La
maledizione dei Templari
Tra
realtà e leggenda
di Ercolina
Milanesi
Il
18 marzo 1314 Jacques de Molay, ultimo maestro dell’Ordine
dei
Cavalieri del Tempio, i Templari e il nobile Goffredo di Charney si
avviavano verso l’isola della Senna detta dei Giudei, nei
pressi
di Notre Dame; entro poche ore si sarebbe consumata la vendetta di
Filippo IV il Bello, detto anche il Falsario, verso l’Ordine
che
aveva osato sfidarlo, diventando un potere nel potere, probabilmente
più forte del potere reale, sicuramente molto più
ricco.
Come racconta Goffredo di Parigi, che
assistette a
quello che potremmo definire un assassinio di Stato, De Molay si
comportò più che dignitosamente, andando incontro
alla
morte su una pira che era stata preparata per lui e per il suo
inseparabile amico di Charney. Ecco le parole del testimone:
«Il
Gran Maestro, quando vide il fuoco acceso, si spogliò senza
esitazioni. Riferisco come lo vidi. Egli si tolse gli indumenti,
esclusa la camicia, lentamente e con aspetto tranquillo, senza affatto
tremare, sebbene lo spingessero e lo scuotessero molto. Lo presero per
assicurarlo al palo e gli legarono le mani con una corda, ma egli disse
ai suoi carnefici: “Almeno, lasciatemi congiungere un
po’
le mani e dire a Dio la mia preghiera, poiché questo ne
è
il momento, essendo in punto di morte; e Dio sa, ingiustamente. Ma
accadranno ben presto disgrazie a coloro che ci condannano senza
giustizia. Dio vendicherà la nostra morte; muoio con questa
convinzione. Quanto a voi, Signore, rivolgetemi la faccia, vi prego,
verso la Vergine Maria, Madre di Gesù Cristo (Cattedrale di
Notre Dame de Paris)”. Gli fu concessa questa grazia e la
morte
lo prese così dolcemente, in questo atteggiamento, che
ognuno ne
restò meravigliato».
Molte cronache dell’epoca
riportano come
veritiere le parole che De Molay avrebbe pronunciato rivolto a Filippo
IV e al suo degno compare di complotto, il Papa Clemente V, quel
«Dio vendicherà la nostra morte»,
riportandole come
«Davanti a Dio intimo a Filippo il Bello e Clemente V di
comparire davanti a Lui entro un anno da oggi».
Pochi minuti dopo che il rogo venne
acceso, di De
Molay e di Goffredo di Charney non restava che la cenere; con loro
scomparivano 196 anni di storia tumultuosa, fatta di atti eroici
compiuti dai Cavalieri Templari offuscati solo dal processo, costruito
da Filippo il Bello, con prove false, con confessioni estorte con la
tortura e la violenza, grazie alla complicità di Clemente V,
colui che Dante descrisse così:
«chè dopo lui
verrà di più laida opra, [Papa Bonifacio VIII]
di ver’ ponente, un pastor
sanza legge
Nuovo Iasón sarà,
di cui si legge
ne’ Maccabei; e come a quel fu
molle
suo re, così fia lui chi
Francia regge [Filippo il Bello]»
e che confinò
nell’inferno della Divina
Commedia
(XIX, 83), ovvero Bertrand de Gouth, eletto dopo la morte di Bonifacio
VIII e passato anche alla storia per essere stato il Papa della
cattività avignonese, cioè colui che
trasferì la
sede del Papato da Roma ad Avignone.
Un periodo di tempo che durò
dal 1309 al
1377; ma Clemente V sopravvisse solo cinque anni alla decisione storica
di spostare la sede del Papato e di pochi mesi soltanto
all’infamia di aver avallato la fine dell’Ordine
del
Tempio; come del resto successe al Re Filippo il Bello, morto anche lui
nello stesso anno, come vaticinato da De Molay e come accadde
all’anima nera dello stesso Re, Guglielmo di Nogaret,
l’uomo che si era reso protagonista dello schiaffo di Anagni
e
che aveva imbastito il processo contro i Templari.
Tre uomini uniti dallo stesso destino;
morire in
quel 1314, anno funesto in cui la chiamata a correo di De Molay si
trasformò in una sinistra predizione che puntualmente si
avverò, generando la leggenda della maledizione dei Templari.
Ma che cosa accadde realmente ai tre
personaggi implicati nella storia?
Clemente V morì
improvvisamente a
Roquemaure-Gard il 20 aprile del 1314; erano passati soltanto trentatre
giorni da quel tragico rogo di Parigi; le cronache dicono che il Papa
morì di dissenteria, a causa di un’indigestione,
ma
qualcuno riporta la testimonianza del Papa sul letto di morte con i
lineamenti stravolti e la lingua nera, chiaro sintomo di avvelenamento.
Filippo IV il Bello (meglio sarebbe il
Falsario)
morì in maniera altrettanto improvvisa a Fontainebleau, il
29
novembre 1314, in seguito alle conseguenze di una caduta da cavallo
occorsa mentre partecipava ad una battuta di caccia.
Infine Guglielmo di Nogaret, il primo a
morire, nel marzo del 1313, un anno prima del rogo.
Tre morti improvvise, come del resto
accadeva spesso
nel Medioevo; ma tre morti pesanti, perché in qualche modo,
se
escludiamo il Nogaret, morto prima degli ultimi maestri templari, le
scomparse improvvise di Filippo il Bello e di Clemente V appaiono
decisamente sospette.
Lungi dal voler attribuire le due
scomparse a
fenomeni sovrannaturali, ci si può soffermare,
però,
sulle strane combinazioni che portarono alla morte dei due personaggi.
Come già detto, Clemente V
morì
ufficialmente per un’indigestione; il Papa era odiato,
disprezzato e mal visto un po’ da tutti.
