islamico 49.108 (5,1%); Partito socialista curdo 24.882 (2,6%); Partito comunista iracheno 21.123 (2,2%); Partito democratico popolare curdo 9.903 (1%); Democratici indipendenti 501 (-). Dopo la ricollocazione dei voti dei cinque partiti al di sotto dello sbarramento del 7%, i risultati finali furono i seguenti: PDK-Irak 491.497 (50,8%) e UPK 475.731 (49,2%). Questi dati sono reperibili nel sito Internet del KDP-Irak all’indirizzo www.kdp.pp.se/parli.html
4 Gli esodi dal Kurdistan sono iniziati in massa nel 1989 con l’offensiva di Saddam Hussein, per poi proseguire in tutti gli anni Novanta. Una folta comunità di Curdi è presente in Germania, mentre in diverse zone d’Europa si sono insediate comunità e organizzazioni e sono nati, per iniziativa di intellettuali curdi, numerosi centri culturali.
5 Darwish, opera citata, pagina 146.
6 Intervista rilasciata da Ghassemlou alla Galletti, confronta Galletti, «Chi ha paura della Pace?» L’impossibile negoziato dei Curdi Iraniani, in «I Diritti dei Popoli», giugno-agosto 1989, pagina 44.
(anno 2005)