Le
Crociate
Guerre
sante o affari d’oro?
di Simone
Valtorta
Un
grande avvenimento turba la vita europea nel primo secolo dopo il
Mille: la Crociata. Si tratta di una guerra atroce, una guerra che
coinvolge ingenti masse d’uomini, ben diversa dalle guerre
fra
città e città, o fra feudatario ed Imperatore:
è
una guerra contro gli «infedeli», contro i
musulmani. Una
guerra «santa».
Il Mediterraneo dell’XI secolo
poggia su un
fragile equilibrio: ad Ovest, i Regni della Cristianità
latina;
a Nord-Est, l’Impero Bizantino; a Sud, il mondo arabo, dalla
Spagna degli Almohadi fino al Vicino Oriente. Un mondo civile, quello
arabo, dove i Cristiani – non gli Ebrei – devono
pagare una
tassa sulla religione e sono esclusi dall’istruzione
superiore
(così in Persia), ma che per quei tempi può anche
definirsi «illuminato»; a Gerusalemme vivono
Cristiani ed
Ebrei a contatto coi musulmani, e i pellegrini hanno libero accesso ai
Luoghi Santi.
Ma da Oriente giungono le orde dei
Turchi
Selgiuchidi, che, dopo aver strappato Gerusalemme e la Siria agli Arabi
Fatimidi, nel 1071 annientano l’esercito bizantino nella
battaglia di Manzicerta e invadono l’Anatolia. I Turchi si
dimostrano padroni ben diversi dagli Arabi: impediscono ai pellegrini
cristiani l’accesso ai Luoghi Santi, torturandoli od
uccidendoli.
La
Prima Crociata
Nel secolo XI, si è largamente diffuso in Europa il concetto
di
«guerra per la fede». Tra il 1062 e il 1064, Papa
Alessandro II accorda un’indulgenza plenaria (il perdono di
tutti
i peccati) a coloro che combattono contro i musulmani; tale decisione
suscita la partecipazione di numerosi cavalieri della Francia
Settentrionale e della Borgogna alla Reconquista
spagnola, che culmina nella presa di Toledo (1085). Nel 1074, Papa
Gregorio VII progetta di accorrere in aiuto dei Cristiani Orientali
alla testa di un esercito di cavalieri dell’Occidente, come
Dux e
Pontifex: la Chiesa ha un’autorità morale immensa
presso i
principi europei e il movimento della Pace di Dio, che tende a sedare
la violenza della classe guerriera all’interno della
società, permette di rivolgerla contro gli infedeli per
liberare
il Sepolcro di Cristo; oltretutto il Papa mira anche alla
riunificazione della Chiesa greca con quella romana.
Nel 1095, dopo la costituzione in Asia
Minore del
Sultanato di Iconio, la stessa Costantinopoli è minacciata
dai
Turchi; è allora che l’Imperatore Bizantino
Alessio I
Comneno invia una legazione al Papa Urbano II, al sinodo di Piacenza,
invocando aiuto. Il 26 novembre dello stesso anno, al Concilio di
Clermont, il Papa chiama a raccolta tutti i principi della
Cristianità. La sua voce autoritaria si leva accanto a
quella
appassionata di Pietro di Amiens (più noto come Pietro
l’Eremita), un grande predicatore che infiamma il popolo, e
subito una folla intera si mette in marcia verso l’Oriente al
grido «Dio lo vuole!»; la parola d’ordine
diventa
«Gerusalemme» e a simbolo della Crociata viene
scelta la
croce bianca – da qui il nome di
«Crociati»
(«segnati con la Croce di Cristo») a coloro che
portano la
croce dipinta sullo scudo: «prendere la croce»
significa
identificarsi con il Redentore, accettare, nella certezza della
salvezza, di rivivere le Sue sofferenze e il Suo martirio negli stessi
luoghi della Passione.
