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Lari, 24 ottobre 18591

Un’azione diplomatica per realizzare l’Unità nazionale

 

di  Elena Pierotti

 

 
Le vicende unitarie nazionali italiane sono state, prima che vicende di popolo, una questione diplomatica. E questo, a 150 anni dall’Unità, è difficoltoso ammetterlo, ma soprattutto accettarlo. Una lettera del 1859 di Camillo Cavour al referente politico a Londra Antonio Panizzi avvalora questa dolorosa ed incontrovertibile verità storica. La lettera, rinvenuta in una pubblicazione dei carteggi di Antonio Panizzi pubblicati dal suo collaboratore ed amico Luigi Fagan mi ha profondamente colpito, ed anche, per certi versi, amareggiato. Emergono, al suo interno, tutta l’ambiguità e la complessità delle comunque e sempre eroiche gesta unitarie nazionali; per tale motivo intendo dar voce alle parole dell’illustre statista.
    «[…] Che allo stato delle cose [scrive Cavour], a fronte degli impegni assunti a Villafranca e sino ad un certo punto confermati a Zurigo dall’Imperatore [Napoleone III], un Congresso europeo sia una necessità, parmi cosa evidente. Ove il Congresso non si riunisse, e la Francia impedisse l’Italia Centrale dall’uscire del provvisorio [Governi provvisori creatisi nel 1859, durante il processo unitario] col contrastare le decretate fusioni, quei Paesi sarebbero esposti a gravi pericoli».
    Cavour in un certo senso minaccia l’Inghilterra, paventando le possibili conseguenze di un mancato Congresso risolutivo: «…Nelle Romagne [prosegue] gli uomini superlativi, e colà ve ne sono molti, potrebbero spingere Garibaldi a tentare un’impresa nelle Marche e forz’anche negli Abruzzi; a Modena l’occupazione per parte dell’Austria dell’Oltrepo Mantovano, conseguenza inevitabile del trattato, potrebbe far nascere collisioni dannose; la Toscana forse potrebbe sopportare più a lungo una condizione incerta, ma anche colà le mene dei retrivi secondate dai preti produrrebbero forse gravi perturbazioni. Il Congresso è richiesto dagli stessi interessi dell’Italia. Ciò ammesso, l’Inghilterra DEVE parteciparvi e per decoro suo, e pel bene nostro».
    L’Inghilterra avrebbe voluto, in tutta evidenza, tenersi fuori, in via ufficiale, dalle vicende nazionali italiane; e Cavour intese qui trasformare, con le sue parole, il processo unitario «sabaudo» in una «autentica» vicenda nazionale.
    Che le sue frasi contengano una contraddizione in termini lo si apprende subito dopo, nel proseguo della lettera. Egli scrive infatti: «L’Austria non contrasterà il suo intervento [dell’Inghilterra] e ammetterà le sue riserve quando si stabilisca che nel medesimo non abbia a farsi parola delle provincie sulle quali conserva il suo impero. È DURO L’AVERE A RINUNZIARE AD ALZARE LA VOCE A FAVORE DELL’INFELICE VENEZIA, eppure è forza il far tacere le più vive simpatie PER NON SACRIFICARE IL POSSIBILE AL DESIDERABILE».
    Cavour è grande stratega, e così riesce, a torto o a ragione, a fotografare impietosamente le condizioni politiche della Penisola. L’Inghilterra, dice egli sostanzialmente, non può contare sui Governi dell’Italia Centrosettentrionale, improponibili sul piano diplomatico. Parla «d’interesse dei popoli», alludendo di fatto alle questioni più spinose che scaturirono dal processo unitario.
    Scrive Cavour: «Se si vuole che la rivoluzione ora schiacciata non ritorni minacciosa e potente, NON BISOGNA PORLA A FRONTE DI GOVERNI DEBOLI, SENZA RADICI, SENZA FORZE NÉ FISICHE, NÉ MORALI; se si vuole che i troni sieno rispettati, conviene non farvi sedere Principi disprezzati e disprezzabili, il di cui solo nome è in contrasto irritante col sentimento ora dominante in Italia, il sentimento nazionale».
    Secondo Cavour il ritorno del Granduca e di suo figlio a Firenze avrebbe trasformato la Toscana in meno di un mese nel quartier generale di Mazzini e della rivoluzione militante; definì la Duchessa di Parma donna forte e non disprezzata ma in difficoltà per le gesta non proprio eroiche del defunto marito; mise a confronto il trattato di Vienna con quello di Campoformio: il primo, a suo parere, per quanto odioso, meno disprezzabile del secondo. Il moderatismo ad ogni costo avrebbe dovuto salvare il salvabile, porre il Paese (e Casa Savoia) nella condizione di convogliare le difficili conseguenze politiche che le gesta garibaldine avrebbero confermato.
    La lettera si fa davvero interessante quando lo statista descrive il ruolo del Pontefice e del Vaticano in tutta la vicenda: «Rispetto alle Romagne [osserva] sarà facile per l’Inghilterra respingere l’idea delle riforme papali. Accettandola, si fa peggio di una cosa odiosa [decreta], si fa una cosa ridicola. Non è necessario di essere un grande statista [retorico?] né gran teologo per rimanere convinti che il Papa non solo non vuole, MA NON PUÒ acconsentire a serie riforme. Finché sarà Papa e Re, dovrà in coscienza impiegare le forze del Re per far rispettare i decreti del Pontefice».
    Insomma Cavour ci propina un classico, diremmo noi oggi, «conflitto d’interessi». La sua non vuol essere solo una constatazione ideologica e/o politica, ma strutturale. E qui, credo, manifesta la grandezza dello statista, a prescindere dalla valutazione politica. Egli chiese all’Inghilterra in quel frangente, per la soluzione del conflitto nell’Italia Centrale, di allontanare le proposte austro-franche, e di rimettere in campo le sue [dell’Inghilterra] primitive proposte, senza qui precisarle. Dichiarò che, ove tali proposte non fossero praticabili, fosse incoraggiata l’unione immediata di Parma e Carrara al Piemonte e realizzato un Governo provvisorio, «ma fortemente costituito», che riunisse sotto di sé Firenze, Modena e Bologna. Ciò risulterà valido, salvo cambiamenti dell’ultima ora, dettati, così sostiene nella lettera, dal difficile controllo che ha in quel periodo delle decisioni adottate dai Ministri del Governo Sabaudo. In effetti si era tratto allora parzialmente in disparte, vista la sua eccessiva «esposizione mediatica» nelle vicende unitarie, allontanamento che la ragion di Stato imponeva.
    Una lodevole e pungente osservazione conclude la sua missiva. «Gli uomini di Stato che hanno onorato la loro carriera [sostiene, in riferimento agli statisti inglesi] col compiere l’emancipazione dei neri, non vorranno condannare l’Italia ad un eterno servaggio».
    Come ben sappiamo ciò non avvenne, ma il prezzo pagato fu piuttosto alto.
 
Nota

1 Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani (1823-1870), pubblicate da Luigi Fagan (addetto al Gabinetto delle Stampe e dei disegni del museo britannico), Firenze, G. Barbera Editore, 1880.
(ottobre 2011)