La
lingua e la cultura occitana
Tra
storia e leggenda le vicissitudini di un popolo e di una tradizione
di Alberto
Rosselli
Quando
nel XIII secolo i linguisti italiani, primo fra tutti Dante Alighieri,
tentarono una prima classificazione di massima degli idiomi
«romanzi», tutti gli studiosi presero come
fondamentale
riferimento la particella che nelle varie lingue solitamente indica
l’affermazione. Dante, nella fattispecie, rilevò
su questa
base tre particolari e distinti idiomi: la lingua d’oc
(l’occitano), la lingua d’oil (il francese) e la
lingua del
sì, cioè l’italiano. E per designare
l’insieme dei territori nei quali veniva usato il primo
idioma,
cioè la lingua d’oc, venne coniato, nel 1290, il
termine
geografico-culturale di Occitania, la cui radice
«oc»
deriva dal latino hoc
est.
Dal punto di vista fisico
l’Occitania è
una regione abbastanza ben definita, delimitata dal Mediterraneo, dai
Pirenei, dall’Oceano Atlantico, dal Massiccio Centrale dalle
montagne del Delfinato e dalle Alpi Occitane sul versante italiano.
La storia della lingua occitana
è molto
antica, affascinante e per certi versi misteriosa. L’area di
sviluppo di questa civiltà conobbe in epoca pre-romana
influssi
ellenici, in quanto i Greci, come è noto, fondarono diverse
e
importanti colonie in tutta la Provenza, incluse le attuali Marsiglia,
Nizza, Antibes e Agde. Tuttavia, per potere osservare un primo deciso
tentativo di autentica colonizzazione linguistica della regione
occitana bisognò attendere l’espansione militare e
politica di Roma in Gallia. Prima il governo della Repubblica e poi gli
Imperatori trapiantarono nel Midi le radici di una cultura profonda che
proprio attraverso il latino iniziò a modificare la
comunicazione verbale delle popolazioni occitane. Nel periodo tardo
imperiale e, soprattutto, durante le invasioni barbariche del V e VI
secolo e le successive scorrerie arabe, la lingua occitana
captò
giocoforza alcuni influssi (in verità piuttosto scarsi) di
matrice germanica (elementi gotici e franchi) e, forse in misura ancora
minore, di origine berbera e semitico-ebraica. L’occitano
è attualmente considerato a tutti gli effetti un idioma a
sé stante, molto ben definito, appartenente di diritto al
gruppo
delle nove lingue romanze (assieme all’italiano, al francese,
al
portoghese, allo spagnolo, al catalano, al sardo, al rumeno e al
ladino). I primi scritti in lingua d’oc sono databili al 900
dopo
Cristo, mentre i primi versi dei troubadour
(cioè i trovatori) risalgono al 1100 (ricordiamo a questo
proposito le liriche del duca di Aquitania Guglielmo IX). Dal
1100 al 1200, la lingua e la letteratura d’oc iniziano a
diffondersi in tutta Europa e molti poeti italiani, catalani e francesi
adottano la lingua occitana per esprimere il loro ardore amoroso e la
loro immaginazione. Durante questo periodo aureo, la lingua dei troubadour
assume una sua precisa fisionomia ed uniformità che la
caratterizzeranno fino alla metà del XIII secolo, quando
inizierà il processo di frammentazione dialettale indotto,
in
parte, dal declino politico ed economico dei feudi occitani
(Carcassonne fu tra i più importanti) entrati in conflitto
con
il potere regio francese e con la Chiesa romana.
La sempre più evidente
ostilità
palesata dalla popolazione occitana nei confronti dei rappresentanti
del potere cattolico e la concomitante diffusione di pratiche religiose
alternative (il settarismo càtaro), indispettirono ben
presto
sia il Papato che la Corona francese, entrambi preoccupati di avere a
che fare con un pericoloso crogiuolo di eresie religiose, politiche e
anche culturali. Infatti, a gettare un’ombra demoniaca
sull’esistenza e sulle tradizioni occitane
contribuì
senz’altro lo strenuo orgoglio dei trovatori locali che, in
quanto cantori di un amore libero, profondamente impregnato di umana e
quasi pagana passione, respinsero con fermezza qualsiasi
indottrinamento culturale, allontanandosi sempre più dai
modelli
narrativi e lirici di matrice cattolica. Stereotipi, questi ultimi, di
un cantico d’amore squisitamente spirituale e casto: retaggio
della tradizione cattolica alto-medioevale. E fu proprio in questo
clima che andò caratterizzandosi l’autonoma e
originale
esistenza dei feudi meridionali francesi che aderirono
all’eresia
càtara (movimento religioso di origine bulgara, libertario e
rigoroso al tempo stesso, naturalista, quasi pagano nella sua strana
ritualità; ostile alla tradizione cattolica romana). Il
fenomeno
càtaro intersecandosi con il principio di autonomia
culturale
sostenuto dall’intellighenzia occitana innescò un
violento
ed inevitabile scontro con la Chiesa che, dopo avere tentato di
riportare alla ragione i principi e gli esponenti dell’eresia
del