Nel linguaggio popolare, le Crociate
sono spesso
definite «guerre sante»; in realtà, il
concetto di
guerra santa, cioè di guerra comandata da Dio, se
è
presente nell’Ebraismo e nell’Islam, è
del tutto
estraneo al Cristianesimo. La Crociata è definita un
«pellegrinaggio in armi»: ai pellegrini, che fin
dai primi
tempi della Chiesa si recano in Palestina (un flusso intensificatosi
proprio nell’XI secolo, in seguito al rifiorire della
devozione
religiosa), viene fatto divieto di portare armi. Ecco, allora, che i
Crociati dovrebbero essere semplicemente la loro scorta durante il
viaggio in territori ostili, tra catene montuose, pianure desertiche,
fiumi, agguati dei Turchi: in realtà, molte Crociate
dureranno
anni e i combattenti, vinti dal colera, dalla peste, dalla dissenteria,
dalla fame, ritorneranno vecchi e stremati alle loro case.
Una serie di fattori favoriscono la
spinta verso
l’Oriente e lo sviluppo della Crociata, e non tutti hanno a
che
fare con la sfera del sacro: ascetismo, ma anche desiderio
d’avventura, sentimento cavalleresco, bisogno di sottrarsi
alle
prepotenze feudali oppure brama di ingrandire il proprio dominio e la
propria autorità, sviluppo commerciale e mercantile. Lo
stesso
termine di Crociata, se inizialmente riguarda la dimensione della fede,
col trascorrere del tempo passerà ad indicare qualsiasi
azione
di propaganda fervida ed ampia per una causa ritenuta giusta; nel corso
della prima metà del XX secolo, il termine avrà
un
impiego soprattutto in ambito politico-ideologico (si
parlerà di
crociate anticomuniste o antifasciste), venendo così a
significare un impegno cieco ed ottuso contro la parte avversa; mentre
negli ultimi decenni si è riscoperto un uso etico-umanitario
del
termine (crociata contro la fame nel mondo, crociata in favore dei
diritti umani…), per una battaglia condotta in modo pacifico
e
senza spargimento di sangue.
Ma torniamo al Medioevo. Prima ancora
che, in
risposta all’appello papale, vengano formati gli eserciti,
nel
1096 una marea entusiasta di gente umile, uomini e donne e persino
ragazzi, prende la via dell’Oriente. È guidata da
predicatori come Pietro l’Eremita, che infiammano
l’ardore
del popolo con le loro prediche, ma che si dimostrano guide totalmente
inadeguate; a loro si uniscono anche avventurieri senza scrupoli che
commettono molte atrocità: lungo il cammino hanno luogo
numerosi
massacri di Ebrei. Quando giungono sulle coste dell’Asia
Minore,
la fame e le malattie hanno decimato tutti questi fanatici volontari:
traghettati oltre il Bosforo, si daranno al saccheggio e saranno facile
preda dei Turchi.
Giungono invece alla méta le
milizie
cristiane «ufficiali», dalle quali sono esclusi i
sovrani
scomunicati Enrico IV di Germania e Filippo I di Francia. A guidarle
sono Roberto di Normandia (Francesi del Nord), Goffredo di Buglione,
Baldovino di Fiandra, Roberto II di Fiandra (Lorenesi e Fiamminghi),
Raimondo di Tolosa (Francesi del Sud), Boemondo di Taranto e suo nipote
Tancredi (Normanni d’Italia); a loro si uniscono contingenti
minori d’ogni parte dell’Europa Occidentale.
Adhemar,
Vescovo di Puy, è il delegato pontificio alla Crociata.
L’esercito, tipicamente feudale, è costituito da
vari
contingenti, ognuno dei quali obbedisce solo al proprio capo; si
tratta, per lo più, di cadetti di nobili famiglie ansiosi di
conquistarsi domini personali. Come si può notare, tutti i
condottieri sono di lingua francese, donde il soprannome di
«Crociata dei Francesi» dato alla Prima Crociata:
e, nei
Paesi Islamici, la parola «Ferenghi»
(cioè
«Franchi», «Francesi»)
è passata a
designare tutti gli Europei.
I Crociati seguono una via di terra:
dopo il
fortunato assedio di Nicea e la vittoria sul Sultano di Iconio presso
Dorileo, Antiochia cade per tradimento dopo sette mesi di assedio. Un
esercito di soccorso, guidato da Kerboga, Emiro di Mossul, viene messo
in fuga da una vittoriosa sortita dei Crociati.
