Un
duca d’Antico Regime: Carlo Ludovico di Borbone
La
questione protestante come substrato politico del periodo risorgimentale
di Elena
Pierotti
I
Sovrani d’antico regime rappresentarono con il loro stile di
vita
e le modalità di governo adottate un sistema politico che
non
seppe rigenerarsi di fronte alle sfide della modernità.
Tuttavia
in alcuni casi, con molte sfaccettature, che rivelarono le
contraddizioni del periodo, questi Sovrani riuscirono ad essere una
sorta di testata d’angolo, tale da far temere delle serie
ripercussioni di sistema a Vienna, a partire proprio
dall’interno
del sistema stesso.
Nessuno più del bizzarro ma
intelligente duca
borbonico Carlo Ludovico di Borbone fu monitorato e sorvegliato
speciale per le sue manifestazioni d’intolleranza verso i
governi
d’Antico Regime; molti storici, a partire da Giorgio Spini,
ritengono che la vicenda umana del duca andrebbe scandagliata ancor
più nel profondo, per comprendere le dinamiche stesse del
nostro
Risorgimento. Avendo io discusso una tesi su vicende vicine a quelle
del duca, intendo qui presentare il personaggio, ponendo
l’accento su aspetti che poco sono conosciuti.
Carlo Ludovico di Borbone nacque nel
1799 e
morì nel 1883. Era figlio di Ludovico I, duca di Parma, e di
Maria Luisa, appartenente al ramo spagnolo della famiglia. Fu nominato
Re d’Etruria con il nome di Ludovico II a soli tre anni e la
reggenza fu quindi assunta dalla madre Maria Luisa. Dopo il Congresso
di Vienna i Borbone di Parma ricevettero, fino alla morte della
duchessa Maria Luisa d’Austria, il piccolo ducato di Lucca,
con
la prospettiva di ritornare a Parma in quel frangente, cedendo Lucca al
granduca di Toscana. Carlo Ludovico con questo nome successe nel 1824
alla madre alla guida del ducato e durante il suo regno varò
numerose riforme di pubblica utilità. Nel 1824 promosse il
riassetto delle acque e delle strade, creando un apposito consiglio che
dirigesse i lavori. Nel 1826 emanò una legge per il riordino
del
Catasto del Ducato; si occupò anche dei beni artistici e
storici
della città, creando un’apposita commissione per
la loro
conservazione e restauro. Favorì la costruzione di una rete
ferroviaria e permise la pubblicazione, per la verità
soggetta
come il sistema voleva a severa censura, di alcuni periodici. Sorsero
in quegli anni l’«Opera degli Asili
d’Infanzia»
e la «Cassa di Risparmio» (nel 1835).
Il duca però non fu molto
popolare nel
ducato, soprattutto per le eccessive spese per sé e per la
corte
che portarono al deficit il piccolo Regno.
Nel 1847 un episodio di violenza fu la
causa di
un’insurrezione popolare cui seguì la richiesta
della
guardia civica e del ristabilimento della Costituzione
del 1805. Tuttavia il duca nel mese di settembre di quel 1847
abdicò e cedette, senza preavviso, per ragioni di
bancarotta,
non rispettando quindi gli accordi previsti a Vienna, il suo Regno a
Leopoldo II, granduca di Toscana. Si trasferì, come
stabilito
nel 1815, a Parma ed ivi assunse il nome di Carlo II.
Fin qui tutto rientra nel novero delle
situazioni
preventivabili del periodo. Ma leggendo tra le righe il comportamento
del duca, ci rendiamo conto di quanto la sua bizzarria rispecchiasse le
complesse situazioni risorgimentali.
Come ricorda Giorgio Spini,
«la strana
avventura religiosa del duca Carlo Lodovico di Borbone, “di
Lucca
il protestante don Giovanni”, come ebbe a definirlo in un
verso
famoso Giuseppe Giusti» c’introduce in scenari a
dir poco
inconsueti.
