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La colonizzazione francese in Nord America

Dal XVI al XVIII secolo, la Francia avviò e consolidò la sua presenza nel Nuovo Continente, aprendo la strada all’evangelizzazione di vaste aree. In quest’epica missione, esploratori, militari e avventurieri vennero validamente affiancati da numerosi uomini di fede

 

di  Alberto Rosselli

 

 
Il primo tentativo francese di presa di possesso di un qualche territorio del Nuovo Continente venne compiuto, nel 1534, dal Francese Jacques Cartier (1491-1557), impegnato – come altri esploratori inglesi dell’epoca – nella vana ricerca di un passaggio a Nord Ovest del continente: la via più breve per raggiungere direttamente le Indie Orientali evitando il periplo africano. Nel corso di tre viaggi, Cartier ebbe modo di creare i primi, assai precari insediamenti coloniali in Acadia (l’attuale Nuova Scozia). Fondò la cittadella fortificata di Port Royal (l’odierna Annapolis) e risalì il fiume San Lorenzo fino a raggiungere la zona dell’attuale Montréal. Qui sbarcò nuovamente, edificò un piccolo forte e strinse amicizia con le popolazioni indiane del posto appartenenti alla tribù degli Huron. L’opera di Cartier venne poi  affiancata, tra il 1542 e il 1543, da un altro esploratore transalpino, Jean-Francois de La Roque de Roberval1 2.
    Nel corso del XVII secolo, oltre agli Inglesi – che con Martin Frobisher (1535?-1594) ed Henry Hudson (1565-1611) avevano già esplorato le coste settentrionali canadesi e con Humphrey Gilbert (1539-1583) fondato a Terranova (Newfoundland) un primo insediamento – anche altri Europei tentarono di stabilirsi lungo la East Coast Nord Americana. Dal canto loro, i Francesi continuarono nella loro opera costruendo avamposti e centri commerciali nel Nuovo Brunswick e sull’Isola Reale (l’isola di Capo Bretone), dove in seguito edificheranno la prima grande fortezza in pietra del Nuovo Mondo, Louisbourg. Stabilitisi su questi territori ricchi di acqua, pascoli e foreste pullulanti di animali da pelliccia, i Francesi intensificarono i loro sforzi organizzando altre spedizioni nel cuore del continente. Nel 1608, Samuel de Champlain (1567-1635), uomo di profonda intelligenza e cultura (fu cartografo, navigatore, esploratore e soldato) risalì con una piccola flotta il corso del San Lorenzo, fondando la città di Québec e alleandosi con alcune tribù locali. Champlain, tuttavia, dovette fare i conti con l’ostilità degli Indiani Irochesi, contro i quali combatté – a fianco dei fedeli Micmac, Algonchini, Uroni e Montagnais Wyandot, Ojibwa, Ottawa e Shawnee – una dura ma vittoriosa guerra. Dopo avere trasferito in Canada la prima comunità missionaria degli Agostiniani Recolletti (1615), nel 1618, con il consenso di Re Luigi XIII di Borbone (1601-1643), Champlain trasformò Québec nella capitale della Nuova Francia, mettendo a punto un razionale piano di colonizzazione della regione, avvalendosi anche, a partire dal 1625, del contributo fornito dai missionari gesuiti. Dopo la costituzione, avvenuta nel 1627, per volere del Primo Ministro, Cardinale Armand-Jean du Plessis, duca di Richelieu (1585-1642), della «Compagnia dei Cento Associati», nel 1634, Champlain fece esplorare la zona dei Grandi Laghi e fondò Trois Rivières. Nel 1642, sulle rive del San Lorenzo, Champlain ordinò al comandante Paul Chomedey de Maisonneuve (1612-1676) di fondare a monte di Québec l’insediamento di Ville-Marie, nucleo originale dell’attuale Montréal. Sotto il suo energico impulso gli insediamenti francesi del Canada si moltiplicarono rapidamente ed anche la popolazione della colonia cominciò a crescere. Nel 1668, essa contava già alcune migliaia di abitanti e una robusta presenza di uomini e donne di Chiesa (tra cui le suore Orsoline giunte nel 1639).
    Nonostante gli sforzi profusi da Champlain e dai missionari, la colonizzazione della Nouvelle France fu lenta e difficile. Nel tentativo di rafforzare la presenza francese, Champlain predispose che dei giovani francesi vivessero con gli Indiani per impararne la lingua e i costumi. Questi coraggiosi avventurieri (il più noto dei quali fu senza dubbio Étienne Brûlé, 1592-1633), detti coureurs de bois, contribuirono in maniera determinante all’influenza transalpina a Sud ed a Ovest dei Grandi Laghi.