Gerusalemme, che nel frattempo
è stata
ripresa dagli Arabi, viene espugnata il 15 luglio 1099 dopo cinque
settimane di assedio. Il massacro che ne segue è atroce:
scrive
un testimone oculare, il prete Raimondo di Agiles, che «si
videro
cose meravigliose. Numerosi Saraceni vennero decapitati…
altri
uccisi da frecce o costretti a gettarsi dalle torri; altri ancora
vennero torturati per parecchi giorni e poi buttati nelle fiamme. Per
le strade si potevano vedere pile di teste e mani e piedi. Si cavalcava
ovunque tra cadaveri di uomini e cavalli». I vincitori si
precipitano nella chiesa del Santo Sepolcro e qui, abbracciandosi
l’un l’altro, piangono di gioia e ringraziano Dio
misericordioso.
Le
armi della vittoria
I Crociati giungono sotto le mura di Gerusalemme più di tre
anni
dopo la loro partenza. Hanno vinto tutte le battaglie ed hanno
conquistato Nicea, Edessa, Antiochia, Tripoli di Siria. Il prezzo
è stato però altissimo: di 100.000 fanti e 60.000
cavalieri ch’erano alla partenza, sono ridotti a soli 40.000.
La
conquista della città non si rivela affatto facile:
nell’assedio e nella battaglia finale, i Crociati impegnano
tutti
i mezzi che la tecnica bellica del tempo pone a loro disposizione. E se
la vittoria arride loro, ciò si deve non solo al valore dei
combattenti (valore spronato anche dall’idea di combattere in
difesa della Vera Fede), ma anche a questo grande dispiegamento di
macchine da guerra.
In un assedio vengono usate macchine da
gitto per il
lancio di proiettili, macchine da percossa per aprire brecce e macchine
da assalto per proteggere i soldati nell’avvicinamento alle
mura.
Le principali macchine da gitto usate
dai Crociati
sono mangani e trabucchi: consistono in una robusta trave fissata su un
perno fra due alti cavalletti, in grado di ruotare.
All’estremità del braccio più lungo vi
è una
«tasca» capace di contenere il proiettile;
all’estremità del braccio più corto vi
è un
pesante contrappeso, che tende a sostenere in alto l’altra
estremità. Per far agire la macchina si abbassa, tirandola
con
funi, l’estremità provvista della tasca, nella
quale si
colloca il proiettile; il contrappeso viene ora ad essere portato in
alto, ma appena si mollano le funi, esso ripiomba in basso facendo
ruotare velocemente verso l’alto
l’estremità
dov’è posto il proiettile. Una sbarra
opportunamente
disposta arresta bruscamente ad un certo punto questa rotazione; il
proiettile, allora, schizza violentemente in avanti. Da calcoli fatti
risulterebbe che un trabucco, avendo il braccio che reca il proiettile
lungo sei metri, quello col contrappeso lungo due metri, e un
contrappeso di tre tonnellate, può lanciare un proiettile di
cento chili a circa settantasei metri di distanza; ma si crede che i
Crociati ne abbiano costruiti di ancora più potenti.
Sembra che i Crociati abbiano appreso a
costruire
queste armi a contrappeso dai loro stessi nemici, gli Arabi: quelle
usate in precedenza avevano come mezzo di propulsione tendini di
animali o corde ritorte.
I mangani e i trabucchi, oltre alle
pietre, lanciano
certi proiettili chiamati «bombe»: consistono in
barili o
recipienti di terracotta pieni di una sostanza incendiaria, chiamata
«fuoco greco» (perché inventata dai
Bizantini). Si
tratta di un miscuglio di nafta, pece, resine e zolfo, che viene acceso
prima del lancio. Il recipiente, giungendo a destinazione, scoppia
spandendo la sostanza infuocata – si tratta di un primo rozzo
lanciafiamme. Poiché tutte le macchine belliche sono
costruite
in legno, con queste bombe incendiarie si possono recare al nemico
danni gravissimi. Il fuoco greco resterà per due secoli
l’arma più potente del mondo, e sarà
per merito suo
che Costantinopoli riuscirà a resistere a tutti gli assedi
fino
al 1453.
L’arcobalista serve a lanciare
contro i nemici
frecce pesanti, sbarre di ferro incandescenti, aste di legno impregnate
di materie incendiarie: non è altro che un grosso arco
montato
su un robusto telaio provvisto di ruote. L’arcobalista viene
usata moltissimo perché è facile a spostarsi e
consente
una buona precisione nel tiro.
