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Gli Albanesi che fecero il Risorgimento

Una comunità piccola e «silenziosa» lottò con coraggio a fianco degli Italiani per la libertà

 

di  Simone Valtorta

 

 
Si chiamano Arbëreshe. Hanno resistito nella loro Patria antica ai Turchi; resistito alle ripetute offensive della Chiesa contro i loro riti greco-ortodossi; resistito a secoli di tentativi di assimilazione. Sono gli Albanesi d’Italia, che da più di mezzo millennio vivono in sette regioni centro-meridionali; una comunità di oltre 100.000 persone, che vive con fierezza il ricordo delle vicende risorgimentali nelle quali rivestì un ruolo centrale.
    Arbëreshe era Agesilao Milano, che arruolatosi nell’esercito borbonico per potersi avvicinare al Re di Napoli, cercò di uccidere nel 1856 Ferdinando II. Condannato a morte dopo un processo sommario e irregolare, scrive Domenico Cassiano nel libro Risorgimento in Calabria, il ragazzo «pregava ad alta voce, baciava il Crocifisso e ripeteva in continuazione: “Viva Dio, la religione, la libertà, la Patria”». Raccontò un testimone che Agesilao «salì animoso il patibolo e si compì la giustizia umana, ma in modo così barbaro e crudele che il popolo mandò un grido d’indignazione e quasi minacciava di sollevarsi al punto che i gendarmi impugnarono le pistole e gli Svizzeri già apparecchiavano a caricare il fucile. Durò un quarto d’ora l’agonia del condannato e dopo anche il suo corpo venne indecentemente maltrattato dal carnefice».
    Arbëreshe era Girolamo De Rada che nonostante il nome italiano e la dedizione con cui si batté per l’unità d’Italia, è il più grande dei poeti albanesi.
    Arbëreshe erano molti ragazzi che persero la vita nelle sommosse calabresi in nome del Tricolore, ad esempio Raffaele Camodeca, giustiziato come i fratelli Bandiera nel vallone di Rovito e ricordato da Serafino Groppa come «un giovine eroe il quale a ventiquattro anni, quando più gli sorrideva la vita, cadde vittima del piombo esecrando» gridando: «È questo il più felice momento della mia vita! Viva l’Italia!».
    Arbëreshe erano i cinquecento abitanti di Lungro (tolti i vecchi, le donne e i bambini, un maschio ogni tre) che si unirono alla marcia garibaldina su Napoli dopo avere inviato al condottiero un messaggio che traboccava di entusiasmo: «Essere straordinario, le nostre lingue non hanno parole come definirti; i nostri cuori non hanno espressioni come attestarti la nostra ammirazione. Un popolo intero ti acclama: Liberatore della più bella parte d’Italia! […] L’America può vantare un Washington, la Svizzera un Guglielmo Tell ma l’Italia, più superba ancora…».
    Arbëreshe era Pier Domenico Damis che, come raccontò Giuseppe Martino nel libro Il tenente generale, dopo essersi gettato nei fermenti irredentisti del 1844, del 1847 e infine del 1848, venne costretto ad una latitanza di tre anni sulle montagne, fu preso prigioniero, condannato e spedito dai Borboni su una nave diretta in Sud America. Una deportazione che sventò con gli altri sessantasei patrioti dirottando il bastimento verso l’Inghilterra, in tempo per raggiungere poi Quarto e partecipare alla spedizione dei Mille da Marsala al Volturno.
    Arbëreshe era Francesco Crispi.
    Arbëreshe erano i ragazzi del collegio albanese di Sant’Adriano a San Demetrio Corone, una trentina su centocinquanta, che al passaggio di Garibaldi si unirono alle camicie rosse. Una scelta temeraria, per dei liceali. Che con quel gesto davano ragione ai contadini filo-borbonici che nel 1799 avevano dato l’assalto a quella culla cosentina della intellighenzia albanese convinti che «a Sant’Adriano pure Cristo è giacobino!». Tesi che, davanti all’elenco di tutti gli irredentisti usciti dal collegio, nato come seminario greco-ortodosso ma via via laicizzato, spingeva Ferdinando II a bollare l’istituto come «un covo di vipere» e «una fucina del demonio».
    Come mai questa dedizione all’Italia? Da dove veniva questo patriottismo spinto al punto che il poeta Zep Serembe esaltò Garibaldi come «il grande prode in camicia rossa / eguaglia il nostro Scanderbeg / perché quando con fierezza / impugna la spada / quale folgore brucia e squarcia»?
