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Storia dei talebani

Colui che cerca, questo è un talebano

 

di  Ercolina Milanesi

 

 
«Colui che cerca». Questo significa letteralmente «taleban».
    Una parola che affonda le radici sull’invito ai fedeli del profeta Maometto di «ricercare la conoscenza». Ed è anche per questo che il movimento dei talebani si caratterizza come una «scuola di pensiero», dotata di propria autonomia culturale e filosofica rispetto al variegato mondo dell’ortodossia islamica.
    La preistoria dei talebani ha inizio verso la metà del 1700 nella penisola araba e, paradossalmente, si può dire che all’origine di tutto vi è quella modernità oggi tanto avversata dai mullah afghani.
    Il XVIII secolo è il secolo illuminato. Il secolo dell’Illuminismo che, dalla Francia rivoluzionaria raggiunse, anche, i deserti asiatici. Ma in queste lande desolate dove il sole e le stelle scandivano ancora le giornate delle tribù arabe, il pensiero illuminato ebbe vita difficile tanto da dare vita, in Arabia, ad una controcultura. Una scuola di pensiero sedicente ultra-ortodossa: il Wahhbhismo.
    Nel XIX secolo mercanti, Mori e Arabi diffondono il Wahhbhismo fra le varie popolazioni sunnite dell’Oriente. Nel 1863, alcune scuole coraniche pashtun indiane, si convertono al Wahhbhismo e lo reinterpretano alla luce delle loro usanze tribali creandone una versione particolarmente «militante e guerriera», sorta, più che altro, quale reazione al crescente nazionalismo indù. Da questo ambiente eterogeneo fatto di clan, tribù, etnie e califfati si formano settantasette gruppi religiosi, uno dei quali il cosiddetto «talebano». I talebani, intesi come Movimento degli Studenti Islamici, sono il prodotto di una tradizione che nasce nella regione afghano-pachistana ed affonda le sue radici già nel secolo XIX con il primo impegno politico della lotta alla dominazione britannica sulla regione. Gran parte dei talebani proviene dalla provincia del Pashtun. I loro adepti «pescano», negli strati più poveri della popolazione, tra i profughi che si ammassano in Pakistan e tra le migliaia di orfani che non hanno altra alternativa se non quella delle «madrasse», dove i mullah predicano una versione del Corano distante anni-luce da quello che illuminò il pensiero e le azioni di Maometto.
    La nuova società afghana, che si sta battendo, ancora, contro la coalizione anglo-americana è formata da una classe politico-religiosa alla quale appartengono i soli mullah (sacerdoti islamici), mentre una seconda componente è formata da ex soldati dell’esercito afghano, dissolto dopo la caduta del regime filo-sovietico e da quei profughi e quegli orfani «indottrinati» in Pakistan e finanziati dalla Cia. Una terza componente è data dai mujaheddin che, per anni, combatterono contro i Sovietici ma che, poi, hanno disertato i loro gruppi e sono passati con i talebani, attratti dal loro messaggio moralizzatore. Gli studenti coranici si sono presentati come l’unica soluzione di stabilità per l’Afghanistan. Gli unici in grado di mettere fine al caos «primordiale» scatenatosi dopo la caduta del regime filo-sovietico di Najibullah.
    Sorto negli anni Ottanta, per volere americano (secondo alcuni) e pachistano, in concomitanza con la guerra di liberazione dall’invasore sovietico, il movimento talebano si afferma come forza religiosa ed una volta preso il possesso di Kabul impone la «sharia», la legge islamica, e la messa al bando del consumo di droga, alcool e della prostituzione. Fin qui tutto bene. Ma, presto, i giovani studenti delle scuole coraniche mostrano il loro vero volto. In pochissimi mesi il Paese piomba in pieno Medioevo. Un Medioevo fatto di donne costrette ad indossare il burqa, l’abito che le ricopre dalla testa ai piedi, di imposizioni che hanno dell’incredibile, come il divieto di vedere la Tv o di ascoltare i programmi radio al di fuori di quelli trasmessi da «Radio Sharia», del taglio della barba, eccetera. Divieti fatti rispettare da una «durissima» polizia religiosa che nulla ha da invidiare alla Ceka, alla Stasi o alla Securitate. È doveroso, però, specificare che i talebani sono di origine sunnita, che non sono sciiti, e quindi appartengono alla tradizione meno fondamentalista dell’Islam. Un elemento determinante per la loro vittoria, perché ciò ha assicurato loro il sostegno degli Stati Uniti e del Pakistan. Washington, dal canto suo, voleva mettere fine al caos ingovernabile dell’Afghanistan (per altro alimentato dall’allora consigliere del Presidente Carter, Zbigniew Brezinski), dove era sempre più forte l’infiltrazione politica e religiosa dell’Iran, nemico storico degli Stati Uniti. Anche il Pakistan aveva tutto l’interesse a sostenere i talebani, se non fosse altro per questioni meramente «mercantili». L’Afghanistan, del resto, è da sempre uno dei principali punti di passaggio per i mercati dei Paesi dell’Asia Centrale. Islamabad ha fornito armi in gran quantità ai talebani, e non è un caso che il governo di Benazir Bhutto sia stato il primo a riconoscere il nuovo potere a Kabul.
    Nel 1996, con il colpo di Stato che estromette il governo del Presidente Rabbani per l’Afghanistan, inizia una vita rigida regolata da editti religiosi, con introduzioni di pene per i criminali come la lapidazione, la fustigazione, l’amputazione degli arti e l’indigenza più profonda per il popolo.
    I talebani, chiamati «spietati guerrieri di Dio», nel 1996 accolgono Osama Bin Laden, il terrorista saudita, considerato dagli Stati Uniti «il nemico pubblico numero uno», come un eroe (ma, soprattutto, come grande finanziatore). Nel Paese non esistono Parlamento e istituzioni politiche democratiche.
    Del resto chi crede che morire combattendo apra le porte del Paradiso dei guerrieri non ha nulla da perdere; è pronto al martirio e, difficilmente, disponibile alla resa.
    «Un uomo non muore per qualcosa in cui non crede». Ecco il vero talebano!
(febbraio 2012)