Midi, decise di passare alla forza, appoggiandosi alla
nobiltà
francese fedele al credo romano. Tra il 1208 e il 1242, le armate al
comando dei principi francesi fedeli al Papato organizzarono una vera e
propria Crociata contro i Càtari (o Albigesi) per estirpare
al
più presto quello che venne definito il «cuore
ribelle di
Francia». Sterminati, dopo una lunga e feroce guerra nel
corso
della quale entrambe le parti si macchiarono di orrendi crimini, i
nobili e le popolazioni del Midi càtaro sopravvissuti
all’olocausto cercarono rifugio nei castelli disseminati
intorno
alla roccaforte principale di Carcassonne, resistendo ancora per un
certo tempo, per poi soccombere definitivamente alla metà
del
XIII secolo. Seppur completato lo sterminio dei ribelli
càtari e
ristabilito il dominio del potere cattolico su tutta la regione, alcuni
gruppi di superstiti, rifugiatisi nelle più remote valli dei
Pirenei e delle Alpi Occidentali, iniziarono a tramandarsi, di
generazione in generazione, il retaggio di una cultura e di una lingua
che ancora oggi mantengono relativamente integre le loro radici. Nel
1400, nonostante i veti della cultura ufficiale francese, molti
intellettuali occitani continuarono a scrivere opere e poemi
(addirittura alcune traduzioni della Bibbia)
nella loro lingua madre, mantenendo vivo un idioma forse destinato a
scomparire. Nella fattispecie furono i Valdesi stanziati nelle valli
piemontesi Pellice, Germasca e Chisone, ad inaugurare la produzione
letteraria occitana «italiana». Nel 1539, il Re di
Francia
Francesco I, con l’editto di Villers-Cotterets,
abolì e
bandì ufficialmente l’uso della lingua
d’oc
degradandola al ruolo di parlata regionale, e imponendo la lingua
d’oil. Destinata quest’ultima a diventare, sia nel
contesto
culturale nazionale che in quello amministrativo e burocratico, la
lingua di Stato francese (è da notare che, ancora per
qualche
tempo, la parlata occitana sopravvisse negli atti emanati dal
parlamento del Regno di Navarra). Dal Seicento in avanti, i linguisti
francesi catalogarono l’occitano alla stregua di un semplice
patois (o dialetto regionale), non mancando di attribuire a questo
termine un chiaro significato diminutivo se non addirittura
dispregiativo. Poi, la Rivoluzione Francese, in nome della
«fraternità e
dell’uguaglianza» (sic!),
cercò di eliminare le ultime tracce della lingua e della
cultura
occitana che, al pari di quelle bretone e basca, vennero considerati
retaggi della vecchia società feudale.
La protervia e la violenza con le quali
la cultura
ufficiale francese (sia quella regia che rivoluzionaria) ha
sempre cercato di sopprimere la minoranza linguistica occitana non ha
comunque impedito a quest’ultima di resistere fino ai nostri
giorni, grazie al contributo di personalità di notevole
coraggio
e spessore, tra cui il grande poeta Fréderic Mistral.
Nel 1854, il giovane Mistral
fondò con altri
poeti ed estimatori della lingua d’oc il Felibrige, un
movimento
destinato a riportare in auge l’intera letteratura occitana.
E
nel 1907, lo scrittore (autore, tra l’altro, del poderoso
dizionario Lou Tresor
dou Felibrige)
fu insignito del premio Nobel per la letteratura: un riconoscimento
importantissimo che servì non poco a rivalutare, anche agli
occhi dei più spocchiosi e arroganti intellettuali francesi
del
Nord, la forza e il contributo apportato dalla cultura occitana allo
sviluppo della letteratura e della poesia nazionali. Dopo la Seconda
Guerra Mondiale, nacque l’«Institut
d’Estudis
Occitans» e negli anni Cinquanta una nuova importante figura,
François Fontan, teorizzò il diritto dei popoli a
riscoprire la loro antica identità attraverso lo studio
della
lingua primigenia. Alla fine degli anni Sessanta, la
«questione
occitana» divenne di attualità anche nelle valli
piemontesi dove nacquero gruppi culturali, movimenti politici (alcuni
dei quali addirittura paramilitari) e soprattutto molte formazioni
musicali giovanili legate alla tradizione. In questo fervido contesto
si sviluppò anche una vivace attività editoriale
e
perfino giornalistica mirata alla riscoperta dei valori e della cultura
occitani. Ancora oggi, infatti, lungo le vallate alpine occidentali del
Monregalese e della provincia di Torino (dove non meno di duecentomila
persone parlano abitualmente l’occitano o dialetti molto
simili)
non è difficile imbattersi in intere comunità
montane
che, distaccate dalle mode e non ancora contaminate dalla dilagante
globalizzazione culturale ed economica, onorano l’antica
madrelingua e le tradizioni attraverso il canto, la musica,
l’arte, la ritualità folcloristica ed altre
manifestazioni
dell’intelletto e dell’ingegno come le pratiche
agricole,
quelle pastorali, l’artigianato e l’architettura.
(anno 2003)