Le macchine da percossa per abbattere
porte ed
aprire varchi nelle mura sono gli arieti, identici a quelli usati dai
Romani. Per proteggere gli uomini che li muovono, gli arieti vengono
chiusi in gabbie coperte da pelli bagnate perché non possano
venire incendiati.
Passiamo ora alle macchine da assalto. I
mantelletti
sono ripari di legno, resi mobili per mezzo di piccole ruote, dietro ai
quali i Crociati si proteggono dalle frecce e dai proiettili nemici
mentre avanzano verso la città assediata.
I gatti o tettoie mobili sono delle
lunghe capanne
mobili; avanzano scorrendo su rulli disposti sul terreno e servono a
riparare gli assalitori dalle frecce, dalle pietre, dalla pece e
dall’olio bollenti lanciati dagli assediati. Protetti da
queste
tettoie, i Crociati possono avvicinarsi al fossato scavato davanti alle
mura di Gerusalemme e versarvi dentro materiale in quantità,
fino a colmarlo, così che le torri mobili ed i soldati con
le
scale possono accostarsi ai bastioni.
Se un assalto deve essere effettuato di
sorpresa,
oppure con una gran massa di uomini, le torri mobili non possono
servire: si ricorre allora alle scale. Con un fitto bombardamento
effettuato dai mangani e dalle torri si tenta di costringere i
difensori ad abbandonare un tratto delle mura; allora, rapidamente, si
innalza un gran numero di scale dalla cima delle quali gli assalitori
balzano sugli spalti. Vi sono scale di molti tipi: smontabili,
pieghevoli, munite di uncini per aggrapparsi alle mura.
Ma le macchine belliche che determinano
la vittoria
dei Crociati nell’assedio di Gerusalemme sono le torri
mobili,
molte delle quali sono state portate da Guglielmo Embriaco, il capo dei
Crociati genovesi. Costruite a Genova ed imbarcate, a pezzi, sulle navi
della flotta ligure fino in Siria, sono state poi trascinate via terra
dall’esercito fin sotto le mura di Gerusalemme; qui, abili
carpentieri hanno provveduto a montarle.
È una di queste colossali
macchine che,
abilmente manovrata, determina la prima rottura nello schieramento
difensivo musulmano. Infatti i guerrieri che stanno sulla cima di
queste torri possono colpire dall’alto i difensori della
città e, al momento opportuno, balzare sulle mura.
La
Crociata vista dagli Arabi
È interessante a questo punto spostare il punto di vista,
considerare la conquista di Gerusalemme con gli occhi dei vinti,
vedendo così rovesciarsi la tavola dei valori. Il testo che
segue è di Ibn al-Athir: «Gerusalemme apparteneva
a Tag
ad-dawla Tutùsh, che l’aveva concessa in feudo
all’Emiro Suqmàn ibn Artùq il
Turcomanno. Ma,
quando i Franchi vinsero i Turchi sotto Antiochia e ne fecero strage,
questi si indebolirono e dispersero e allora gli Egiziani, vista la
debolezza dei Turchi, marciarono su Gerusalemme sotto il comando di
al-Afdal ibn Badr al-Giamali, e la assediarono. Erano nella
città Suqmàn e Ilghazi figli di Artùq,
il loro
cugino Sunig e il loro nipote Yaquti. L’Egiziano
montò
contro Gerusalemme più di quaranta macchine
d’assedio, che
demolirono vari punti delle mura; gli abitanti si difesero, e la lotta
e l’assedio durarono più di quaranta giorni. Alla
fine,
gli Egiziani si insignorirono della città per capitolazione
nello sha‘bàn del 489 [agosto 1096; in
realtà
l’anno è sbagliato, Gerusalemme fu presa dagli
Egiziani
nell’agosto del 1098]. Al-Afdal trattò
generosamente
Suqmàn, Ilghazi e i loro compagni, fece loro larghi
donativi, e
li lasciò andare; ed essi si recarono a Damasco, e poi
passarono
l’Eufrate, e Suqmàn si fermò ad Edessa,
mentre
Ilghazi se ne andò nell’Iraq. Gli Egiziani misero
come
luogotenente in Gerusalemme un certo Iftikhàr ad-dawla, che
vi
restò fino al momento di cui parliamo.
