Le
mutazioni climatiche e l’espansione vichinga oltre oceano
Un
innalzamento della temperatura permise ai Vichinghi di raggiungere le
coste dell’America del Nord secoli prima di Cristoforo Colombo
di Alberto
Rosselli
Tra
la fine del X e l’inizio del XII secolo dopo Cristo, gran
parte
delle terre europee e nordamericane fu interessata dal più
rimarchevole innalzamento della temperatura registrato in epoca
post-glaciale. Tale situazione, chiamata dagli scienziati
«optimum climatico medioevale», favorì
non soltanto
la ripresa della vita economica e culturale del continente, ma indusse
anche popoli navigatori, come i Vichinghi, a spingere le loro piccole
navi in pieno Oceano Atlantico Settentrionale e verso il Circolo Polare
Artico, raggiungendo le Isole Fær Øer,
l’Islanda, la
Groenlandia, l’Isola di Terranova, e le Isole Svalbard. Ma a
questo punto occorre fare un passo indietro per spiegare
l’inizio
di una mutazione climatica netta, importante ma, come si
vedrà,
di durata relativamente breve.
Stando agli studi più
recenti, la
costituzione dell’Impero di Carlo Magno non coincise con un
periodo climatico particolarmente favorevole. E ciò
è
testimoniato dalle frequenti avversità meteorologiche che le
armate del Sovrano cristiano dovettero affrontare nel corso delle
campagne condotte tra il 770 e l’800 dopo Cristo. In quei
trent’anni, l’Europa venne infatti investita da
un’ondata di aria molto fredda di origine artica che
procurò lunghi, gelidi e secchi inverni ed autunni e
primavere
molto piovosi. Anche se già da oltre trecento anni,
cioè
dalla metà del 400 dopo Cristo, quasi tutto il continente
(soprattutto la parte Centro-Settentrionale e Occidentale) aveva
risentito di un generalizzato peggioramento delle condizioni
atmosferiche: congiuntura che, secondo alcuni scienziati,
può
avere contribuito, almeno in parte, al decadimento economico dello
stesso Impero Romano d’Occidente. Certo è che a
partire
dall’anno 800, il clima iniziò lentamente a
riscaldarsi,
favorendo quella ripresa produttiva che verso l’anno Mille si
consolidò, favorendo anche la lenta ma inarrestabile uscita
del
continente dalla tormenta della barbarie. Alla fine del primo
millennio, in Europa si assistette, infatti, ad un sensibile aumento
delle temperature medie, al moltiplicarsi di macchie arborescenti ad
alto fusto e all’innalzamento altimetrico di determinate
fasce di
coltivazioni (nell’anno 1100 nelle regioni
dell’Europa
Centrale e Settentrionale la linea arborea era di 100/200 metri
più elevata rispetto al XVII secolo). La registrazione
dell’isotopo della lastra di ghiaccio della Groenlandia
mostra
che nell’anno 900 il clima era già entrato in una
fase
relativamente calda: tendenza iniziata, a quanto pare, nel 600 dopo
Cristo sia in Norvegia che negli Stati Uniti Settentrionali (sulle cime
della California, gli anelli degli alberi indicano che, tra il 1000 e
il 1300, si verificò un analogo e simultaneo incremento
della
temperatura, più o meno come in Europa). Secondo gli
studiosi il
consolidamento dell’Impero Carolingio, la successiva
rinascita
degli scambi commerciali e culturali e l’esplosione del
fenomeno
«vichingo» (cioè
dell’espansione via mare di
questa popolazione scandinava) dipese inequivocabilmente
dall’«optimum climatico» che per circa
quattrocento
anni interessò quasi tutto l’emisfero
settentrionale del
globo. La forte ripresa dei viaggi in mare aperto e
dell’interscambio commerciale tra Mediterraneo e Mare del
Nord e
il fenomeno dell’espansionismo scandinavo ne sono la prova,
anche
se al riguardo, le avvisaglie di questo nuovo scenario possono
individuarsi cronologicamente in un’epoca anteriore.