    La risposta non è facile. Forse per l’ostilità verso i Borboni. Forse la scelta degli Albanesi di non essere una comunità chiusa in se stessa ma al contrario tradizionalmente aperta. Forse la penetrazione degli ideali liberali e laici, sicuramente maggiore nelle classi dirigenti arbëreshe che non in quelle, spesso grettamente conservatrici, della Calabria papalina e borbonica. Fatto sta che quel paragone fra Garibaldi e Scanderbeg diceva tutto: l’amore per la Patria scelta era pari a quello per la Patria lasciata.
    Perché Giorgio Castriota Scanderbeg, l’eroe della resistenza contro la penetrazione dei Turchi nell’antica Arberia, l’uomo che in cambio dei servigi militari dati inviando nel 1461 un corpo di spedizione in aiuto a Ferrante I d’Aragona contro Giovanni d’Angiò ottenne terre nelle Puglie, è per gli Arbëreshe molto di più che un simbolo del passato. È ancora un personaggio vivo, che domina i siti internet, i giornali, le radio albanesi. Il punto di riferimento di questo pezzo di popolo arrivato in Italia in otto successive ondate migratorie dal 1399 al 1774. Più, si capisce, l’ultima, iniziata quando un sabato d’estate del 1990 il camionista Fatos sfondò col suo Skoda un cancello dell’ambasciata italiana a Tirana chiedendo asilo. E quando, pochi mesi dopo, davanti alle coste pugliesi si stagliarono i lugubri profili della Lirja, della Tirana e della Legend, quelle vecchie e arrugginite carrette del mare stracariche di migliaia e migliaia di Albanesi.
    «Scendevano miracolosamente da queste imbarcazioni precarie persone che si chiamavano anch’essi Albanesi e anch’essi, come gli antichi profughi, fuggivano da un mondo di oppressione, in cerca di libertà e di un mondo migliore, ma anche di cibo e del benessere che vedevano attraverso le immagini televisive» ha scritto ne Il senso dei luoghi Vito Teti. «I nuovi arrivati, però, non avevano nulla dei vecchi guerrieri, non issavano aquile al cielo come Scanderbeg, non avevano paesi da fondare. Erano sporchi, laceri, macilenti. Gli Albanesi che arrivavano adesso dal mare non avevano più una civiltà da difendere. Fuggivano dai cocci del regime comunista, cercavano l’Occidente, non si sentivano attratti da quelli che si chiamavano Arbëreshe e che li guardavano con un certo sgomento, con qualche inquietudine. Per gli Albanesi che da secoli attendevano e che da decenni mantenevano scambi con l’Albania, era difficile riconoscere la loro diversità negli altri che arrivavano. Erano troppo diversi anche per la loro rivendicata, difesa ed esibita con orgoglio, diversità. L’arrivo sulle coste ebbe un effetto paradosso e di rigetto. Anziché rafforzare il senso dell’origine, gli Albanesi di Calabria quasi cominciavano a vergognarsi di quelle maschere erranti che parlavano una lingua simile, molto simile, alla loro. Qualcuno cominciò a pensare che era giunto il momento di integrarsi, di nascondersi, di non farsi confondere con quelli che venivano da fuori».
    Carmine Abate ammette che, «anche se molti paesi albanesi accolsero generosamente i nuovi profughi, quei “cugini” sollevarono anche una certa diffidenza. Insomma, fino a quel momento tutti noi c’eravamo sempre definiti Albanesi di Calabria, di Puglia, di Sicilia… Da quel momento abbiamo preferito definirci Arbëreshe».
    Così, man mano che proseguiva l’integrazione dei nuovi arrivati (un’integrazione rapida, anche se non certo priva di difficoltà, che portò molti di loro a diventare addirittura imprenditori, soprattutto nel campo dell’edilizia), gli Arbëreshe tornarono a rivendicare l’orgoglio della loro appartenenza, della loro «specificità», della loro «diversità», di quello che in certe aree del Paese è un valore. Della loro dedizione per due Patrie, una assegnata dal caso, quella dove si è nati (o dove si trovano le proprie, profonde radici), l’altra dalla scelta, quella in cui si vive: l’Albania e l’Italia!
(agosto 2011)