Le
vicende unitarie nazionali italiane sono state, prima che vicende di
popolo, una questione diplomatica. E questo, a 150 anni
dall’Unità, è difficoltoso ammetterlo,
ma
soprattutto accettarlo. Una lettera del 1859 di Camillo Cavour al
referente politico a Londra Antonio Panizzi avvalora questa dolorosa ed
incontrovertibile verità storica. La lettera, rinvenuta in
una
pubblicazione dei carteggi di Antonio Panizzi pubblicati dal suo
collaboratore ed amico Luigi Fagan mi ha profondamente colpito, ed
anche, per certi versi, amareggiato. Emergono, al suo interno, tutta
l’ambiguità e la complessità delle
comunque e
sempre eroiche gesta unitarie nazionali; per tale motivo intendo dar
voce alle parole dell’illustre statista.
«[…] Che allo stato delle cose [scrive Cavour], a
fronte
degli impegni assunti a Villafranca e sino ad un certo punto confermati
a Zurigo dall’Imperatore [Napoleone III], un Congresso
europeo
sia una necessità, parmi cosa evidente. Ove il Congresso non
si
riunisse, e la Francia impedisse l’Italia Centrale
dall’uscire del provvisorio [Governi provvisori creatisi nel
1859, durante il processo unitario] col contrastare le decretate
fusioni, quei Paesi sarebbero esposti a gravi pericoli».
Cavour in un certo senso minaccia l’Inghilterra, paventando
le
possibili conseguenze di un mancato Congresso risolutivo:
«…Nelle Romagne [prosegue] gli uomini superlativi,
e
colà ve ne sono molti, potrebbero spingere Garibaldi a
tentare
un’impresa nelle Marche e forz’anche negli Abruzzi;
a
Modena l’occupazione per parte dell’Austria
dell’Oltrepo Mantovano, conseguenza inevitabile del trattato,
potrebbe far nascere collisioni dannose; la Toscana forse potrebbe
sopportare più a lungo una condizione incerta, ma anche
colà le mene dei retrivi secondate dai preti produrrebbero
forse
gravi perturbazioni. Il Congresso è richiesto dagli stessi
interessi dell’Italia. Ciò ammesso,
l’Inghilterra
DEVE parteciparvi e per decoro suo, e pel bene nostro».
L’Inghilterra avrebbe voluto, in tutta evidenza, tenersi
fuori,
in via ufficiale, dalle vicende nazionali italiane; e Cavour intese qui
trasformare, con le sue parole, il processo unitario
«sabaudo» in una «autentica»
vicenda nazionale.
Che le sue frasi contengano una contraddizione in termini lo si
apprende subito dopo, nel proseguo della lettera. Egli scrive infatti:
«L’Austria non contrasterà il suo
intervento
[dell’Inghilterra] e ammetterà le sue riserve
quando si
stabilisca che nel medesimo non abbia a farsi parola delle provincie
sulle quali conserva il suo impero. È DURO L’AVERE
A
RINUNZIARE AD ALZARE LA VOCE A FAVORE DELL’INFELICE VENEZIA,
eppure è forza il far tacere le più vive simpatie
PER NON
SACRIFICARE IL POSSIBILE AL DESIDERABILE».
Cavour è grande stratega, e così riesce, a torto
o a
ragione, a fotografare impietosamente le condizioni politiche della
Penisola. L’Inghilterra, dice egli sostanzialmente, non
può contare sui Governi dell’Italia
Centrosettentrionale,
improponibili sul piano diplomatico. Parla
«d’interesse dei
popoli», alludendo di fatto alle questioni più
spinose che
scaturirono dal processo unitario.
Scrive Cavour: «Se si vuole che la rivoluzione ora
schiacciata
non ritorni minacciosa e potente, NON BISOGNA PORLA A FRONTE DI GOVERNI
DEBOLI, SENZA RADICI, SENZA FORZE NÉ FISICHE, NÉ
MORALI;
se si vuole che i troni sieno rispettati, conviene non farvi sedere
Principi disprezzati e disprezzabili, il di cui solo nome è
in
contrasto irritante col sentimento ora dominante in Italia, il
sentimento nazionale».
Secondo Cavour il ritorno del Granduca e di suo figlio a Firenze
avrebbe trasformato la Toscana in meno di un mese nel quartier generale
di Mazzini e della rivoluzione militante; definì la Duchessa
di
Parma donna forte e non disprezzata ma in difficoltà per le
gesta non proprio eroiche del defunto marito; mise a confronto il
trattato di Vienna con quello di Campoformio: il primo, a suo parere,
per quanto odioso, meno disprezzabile del secondo. Il moderatismo ad
ogni costo avrebbe dovuto salvare il salvabile, porre il Paese (e Casa
Savoia) nella condizione di convogliare le difficili conseguenze
politiche che le gesta garibaldine avrebbero confermato.
La lettera si fa davvero interessante quando lo statista descrive il
ruolo del Pontefice e del Vaticano in tutta la vicenda:
«Rispetto
alle Romagne [osserva] sarà facile per
l’Inghilterra
respingere l’idea delle riforme papali. Accettandola, si fa
peggio di una cosa odiosa [decreta], si fa una cosa ridicola. Non
è necessario di essere un grande statista [retorico?]
né
gran teologo per rimanere convinti che il Papa non solo non vuole, MA
NON PUÒ acconsentire a serie riforme. Finché
sarà
Papa e Re, dovrà in coscienza impiegare le forze del Re per
far
rispettare i decreti del Pontefice».
Insomma Cavour ci propina un classico, diremmo noi oggi,
«conflitto d’interessi». La sua non vuol
essere solo
una constatazione ideologica e/o politica, ma strutturale. E qui,
credo, manifesta la grandezza dello statista, a prescindere dalla
valutazione politica. Egli chiese all’Inghilterra in quel
frangente, per la soluzione del conflitto nell’Italia
Centrale,
di allontanare le proposte austro-franche, e di rimettere in campo le
sue [dell’Inghilterra] primitive proposte, senza qui
precisarle.
Dichiarò che, ove tali proposte non fossero praticabili,
fosse
incoraggiata l’unione immediata di Parma e Carrara al
Piemonte e
realizzato un Governo provvisorio, «ma fortemente
costituito», che riunisse sotto di sé Firenze,
Modena e
Bologna. Ciò risulterà valido, salvo cambiamenti
dell’ultima ora, dettati, così sostiene nella
lettera, dal
difficile controllo che ha in quel periodo delle decisioni adottate dai
Ministri del Governo Sabaudo. In effetti si era tratto allora
parzialmente in disparte, vista la sua eccessiva «esposizione
mediatica» nelle vicende unitarie, allontanamento che la
ragion
di Stato imponeva.
Una lodevole e pungente osservazione conclude la sua missiva.
«Gli uomini di Stato che hanno onorato la loro carriera
[sostiene, in riferimento agli statisti inglesi] col compiere
l’emancipazione dei neri, non vorranno condannare
l’Italia
ad un eterno servaggio».
Come ben sappiamo ciò non avvenne, ma il prezzo pagato fu
piuttosto alto.
Nota
1
Lettere ad Antonio
Panizzi di uomini illustri e di amici italiani (1823-1870),
pubblicate da Luigi Fagan (addetto al Gabinetto delle Stampe e dei
disegni del museo britannico), Firenze, G. Barbera Editore, 1880.
(ottobre 2011)