«Al solito, malgrado
l’interessante
studio dedicatogli da Narciso Nada» – riferisce lo
Spini
– «neppure questa avventura può dirsi
interamente
chiarita nei particolari. Anch’essa, ad ogni modo, sembra
riferibile sempre a quel tempestoso ribollire di fermenti innovatori,
che tiene dietro alle Trois
Glorieuses
del luglio 1830. Quel principotto mezzo spagnolo e mezzo italiano, dal
carattere eccentrico e perpetuamente instabile e dalla condotta
notoriamente scapestrata» – sono ancora le parole
di Spini
– «è anch’egli sulle prime
spaurito dalla
bufera rivoluzionaria e implora la protezione austriaca, rivolgendosi
supplichevolmente all’ambasciatore imperiale de Bombelles. Ma
nella sua stramba testa ha pure delle confuse velleità di
giovare al suo popolo, che alimentano qualche speranza nei liberali
lucchesi. E sente anch’egli abbastanza l’influsso
dell’atmosfera di quegli anni da mettersi a studiare la Bibbia
ed i problemi religiosi. Già allora infatti è
verosimile
che il duca abbia contatti con protestanti svizzeri od anglicani:
è abbastanza sospetto, per esempio, che proprio nel 1830 il
reverendo Nott, successore dello Hall nell’ufficio di
cappellano
inglese di Livorno, faccia stampare in Lucca una traduzione italiana
del Common Prayer Book.
Le inclinazioni del duca al
protestantesimo maturano
comunque nel corso di un lungo soggiorno all’estero, che egli
fa
dal 1831 al 1833, in compagnia del suo ciambellano, marchese Cesare
Boccella. In una data non precisata, ma presumibilmente non anteriore
al 1832, Carlo Ludovico è a Ginevra e si stringe di calorosa
amicizia con un pastore, Philippe Basset, di cui ammira
incondizionatamente un commento al libro dell’Apocalisse. Anche
quando il duca di Lucca soggiorna a Vienna, lo si vede tutto occupato a
studiare la Bibbia,
spulciando testi ebraici e siriaci o meditando sull’Apocalisse, e lo si
sa in contatto col pastore luterano della città.
Più che a Vienna ama
soggiornare a Berlino,
presso la corte pietista degli Hohenzollern. E nell’estate
del
1833 notizie ancora più inquietanti raggiungono Metternich:
a
Strasburgo il duca si è confidato con quel concistoro
riformato,
palesando le sue convinzioni religiose e chiedendo di potere restare
protestante solo occultamente, per ragion di Stato, per cui dal
concistoro stesso gli è stato concesso di continuare ad
assistere alle cerimonie ufficiali cattoliche, a patto di astenersi
dalla comunione; più tardi si saprà che a
Strasburgo ha
preso contatto anche col sindaco della città e per il suo
tramite con il Ministro Francese de Broglie, chiedendo
l’appoggio
francese per l’eventualità di un urto con Vienna,
in
seguito al proprio mutamento di convinzioni.
E che il passaggio al protestantesimo
debba essere
accompagnato da analogo passaggio dal campo reazionario a quello
liberale, non sembra dubitabile da alcuno: compagno del duca anche
nell’avventura protestante è oltre tutto il
Boccella, che
passa per liberale quanto mai pericoloso agli occhi della corte
viennese. A luglio si sparge la notizia che Carlo Ludovico è
stato visto al culto luterano in Dresda e che ivi ha preso la comunione
secondo il rito protestante. Di analoga comunione dalle mani di un
ministro anglicano si parla poco dopo, durante un passaggio del duca da
Baden. Benché il Borbone smentisca queste notizie,
affermando di
essere entrato solo per curiosità in una chiesa luterana a
Dresda, è con estrema apprensione che Metternich lo vede
tornare
a Lucca, ove tutti si attendono il licenziamento
dell’onnipresente Ministro Mansi, il trionfo dei liberali e
l’inizio di riforme.
E un delirio di applausi saluta infatti
il rientro
di Carlo Ludovico nella sua capitale nell’agosto 1833. Le
velleità liberali del Borbone non andranno al di
là del
proverbiale espace
d’un matin.
Benché circuito
immediatamente
dall’abilissima diplomazia austriaca, spalleggiata un
po’
da tutti gli altri rappresentanti delle potenze europee, decisi ad
attraversare la strada alla Francia, Carlo Ludovico continua a
carteggiare con Basset, per tramite del console francese di Livorno;
vuole nientemeno che pubblicare una sua propria traduzione del Vangelo in italiano
ed un’altra d’un riassunto dell’opera di
Basset sull’Apocalisse.