Contro Gerusalemme mossero dunque i
Franchi dopo il
loro vano assedio di Acri, e giunti che furono la strinsero
d’assedio per oltre quaranta giorni. Montarono contro di essa
due
torri, l’una delle quali dalla parte di Sion, e i musulmani
la
abbruciarono uccidendo tutti quelli che c’eran dentro; ma
l’avevano appena finita di bruciare che arrivò un
messo in
cerca d’aiuto, con la notizia che la città era
stata presa
dall’altra parte: la presero infatti dalla parte di
Settentrione,
il mattino del venerdì ventidue sha‘bàn
[15
luglio]. La popolazione fu passata a fil di spada, e i Franchi stettero
per una settimana nella terra menando strage dei musulmani. Uno stuolo
di questi si chiuse a difesa nell’Oratorio di Davide [la
Torre di
Davide, nella cittadella di Gerusalemme], dove si asserragliarono e
combatterono per più giorni; i Franchi concessero loro la
vita
salva, ed essi si arresero, e, avendo i Franchi tenuto fede ai patti,
uscirono di notte verso Ascalona, e lì si stanziarono. Nel
Masgid al-Aqsa invece i Franchi ammazzarono più di
settantamila
persone [cifra, questa, gonfiata oltremisura], tra cui una gran folla
di imam e
dottori musulmani,
devoti e asceti, di quelli che avevano lasciato il loro Paese per
venire a vivere in pio ritiro in quel Luogo Santo. Dalla Roccia [la
Moschea d’Omar, costruita sulla roccia da cui secondo i
musulmani
Maometto ascese al cielo] predarono più di quaranta
candelabri
d’argento, ognuno del peso di tremilaseicento dramme, e un
gran
lampadario d’argento del peso di quaranta libbre siriane; e
dei
candelabri più piccoli centocinquanta d’argento e
più di venti d’oro, con altre innumerevoli prede.
I profughi di Siria arrivarono a Baghdad
nel mese di ramadan,
col cadi
Abu Sa‘d al-Hàrawi, e tennero nella Cancelleria
califfale
un discorso che fece piangere gli occhi e addolorò i cuori.
Il
venerdì vennero nella moschea cattedrale, e chiesero aiuto,
piansero e fecero piangere, narrando quel che i musulmani avevan
sofferto in quella Città santa: uomini uccisi, donne e
bambini
prigionieri, averi predati. Per i gravi disagi sofferti, arrivarono a
rompere il digiuno».
Conquiste
effimere
I principi crociati che hanno partecipato alla Prima Crociata si
spartiscono le terre conquistate costituendo diversi Stati Feudali;
ciascuno dei principi assegna feudi minori ai suoi vassalli. Si crea
così il Regno di Gerusalemme: i Crociati eleggono sovrano
Goffredo di Buglione, uomo di eccezionale onestà, che assume
però soltanto il titolo di «Difensore del Santo
Sepolcro»; alla sua morte gli succede il fratello Baldovino,
che
accetta il titolo di Re; un codice feudale, l’Assise di Gerusalemme,
regola i rapporti fra il Re e i suoi vassalli. Stati Feudali minori
sono il Principato di Antiochia, le Contee di Edessa e di Tripoli;
Antiochia e Gerusalemme diventano sedi di patriarcati latini. Ma la
vita di questi Stati Latini d’Oriente non è
facile, minata
dalle continue lotte dei principi normanni di Antiochia con i
Bizantini, e di quelle intestine tra i vari signori feudali,
nonché dai persistenti contrasti tra i vari gruppi etnici.
Da ora in avanti, il rilancio della
Crociata
porrà sempre in primo piano la difesa di questi territori.
Viene
peraltro sempre utilizzata la via marittima, più rapida
–
che presuppone l’esistenza di accordi commerciali e politici
con
le Repubbliche Marinare Italiane, le sole che dispongono di flotte
adeguate. Prima ad intervenire è Genova, poi Pisa ed infine
Venezia, che ne ricaverà il maggior utile: le tre
città
si affrettano a stabilire sulle coste dell’Asia molte
rappresentanze commerciali.