    Dopo avere concesso a Champlain pieni poteri, il Cardinale di Richelieu (Ministro della Marina e delle Colonie dal 1624 al 1642 e consigliere di Re Luigi XIII) pose però dei limiti alla colonizzazione stessa proibendo ai non Cattolici di insediarsi sul territorio d’oltre oceano. I protestanti (ugonotti) furono infatti esclusi da questo piano di sviluppo, e molti di essi scelsero quindi di trasferirsi nelle colonie inglesi della costa atlantica Nord Americana.
    Un primo censimento della Nuova Francia, effettuato nel 1666 dall’intendente Jean Talon conte di Orsainville (1625-1694), conteggiò una popolazione di 3.215 abitanti, sicuramente molti più di quanti ce ne fossero solo qualche decennio prima, ma non ancora sufficienti a garantire una solida «francesizzazione» del territorio. Il censimento palesò una netta differenza nel numero degli uomini (2.304) e delle donne (1.181), disavanzo che indusse Luigi XIV ad inviare oltre oceano più di 700 donne nubili, di età tra quindici e trent’anni, fornite di una dote, note come le «figlie del Re». Nel contempo, il Re diede il suo consenso alla celebrazione di unioni tra nativi battezzati e soggetti appartenenti alla servitù a contratto, i cosiddetti engagés, inviati anch’essi in Nuova Francia come manodopera.
    Tra il 1663 e il 1673, i Francesi iniziarono il consolidamento delle loro posizioni lungo il corso del Mississippi, costruendo avamposti come Détroit, St. Louis e Fort Chartres, congiungendosi con le loro forze che nel frattempo erano sbarcate sul delta del grande fiume, per poi occuparne, nel 1699, i territori circostanti grazie all’operato di René Robert de La Salle (1643-1687) e di Pierre Le Moyne d’Ibreville (1661-1706). Fin dal 1711, la Louisiana godette di un’amministrazione autonoma, ma nel 1738 il territorio, la cui capitale era Nouvelle Orléans, divenne al pari del Canada una colonia regia. Al termine della Guerra di Successione spagnola (1702-1713), la Nouvelle France dovette cedere all’Inghilterra l’Acadia, Terranova e la Baia di Hudson. Queste menomazioni territoriali la isolarono contribuendo a bloccarne il già difficile sviluppo, nonostante i governatori tentassero ancora di estenderne il territorio verso Ovest, in direzione dei Grandi Laghi Occidentali e delle Montagne Rocciose.
    Per tutto il XVII secolo fino alla metà del XVIII, le esplorazioni francesi dei territori Nord Americani procedettero con una certa intensità, superando, numericamente, quelle effettuate da Inglesi e Spagnoli nel medesimo periodo e nello stesso ambito geografico americano. Dal 1600 al 1755, i Francesi fondarono numerosi villaggi e fortini per controllare le nuove regioni da essi scoperte. Nel 1616, Etienne Brûlé (1592-1633), un esperto esploratore che in precedenza Champlain aveva affiliato alla tribù degli Uroni per apprenderne lingua, usanze e modi di vivere, percorse la regione bagnata dal fiume Susquehanna e nel 1621 costeggiò la riva Nord del Lago Huron. Sempre nel tentativo di scoprire il mitico passaggio a Nord Ovest, nel 1633, Jean Nicolet de Belleborne (1598-1642) si avventurò sul Lago Michigan e navigò i fiumi Fox e Wisconsin. Nel 1659, Médard Chouart des Groseilliers (1618-1696) e Pierre-Esprit Radisson (1636-1710) perlustrarono l’alto corso del Mississippi e nello stesso anno Jean Peré, uno dei più famosi coureurs des bois (così erano soprannominati gli esploratori francesi delle foreste), giunse, dopo una marcia estenuante, alla fredda regione della Baia di Hudson, che però trovò – come si è detto – già occupata da coloni inglesi. In questo periodo, anche i missionari francesi dettero un notevole contributo alla scoperta del Nord America, pagando spesso con il martirio la loro dedizione.
    Come spiega lo storico delle missioni Antonio Borrelli, «l’apostolato dei predicatori cattolici si svolse primariamente fra i “pellerossa” della zona; compito non facile, visto il loro carattere sospettoso e mutevole; i primi successi relativi si ebbero con la tribù più vicina degli Uroni; i Gesuiti usarono il metodo di farsi “selvaggi fra i selvaggi”, cioè adottare e adattarsi agli usi e costumi locali, avvicinandosi alla mentalità degli Indiani, cercando di comprendere le loro debolezze, riti, superstizioni. Ma dopo il 1640, la tribù degli Uroni fu attaccata ferocemente da quella degli Irochesi, per natura più combattivi e crudeli, più intelligenti e perspicaci e dotati di veloci cavalli; la guerra tribale fu violenta, portando allo sterminio quasi totale degli Uroni e annullando così l’opera dei missionari. E nel contesto di questa guerra fra Uroni ed Irochesi, persero la vita gli otto martiri gesuiti, che in varie date testimoniarono con il loro sangue la fede in Cristo, suscitando negli stessi Irochesi, una