Oltre a questo, si mette a carteggiare pure con Bunsen, notorio
protettore di ogni iniziativa protestante in Italia e fautore di una
politica di moderato riformismo nello Stato Pontificio stesso; gli apre
le preoccupazioni del suo animo, chiedendogli di potersi abboccare con
lui o con un suo inviato. Da Roma Gregorio XVI, allarmatissimo, invia
nell’ottobre 1833 il Cardinale Odescalchi a Lucca,
perché
si accerti dello stato religioso del duca e comunque ottenga che egli
dia inequivocabilmente smentita alle voci circolanti sul conto suo. Ma
il principe gioca d’astuzia, tranquillizzando il Cardinale
con
equivoche profferte di rispetto alla Santa Sede e rimandandolo con
questo in pace, mentre continua la serie dei propri rapporti con i
protestanti. Si saprà, a dicembre, che è stato a
Livorno
al culto anglicano nella cappella del reverendo Nott; si
sospetterà allora che abbia fatto visita alla Calandrini a
Pisa.
È possibile che la visita non sia avvenuta: ma è
certo
comunque che Carlo Ludovico era ammiratore della Ginevrina e volle
fossero introdotti asili infantili anche a Lucca sull’esempio
di
quelli promossi da lei a Pisa e a Firenze.
Intanto il rappresentante spagnolo Zea
Bermudez
assilla il duca, chiedendogli pubblica e solenne prova della sua
adesione al Cattolicesimo. E quelle insistenze sono particolarmente
minacciose per Carlo Ludovico, che dalla Spagna trae forti rendite
finanziarie, la cui sospensione, per lui, crivellato di debiti a causa
della sua prodigalità irresponsabile, significherebbe la
catastrofe. Metternich dal canto proprio lavora d’astuzia per
indurlo a lasciare daccapo Lucca ed a tornare a Vienna, ove conta di
persuaderlo definitivamente a mettere la testa a partito. Ed ai primi
del 1835 il principe è già in viaggio alla volta
dell’Austria, iniziando così un’altra
serie di
peregrinazioni europee che lo terranno lontano quasi sempre da Lucca
per lunghi anni. Tuttavia continua la sua peregrinazione anche
spirituale, abbandonando l’area riformata o luterana per
quella
High Church dell’anglicanesimo e facendosi ricevere
formalmente
nel seno della Chiesa d’Inghilterra. Si tratta di un atto
compiuto in gran segreto, così che nulla se ne seppe allora
e
nulla se ne saprebbe ancora oggi, se non ne fornissero notizia
esplicita due abbozzi di testamento, redatti da Carlo Ludovico,
l’uno in una data collocabile fra il 1835 e il 1841 e
l’altro nel 1841 o più tardi ancora.
Nell’uno di
questi abbozzi il duca dichiara di voler morire «nella Santa
Fede
Cattolica Apostolica, ma non già Romana, le cui
superstizioni io
rigetto, attenendomi alla Chiesa Anglicana Episcopale (High Church)
della quale faccio parte dal 6 agosto 1835».
Nell’altro esplicita:
«Credo in tutto
quello che la Fede ci insegna per mezzo della Santa Scrittura, ma non
ammetto in alcun modo articoli di Fede fuori di quelli che ammette la
Scrittura, e rinunzio adesso, come già da un pezzo ho
rinunziato
a tutte le invenzioni umane che la Chiesa di Roma ha voluto per i suoi
fini, e per tirar partito dalla credulità degli uomini, far
passar per divini. E mi dichiaro vero Cattolico che segue di preferenza
i riti della Chiesa Episcopale Anglicana».
Nel 1835 il Movimento di Oxford era nel
suo pieno fiore e i Tracts
for the Times
stavano destando vasti consensi. Nulla di strano che Carlo Ludovico si
sia preso una cotta per le dottrine puseyete, come qualche anno prima
se n’era presa una per le dottrine apocalittiche del pastore
Basset. Non c’è dubbio possibile infatti
sull’identità dell’anglicanesimo
«Catholic» e «High», ma non
Romano, professato
dal duca di Lucca con le posizioni dei
«Tractarians»,
soprattutto negli anni iniziali. Altri particolari lo confermano.
Il Movimento di Oxford era
caratterizzato dalla sua
appassionata rivalutazione della liturgia e la materia della liturgia
era una delle divisioni più vistose tra High Church e Low Church
nell’anglicanesimo. Carlo Ludovico, tanto appassionato di
studi
liturgici e biblici, radunò una collezione preziosa di
incunaboli e manoscritti su tali argomenti, lasciata da lui al nipote
Roberto; tale raccolta trovasi oggi alla Braidense di Milano.