I primi ad intuire e ad approfittare del
miglioramento delle condizioni climatiche furono infatti i monaci
irlandesi alla ricerca di terre adatte ad insediamenti e lontane dal
decadimento materiale e culturale provocato dalle invasioni barbariche
che sconvolsero l’Europa nel V e VI secolo. Alcuni scienziati
hanno sostenuto che furono le annuali migrazioni delle oche selvatiche
da e per l’Islanda e l’Artico a suggerire ai monaci
l’idea che esistessero nuove terre nel profondo Nord. Il
famoso
viaggio di San Brendano, compiuto forse tra il 520 e il 550 dopo
Cristo, si snodò per l’appunto verso Settentrione,
in
direzione dell’Islanda e forse della Groenlandia. E a
proposito
di queste spedizioni, tutte effettuate con piccole e fragili
imbarcazioni, nell’825 dopo Cristo il monaco irlandese Dicuil
si
dichiarò addirittura certo dell’esistenza
«di molte
altre isole nell’Oceano… Esse possono essere
raggiunte
dalle coste settentrionali inglesi in due giorni e due notti di
navigazione, anche con favorevole vento leggero… Su queste
isole
approdarono e dimorarono [per circa cento anni] diversi eremiti partiti
dalla nostra Scotia [cioè
dall’Irlanda]… Oggi
però, a causa dei pirati norvegesi, tutti gli insediamenti
insulari sono stati abbandonati». Le isole in questione
sembrerebbero essere le Fær Øer, colonizzate da
monaci
irlandesi a partire dal 700-725 dopo Cristo (Gwyn Jones: A History of the Vikings,
Oxford University Press, 1968), ma poi abbandonate intorno
all’800, quando apparvero per la prima volta i Vichinghi. La
prima esplorazione vichinga di queste isole avvenne (sotto il capo
Floki Volgerdason) intorno all’860, sebbene nel corso di due
precedenti viaggi in alto mare gli Scandinavi avessero già
avuto
modo di raggiungere con i loro veloci drakkar
questo arcipelago, accorgendosi che i monaci irlandesi li avevano
preceduti. Dicuil riferisce addirittura di un incontro tra Vichinghi e
monaci superstiti avvenuto addirittura nel 790. Sembra anche che alcuni
religiosi si siano spinti ancora più a Nord-Ovest arrivando
in
vista dell’Islanda e forse della Groenlandia. Sempre secondo
il
resoconto di Dicuil «il mare, ad appena un giorno di vela,
dalla
costa settentrionale di quest’isola [l’Islanda]
è
cosparso di numerosi, giganteschi blocchi di ghiaccio galleggianti [iceberg]».
Nonostante queste allarmanti segnalazioni, pare che il gruppo di
esploratori agli ordini di Floki Volgerdason ebbe comunque
l’ardire di proseguire (probabilmente a bordo di knorr, imbarcazioni
più lente, ma molto più robuste e capaci dei
sottili drakkar)
verso Nord-Ovest raggiungendo i grandi fiordi dell’Islanda
Nord-Occidentale (Arnarfjord), che trovarono completamente ostruiti dal
ghiaccio. Floki (che diede il nome di Islanda –
«terra del
ghiaccio» – alla nuova isola) attese
l’estate e alla
fine riuscì a sbarcare e a fondare una colonia nel
Breidafjord. Per la precisione, il primo esploratore vichingo a
giungere sulla costa Sud-Orientale Islandese (ad Austurhorn:
promontorio del Corno Orientale) fu un certo Gardar (che a terra
trovò i resti di un insediamento di
«papar», o
monaci o anacoreti), seguito poi da tale Naddodd che raggiunse il
Rejdarfjord, sempre sulla costa orientale dell’isola.
Tuttavia,
pochi anni più tardi iniziò a verificarsi un
fenomeno del
tutto nuovo e tale da consentire ai popoli europei non soltanto di
insediarsi in quelle lontane terre, ma di spingersi addirittura ai
confini settentrionali del Nuovo Mondo.