Per mantenere le conquiste cristiane,
sorge un nuovo
tipo di monaco, che concilia l’ideale ascetico con quello
cavalleresco: monaco e guerriero allo stesso tempo. Il compito di
questi nuovi Ordini cavallereschi è essenzialmente la difesa
dei
Luoghi Santi, la protezione degli oppressi e la guerra agli infedeli.
Il loro voto è quello monastico: povertà,
castità
e obbedienza.
I Cavalieri di San Giovanni sorgono
dalla
confraternita dell’Ospedale di Gerusalemme. Riconosciuti nel
1113
dal Papa Pasquale II, vengono trasformati in Ordine dal 1120 sotto
Raimond du Puy. I loro compiti sono assistenziali e militari,
comprendendo la cura degli infermi e la difesa della fede. Indossano un
mantello nero con croce bianca, in guerra una giubba rossa. Nel 1291
l’Ordine è trasferito a Cipro, nel 1309 a Rodi,
nel 1530 e
fino al 1798 a Malta, da cui il nome di «Cavalieri di
Malta».
I Templari sorgono nel 1120
dall’associazione
di Hugo de Payns con alcuni cavalieri francesi allo scopo di proteggere
in armi la Terra Santa e i pellegrini. Portano il mantello bianco con
croce rossa. Nel 1312 l’Ordine viene soppresso da Papa
Clemente V.
L’Ordine Teutonico viene
fondato a San
Giovanni d’Acri come confraternita per la cura degli infermi.
Diventa Ordine cavalleresco nel 1198. Viene contraddistinto dal
mantello bianco con croce nera. Dopo una residenza temporanea nella
Transilvania, dove l’Ordine viene confinato da Andrea II
d’Ungheria, i cavalieri teutonici si trasferiscono in
Prussia. Le
residenze del Gran Maestro sono prima San Giovanni d’Acri,
poi
Venezia (dal 1291) ed infine Marienburg (dal 1309).
Ma le continue dispute e le contese tra
i Cristiani
in Oriente permettono la riscossa dei musulmani: nel 1144
l’Emiro
Imadeddin Zenkis di Mossul conquista Edessa. Tre anni dopo, sotto le
esortazioni di San Bernardo di Chiaravalle, viene organizzata la
Seconda Crociata, sotto la guida del Re di Francia Luigi VII e
dell’Imperatore Corrado III. La cooperazione dei due eserciti
viene però turbata dall’alleanza tra Luigi VII e
Ruggero
II di Sicilia, fautore di una politica di forza contro Bisanzio;
Corrado III reagisce alleandosi col cognato Michele Comneno, avversario
dei Normanni. I due eserciti, separati, vengono sconfitti
più
volte; i sovrani uniscono nuovamente le loro forze, ma le spedizioni
contro Damasco e Ascalona hanno esito infelice.
Nel 1187, il Sultano Salah Ad-Din (il
«feroce
Saladino» della tradizione) sconfigge
l’avventuriero Guido
di Lusignano, usurpatore del trono di Gerusalemme alla morte del
cognato Baldovino IV, nella battaglia di Hattin; il 21 ottobre, la
stessa Gerusalemme cade nelle mani del Saladino. La risonanza
dell’evento in tutta Europa è enorme. Nel 1189
Federico
Barbarossa, coerente con la sua idea del primato universale
dell’Imperatore, si pone alla testa della Terza Crociata, che
riunisce tutti i principi cristiani. Dopo una brillante vittoria presso
Iconio nel 1190, l’esercito si sfascia quando
l’Imperatore
muore traversando un fiume a guado, in Anatolia. Suo figlio, il duca
Federico di Svevia, conduce una parte delle truppe nei pressi di San
Giovanni d’Acri, dove muore, nel 1191. La città
viene
conquistata nello stesso anno dal Re d’Inghilterra Riccardo
Cuor
di Leone e dal Re di Francia Filippo II Augusto. Riccardo conclude una
tregua col Saladino e ottiene il territorio costiero fra Tiro e Giaffa,
nonché la promessa che non saranno ostacolati i
pellegrinaggi a
Gerusalemme. Ma le rivalità d’interessi tra i
Crociati,
sempre più accentuate, hanno come vittime anche i Bizantini,
a
cui Riccardo Cuor di Leone sottrae l’isola di Cipro, che
diventa
un Regno Franco concesso in feudo a Guido di Lusignano.
