Camillo
Benso, conte di Cavour
Un
grande, abile ministro
di Ercolina
Milanesi
Camillo
Benso conte di Cavour, nato a Torino il 10 agosto 1810 da una famiglia
della nobiltà sabauda, fu avviato in giovane età
alla
carriera militare che però, nel 1831, fu costretto ad
abbandonare perché sospettato di simpatie liberali.
Iniziò a viaggiare in Europa, soggiornando a Ginevra, Parigi
e
Londra dove conobbe numerosi esponenti della vita politica e sociale
europea e maturò una solida cultura economica e politica di
stampo liberale. Si dedicò anche
all’amministrazione delle
sue tenute agricole applicando le più aggiornate tecniche
agronomiche e pubblicò numerosi saggi e articoli su vari
problemi di politica economica e per esporre le sue tesi
liberoscambiste.
Nel 1847 fondò il giornale
«Il
Risorgimento» attraverso il quale indicò la
necessità di riforme istituzionali nel Regno Sabaudo per
giungere ad un assetto monarchico-costituzionale e suggerì
di
condurre una politica estera che, attraverso la guerra
all’Austria, permettesse l’unificazione
dell’Italia
Settentrionale sotto i Savoia. Eletto deputato nel 1848, fu chiamato a
partecipare al governo d’Azeglio, prima come Ministro
dell’Agricoltura (1849) e poi anche delle Finanze (1851). Su
posizioni moderate e convinto della necessità di ammodernare
le
strutture economiche e finanziarie del Regno, Cavour giunse alla firma
di trattati di libero scambio con le potenze occidentali. Lo
spostamento del ministero d’Azeglio su posizioni ritenute
eccessivamente conservatrici convinse Cavour a inaugurare la politica
del «connubio» tra le forze parlamentari del
Centro-Destra
da lui guidate e quelle del Centro-Sinistra fedeli a Rattazzi, scelta
che, nel 1852, gli permise di diventare Presidente del Consiglio.
Dalla sua posizione di Primo Ministro,
Cavour
proseguì con vigore l’opera di modernizzazione del
Regno,
attraverso l’apertura verso i mercati esteri
dell’economia
piemontese, la realizzazione di numerose opere di canalizzazione e
l’allargamento della rete ferroviaria. Un diffuso malcontento
fu
suscitato sia dall’innalzamento della pressione fiscale che
si
rese necessario per finanziare le nuove opere pubbliche, sia dai suoi
progetti di laicizzazione della società e dello Stato.
Nonostante che si richiamasse al principio di «libera Chiesa
in
libero Stato», nel 1855, Cavour propose con Umberto Rattazzi
la
soppressione degli ordini religiosi contemplativi, sollevando le
reazioni delle forze clericali e dello stesso Re Vittorio Emanuele II,
reazioni che spinsero il Primo Ministro alle dimissioni. Ma di fronte
alle proteste degli ambienti liberali, il Re fu costretto ad affidare
nuovamente la guida del governo a Cavour.
La politica estera del Primo Ministro,
volta a
contrastare la presenza austriaca in Italia, e l’asilo
concesso
in Piemonte a numerosi patrioti esuli da diversi Stati della Penisola
fecero diventare Cavour un punto di riferimento per coloro che
speravano di giungere rapidamente all’unificazione nazionale.
La
partecipazione alla guerra di Crimea di un corpo di spedizione
piemontese, nel 1855, permise a Cavour l’anno successivo di
sedere intorno al tavolo della conferenza di pace di Parigi, ponendo
tra gli argomenti in discussione la situazione italiana. Gli accordi
segreti siglati a Plombières nel 1858 tra Napoleone III e
Cavour
garantirono al Piemonte l’appoggio della Francia nella lotta
contro l’Austria.
L’ultimatum inviato nel 1859
dal governo
austriaco al Piemonte fu l’occasione per far scoppiare il
conflitto che si concluse con l’armistizio di Villafranca che
prevedeva l’annessione della Lombardia al Regno di Sardegna,
in
cambio della rinuncia ad ulteriori espansioni territoriali. Cavour
sollecitò il Re a continuare la guerra anche senza
l’appoggio dei Francesi, ormai ritiratisi dal conflitto, ma,
nel
luglio 1859, di fronte al rifiuto di Vittorio Emanuele II, il Primo
Ministro si dimise. Agli occhi di molti moderati liberali,
però,
Cavour appariva come l’unica personalità in grado
condurre
positivamente la causa nazionale e, dopo il breve ministero La
Marmora-Rattazzi, il conte fu richiamato al potere. Pochi giorni dopo,
i plebisciti dichiararono l’annessione dell’Emilia
e della
Toscana al Piemonte.
L’impresa dei
«Mille» guidati da
Garibaldi alla conquista della Sicilia fu seguita con preoccupazione da
Cavour, timoroso circa un possibile esito rivoluzionario e repubblicano
dell’iniziativa. Ma il Primo Ministro seppe volgere a
vantaggio
del Piemonte il timore che accomunava le diplomazie europee, ottenendo
dalle potenze del Continente l’assenso
all’occupazione
delle Marche e dell’Umbria e all’annessione
dell’Italia Meridionale al Regno di Sardegna. Il 17 marzo
1861,
su proposta di Cavour, il primo Parlamento nazionale italiano riunitosi
a Torino proclamò il Regno d’Italia e, dieci
giorni dopo,
dichiarò Roma capitale d’Italia, nonostante che
l’Urbe fosse ancora sotto il governo pontificio.
Cavour tentò di risolvere per
via diplomatica
la questione romana, proponendo al Pontefice di rinunciare al potere
temporale in cambio dell’abolizione delle norme
giurisdizionali
che consentivano allo Stato l’intervento
nell’attività ecclesiastica, ma ottenne un netto
rifiuto.
Negli ultimi mesi della sua vita, lo
statista
tentò di affrontare i problemi legati
all’organizzazione
del nuovo Regno, soprattutto considerando le differenze esistenti tra
le «due Italie»: l’Italia Settentrionale
si poneva in
competizione con le economie continentali più sviluppate,
mentre
l’Italia Meridionale era caratterizzata da strutture sociali
e
produttive che mal si accordavano con il dinamismo richiesto dal
contesto europeo in rapida trasformazione.
Colto da febbri improvvise e mal curate,
Cavour
morì a Torino il 6 giugno 1861 senza poter vedere la
conclusione
dell’opera di unificazione nazionale cui aveva contribuito in
misura considerevole.
(maggio 2011)