Il
Re galantuomo
Un
ritratto per alcuni versi inedito, ma storicamente ineccepibile, di
Vittorio Emanuele II, il più contemporaneo dei Padri della
Patria
di Simone
Valtorta
Tra
i grandi personaggi che fecero l’Italia, almeno nella
coscienza
popolare spiccano Cavour e Garibaldi, e magari persino Mazzini,
l’eterno perdente. Manca all’appello Vittorio
Emanuele II,
il Re così simpatico, vitalistico, sanguigno, timido e
spaccone,
allergico all’etichetta di corte, così simile per
tanti
versi a noi Italiani. Il Re che fu magistralmente ritratto da Gerolamo
Induino nel 1855, elegantemente assiso su uno scalpitante cavallo
bianco, i capelli tagliati corti, il pizzetto ben curato, lo sguardo
sicuro spinto in avanti, come un uomo d’altri tempi. Ma
allora,
perché ignorarlo? Ci vergogniamo di lui per via del fatto
che si
tingeva i capelli? Non è mica l’unico a farlo, fra
i capi
di Stato e di Governo. Forse perché la sua discendenza
è
impresentabile? Non è colpa sua. Per le cosiddette ragioni
dinastiche, Vittorio deve sposare una cugina prima; suo figlio Umberto
idem e di conseguenza si passa nell’arco di tre generazioni
dai
due metri e quattro centimetri di altezza di Carlo Alberto a quel
ragnetto complessato di Vittorio Emanuele III, il reuccio pignolo,
timido, ritroso e solitario. Forse perché è stato
proprio
Vittorio Emanuele III, suo discendente, a consegnare l’Italia
prima al fascismo e poi al caos con la sua vergognosa fuga da Roma?
Ancora, non è colpa di Vittorio Emanuele II.
A farci prediligere Re Vittorio sarebbe
sufficiente
l’episodio che precede la sua visita di Stato in Gran
Bretagna
dopo la vittoriosa guerra di Crimea: immaginiamoci la scena, Cavour e
Massimo d’Azeglio nell’appartamento privato del Re,
armati
di forbici e doppio decimetro, che lo costringono a tagliare almeno
dieci decimetri di quei meravigliosi baffi a manubrio che gli arredano
il viso, allo scopo di «non spaventare la Regina
Vittoria»!
Nei suoi ventinove anni di regno (dal
1849 al 1878)
il Re si trova ad affrontare cinque guerre e nelle prime quattro
combatte personalmente. Al generale Möhring, inviato di
Francesco
Giuseppe, confida, dopo la campagna del 1866: «La sola cosa
che
mi dà veramente piacere è di fare la
guerra».
La più grande
virtù di Vittorio
Emanuele è proprio il coraggio. Lo dimostra fin dal suo
esordio
come Re di Sardegna: suo padre Carlo Alberto, sconfitto a Novara
dall’Austria nel 1849, con un colpo di testa abdica e se ne
parte
per l’esilio, lasciando la corona a questo ventinovenne che
nessuno ha preparato ai suoi compiti, tutto preso dai suoi
divertimenti, i cavalli, la caccia, la sciabola,
l’escursionismo
in montagna. Forse Re Carlo spera che il maresciallo Radetzky,
nell’imporre i termini dell’armistizio,
avrà un
occhio di riguardo per Vittorio, dal momento che è stato suo
padrino di battesimo e testimone di nozze. Insieme a Massimo
d’Azeglio Presidente del Consiglio, il Re negozia il trattato
di
pace ma il Parlamento, troppo «democratico», lo
respinge;
senza indugi, con il Proclama di Moncalieri, il Re scioglie la Camera e
indice nuove elezioni e siccome la città di Genova si
ribella
perché vuole continuare la guerra, ordina che venga
bombardata
dal mare; il capoluogo ligure subirà 500 morti tra i civili.
Sul capo di Sua Maestà,
Cattolico praticante,
cadono nell’arco di vent’anni (1850-1870) ben tre
scomuniche da parte di Pio IX e lui le lascia scivolare via, convinto
che la Storia gli darà ragione. Sono originate dalle leggi
Siccardi che nel 1850 sopprimono i tribunali ecclesiastici, dalla legge
del 1855 che scioglie le corporazioni legate alla Chiesa incamerando i
beni nel demanio e dalla presa di Roma nel 1870. Nel giro di poche
settimane gli muoiono la madre, la moglie, il fratello e il figlio
minore; qualcuno insinua che si tratti della vendetta divina,
propiziata da una maledizione lanciata da Don Bosco, ma il Re tira
avanti per la sua strada.