L’ideale del Movimento di
Oxford era ritrovare
l’antica Cattolicità, anteriore alle lacerazioni
della
Riforma e alle deviazioni del Papato; il che implicava una
considerazione rispettosa per l’antica Chiesa Greca. Anche
Carlo
Ludovico si fece costruire una cappella di rito greco unito nella sua
villa di Marlia. Può darsi che nella scaldata per
l’anglicanesimo puseyeta siano entrati fattori personali.
Nelle
bozze di testamento sopra menzionate, il duca esprime la speranza di
poter chiudere gli occhi in Inghilterra, dopo essersi ritirato dagli
affari di Stato, ed esservi sepolto presso un caro amico, Charles
William Crook, un giovane inglese morto in duello nel 1841.
«Il
che fa pensare ad una infatuazione per l’Inghilterra in
genere e
per questo Crook in particolare, da parte di un cervello bizzarro [le
frasi sono ancora dello Spini].
Non si trattò però
di una cosa del
tutto effimera. Malgrado il segreto in cui è avvenuta questa
vicenda di Carlo Ludovico, si sa che un personaggio così
serio
come il Bunsen ebbe con lui un incontro nel 1838 e daccapo un attento
colloquio nel 1839 a Londra. Sempre nel 1839, durante una puntata a
Roma, Carlo Ludovico, recatosi a fare omaggio al Papa, avrà
una
lavata di capo a proposito delle sue convinzioni religiose e ad essa
reagirà protestando vivacemente presso
l’ambasciatore
prussiano Buch e quello austriaco Lutzow, e chiedendo di essere
lasciato in pace nelle faccende della propria coscienza.
Nel 1841, anzi, essendosi ammalata la
duchessa Maria
Teresa – una Savoia devotissima Cattolica e quanto mai invisa
all’irrequieto consorte – il Borbone si
metterà a
dire che, se rimarrà vedovo, si risposerà con una
protestante. Manifesterà anzi propositi per avviare al
protestantesimo pure suo figlio Ferdinando, che sarà poi
duca di
Parma col nome di Carlo III e ispirerà un giorno, con la sua
fine misteriosa, un libro ben noto di Giansiro Ferrata ed Elio
Vittorini.
Più tardi correrà
voce che il duca di
Lucca nel 1844 abbia abiurato nelle mani del Patriarca di Venezia
insieme al Boccella, rientrando così nel grembo della Chiesa
Romana. Se la notizia è vera, si potrebbe dire che Carlo
Ludovico precedette di un anno, in questo passo, John Newman,
l’esponente più illustre del Movimento di Oxford.
Non
mancano però notizie anche dopo quella data di contatti
ulteriori del duca di Lucca con qualche ecclesiastico anglicano.
È possibile dunque che solo più tardi sia finita
questa
singolare avventura religiosa, tanto tipica dell’atmosfera
corrente per l’Italia dopo la scossa tempestosa del 1830.
È nella stessa atmosfera che quel Bunsen, di cui si
è
vista la partecipazione nell’avventura di Carlo Ludovico,
svolse
inutilmente il suo tentativo di avviare anche lo Stato Pontificio verso
un moderato riformismo».1
Per quanto l’analisi dello
storico Spini sia
magistrale sul piano politico, lascia dubbiosi circa
l’insistenza
sulla bizzarria del personaggio. Lo storico fiorentino è
assolutamente in linea con quanto la storiografia ufficiale decreta sul
duca borbonico. Ma, come riferito, intendo proporre delle brevi
osservazioni, scaturite dalle mie ricerche per una recente tesi
discussa, che fanno riflettere più dall’interno
sulle
questioni trattate.
Il duca lucchese, sostenuto da alcune
famiglie
aristocratiche, proteggeva molti patrioti italiani nei suoi territori.