Dall’870 in avanti, quasi
tutte le cronache
scandinave e quelle redatte da religiosi irlandesi riportano
osservazioni circa una sensibile e favorevole mutazione climatica che
ebbe ad interessare sia le isole Fær Øer che
l’Islanda e il Sud della Groenlandia. E d’altra
parte
è ormai scientificamente accertato che fu proprio
l’avvento di un’era più mite a favorire
tutte le
migrazioni nautiche Nord-Transatlantiche da Est verso Ovest. Non a
caso, proprio alla fine del IX secolo, l’Islanda, la
Groenlandia,
il Canada Nord-Orientale (compresa la grande Isola di Baffin)
incominciarono a liberarsi dalla morsa dei ghiacci. E si
trattò
di un fenomeno che, naturalmente, non sfuggì ai cronisti
dell’epoca. Il capo vichingo Ottar (o Othere), giunto nelle
Isole
Britanniche dalla Norvegia Settentrionale, riferì al Re
Alfredo
d’Inghilterra di un’esplorazione da lui compiuta
tra
l’870 e l’880 fino al Mar Bianco: esplorazione
favorita
«dalle migliori ed inusuali condizioni del clima e del
mare». Stando ai diari del cronista tedesco Adamo di Brema,
Harald Hardrade (che fu Re di Norvegia e Inghilterra) pare abbia
esplorato l’Oceano Settentrionale tra il 1040 e il 1065 con
una
grossa flotta, spingendosi fino alle Isole Spitzbergen e arrivando in
vista della Novaya Zemlya (terre fino ad allora assolutamente
irraggiungibili data la presenza dei ghiacci durante gran parte
dell’anno). A poche leghe dalle ultime isole nordiche
Hardrade
dovette però invertire la rotta «poiché
la crosta
ghiacciata risultava spessa oltre tre metri». Proprio in
concomitanza con l’arretramento dei ghiacci andò
consolidandosi la colonia vichinga islandese, tanto che nel 920 la
popolazione raggiunse ben 30.000 unità che nel 1100,
cioè
dopo la conversione al Cristianesimo, salirono a 80.000. È
da
notare che in questo periodo, oltre che sulla pesca e
sull’allevamento, gli abitanti dell’isola potevano
contare
su diverse coltivazioni «importate»
dall’Europa, come
quella del grano che una volta piantato – grazie al clima
più mite – non ebbe difficoltà a
crescere. Da
ricerche condotte in questi ultimi anni risulta che in Islanda
crescesse anche una particolare specie di betulla nana in seguito
scomparsa non tanto per l’abbassamento della temperatura, ma
per
i tagli indiscriminati. Scavi archeologici condotti dal dottor G. S.
Boulton e dagli scienziati della University
of East Anglia
e dell’Islanda sull’area di Kvisker
nell’Islanda
Sud-Orientale, hanno dimostrato che ancora verso il 1090 dopo Cristo,
la zona era densamente abitata, come testimoniano i resti di
numerosissime capanne e case in pietra dentro cui sono stati rinvenuti
tronchi e oggetti in frassino (legno importato dall’Europa) e
contenitori in terracotta contenenti discreti quantitativi di orzo e
grano.
Grazie all’«optimum
climatico», i
navigatori e i cacciatori di balene norvegesi stanziatisi in Islanda
iniziarono ben presto a spingersi più a Nord avvistando
intorno
al 970, per merito di un certo Ulfssonn, la costa meridionale della
Groenlandia (il primo insediamento, realizzatosi nel 978, fu
però opera di un altro colonizzatore: Snaebjord Galti). Nel
982,
Eric il Rosso, esiliato dall’Islanda per un crimine, prese il
mare e dopo una lunga navigazione toccò terra lungo la costa
orientale della Groenlandia, ad Angmagssalik. Successivamente, grazie
al continuo arretramento dei ghiacci (secondo le testimonianze
dell’epoca era raro incontrare iceberg
alla deriva a Sud del 70° parallelo, mentre il ghiaccio perenne
lo
si trovava soltanto all’80°) i Vichinghi spostarono i
loro
insediamenti groenlandesi (che nel 1100 contavano circa 3.000 abitanti)
ancora più a Settentrione, oltre Umanak, cacciando foche,
trichechi, balene e uccelli selvatici.