tale ammirazione di fronte al loro coraggio, nell’affrontare le crudeli e raffinate sevizie, che usavano per torturare i loro nemici, da giungere a divorare il cuore di alcuni di loro, per poterne secondo le loro credenze, assimilare la forza d’animo ed il coraggio. E come si diceva degli antichi martiri cristiani: “Il sangue di questi è seme di nuovi cristiani”, così il loro sacrificio non fu inutile, perché nei decenni successivi la colonia cattolica riprese vigore e si affermò saldamente in quei vasti Paesi. I martiri furono beatificati il 21 giugno 1925, dal grande “Papa delle Missioni” Pio XI e dallo stesso Pontefice canonizzati il 29 giugno 1930. Citiamo i loro nomi: sacerdoti Carlo Daniel, Giovanni De Brébeuf, Gabriele Lalemant, Carlo Garnier, Natale Chabanel; fratello coadiutore Renato Goupil, sacerdote Isacco Jogues e il fratello coadiutore Giovanni de la Lande. Ricorrenza liturgica per tutti al 19 ottobre. Carlo Garnier nacque a Parigi il 25 maggio 1605 e studiò nel Collegio dei Gesuiti di Clermont; a diciannove anni entrò nella Compagnia di Gesù, fondata da Sant’Ignazio de Loyola e ordinato sacerdote nel 1635. Dopo appena un anno, l’8 aprile 1636 a trentun anni, si imbarcò per il Canada giungendo il 10 giugno a Québec, allora colonia francese come tutto il vasto territorio, che sarà poi motivo di contrasto e guerre con gli Inglesi, altri colonizzatori. Il 13 agosto 1636, raggiunse con una canoa di pellerossa, il territorio degli Indiani Uroni. Si stabilì prima ad Ihonitiria e poi ad Ossossané apprendendo con rapidità la loro lingua e usanze e impegnandosi alacremente alla loro evangelizzazione, pur se contrastato dai locali stregoni, che attribuivano ai suoi malefici, lo scoppio di una mortale pestilenza. Ma padre Carlo Garnier, proprio in occasione dell’epidemia, dimostrò tutto il suo coraggio e la sua sollecitudine verso gli ammalati, che curò con passione, trasportandoli anche a spalle per lunghe distanze; sopportando la sporcizia e il puzzo delle piaghe; consolando i moribondi e quelli che avevano subito torture, nelle guerre tribali. Si meritò il titolo di “Agnello” e di “Angelo delle Missioni”. Nonostante ciò, nel 1637, gli stregoni convinsero gli Uroni di quei villaggi di distruggere la Missione, al punto che padre Carlo Garnier scrisse il 28 ottobre 1637, una lettera-testamento al superiore di Québec. Tranquillizzatasi alquanto la pericolosa situazione, egli fu richiamato nella sede di Santa Maria e nel 1639 incaricato di evangelizzare la Nazione del “Tabacco” posta a Sud della Baia Georgiana. Vari tentativi fatti dal 1640 al 1646 ebbero esiti negativi, finché nel 1646 riuscì a fondare due Missioni ad Etbarita nel “clan del lupo” e ad Ekarreniondi nel “clan del cervo”, che chiamò rispettivamente di San Giovanni e di San Mattia. Ma nel 1649 il 7 dicembre, la Missione di San Giovanni a Etbarita, fu attaccata dai feroci Irochesi che ne sterminarono gli abitanti; lo stesso padre Garnier fu colpito da due colpi di moschetto al petto e alla coscia e finito con due colpi di scure al capo; gli Irochesi alleati degli Inglesi, erano riforniti di armi da fuoco da quest’ultimi. Il suo corpo fu recuperato da altri missionari due giorni dopo e seppellito in mezzo alle rovine della cappella. È ricordato il 7 dicembre, giorno del martirio».
    Nel 1669, i Sulpiciani François Dollier de Casson (1636-1701) e Gallivée esplorarono il Lago Ontario e videro per primi le cascate del Niagara, mentre nel 1683 Louis Jolliet (1645-1700) e padre Jacques Marquette (1637-1675) effettuarono una lunga e meticolosa ricognizione del Mississippi discendendone il corso a bordo di canoe, da Nord a Sud. Sempre intorno al 1680, un altro gesuita, padre Louis De Hennepin percorse il fiume Illinois fino alla sua confluenza con il Mississippi. Qui venne catturato dagli Indiani Sioux che per diversi anni lo tennero prigioniero in un loro villaggio situato nel lontano Minnesota. Nel 1683, il già citato cavaliere René Robert Cavelier, Sieur de La Salle completò, affiancato da un ufficiale di origini italiane, Henri de Tonti (1649-1704), l’esplorazione del Mississippi visitandone il delta e fondandovi alcuni avamposti. Con la morte di de La Salle – assassinato nel 1684 da un ammutinato nel corso di un’esplorazione delle coste del Texas – si concluderà la grande epopea francese nel continente settentrionale, così come nel 1542 l’ultimo viaggio di Francisco Vázquez de Coronado (1510-1554) aveva posto fine alle similari operazioni spagnole nel medesimo scacchiere.
 