Oltre al conosciuto Carlo Luigi Farini, che avrà un peso
rilevante nel neonato Stato unitario, anche alcuni esponenti della
famiglia Bonaparte, in quel periodo fuggiaschi perché
rivoluzionari convinti circa le questioni nazionali italiane pendenti,
coincidenti peraltro con gli stessi loro interessi familiari del
periodo.2
In un piccolo paese della Lucchesia,
Benabbio, nel
comune di Bagni di Lucca, Nicola Laganà registra,
menzionando
una pubblicazione, la presenza di Luigi Napoleone Bonaparte, futuro
Imperatore dei Francesi, come ospite del duca borbonico nel 1837,
quando era perseguitato da Luigi Filippo d’Orléans.3
In realtà egli precisa pure
che nei documenti
d’archivio da lui rintracciati non ha trovato questo
personaggio
bensì un suo cugino, Luigi, figlio di Luciano Bonaparte, il
quale il 13 settembre 1834 implorò il duca di concedergli
l’asilo politico nei suoi domini, e quest’ultimo
glielo
concesse il 23 dello stesso mese.4
Qualche anno dopo, nel 1839, Carlo
Ludovico tenne
contatti con Antonio Panizzi, il celebre patriota esiliato a Londra e
già direttore del British
Museum.
Dai documenti rintracciati il Panizzi, nonostante fosse un illustre
ricercato politico, era stato invitato dal duca a venire in incognito a
Lucca per riordinare la sua biblioteca. Il duca gli aveva procurato un
lasciapassare a Torino, dove Panizzi soggiornò indisturbato.
Ma
una volta giunto a Genova per dirigersi verso Lucca e per recapitare
nel contempo alcune lettere di Giuseppe Mazzini alla madre di questi,
Maria, fu intimidito pesantemente dal governatore della
città e
fece perciò marcia indietro, ritornando in fretta e furia a
Londra. Per l’occasione Mazzini scrisse alla madre se a
Torino i
Sovrani erano uno oppure due. Ed il duca borbonico si
lamentò
bonariamente col Panizzi per non aver proseguito il viaggio.5
In verità risulta che Panizzi
avrebbe
nell’occasione voluto far visita anche ai suoi parenti di
Reggio
Emilia. Semplice cortesia o tentativo di prendere contatti, anche di
natura politica?6
Sempre nel 1839 il duca borbonico faceva
ripetute
visite a Londra, come risulta da documenti d’archivio, in
contatto con numerosi patrioti fra i quali il celebre editore
piemontese Pietro Rolandi, peraltro traduttore, nella capitale
inglese, anche dei testi sacri tanto cari al
Sovrano.7
Il riferimento di Giorgio Spini ad
Ascanio Mansi,
Segretario di Stato Lucchese, definito notoriamente come un
reazionario, non collima con le carte a lui inviate dalla marchesa
Eleonora Bernardini: la nobildonna infatti proteggeva in incognito
patrioti esuli dentro e fuori la Penisola.8
Ancora in quel 1839 il duca lucchese
incaricò
un padre rosminiano, ex Gesuita, di recarsi in Corsica a predicare la
Quaresima. Il religioso in questione però, aristocratico,
amico
e confidente della marchesa Bernardini, aveva molti trascorsi in
Piemonte come docente e rettore di collegi, prima da padre gesuita,
poi, una volta espulso dall’Ordine, negli istituti comunali
di
Cuorgnè e Rivarolo Canavese.
Venne espulso dal Piemonte nel 1834 per
una frase incriminata dell’Ode di Lanzo,
scritta, letta e pubblicata nel 1831 dallo stesso in onore di sua
maestà il Re Carlo Felice. L’ex Gesuita conosceva
alcuni
esponenti di casa Savoia e frequentava assiduamente in Torino la
famiglia d’Azeglio. Era stato compagno di studi in
Sant’Andrea al Quirinale in Roma di Luigi Taparelli, fratello
dei
più celebri Massimo e Roberto, noti liberali. In seguito
docente
a Novara, nel periodo in cui lo stesso Taparelli fu rettore del
collegio gesuita (dal 1822 al 1824), egli scrisse
«L’amico
d’Italia», giornale del marchese Cesare, padre dei
d’Azeglio, ed organo ufficiale delle «Amicizie
Cristiane
Torinesi». In quel periodo però iniziò
a maturare
le sue convinzioni rosminiane.
Le successive peregrinazioni in Corsica
del
sacerdote durarono per circa un decennio (certamente fino al 1846) e da
una pubblicazione che abbiamo di tali predicazioni, ne registriamo la
rilevanza più sul piano politico che religioso.9
In un documento rintracciato 1846,10
risulta addirittura che lo stesso ex padre gesuita fosse un sacerdote
rivoluzionario, con legami stretti col Piemonte, dove peraltro,
nonostante l’espulsione, continuò a lungo a
predicare.11
Gli interessi del partito bonapartista
córso,
florido in quegli anni, come ipotizza lo storico Luigi Venturini12,
collimarono verosimilmente con gli interessi del duca borbonico Carlo
Ludovico.
