L’euro
al tempo di Carlo Magno
Milleduecento
anni fa, l’Imperatore dei Franchi tentò di dare
all’Europa in suo possesso una moneta unica
di Ercolina
Milanesi
Mille
anni fa abbiamo rinunciato all’euro e non se
n’è
accorto nessuno. Anzi, alla fin fine è andata pure meglio,
visto
che quell’euro lì (che ovviamente non si chiamava
euro)
era di gran lunga peggiore di quello attuale ed è stato
sostituito da monetone d’argento che erano una bellezza.
Ecco come sono andati i fatti: dopo la
fine
dell’Impero Romano la moneta è andata in soffitta.
Nel
Medioevo non ce n’era granché bisogno, bastava il
baratto.
E poi in quel giardino dei semplici che era la società di
quel
tempo i compiti erano molto chiari: si era divisi in tre gruppi. Al
vertice stavano gli oratores
(i monaci) che con le loro preghiere combattevano contro il diavolo,
subito sotto c’erano i bellatores
(i nobili) che con le loro spade combattevano contro i nemici della
Chiesa e quindi si allargava l’enorme e indistinta massa dei laboratores
(tutti gli altri) che con il loro lavoro avevano il compito di
mantenere gli altri due gruppi, troppo impegnati a muovere la bocca o a
mulinare la spada. Non c’era certo bisogno di denaro: chi
produceva un tot di grano sapeva che doveva darne una parte consistente
al proprio signore, tenerne da parte una quantità per
seminare
l’anno successivo e quel che gli avanzava, se gli avanzava,
poteva usarlo per sfamare sé e la propria famiglia.
Qualcuno che usava i soldi in
realtà
c’era: i grandi mercanti. Ma per i loro bisogni al tempo
piuttosto limitati bastavano e avanzavano i mancusi arabi e gli
iperperi bizantini, monete d’oro che avevano una circolazione
scarsa nel numero, ma estesa nello spazio, in tutta l’Europa
Occidentale. Non è difficile ritrovare qualcuna di queste
monete
orientali negli scavi archeologici dell’Europa Settentrionale.
Poi arriva Carlo Magno e cambia tutto.
Stabilisce che il Sacro Romano
Impero debba avere una moneta degna del suo illustre predecessore, e
decide di coniare il denaro. Usa l’argento (1,7 grammi a
moneta,
a 950 millesimi) e lo battezza con il medesimo nome che usavano i
Romani. Incidentalmente si ricorderà che con un libbra
d’argento si coniavano 240 denari e quindi la gente
comincerà a usare dire «una lira»
anziché
«240 denari» più o meno nello stesso
modo in cui
noi, oggi, diciamo «100 chilometri» invece di
«100.000 metri».
Carlo Magno comanda su un Impero
vastissimo e il suo denaro
d’argento, nel IX secolo, diventa di fatto una moneta unica
europea, un euro dei suoi tempi. Anzi, a Nord ha pure più
successo dell’euro attuale perché riesce ad
attraversare
la Manica per essere usato nell’Inghilterra Meridionale (dove
giusto pochi anni prima Offa, Re di Mercia, aveva coniato una monetina
con un nome pure quello destinato al successo: il penny). A Sud,
invece, la moneta unica carolingia si ferma alla Toscana.
L’Italia Meridionale fa parte delle zone
d’influenza degli
Arabi e dell’Impero Bizantino e lì il denaro non
penetra.
Roma sta in mezzo e, secondo i periodi, utilizza bisanti e mancusi,
oppure denari, a fasi alterne.
Il sistema funziona senza intoppi per un
po’. Ma poi ognuno va
per i fatti suoi. Il Sacro Romano Impero si frantuma e le varie zecche
si regolano come credono i vari signori a cui sono sottoposte.
C’è bisogno di quattrini per finanziare una
guerra? Il
sistema è semplice: si abbassa il contenuto di argento fino
nelle monete, si lucra su quello, e il gioco è fatto. In
questo
modo con una lira si conieranno più di 240 monete. Inizia
così un’inflazione che uno storico come Carlo
Maria
Cipolla, ha considerato secolare: con una lira, moneta fantasma
perché semplice unità di conto, ai tempi di Carlo
Magno
si comprava una collina con annesso boschetto, nell’Italia di
fine Novecento con una lira non si comprava più nulla. La
moneta
era tornata a essere fantasma, solo che ora il suo valore era talmente
ridotto da obbligare a utilizzarne soltanto i multipli.
Ma torniamo all’euro
carolingio: all’inizio del X secolo,
entra in una fase di secolare decadenza che lo porterà a
scomparire. Attorno all’anno Mille in Italia funzionano
soprattutto quattro zecche: Pavia, Milano, Verona e Lucca. La maggior
parte delle monete in circolazione nell’Italia Settentrionale
viene coniata in una di queste città. Solo che dopo il
disallineamento succede che una lira, poniamo, lucchese abbia un valore
diverso dalla lira pavese. E quindi bisogna tenerne conto. Sappiamo che
nel 1164 il denaro pavese contiene 0,2 grammi di argento fino; mentre
150 anni prima ne conteneva ancora un grammo. Le monetine
dell’XI
e XII secolo contengono sempre più rame e sempre meno
argento,
quindi diventano scure, tanto che le chiamano
«bruni» o
«brunetti». Sono dischetti piccoli, scuri e brutti,
tanto
comuni che persino oggi, nel mercato numismatico, sono valutati
pochissimo. Un migliaio d’anni più tardi gli
effetti di
quell’inflazione si fanno sentire ancora.
Nel frattempo però succede
che Genova e Venezia diventino
potenze commerciali internazionali. Il brutto e svilito euro carolingio
non basta più a soddisfare le esigenze di quelle
transazioni.
Liguri e Veneti se la cavano usando sempre di più le belle
monete bizantine, ma arriva il momento in cui devono fare da soli.
Genova inizia a battere moneta propria nel 1138, anno in cui Re Corrado
glielo concede; a Venezia fino al 1183 circola soprattutto denaro
veronese, ma da quell’anno comincia a coniare denari in
proprio.
È arrivato il momento della
svolta: in un momento imprecisato
tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo Genova e
Venezia
si mettono a coniare una nuova e bella moneta di buon argento a 965
millesimi, pesante 2,2 grammi. La chiameranno grosso e avrà
presto un enorme successo, tanto da diventare il mezzo di scambio sui
mercati internazionali. Via via seguono gli altri: dopo il 1230 anche
tutte le zecche toscane battono grossi. La coniazione del grosso
avviene in una congiuntura favorevole: al bisogno di una buona moneta
si affianca la disponibilità d’argento grazie ai
pagamenti
in barre di metallo prezioso dei cavalieri franchi giunti a Venezia in
attesa di imbarcarsi per la quarta Crociata (che nel 1204 invece di
andare a Gerusalemme finirà per conquistare e saccheggiare
Costantinopoli, ma questa è un’altra storia).
Nel 1252 Genova prima e Firenze poi, a
distanza di pochi mesi,
cominciano a produrre una moneta d’oro: il genovino e il
fiorino.
Entrambe le monete pesano tre grammi e mezzo, hanno un titolo di oltre
950 millesimi e segnano la fine di un’epoca: quella del
monometallismo argenteo, inaugurata da Carlo Magno mezzo millennio
prima. L’euro carolingio finisce così
definitivamente in
soffitta.
Tratto
da L’Inkiesta
(agosto 2012)