torna alla home page di  www.storico.org

La maledizione dei Templari

Tra realtà e leggenda

 

di  Ercolina Milanesi

 

 
Il 18 marzo 1314 Jacques de Molay, ultimo maestro dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio, i Templari e il nobile Goffredo di Charney si avviavano verso l’isola della Senna detta dei Giudei, nei pressi di Notre Dame; entro poche ore si sarebbe consumata la vendetta di Filippo IV il Bello, detto anche il Falsario, verso l’Ordine che aveva osato sfidarlo, diventando un potere nel potere, probabilmente più forte del potere reale, sicuramente molto più ricco.
    Come racconta Goffredo di Parigi, che assistette a quello che potremmo definire un assassinio di Stato, De Molay si comportò più che dignitosamente, andando incontro alla morte su una pira che era stata preparata per lui e per il suo inseparabile amico di Charney. Ecco le parole del testimone: «Il Gran Maestro, quando vide il fuoco acceso, si spogliò senza esitazioni. Riferisco come lo vidi. Egli si tolse gli indumenti, esclusa la camicia, lentamente e con aspetto tranquillo, senza affatto tremare, sebbene lo spingessero e lo scuotessero molto. Lo presero per assicurarlo al palo e gli legarono le mani con una corda, ma egli disse ai suoi carnefici: “Almeno, lasciatemi congiungere un po’ le mani e dire a Dio la mia preghiera, poiché questo ne è il momento, essendo in punto di morte; e Dio sa, ingiustamente. Ma accadranno ben presto disgrazie a coloro che ci condannano senza giustizia. Dio vendicherà la nostra morte; muoio con questa convinzione. Quanto a voi, Signore, rivolgetemi la faccia, vi prego, verso la Vergine Maria, Madre di Gesù Cristo (Cattedrale di Notre Dame de Paris)”. Gli fu concessa questa grazia e la morte lo prese così dolcemente, in questo atteggiamento, che ognuno ne restò meravigliato».

Il rogo sul quale arsero vivi l'ultimo Maestro Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay, manoscritto della fine del XIV secolo, British Library, Londra (Gran Bretagna) - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Templars_Burning.jpg, 2013
Il rogo sul quale arsero vivi l'ultimo Maestro Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay, manoscritto della fine del XIV secolo, British Library, Londra (Gran Bretagna) - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Templars_Burning.jpg, 2013