Prima di recarsi a Parma, come previsto
dal
Congresso di Vienna, il duca pare intendesse non lasciarsi sfuggire
l’occasione propizia per rendere più appetibile la
condizione politica del piccolo ducato lucchese, ampliandone gli
orizzonti.
Benabbio, il paese della Val di Lima
dove i
Bonaparte si rifugiarono accoglieva, di concerto con alcuni proprietari
del luogo, i protestanti inglesi, secondo un disegno economico e, si
presume, politico, vantaggioso per la stessa cittadina termale. Alcuni
di loro erano in contatto con esponenti della famiglia Bonaparte
rifugiatisi a Londra, come ricorda lo storico inglese Richard Newbury,13
e vicini a patrioti toscani, come annovera lo storico Ersilio Michel.14
In questo complesso quadro politico
Carlo Alberto di
Savoia scrisse nel 1830 a Francesco IV, duca di Modena, che Carlo
Ludovico di Borbone stava tramando con gli Inglesi e i Francesi per
diventare il Re d’Italia!15
Considerate le frequentazioni dei Bagni
[di Lucca],
se i Francesi erano i Bonaparte, forse la dichiarazione di Carlo
Alberto poteva non essere priva di qualche fondamento. E soprattutto
ritengo sia doveroso chiedersi se nel 1839 il Sovrano Sabaudo
condividesse ancora i suoi timori dei primi anni Trenta, o se
anch’egli nel frattempo si fosse impegnato segretamente nel
tentativo di scompaginare l’ordine costituito a Vienna nel
1815!
Non è affatto casuale che nel 1833 lo storico Luigi
Cibrario,
visti i suoi stretti rapporti con casa Savoia, fosse in contatto
epistolare con il cavalier professor Gioacchino De Agostini torinese, a
cui il missionario predicatore lucchese indirizzò tutte le
sue
lettere «missionarie».16
Il religioso lucchese, nel 1846, ancora
una volta in
Ajaccio, il 29 marzo, dove attendeva i rinforzi da Parigi e dal Nord
Africa (forse Algeri, luogo d’incontro dei vari patrioti
nostrani
e non solo), ci stupisce con le sue frasi, date le conoscenze che
attualmente abbiamo delle vicende risorgimentali.
Dovremmo considerare lo scritto del
predicatore sui
rifornimenti attesi un riferimento ad eventuali coinvolgimenti francesi
e/o inglesi in un ipotetico tentativo del partito bonapartista
córso di separare l’isola dalla Francia di Luigi
Filippo?
Gli Inglesi avevano incluso la Corsica nei loro progetti politici, che
volevano il controllo dell’area mediterranea? E
tergiversarono
ancora, come era accaduto subito dopo la restaurazione del 1815, quando
lo scrittore córso Salvatore Viale, menzionato nelle lettere
dal
missionario toscano, era stato coinvolto negli avvenimenti
rivoluzionari córsi, e perciò caduto esule a Roma
in
seguito a tali vicende?