Tuttavia, a partire dal 1250, il
ghiaccio
incominciò a crescere nuovamente in seguito ad un repentino
abbassamento della temperatura: inversione climatica che, secondo le
cronache, «costrinse i coloni a ritirarsi verso
Sud… A
partire dalla metà del 1300 una nuova ondata di gelo
interruppe
le tradizionali rotte di collegamento tra la Groenlandia,
l’Islanda e la Norvegia». Nella prima
metà del XIV
secolo, dunque, la navigazione in corrispondenza del 65°
parallelo
dovette essere abbandonata, costringendo i Vichinghi ad optare per
tratte più meridionali. Più tardi, verso la fine
del
secolo, allorquando il ghiaccio fece la sua comparsa anche a Capo
Farwell, tutte le comunicazioni con gli avamposti vichinghi in
Groenlandia vennero a cessare completamente, provocando la morte per
inedia dei coloni residenti (continuamente molestati dalle
tribù
eschimesi anch’esse in fase di spostamento verso Sud), ormai
privi del legname e degli attrezzi agricoli che venivano loro forniti
dalla Norvegia. Intorno al 1430, l’emisfero settentrionale si
trovò nella morsa di una piccola «era
glaciale» che
fece abbassare le temperature della Groenlandia di ben 3/7 gradi,
provocando il crollo di tutti gli stanziamenti, anche quelli ubicati
più a Meridione. Oltre un secolo dopo, nel 1540, un certo
Jon
Greenlander a bordo di una nave partita da Amburgo alla volta
dell’Islanda venne dirottato dai venti sulla costa
groenlandese
dove trovò i resti di un insediamento vichingo. Entrato in
una
capanna semi distrutta egli rinvenne il «corpo di un uomo
morto
da molto tempo, ma ben conservato dal freddo… Egli indossava
un
abito di tela di Frisia e un cappuccio di lana ben fatto. Vicino al
cadavere trovai un vecchio coltello da caccia dalla lama molto
rovinata… che presi per ricordo».
E veniamo ora alle ripercussioni
climatiche sugli insediamenti Vichinghi in Nord America. Secondo la Groenlendinga Saga,
nel 986 Bjarni Herjolfsson scoprì per caso, ad Occidente
dell’Islanda e della Groenlandia Meridionale, «una
terra
– il Markland – molto boscosa e con verdi
colline»
(forse si trattava del Labrador o dell’isola di Terranova).
Successivamente, altre spedizioni guidate dal figlio di Eric il Rosso
di Brattahlid, Leif, suo fratello Thorwald e un certo Tirkir
proseguirono le loro esplorazioni lungo la costa Nord-Orientale
Americana scoprendo una terra molto dolce, il Vinland dove i Vichinghi
approdarono fondando, a quanto pare, un insediamento e venendo a
contatto con «strani selvaggi», gli Skraeling
(Indiani appartenenti probabilmente alla tribù degli Innu
del
Labrador). Secondo i frammentari resoconti dell’epoca, sembra
che
quasi tutti i successivi viaggi condotti verso il Nord America da
esploratori o avventurieri vichinghi fossero comunque caratterizzati da
una notevole discontinuità, anche a causa delle lunghe
distanze
e dal peggiorare delle condizioni climatiche. Che all’epoca
d’oro (890-1100) degli stanziamenti vichinghi in Groenlandia
Orientale, Meridionale e Occidentale le acque del Nord Atlantico
fossero più calde di quanto lo fossero nel XIV secolo
è
dimostrato dall’abbondanza di merluzzo che i coloni erano
soliti
pescare (quintali di lische vennero successivamente trovate nel letame
utilizzato negli orti degli insediamenti groenlandesi e islandesi). Il Landnámabók,
testo islandese del 1125, descrive uno dei primi villaggi della
Groenlandia tra il 985 ed il 1000. Il libro narra che Thorkel Farserk,
il fondatore della colonia, non avendo una barca a portata di mano,
nuotò attraverso lo Hvalseyjarfjord per andare a prendere
una
pecora abbandonata sull’isola di Hvalsey e riportarla a casa.