Era stato un Papa simoniaco, sul quale
si
allungavano ombre cupe dovute come già detto alla sua
elezione,
voluta fortemente dal Re Falsario, per finire con la sua smodata
avidità.
Aveva di fatto accumulato grandi
ricchezze, usando
mezzi indegni del Vicario di Cristo; nepotista, aveva eletto a cariche
importanti molti familiari, non riuscendo però a
conquistarsi
l’affetto di nessuno.
Lo prova quello che accadde dopo la sua
morte,
quando con il cadavere ancora caldo, servi e amici corsero a
impossessarsi di tutto quello che il Papa aveva lasciato.
Uno dei suoi servitori fece cadere dei
ceri sul
letto di morte del Papa, con la conseguenza che buona parte dei suoi
resti mortali andarono bruciati, quasi a confermare in qualche modo la
sinistra predizione di De Molay. Difficile dire se morì
davvero
per un’indigestione: con tanti nemici, ci può
essere stato
qualcuno, manovrato dai Templari, che abbia somministrato al Papa
stesso del veleno, contribuendo così alla scomparsa di
quello
che i Cavalieri stessi consideravano il braccio armato del Re Falsario.
In quanto al Re Falsario,
morì con sospetta
coincidenza il 29 novembre del 1314, esattamente nell’arco
temporale previsto da Jaques de Molay; molti libri di storia concordano
nel descrivere, come causa della morte, una caduta da cavallo. Non
tutti, va detto. Altri sono abbastanza fumosi sull’argomento
e
non chiariscono le cause del decesso. Con lugubre
puntualità,
una serie di sciagure colpì la progenie del Re: appena due
anni
dopo la morte di Filippo, morì Luigi X di Francia, detto
l’Attaccabrighe, figlio di Filippo ed erede designato al
trono di
Francia. Aveva appena ventisette anni, e lasciò la moglie
incinta dell’erede al trono, quel Giovanni I, detto il
Postumo
che visse solo cinque giorni, sotto la tutela del futuro Re di Francia,
suo zio Filippo V detto il Lungo. Una morte improvvisa, molto sospetta,
sulla quale si scatenarono illazioni a non finire; a molti sembrava
quasi di vedere la mano di De Molay allungare un dito e maledire le
generazioni successive al Re Falsario.
Per pura combinazione, anche Filippo V
visse molto
poco: morì nel 1322, quando aveva ventinove anni, in maniera
oscura. Si ammalò improvvisamente e in cinque mesi
morì,
lasciando la Francia senza un erede designato.
Quando a morire a soli trentaquattro
anni fu il
successore di Filippo V, ovvero Carlo IV, il quindicesimo in linea
dinastica nella stirpe dei Capetingi, sembrò davvero che la
maledizione dell’ultimo maestro templare diventasse reale.
L’ultimo Re Capetingio scomparve senza lasciare eredi maschi
al
trono, rendendo quindi attuale il funesto vaticinio di De Molay. Alla
morte del Re, difatti, si aprì la famosa Guerra dei
Cent’Anni, periodo durante il quale il trono francese si
trovò ad essere conteso tra due pretendenti, i due nipoti di
Filippo IV: Filippo di Valois, figlio di Carlo di Valois, ed il Re
d’Inghilterra Edoardo III, figlio di Isabella di Francia.
Un periodo denso di fatti,
difficilissimo da seguire
soprattutto nelle lotte tra i pretendenti al trono di Francia e che non
ha più a che fare con quanto raccontato sinora.
Come abbiamo visto, in qualche modo la
vendetta di
De Molay si compì per intero; a parte Nogaret, sia Clemente
V
che Filippo e i suoi successori ebbero vita breve e travagliata.
E quando il 21 gennaio 1793 Luigi XVI
salì
lentamente sul palco dove era eretta la ghigliottina che lo avrebbe
decapitato, sembrò che la maledizione di De Molay arrivasse
a
compimento quasi cinque secoli dopo quel rogo sulla Senna. La leggenda
narra che subito dopo che Sanson lo ebbe decapitato, peraltro in
maniera orribile, perché come raccontarono alcuni, la lama
della
ghigliottina non cadde sul collo, provocando un macabro maciullamento
del capo, un uomo abbia sollevato il capo di Luigi e abbia gridato:
«Jacques De Molay sei stato vendicato».
Da ricerche che ho fatto in lunghi anni
di studio
sui Templari, sulle leggende che ne hanno contraddistinto la
bicentenaria storia, quella sulla presunta maledizione è
sicuramente la più suggestiva, anche perché il
caso ha
voluto che le parole di De Molay, ammesso che siano state pronunciate
davvero, abbiano poi avuto un effetto devastante sulla Casa Reale
Francese.
Nulla vieta di pensare che qualche
Cavaliere abbia
dato davvero una mano al destino, entrando in qualche modo nelle morti
sospette dei vari protagonisti.
Prove storiche, ovviamente, non ci sono.
Tanti indizi, tante curiose coincidenze,
ma nient’altro.
Certo, per i patiti dei complotti, per
coloro che
vogliono ad ogni costo vedere il sovrannaturale in ogni cosa, la serie
di eventi funesti è un’occasione troppo ghiotta;
resta
però un punto interrogativo enorme sulle parole di De Molay
(furono pronunciate o sono solo frutto di leggenda?), sullo stesso
episodio della decapitazione di Luigi XVI, con quell’uomo che
afferra il capo ghigliottinato dell’ultimo Re di Francia e
pronuncia parole non riportate dagli storici.
Tante ipotesi, tanti indizi, che
però non fanno una prova.
Ma che hanno alimentato, per secoli, la
leggenda della maledizione dei Templari.
(giugno 2012)