Una nuova Crociata viene bandita
dall’Imperatore Enrico IV nel 1197, non solo per
riconquistare la
Terra Santa, ma anche per assoggettare l’Impero Bizantino.
L’improvvisa morte dell’Imperatore determina il
fallimento
dell’impresa: l’acquisto si limita ad una striscia
di costa
presso Antiochia.
Dal 1202 al 1204 si svolge invece la
Quarta
Crociata. Papa Innocenzo III chiama i principi d’Europa a
riprendere le armi. Gran parte dei nobili francesi, tra cui il marchese
Bonifacio di Monferrato e Baldovino di Fiandra, rispondono al suo
appello. I Veneziani assicurano il trasporto dei Crociati via mare,
pretendendo però un prezzo esorbitante per il noleggio delle
navi; per evitare di pagare, i Crociati sono dirottati alla conquista
della città bizantina di Zara, che passerà sotto
Venezia.
Lo stesso Doge Enrico Dandolo assume la guida dell’esercito
crociato per aderire alla richiesta d’aiuto del principe
Alessio
Angelo, figlio dello spodestato Isacco, ma soprattutto per tutelare gli
interessi commerciali veneziani nel Levante. La spedizione, che avrebbe
dovuto avere per méta l’Egitto, viene
così deviata
verso l’Impero Bizantino. Nel 1203, Costantinopoli viene
conquistata per la prima volta nella sua storia; l’anno
successivo i Crociati, cacciati per breve tempo, riprendono la
città e la sottopongono ad un feroce saccheggio: viene
costituito l’Impero Latino d’Oriente, con Re
Baldovino di
Fiandra. Venezia si insedia nei porti maggiori ed ottiene il predominio
commerciale, mentre i nobili franchi ottengono una serie di feudi nella
Románia (Principato di Morea, Ducato di Atene, Regno di
Tessalonica). L’Impero Bizantino, però, non
scompare: esso
trasferisce la capitale a Nicea, in Anatolia, dove continuano i fasti e
la tradizione della corte bizantina; sarà solo nel 1261 che
Michele Paleologo riuscirà a rovesciare l’Impero
Latino
d’Oriente con l’aiuto di Genova, che si stabilisce
saldamente nel Levante come seconda potenza commerciale.
Dal 1208 al 1213 si svolge una Crociata
contro i catari albigesi.
Nel 1212 viene organizzata la grottesca
«Crociata dei Fanciulli»: migliaia di adolescenti
vengono
imbarcati a Marsiglia da armatori privi di scrupoli e inviati ad
Alessandria, dove sono venduti come schiavi.
Nel 1217, Papa Onorio III impone
all’Imperatore Federico II una spedizione in Palestina. Gli
indugi dell’Imperatore spingono il Re Andrea II
d’Ungheria
e il duca Leopoldo VII d’Austria a partire per
l’Oriente
associandosi il conte di Brienne, Re titolare di Gerusalemme.
L’obiettivo diventa la presa di Damietta, la
città-forziere d’Egitto, che viene presa e poi
perduta,
facendo così fallire l’impresa. Coi Crociati
è
presente anche San Francesco d’Assisi, che rimane disgustato
dai
massacri perpetrati dai cavalieri cristiani nei confronti dei civili.
Nel 1228 Federico II, scomunicato dal
Papa per non
aver mantenuto la promessa, prepara la Quinta Crociata. Il Sultano
d’Egitto Elkamil rimane grandemente colpito dalla cultura
araba
di Federico, tanto da cedergli Gerusalemme (ma smantellata e
indifendibile), Betlemme e Nazareth. Federico si incorona da solo Re di
Gerusalemme, titolo che rivendica per aver sposato Jolanda di Brienne
(Regina di Gerusalemme, ma già defunta al momento
dell’incoronazione di Federico).
I musulmani riconquistano Gerusalemme
nel 1244: la
città non tornerà più in mani
cristiane.