Visto quanto riferisce Giorgio Spini sui
tentativi
del duca lucchese, insieme all’amico Bunsen, di mitigare la
chiusura conservatrice dello Stato Pontificio, è verosimile
che
alcuni ambienti vaticani non fossero completamente estranei a tali
manovre.17
Fino al Concordato
con l’Austria del 1855, che annullò la
legislazione
giuseppinea, le tensioni tra lo Stato Pontificio e l’Impero
Asburgico non mancarono. Il missionario lucchese ribadì nel
1866, a chi lo accusava in Curia, a Lucca, d’essere stato un
prete rivoluzionario che, se rivoluzione c’era stata, questa
era
avvenuta alla luce del sole! Stando alle parole del religioso, erano
informati dei suoi movimenti l’Arcivescovo di Firenze,
monsignor
Minucci, l’Arcivescovo di Siena, monsignor Mancini, il
Vescovo di
Ajaccio, monsignor Casanelli d’Istria, senza contare il
vicario
lucchese del tempo, suo amico, il rosminiano monsignor Bertolozzi.18
Sono però soprattutto le
citazioni delle
memorie del Cardinale Pacca, ex Segretario di Stato Vaticano di Pio
VII, all’epoca ancora in vita, cui il religioso fece
riferimento
nell’orazione funebre in memoria di monsignor Pino, Bastiese,
contenuta all’interno dello scritto sulla Corsica, che
lasciano
perplessi. Lo storico Luigi Venturini si stupì di questo,
osservando che persino «i ciottoli delle strade di Bastia
conoscevano le vicende del Pino».19 Il
religioso volle, utilizzando le Memorie,
dare un tono di ufficialità alle sue missioni e cercare
nello
stesso tempo di evitare di riferire quanto monsignor Pino fosse stato,
in passato, perseguitato dal regime bonapartista, poiché in
quel
momento egli ne sosteneva la causa. È quanto traspare da
un’ulteriore lettera rinvenuta, indirizzata nel 1840
dall’allora vicario córso monsignor Pino al
sacerdote
lucchese.20
In Vaticano qualcuno poteva essere
più
morbido nell’ipotizzare un rafforzamento politico della
dinastia
Bonaparte, momentaneamente messa in ombra, ma che stava ricevendo
all’epoca per alcuni dei suoi numerosi esponenti, la
protezione
degli ambienti vaticani. Ritengo opportuno ricordare che Papa Gregorio
XVI, tutt’altro che tenero coi rivoluzionari,
arrivò a
commutare la pena capitale con l’espulsione a Pietro
Napoleone
Bonaparte, figlio di secondo letto di Luciano, rivoluzionario coinvolto
nei moti romagnoli col cugino Luigi Napoleone, ed anch’egli
vicino ai patrioti toscani.
Si tratta certamente di ipotesi, che per
essere
suffragate necessiterebbero di una più nutrita
documentazione ed
indagine. Ma la stessa vicenda del duca «pseudo
rivoluzionario» lucchese, ricordato anche dallo storico
Eugenio
Lazzareschi in «Archivio di Corsica»21
come
aspirante alla Corona d’Italia, soprattutto negli anni Trenta
del
XIX secolo, e protettore di patrioti come Giovanni La Cecilia, in
amicizia sia con Domenico Guerrazzi che col Bini, induce ad
approfondire ulteriormente le questioni trattate.
«Solo col
Risorgimento», citando sempre
Giorgio Spini, «il rapporto fra mondo protestante e Italia
acquistò un rilievo cospicuo sul piano culturale e su quello
politico. Il Risorgimento ebbe un preludio romantico con Corinne à
l’Italie della Stael ed un primo manifesto nella
Histoire des
Rèpublique Italienne du Moyen Age
di Sismondi; due redenti appassionati in quel Cristianesimo liberale,
rousseauiano e neo-sociniano, che era allora la fede protestante di
Ginevra. Ebbe il maieuta geniale e tenace della sua cultura liberale in
Gian Pietro Vieusseux; ancora un altro oriundo di Ginevra.
All’influenza determinante, esercitata sulla prima
generazione
risorgimentale dal “ginevrismo” neo-sociniano,
sottentrarono poi l’influenza neopietista degli
“evangelicals” britannici e del
“Rèveil”
franco-elvetico, quella delle dottrine di Vinet sulla
libertà
religiosa o quella del modello di indipendenza dallo Stato offerta
dalle “Chiese Libere” della Francia, della
Svizzera, della
Scozia o dal protestantesimo degli Stati Uniti.
Durante il trentennio successivo al 1830
vi ebbero a
che fare, in modo or più or meno intenso – a
prescindere
da presenze protestanti significative – personaggi come
Enrico
Mayer e Matilde Calandrini in Toscana e non pochi tra i protagonisti
del Risorgimento: Cavour, Lambruschini, Mamiani, Montanelli, Ricasoli.
Perfino il duca di Lucca Carlo Ludovico [prosegue ancora Giorgio Spini]
si prese una cotta solenne per il protestantesimo».22
Le conclusioni dello storico fiorentino sulla semplice
«cotta» del duca, alla luce di quanto rinvenuto,
forse
dovrebbero essere parzialmente rilette.
Note
1 Giorgio Spini, Risorgimento e protestanti,
Milano, Il Saggiatore, 1989, pagine 181-188.
2 Come avrò modo di chiarire
più avanti.
