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Padre Gioacchino Prosperi

Un Gesuita che abbracciò l’idea di Patria e Nazione

 

di  Elena Pierotti

 

 
Mi chiamo Elena Pierotti ed ho discusso di recente una tesi di storia moderna su un padre gesuita vissuto dal 1795 al 1873. Vorrei sostenere che la Compagnia di Gesù, stando ai documenti da me rinvenuti ed analizzati ebbe, in specifico nel XIX secolo, un ruolo politico non solo prioritario, ma certamente variegato.
    Il padre gesuita in questione si chiamava Gioacchino Prosperi, patrizio di nascita, Lucchese, formatosi in Sant’Andrea al Quirinale a Roma con Prospero d’Azeglio, di cui fu collaboratore in età giovanile. Vicino agli ambienti di Casa Savoia, sempre in Sant’Andrea al Quirinale visse in contatto con Sua Maestà Carlo Emanuele IV, fratello sia di Vittorio Emanuele I che di Carlo Felice, divenuto gesuita in età avanzata. Padre Prosperi a Torino divenne rettore e prefetto degli studi del collegio di Rivarolo nel 1827, nonché collaboratore di Cesare d’Azeglio sul giornale del marchese «L’Amico d’Italia».
    Dopo aver militato nelle Amicizie Cristiane, floride a Torino per tutti gli anni Venti del XIX secolo, abbracciò la causa rosminiana pur restando nell’Ordine e/o collaborando con quei Gesuiti che sposarono più o meno ufficiosamente la causa nazionale, in un’ottica cattolico-liberale. Mi riferisco ad esempio a padre Boero e padre De Ravignan della Compagnia di Gesù, a loro volta collaboratori di Gian Carlo Brignole.
    La preparazione dell’unità nazionale, in un’ottica regionalistica, passò dunque anche attraverso le esperienze di quei padri gesuiti che vollero scommettere su un’attiva partecipazione, così come Rosmini e Gioberti proponevano, alle vicende politiche del periodo, collaborando talvolta con forze in campo non cattolico-liberale. Padre Prosperi scrisse nel 1846 che «il laicismo italo-sardo, ancora fastidiosamente vantaggioso, li armò [i Polacchi] finalmente!», riferendosi ai moti polacchi di quell’anno, sostenuti in sordina da Carlo Alberto di Savoia.
    La posizione ufficiale di «La Civiltà Cattolica», a partire dal 1850, anno della sua fondazione, fu di ferma condanna non solo dei moti rivoluzionari, ma anche delle motivazioni politiche che spinsero Gioberti e Rosmini a sostenere quei valori cattolici di carità cristiana, di condivisione partecipata alle istanze della modernità, che il mondo laico proponeva, potenzialmente capaci di scardinare certezze storiche e culturali consolidate, soprattutto nel breve periodo.
    La polemica che si instaurò tra intransigenti e transigenti fu prevedibilmente aspra, sostenuta, ma anche costruttiva, come si evince dalle carte del Prosperi. Alla rissosità si unì un ricco proliferare di opuscoli, articoli di giornale, che anche padre Prosperi fece suoi. Così egli passò dallo scrivere, pronunciare e pubblicare presso l’editore Marietti di Torino l’Ode di Lanzo in memoria di Carlo Felice nel 1831, ai dibattiti stringenti degli anni Quaranta e Cinquanta del XIX secolo, di stampo filosofico-dottrinale.
    È del tutto evidente, visti i documenti rintracciati e presentati nella mia tesi, che i padri gesuiti ebbero sempre la capacità di animare il dibattito politico, culturale, scientifico di quegli anni. Ho dovuto col mio lavoro prendere atto che anche il solo immaginare la Compagnia di Gesù come un monolite, un unicum, possa essere fortemente improduttivo sul piano storico.
(febbraio 2011)