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Antonio Panizzi e Giuseppe Mazzini

Frammenti poco noti di un percorso di vita

 

di  Elena Pierotti

 

 
Alla biblioteca Panizzi di Reggio Emilia ho potuto visionare dei testi che propongono un Giuseppe Mazzini diverso dal Mazzini che siamo abituati ad osservare, attraverso quei moti risorgimentali e quei personaggi essenziali del nostro Risorgimento, suoi stretti collaboratori.
    Costanza Brooks, una studiosa inglese, dottoressa in filosofia, fece stampare presso l’Università di Manchester nel 1931 una pubblicazione relativa all’epoca in cui Giuseppe Mazzini, con molti altri patrioti, viveva in esilio a Londra ed intitolata Antonio Panizzi letterato e patriota. La Brooks mise in rilievo la dicotomia esistente tra la sfera politica mazziniana, che naturalmente non poteva improntarsi sulle dinamiche liberali di un Panizzi, e l’uomo Mazzini. Il giudizio politico che Mazzini diede di Panizzi fu inequivocabile: «[Siamo nel 1839, il governo in carica è quello di Lord Melbourne e secondo Mazzini] Antonio Panizzi [aveva] la convinzione che tutta l’Italia fosse whig e che tutte le speranze fossero concentrate nel ministero whig di Londra». In effetti Antonio Panizzi fu amico personale di Lord Gladstone e di Lord  Palmerston, i più noti esponenti whig inglesi, che certamente non ostacolarono la realizzazione dell’unità nazionale italiana. La visione politica liberale di Antonio Panizzi, già nel 1839 direttore del British Museum e ben introdotto nella società inglese, per Mazzini non è aderente ai bisogni della patria lontana. Non accetta dell’esule emiliano il suo «farsi inglese, nelle opinioni, nei modi, in tutto» e non vuole egli, Mazzini, «passare questo noviziato». «No davvero», scrive ai suoi genitori, a Genova, «meglio essere poveri».
    Il padre e la madre di Giuseppe Mazzini danno risposte diverse al figlio, in merito. Hanno infatti una visione diversa della politica, ed anche sull’utilizzo delle modalità per raggiungere determinati scopi politici. Ciò si evince dal carteggio.
    Maria Mazzini scrive il 10 agosto 1839: «E questo signor Panizzi? Si comporta come la gente di Chiavari. Dio ti tenga sempre libero da tale biasimevole dappochezza». La madre di Mazzini pare avesse in disprezzo gli abitanti di Chiavari per l’avidità di denaro che loro attribuiva.
    La risposta del padre fu di tutt’altro tenore: «Non trovo nel Panizzi nessun difetto di giusto sentire, nel parlare come egli fece davanti a Palmerston. Se con questo mezzo egli può ottenere impiego onorevole e utile io penso che sia degno di elogio e sarebbe buona cosa per me e per tua madre se tu potessi dirci quando potremo aver speranza coi tuoi sforzi di essere in grado di andare nella nostra propria carrozza».
    Secca fu la replica della madre: «Vedrai ciò che tuo padre ha scritto. Io non faccio commenti, perocché non è necessario farne ora, se si eccettui sulla sua approvazione a Panizzi, che nasce da un modo di sentire e pensare completamente opposto al nostro».
    Mazzini non cerca contaminazioni politiche, però è uomo di grande intelligenza ed apprezza e si fida politicamente di Panizzi al punto da affidargli le sue lettere, da recapitare a Genova, ai propri genitori, quando Panizzi, sempre nel 1839, tentò, col sostegno del duca di Lucca Carlo Lodovico di Borbone [verosimilmente, dello stesso Carlo Alberto di Savoia, visto che il lasciapassare britannico che possedeva gli permise di soggiornare piuttosto liberamente a Torino] di recarsi a Lucca, in visita al duca.
    È quanto emerge dalle carte rinvenute. Purtroppo le lettere non furono mai recapitate perché il Governatore di Genova, non rispettando il lasciapassare, intimidì il Panizzi, che decise di fare retromarcia. Interessante a questo punto la reazione di Mazzini, in una lettera alla madre. «Ma dimmi», egli scrive, «quanti sovrani avete?».
    Evidentemente a Londra la situazione dello Stato Sabaudo non appariva tanto disperata al punto da pensare che il sovrano non potesse affatto controllare le varie correnti politiche presenti al suo interno. Una valutazione politica analoga fu fatta sia da Panizzi che da Mazzini, senza contare il duca lucchese che, mettendola quasi sul grottesco, scrisse in quell’occasione a Panizzi: «Come? [Gli aveva procurato il lasciapassare]. Alle porte di Lucca, a poche ore dai vostri amici (ed io non mi conto l’ultimo),  li fate restare con un palmo e mezzo di naso, e ve ne tornate al vostro British Museum: oibò, oibò, oibò! Pensateci, rifletteteci e pentitevi. Burle a parte…».
    La fluidità degli avvenimenti vedeva una collaborazione generalizzata sul piano politico, in via informale, mentre ufficialmente le varie componenti si combattevano ad oltranza. Si potrebbe aprire dunque, di fronte ad un Giuseppe Mazzini visto in controluce, un dibattito su quelle che furono veramente le dinamiche vissute dai patrioti di ogni colore.
(maggio 2011)