3 Nicola Laganà, Da Menabbio a Benabbio,
comune di Bagni di Lucca, edizione del gennaio 2007, pagine 203-204.
L’Autore fa riferimento alla precedente pubblicazione di B.
Cherubini, I Bagni di
Lucca, pagina 184.
4 Archivio di Stato di Lucca, R. Intima
segreteria di
Gabinetto numero 65 (1834), Indice e numero 293 (1834), protocollo
numero 1148. Luigi Luciano Bonaparte (1803-1891) fu un esperto della
lingua basca. Egli era fratello di Carlo Luciano (1803-1857), principe
di Canino, molto appassionato di studi scientifici e di politica.
5 Costanza Brooks, Antonio Panizzi letterato e
patriota, Manchester, Stamperia universitaria, 1931,
pagine 85-86. Ed ancora Luigi Fagan, Lettere di Antonio Panizzi di
uomini illustri e di amici italiani (1823-1870), Firenze,
G. Barbéra, 1880, pagine 130-139.
6 Giulio Caprin, L’esule fortunato
Antonio Panizzi, Vallecchi Editore.
7 Archivio di Stato di Lucca, Legato
Cerù, volume 18,
lettera di Gabriele Rossetti ed a seguire di Pietro Rolandi nel
fascicolo in ordine alfabetico alla voce Rossetti.
8 Archivio di Stato di Lucca, Carte Mansi, Filza
numero 4,
riferimento 206 e dono Carafa, Carteggi diversi, Filza numero 4,
riferimento 1326.
9 Gioacchino Prosperi, La Corsica e i miei viaggi in
quell’Isola, Bastia, Editore Fabiani, 1844.
10 Archivio di Stato di Lucca, Legato
Cerù 142, riferimento 7.
11 Ce lo riferisce il religioso in La Corsica e i miei viaggi in
quell’Isola, Bastia, Editore Fabiani, 1844.
12 Luigi Venturini, Di Gioacchino Prosperi e del suo
libro sulla Corsica, Milano, Tipografia Thyrrenia, 1926.
13 Richard Nuwbury, autore di alcuni libri sui
regnanti
inglesi fra i quali Elisabetta I e la Regina Vittoria, ha pubblicato
sul «Corriere della Sera» del 9 dicembre 2003, a
pagina 37,
diverse notizie relative alla famiglia Rossetti, i cui membri sono
stati protagonisti in ambito culturale nella Londra del XIX secolo, e
in ambito politico nelle vicende risorgimentali italiane. Interessanti
le dichiarazioni dell’Autore sui numerosi rapporti tra i
membri
di questa famiglia di fuoriusciti e alcuni esponenti dei Bonaparte,
rifugiatisi a Londra.
14 Ersilio Michel ha scritto in Guerrazzi e le cospirazioni
politiche in Toscana dall’anno 1830 al 1835
che lo Janer, lasciata Livorno ed il Guerrazzi, una volta fuggito a
Londra, conobbe e frequentò il poeta Gabriele Rossetti. Per
la
biografia dello Janer vedere F. Pera, Appendice ai ricordi e alle
biografie livornesi, Livorno, Vannini, 1877.
15 A. Mancini, Storia di Lucca,
Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, pagina 330.
16 Su De Agostini vedere precedente articolo
pubblicato su www.storico.org.
17 Padre Prosperi non fu mai scomunicato e
morì
sacerdote, parroco nella sua chiesa di Sant’Anna fuori le
mura a
Lucca nel 1873.
18 Biblioteca Statale di Lucca, Busta 687.3.
19 Luigi Venturini, Di Gioacchino Prosperi e del suo
libro sulla Corsica,
Milano, Tipografia Thyrrenia, 1926. Monsignor Sebastiano Pino aveva un
passato a Fenestrelle come prigioniero durante il periodo napoleonico
ed ivi conobbe sia monsignor Pacca, che Cesare d’Azeglio,
entrambi prigionieri a Fenestrelle.
20 Biblioteca Statale di Lucca, Man. numero
3117, lettera all’abate Prosperi del 3 giugno 1840.
21 «Archivio di Corsica»,
rivista soppressa
diretta nella prima metà del XX secolo da Gioacchino Volpe,
anno
XIV, numero 2, pagine 242-268.
22 Giorgio Spini, Risorgimento e protestanti,
Milano, Il Saggiatore, 1989, pagina 10.
(settembre 2012)