La
larghezza del fiordo (oltre le due miglia) ha indotto il dottor Pugh
del Medical Research
Laboratories
di Hampstead a stimare che la temperatura dell’acqua non
potesse
essere inferiore ai 10°, contro i 6° rilevabili in
agosto e
nella stessa area in epoca attuale: una prova in più degli
effetti dell’«optimum climatico»
verificatosi tra
l’890 e il 1100. Un altro elemento a sostegno di questa tesi,
ormai condivisa da tutti gli scienziati, è rappresentata
dalle
pratiche di sepoltura vichinghe. Durante il «periodo
mite»,
i coloni groenlandesi erano infatti in grado di scavare tombe profonde
anche due metri, cosa divenuta in seguito impossibile dato
l’indurimento del suolo a causa del gelo. Lauge Koch cita poi
un
interessante documento medievale. Nel 1188 (cioè in
concomitanza
con l’abbassamento della temperatura e con
l’avanzamento
dei ghiacci verso la Groenlandia Meridionale) una nave norvegese, la Stangfolden
(impegnata nella traversata dalla Norvegia all’Islanda) fece
naufragio al largo della costa orientale dell’immensa isola.
Un
decennio più tardi, alcuni pescatori trovarono i cadaveri di
sette uomini dell’equipaggio della suddetta nave in una
caverna
situata nei pressi della costa. Tra i corpi individuarono quello di un
prete, tale Ingemond, che prima di morire era riuscito a riportare su
una pergamena la cronaca del naufragio e il destino del disgraziato
equipaggio. Il testo era vergato in caratteri runici. Il prete riferiva
che lui e i suoi compagni si erano rifugiati nella grotta essendo
impossibilitati – data l’enorme quantità
di ghiacci
che circondava la costa – a tentare una marcia in direzione
Sud,
cioè verso gli insediamenti norvegesi di Capo Farwell
(Julianehab e Ivigtut). E tutto ciò dimostra come
nell’ultimo ventennio del XIII secolo la temperatura fosse
notevolmente calata, anche rispetto all’inizio del 1200
quando,
stando alle cronache norvegesi, era ancora possibile per
l’uomo
addentrarsi nell’entroterra della Groenlandia Meridionale,
almeno
durante il periodo estivo. Nel 1250 dopo Cristo il King’s Mirror
(Konungs
Skuggsjá),
un trattato storico e geografico norvegese, inizia a riferire circa la
sempre più frequente «presenza di numerosi iceberg
alla deriva lungo le coste meridionali della Groenlandia…
È ormai impossibile per le navi di avvicinarsi agli
insediamenti
Sud [quelli della zona di Capo Farwell] senza correre il rischio di
affondare… E d’altra parte in quelle terre
è ormai
molto difficile sopravvivere dato il clima sfavorevole e le continue
tempeste di neve». Altri documenti dello stesso periodo
riferiscono più o meno le stesse cose, riportando
annotazioni
inequivocabili circa il «peggioramento delle condizioni
ambientali» nel Sud della Groenlandia e circa «le
progressive difficoltà riscontrate dagli abitanti di questi
insediamenti nel mantenere contatti con l’Islanda e la
Scandinavia».
Bibliografia
Climate, History and the
Modern World, 2nd edition, H. H.
Lamb, Routledge, London and New York 1995
Antiche saghe islandesi,
a cura di M. Scovazzi, Einaudi, Torino 1973
Leggende e miti vichinghi,
a cura di G. Chiesa Isnardi, Rusconi, Milano 1977
Miti e leggende dei
Vichinghi, a cura di G. Agrati e M. L. Magini, 2 volumi,
Mondadori, Milano 1990
Saga di Erik il Rosso,
a cura di S. Piloto di Castri, traduzione di M. Scovazzi, Sellerio,
Palermo 1991.
Pubblicato
su «Storia Verità».
www.storiaverita.org
(dicembre 2012)