I
Carafa di Noia
Una
partecipazione attenta alle questioni nazionali
di Elena
Pierotti
I
Cattolici liberali ebbero un ruolo indiscutibilmente ampio sul piano
politico fino al 1848. Ma anche dopo le vicende quarantottesche
riuscirono, in modo non troppo defilato, a far sentire la loro voce,
certamente fino alla mozione Pantaleoni-Passaglia del 1860, che ebbe
come obiettivo prioritario l’inserimento, non riuscito, dei
Cattolici nei circuiti politici dello Stato Nazionale che si profilava
all’orizzonte.
I Carafa di Noia, aristocratici
napoletani, dei
quali un ramo di famiglia fu presente a Lucca nel XIX secolo,
condivisero queste idealità, sottolineando come le questioni
pendenti investissero l’intera compagine nazionale, e non
solamente gli interessi locali. Nell’archivio di Stato
lucchese
ritroviamo un documento1 del 1856 che riproduce,
su
segnalazione dei Carafa, quanto il conte de Montalembert descrive in
una sua pubblicazione di quell’anno2.
In tale
pubblicazione egli affrontò un argomento spinoso: come
sarebbe
stato il Papato, se non si fosse opposto, di fatto, alla causa
italiana, così come il Piemonte liberale la sostenne.
Riservò perciò le simpatie più solide,
più
pure ad un «Papato liberale», considerandolo come
la
struttura politica più affidabile per la causa italiana.
Ci si affidò in quel
frangente alle parole
del grande intellettuale parigino perché Parigi
rappresentava
allora per i Cattolici progressisti una via d’uscita sicura
alla
stagnazione che, dopo il 1848, li contraddistinse. Secondo il nobiluomo
francese, che peraltro stava allontanandosi sempre più da un
liberalismo maturato sin dalla prima gioventù verso
radicalità cattoliche, era inopportuno toccare comunque la
sovranità temporale del Papato. Ciò sarebbe
equivalso, a
suo dire, a toccare nel vivo gli interessi migliori
dell’Italia.
A quali interessi si riferiva? Agli interessi, ritengo, di quel
notabilato, sia aristocratico che borghese, legato alla Chiesa in modo
esclusivo, cui i Carafa di Noia appartenevano, che si trovò
ad
arginare la modernità e/o a rispondere alla stessa con
elasticità, non perdendo mai di vista la solidità
dei
rapporti sociali che si erano consolidati in epoca d’antico
regime. In quest’ottica, attentare alla sovranità
temporale del Pontefice fu visto come un modo per toccare il Papato
stesso, vale a dire la base della Chiesa Cattolica. Apparve dunque
fondamentale ritenere che dalla libertà del Capo della
Chiesa
dipendesse l’esercizio indipendente del potere spirituale e,
in
conseguenza, «la regola della fede dell’immensa
maggioranza
dei Cristiani nel mondo o nella costituzione attuale». Ma,
ancora, di quale Europa ci parlava Montalembert? Non
dell’Europa
borghese emergente, che s’inquadrò perfettamente
con
l’idea di progresso e di trasformazione economico-sociale;
piuttosto di quella borghesia ancora chiusa ai grandi cambiamenti in
atto, che l’Italia di allora ben rappresentava. La risposta
politica dei Carafa di Noia, per bocca del conte di Montalembert,
è un palese attacco diretto allo scritto di Adolphe Blanqui3
di economia politica, pubblicato nel 1842. Fautore dei principi
espressi dalla nuova scienza economica, viene in verità
confutato dallo stesso Montalembert nella pubblicazione in oggetto come
segue: «Con voce barbara dicesi [il Blanqui] neonata
l’economia perché giusta pretesa come scienza
moderna. Gli
antichi avrebbero riso [ammonisce Montalembert]. Per Blanqui quella
buona gente [gli antichi] non potevano capire una scienza della
ricchezza».
Sono qui a confronto due mondi, due
«verità storiche» tra le più
complesse del
XIX secolo e del successivo. Prosegue Montalembert: «La
ricchezza
(intendi la vera) è nella repubblica un fatto singolare come
la
digestione nel corpo umano. Il lavoro, il sapere e la
probità
sono le lezioni proprie e naturali di tutti i tempi […]. Ora
il
voler rivolgere le potenze intellettuali e morali degli uomini alla
produzione della ricchezza come mezzo di conversione della loro
intelligenza e della loro moralità è un voler
camminare
con la testa all’ingiù […]. Un popolo
colto,
onesto, laborioso produrrà la ricchezza senza sapere nulla
di
economia e [viceversa] un collegio di economisti preposto al Governo e
all’Amministrazione lo manderà in
malora».
L’opera del Montalembert, cui i Carafa di Noia fanno
riferimento,
analizza le posizioni di Lord Palmerston (Primo Ministro Inglese),
vicine a quelle del Blanqui, che si confrontano con le posizioni di Pio
IX, sostenute da Montalembert. Sono anni difficili e, siamo nel 1856,
il congresso di Parigi, seguito alla guerra di Crimea, pose in essere
condizioni politiche del tutto particolari. Basti pensare
all’inserimento piemontese nel conflitto ed alle conseguenze
scaturite per il Regno di Sardegna da tale partecipazione, preludio
alle vicende unitarie nazionali. Il Papato sentiva l’urgenza
di
definire una situazione in bilico, pressato non solo dalla condizione
italiana ma anche dalle spinte emergenti europee di rinnovamento. Il
ruolo determinante che assunse in quegli anni la Francia di Napoleone
III, che peraltro sosteneva i Cattolici francesi, e di conseguenza il
Papato, traspare chiaramente nelle pagine che il documento propone. Ad
un progressivo allontanamento politico dell’Inghilterra dal
continente (Inghilterra che rimase presente soprattutto in termini di
aiuto economico volto a difendere gli interessi acquisiti nel
Mediterraneo dall’Impero della Regina Vittoria), si
unì
una precisa strategia di controllo dei movimenti politici
dell’Imperatore Francese e degli interessi dei Cattolici
francesi, soprattutto in Italia. Questo credo sia il reale valore
politico del documento proposto, da cui scaturiscono le aspettative dei
Carafa di Noia, i cui interessi nella Napoli del tempo sentirono forse
minacciati, azzardo, da un’Inghilterra liberale, in grado di
ridefinire i giochi politici ed economici nel Regno delle Due Sicilie.
Note
1 ASL, Fondo Carafa di Noia, fascicolo I, saggi
storici e
politici e filosofico letterari, 1-23, rif. 554, ottobre 1856, filza
numero 7.
2 Pio
IX e Lord Palmerston secondo il conte De Montalembert,
Parigi, Jacques Leroffre & C, 1856.
3 Blanqui, Scritto
de l’Economia politica, volume 1, pagine 33-34,
Parigi, ed. Guilloumier, 1842. Adolphe era fratello di Auguste, un
rivoluzionario.
(settembre 2011)