È l’unico Sovrano
italiano a non
abrogare lo Statuto concesso da suo padre nel 1848, giunto intatto al
passaggio del testimone cento anni dopo con la Costituzione
dell’Italia Repubblicana. Per quasi tutta la durata del suo
regno
ha a che fare con dei Presidenti del Consiglio tosti e affatto
malleabili, a cominciare da Cavour che cumula i dicasteri degli esteri,
degli interni, della marina e della guerra (quello delle infrastrutture
non esiste ancora). Tra Vittorio Emanuele e Cavour non corre grande
simpatia, anzi il Re più volte ne limita le azioni,
arrivando
persino a mandargli in fumo svariati progetti politici, alcuni dei
quali anche di notevole portata.
I due si trovano però
d’accordo nello
schierarsi a fianco di Turchi, Francesi ed Inglesi contro i Russi
durante la guerra di Crimea. «Se noi fossimo battuti in
Crimea» riflette il Sovrano, «non avremmo altro da
fare che
ritirarci, ma se saremo vincitori, benissimo! Questo varrà
per i
Lombardi assai meglio di tutti gli articoli che i ministri vogliono
aggiungere al trattato [...] Se essi non vorranno marciare, io
sceglierò altri che marceranno...». Il Piemonte si
distingue nella vittoriosa battaglia della Cernaia (16 agosto 1855),
potendo così portare all’attenzione delle grandi
Nazioni
il problema dell’unità d’Italia.
L’Imperatore
di Francia Napoleone III accetta di stipulare un’alleanza
franco-piemontese.
Poiché Vittorio, ansioso di
combattere, parla
della guerra imminente contro l’Austria mentre gli impegni
presi
con Napoleone III devono restare segreti, Cavour tranquillizza gli
Austriaci dicendo: «Da dieci anni, ogni inverno, il Re ripete
sempre la stessa cosa, ciò non significa nulla, è
una sua
idea fissa». Il 10 gennaio 1859, rivolgendosi al Parlamento,
Vittorio Emanuele proclama invece: «Il nostro Paese, piccolo
per
territorio, acquistò credito nei Consigli d’Europa
perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie
che
esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli,
giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo
insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si
leva verso di noi!». È la guerra: il Piemonte, con
l’aiuto francese, scaccia gli Austriaci dalla Lombardia, e
con
una serie di plebisciti (sulla cui regolarità tuttora si
discute) si annette l’Emilia, la Romagna e la Toscana. In
seguito, conquista il Regno di Napoli.
Il 17 marzo 1861, il Parlamento proclama
la nascita
del Regno d’Italia, stipulata dall’articolo:
«Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi
successori il titolo di Re d’Italia».
Nel 1866, l’Italia ottiene il
Veneto; il 20
settembre 1870, le truppe italiane entrano in Roma. Vittorio Emanuele
esclama: «Con Roma capitale ho sciolto la mia promessa e
coronato
l’impresa che ventitré anni or sono veniva
iniziata dal
mio magnanimo genitore». L’Italia è
quasi tutta
unita: mancano alcuni territori, e si devono affrontare grandi problemi
– l’analfabetismo, il brigantaggio,
l’industrializzazione, il diritto di voto, la
«questione
romana». Un aneddoto racconta che, visitando
l’Italia del
Sud, il Re non vuole che i sudditi gli bacino le mani e quando a
Palermo staccano i cavalli dalla sua carrozza, preferisce proseguire a
piedi dicendo: «Non sono un cantante o una
ballerina».
La sua passione per le donne
è un argomento
che ha alimentato una messe impressionante di aneddoti. Al termine
della visita in Gran Bretagna gli chiedono che cosa gli sia piaciuto di
più e lui risponde: «Miss Flora Macdonald,
damigella della
Regina». La corte e i suoi ministri vorrebbero risposarlo con
una
gentildonna di sangue reale ma lui tiene duro nel suo amore per Rosa
Vercellana, la figlia del tambur maggiore del reggimento, conosciuta
quando era una prosperosa ragazza di quindici anni, fino ad arrivare
alle nozze morganatiche.
Alla notizia della morte del Re,
avvenuta nel
gennaio 1878 quando ancora non ha compiuto cinquantotto anni, la Regina
Vittoria scrive nel suo diario: «Era uno strano uomo,
sregolato,
e spesso sfrenato nelle sue passioni (specialmente per le donne), ma un
coraggioso, prode soldato, con un cuore generoso, onesto, e con molta
energia e grande forza».
Se l’Italia è
unita, lo dobbiamo soprattutto a lui!
(maggio 2011)