Dal 1248 al 1254 si svolge la Sesta
Crociata. Luigi
IX il Santo, Re di Francia, contro l’opinione generale
capeggia
una spedizione contro l’Egitto, roccaforte dei musulmani. Nel
1249 conquista Damietta, ma viene sconfitto a Mansura e fatto
prigioniero con tutto l’esercito. Dopo la sua liberazione
dietro
la corresponsione di un forte riscatto, trascorre quattro anni in Terra
Santa, fortificando San Giovanni d’Acri.
Nel 1270 si svolge la Settima Crociata,
l’ultima. Luigi IX parte alla volta di Tunisi, dove il suo
esercito è decimato da una pestilenza. Anch’egli
muore,
per realizzare un sogno personale divenuto ormai anacronistico. Carlo
d’Angiò torna in Sicilia coi resti della
spedizione.
Nel 1291, l’atto finale: San
Giovanni
d’Acri, ultimo baluardo cristiano, viene conquistato dai
Mamelucchi. Tiro, Beirut e Sidone vengono sgomberate dai Cristiani.
Cipro rimane fino al 1489 sotto la Casa dei Lusignano; la signoria dei
Cavalieri di San Giovanni sussiste a Rodi fino al 1523.
Il sostanziale fallimento di due secoli
di Crociate
è dovuto al prevalere degli interessi particolari dei
singoli
principi, alla loro incapacità di darsi una guida unitaria e
di
raggiungere una stabile intesa con Bisanzio, il cui concorso
è
indispensabile per la condotta delle operazioni belliche. Il pericolo
della concorrenza commerciale di Venezia e le mire territoriali dei
Normanni di Sicilia spingono l’Impero Bizantino a schierarsi
contro gli eserciti crociati. Le Crociate non solo non riescono a
mantenere una conquista duratura della Terra Santa, ma indeboliscono
l’Impero Bizantino rendendolo incapace di difendersi dai
Turchi
ed affrettandone la caduta. Il Papato raggiunge il culmine della sua
potenza temporale, ma proprio il suo prestigio mondano contribuisce a
minare la devozione verso la Santa Sede in ampi strati della
popolazione; la tremenda catastrofe della Seconda Crociata ha molto
nuociuto al prestigio del Papato, e San Bernardo di Chiaravalle appare
a molti come un falso profeta. Acquistano invece notevole influenza
alcune correnti spirituali secolari, le quali sostengono che le
Crociate non devono volgersi a fini di conquista, ma soltanto di difesa
contro l’avanzata dell’Islam.
Ma non tutto è negativo. Dopo
le Crociate,
spira in Europa un’aria nuova: tra Oriente ed Occidente
cominciano a stabilirsi molte relazioni. Non si tratta solo di scambi
commerciali, che vedono protagoniste le Repubbliche Marinare Italiane,
ma avviene anche una mescolanza di cultura, un apporto reciproco che
gioverà allo sviluppo della civiltà comunale.
Dall’Oriente si riversano in Italia i prodotti locali che
migliorano il tenore della vita, il commercio prospera, i mercanti
fanno affari: il fiorire dell’economia monetaria favorisce il
sorgere di una ricca borghesia. Il contatto con l’Asia segna
per
tutta l’Europa una vera e propria rivoluzione:
l’orizzonte
si allarga e la ristretta vita medioevale si fa sempre più
lontana, sempre più remota.
Inoltre, senza le Crociate probabilmente
noi oggi parleremmo arabo e pregheremmo sul Corano:
il blocco islamico rischiava di strangolare il commercio e
l’economia europei. L’invasione in Europa degli
eserciti
turchi viene arginata per due secoli: solo più tardi gli
Ottomani riprenderanno la loro corsa spaventosa per giungere nel 1683
fino a Vienna e poi essere spezzati dalla spada di un principe di
Savoia.
Le lotte per riconquistare la Terra
Santa, inoltre,
hanno portato in evidenza la posizione strategica che
l’Italia
occupa protendendosi nel Mediterraneo: attraverso di essa passano i
fermenti dell’incontro fra Oriente ed Occidente. Forse
è
anche per questo motivo che in Italia sono nati i due più
grandi
viaggiatori della Storia, destinati a toccare le estreme propaggini
dell’Est e dell’Ovest: Marco Polo e Cristoforo
Colombo.
(febbraio 2012)