    Molte cronache dell’epoca riportano come veritiere le parole che De Molay avrebbe pronunciato rivolto a Filippo IV e al suo degno compare di complotto, il Papa Clemente V, quel «Dio vendicherà la nostra morte», riportandole come «Davanti a Dio intimo a Filippo il Bello e Clemente V di comparire davanti a Lui entro un anno da oggi».
    Pochi minuti dopo che il rogo venne acceso, di De Molay e di Goffredo di Charney non restava che la cenere; con loro scomparivano 196 anni di storia tumultuosa, fatta di atti eroici compiuti dai Cavalieri Templari offuscati solo dal processo, costruito da Filippo il Bello, con prove false, con confessioni estorte con la tortura e la violenza, grazie alla complicità di Clemente V, colui che Dante descrisse così:
    «chè dopo lui verrà di più laida opra, [Papa Bonifacio VIII]
    di ver’ ponente, un pastor sanza legge
    Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
    ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
    suo re, così fia lui chi Francia regge [Filippo il Bello]»
    e che confinò nell’inferno della Divina Commedia (XIX, 83), ovvero Bertrand de Gouth, eletto dopo la morte di Bonifacio VIII e passato anche alla storia per essere stato il Papa della cattività avignonese, cioè colui che trasferì la sede del Papato da Roma ad Avignone.
    Un periodo di tempo che durò dal 1309 al 1377; ma Clemente V sopravvisse solo cinque anni alla decisione storica di spostare la sede del Papato e di pochi mesi soltanto all’infamia di aver avallato la fine dell’Ordine del Tempio; come del resto successe al Re Filippo il Bello, morto anche lui nello stesso anno, come vaticinato da De Molay e come accadde all’anima nera dello stesso Re, Guglielmo di Nogaret, l’uomo che si era reso protagonista dello schiaffo di Anagni e che aveva imbastito il processo contro i Templari.
    Tre uomini uniti dallo stesso destino; morire in quel 1314, anno funesto in cui la chiamata a correo di De Molay si trasformò in una sinistra predizione che puntualmente si avverò, generando la leggenda della maledizione dei Templari.
    Ma che cosa accadde realmente ai tre personaggi implicati nella storia?
    Clemente V morì improvvisamente a Roquemaure-Gard il 20 aprile del 1314; erano passati soltanto trentatre giorni da quel tragico rogo di Parigi; le cronache dicono che il Papa morì di dissenteria, a causa di un’indigestione, ma qualcuno riporta la testimonianza del Papa sul letto di morte con i lineamenti stravolti e la lingua nera, chiaro sintomo di avvelenamento.
    Filippo IV il Bello (meglio sarebbe il Falsario) morì in maniera altrettanto improvvisa a Fontainebleau, il 29 novembre 1314, in seguito alle conseguenze di una caduta da cavallo occorsa mentre partecipava ad una battuta di caccia.
    Infine Guglielmo di Nogaret, il primo a morire, nel marzo del 1313, un anno prima del rogo.
    Tre morti improvvise, come del resto accadeva spesso nel Medioevo; ma tre morti pesanti, perché in qualche modo, se escludiamo il Nogaret, morto prima degli ultimi maestri templari, le scomparse improvvise di Filippo il Bello e di Clemente V appaiono decisamente sospette.
    Lungi dal voler attribuire le due scomparse a fenomeni sovrannaturali, ci si può soffermare, però, sulle strane combinazioni che portarono alla morte dei due personaggi.
    Come già detto, Clemente V morì ufficialmente per un’indigestione; il Papa era odiato, disprezzato e mal visto un po’ da tutti.
    Era stato un Papa simoniaco, sul quale si allungavano ombre cupe dovute come già detto alla sua elezione, voluta fortemente dal Re Falsario, per finire con la sua smodata avidità.
    Aveva di fatto accumulato grandi ricchezze, usando mezzi indegni del Vicario di Cristo; nepotista, aveva eletto a cariche importanti molti familiari, non riuscendo però a conquistarsi l’affetto di nessuno.
    Lo prova quello che accadde dopo la sua morte, quando con il cadavere ancora caldo, servi e amici corsero a impossessarsi di tutto quello che il Papa aveva lasciato.
    Uno dei suoi servitori fece cadere dei ceri sul letto di morte del Papa, con la conseguenza che buona parte dei suoi resti mortali andarono bruciati, quasi a confermare in qualche modo la sinistra predizione di De Molay. Difficile dire se morì davvero per un’indigestione: con tanti nemici, ci può essere stato qualcuno, manovrato dai Templari, che abbia somministrato al Papa stesso del veleno, contribuendo così alla scomparsa di quello che i Cavalieri stessi consideravano il braccio armato del Re Falsario.
    In quanto al Re Falsario, morì con sospetta coincidenza il 29 novembre del 1314, esattamente nell’arco temporale previsto da Jaques de Molay; molti libri di storia concordano nel descrivere, come causa della morte, una caduta da cavallo. Non tutti, va detto. Altri sono abbastanza fumosi sull’argomento e non chiariscono le cause del decesso. Con lugubre puntualità, una serie di sciagure colpì la progenie del Re: appena due anni dopo la morte di Filippo, morì Luigi X di Francia, detto l’Attaccabrighe, figlio di Filippo ed erede designato al trono di Francia. Aveva appena ventisette anni, e lasciò la moglie incinta dell’erede al trono, quel Giovanni I, detto il Postumo che visse solo cinque giorni, sotto la tutela del futuro Re di Francia, suo zio Filippo V detto il Lungo. Una morte improvvisa, molto sospetta, sulla quale si scatenarono illazioni a non finire; a molti sembrava quasi di vedere la mano di De Molay allungare un dito e maledire le generazioni successive al Re Falsario.
    Per pura combinazione, anche Filippo V visse molto poco: morì nel 1322, quando aveva ventinove anni, in maniera oscura. Si ammalò improvvisamente e in cinque mesi morì, lasciando la Francia senza un erede designato.
    Quando a morire a soli trentaquattro anni fu il successore di Filippo V, ovvero Carlo IV, il quindicesimo in linea dinastica nella stirpe dei Capetingi, sembrò davvero che la maledizione dell’ultimo maestro templare diventasse reale. L’ultimo Re Capetingio scomparve senza lasciare eredi maschi al trono, rendendo quindi attuale il funesto vaticinio di De Molay. Alla morte del Re, difatti, si aprì la famosa Guerra dei Cent’Anni, periodo durante il quale il trono francese si trovò ad essere conteso tra due pretendenti, i due nipoti di Filippo IV: Filippo di Valois, figlio di Carlo di Valois, ed il Re d’Inghilterra Edoardo III, figlio di Isabella di Francia.
    Un periodo denso di fatti, difficilissimo da seguire soprattutto nelle lotte tra i pretendenti al trono di Francia e che non ha più a che fare con quanto raccontato sinora.
    Come abbiamo visto, in qualche modo la vendetta di De Molay si compì per intero; a parte Nogaret, sia Clemente V che Filippo e i suoi successori ebbero vita breve e travagliata.
    E quando il 21 gennaio 1793 Luigi XVI salì lentamente sul palco dove era eretta la ghigliottina che lo avrebbe decapitato, sembrò che la maledizione di De Molay arrivasse a compimento quasi cinque secoli dopo quel rogo sulla Senna. La leggenda narra che subito dopo che Sanson lo ebbe decapitato, peraltro in maniera orribile, perché come raccontarono alcuni, la lama della ghigliottina non cadde sul collo, provocando un macabro maciullamento del capo, un uomo abbia sollevato il capo di Luigi e abbia gridato: «Jacques De Molay sei stato vendicato».
    Da ricerche che ho fatto in lunghi anni di studio sui Templari, sulle leggende che ne hanno contraddistinto la bicentenaria storia, quella sulla presunta maledizione è sicuramente la più suggestiva, anche perché il caso ha voluto che le parole di De Molay, ammesso che siano state pronunciate davvero, abbiano poi avuto un effetto devastante sulla Casa Reale Francese.
    Nulla vieta di pensare che qualche Cavaliere abbia dato davvero una mano al destino, entrando in qualche modo nelle morti sospette dei vari protagonisti.
    Prove storiche, ovviamente, non ci sono.
    Tanti indizi, tante curiose coincidenze, ma nient’altro.
    Certo, per i patiti dei complotti, per coloro che vogliono ad ogni costo vedere il sovrannaturale in ogni cosa, la serie di eventi funesti è un’occasione troppo ghiotta; resta però un punto interrogativo enorme sulle parole di De Molay (furono pronunciate o sono solo frutto di leggenda?), sullo stesso episodio della decapitazione di Luigi XVI, con quell’uomo che afferra il capo ghigliottinato dell’ultimo Re di Francia e pronuncia parole non riportate dagli storici.
    Tante ipotesi, tanti indizi, che però non fanno una prova.
    Ma che hanno alimentato, per secoli, la leggenda della maledizione dei Templari.
(giugno 2012)