Note

1 Jacquin, Philippe, Storia degli Indiani d’America, Arnoldo Mondadori Editore, 1984, capitolo 4, pagina 92.
«Gli Europei rimasero influenzati dalla cultura indiana. Nel Nuovo Mondo essi si sentivano degli estranei ed ignoravano tutto sulla natura che li circondava. Dovettero molto agli Indiani se riuscirono a sopravvivere in un ambiente tanto difficile. Impararono ad usare la canoa (di corteccia di betulla) per navigare i corsi d’acqua, le racchette da neve e iniziarono ad utilizzare i finimenti per i cani da slitta. La conoscenza delle nuove piante mutuata dagli Indiani risultò importantissima. Molti coloni europei cambiarono addirittura le loro abitudini alimentari con la scoperta del granturco, dei fagioli, delle zucche e delle patate. Dagli Indiani impararono anche a fumare il tabacco e a utilizzarne la foglia anche come medicamento».
2 Idem, pagina 85.
«Mentre le truppe di Cartier svernano nei pressi del fiume San Lorenzo, durante la spedizione del 1535-36, i Francesi scoprono che gli Indiani conoscono da tempo un efficace rimedio contro lo scorbuto (malattia causata da carenza di vitamina C). Durante l’inverno, gli indigeni si difendono da questo male bevendo un infuso di succo di foglie chiamato “annedda”, ricavato dal cedro bianco o “thya occidentalis”. Questa tisana permette a Cartier di curare con successo molti suoi uomini affetti dalla pericolosa forma di disvitaminosi».

Pubblicato su «Storia Verità».
www.storiaverita.org
(marzo 2013)