Marco
Minghetti e la questione unitaria
Come
sostenere con energia a Londra le strategie di governo di Casa Savoia
di Elena
Pierotti
Conosciamo
Marco Minghetti come esponente di primo piano di un Cattolicesimo
liberale che abbracciò la causa nazionale al punto da
sposarla
nella sua interezza. Minghetti divenne infatti colui che si fece carico
del difficile compito di traghettare il neonato Stato unitario verso
lidi meno perigliosi, cercando di sanare il conflitto tra Pio IX e
Vittorio Emanuele II, sostenendo la Convenzione
di settembre. Dopo essere stato Ministro dell’Interno nel
primo
Governo postunitario presieduto da Cavour, si ritrovò,
questa
volta da Primo Ministro, a dover affrontare l’ondata di
polemiche
che si scatenò in Piemonte circa il trasferimento della
capitale
da Torino a Firenze, che la Convenzione
prospettava. La Convenzione
proposta cadde nel settembre del 1864 insieme al Governo da lui
presieduto, e non solo per la questione dell’ubicazione della
capitale: l’impossibilità del Governo di trovare
una via
d’uscita alle questioni pendenti con la Santa Sede fece da
sfondo
in verità alla complessità del momento che, non
possiamo
dimenticarlo, vedeva al centro del dibattito il famigerato pareggio del
bilancio. L’Italia rischiava la bancarotta e, con questa,
l’immediata uscita di scena dai circuiti politici
internazionali.
Queste poche righe vogliono essere la premessa ad una lettera reperita
in una pubblicazione dell’Inglese Louis Fagan dei carteggi
degli
amici italiani di Antonio Panizzi: tra questi anche Marco Minghetti.
Ormai autentico gentleman
inglese, l’anziano carbonaro italiano che nel 1823 era
fuggito a
Londra e che, integratosi nel gotha anglosassone, aveva fatto da
mediatore tra la società londinese che lo aveva adottato e
le
varie anime del risorgimento italiano, continuò ad essere il
portavoce delle volontà politiche britanniche anche ad
Unità avvenuta. La lettera che Minghetti gli
inviò nel
1863 ci permette dunque di entrare in punta di piedi in alcune
questioni spinose che Casa Savoia aveva dovuto affrontare, a partire
dal 1814, per ritagliarsi un ruolo di primo piano in ambito
internazionale.
Nonostante gli aiuti ricevuti da Londra
per
l’impresa unitaria, l’ostilità inglese
verso Casa
Savoia fu sempre latente. Londra accusò i Savoia di non aver
mai
rispettato i patti internazionali, di essere per Londra poco affidabili
al pari di potenze nemiche come la Porta ottomana.
È ammirevole
l’energia e la sincera
partecipazione emotiva che Minghetti espresse per negare ciò
che, in tutta evidenza, considerava come vere e proprie calunnie,
peraltro non sempre vantaggiose per Londra. Definì
l’amico
Panizzi «mal consigliato». L’attacco di
Londra
partiva da lontano. Scrive Minghetti: «Ti ringrazio di tutto
cuore [Panizzi] ma prendo la penna per combattere le idee che tu mi
esponi derivanti da un nostro amico cordiale e membro del Governo
britannico. L’Articolo VIII della Convenzione
firmata a Parigi il 5 novembre 1815 fra le Corti di Vienna,
Pietroburgo, Londra e Berlino per accordare all’Inghilterra
il
protettorato delle Isole Jonie stabilisce che tutte le potenze che
hanno firmato il trattato di Parigi del 20 maggio 1814 e
l’atto
del Congresso di Vienna del 9 giugno 1815 […] saranno
invitate
ad accedere alla presente Convenzione.
LA SARDEGNA NON FIRMÒ, ma accedette all’atto
finale di
Vienna […]». Ed ancora: «Se
l’Inghilterra teme
che la nostra presenza [il riferimento va adesso ad una possibile
Conferenza o Congresso sulla Polonia] sia favorevole ai suoi
oppositori, si sbaglia a partito. Io credo» scrive Minghetti
«che con buona volontà possiamo intenderci
facilmente su
tutte le grandi questioni, ED È INESATTO CHE NEL 1856 LA
SARDEGNA STESSA FOSSE AVVERSA ALLE IDEE INGLESI. Non le sostenne tutte,
ma le principali […]. Escludendoci, quale risultato si
otterrà? Nessun altro se non costringerci ad usare influenze
extra legali».
Le reali motivazioni di queste accuse
sono piuttosto
chiare. La bancarotta italiana è attesa da Londra da un
momento
all’altro. Scrive infatti Minghetti: «Io non ho
bisogno di
giustificarmi sul concetto che informa il nostro Ministero di ordinarci
all’interno; e mi pare che basterebbe la votazione dei
bilanci
1863 e 1864 per provare l’efficacia della nostra azione.
[Egli]
non vuol chiudere gli occhi a ciò che avviene di fuori,
né far la parte di uno Stato meschino». Si
sentì in
obbligo, Minghetti, di riferire che «quando si hanno 350.000
uomini [nell’esercito] si può dire la sua ragione,
e si
può anche metter sottosopra il mondo». Tese pure
a
precisare di non volerlo, di desiderare d’essere un
conservatore,
a nome di Casa Savoia. Ma «all’inerzia e alla
noncuranza
internazionale [a Torino] avrebbero preferito» (questo quanto
egli riporta) «ogni più audace partito».
Dal rinvenimento di
un’ulteriore lettera di
Panizzi del 20 dicembre 1870, indirizzata ad un suo amico lucchese
Cattolico liberale, in cui il Sir inglese definisce i Savoia
«intrusi del Quirinale», auspicando un pronto
intervento
dell’amico per sbrogliare la matassa dei recenti avvenimenti
di
Porta Pia, intravediamo ancor più un’Inghilterra
che non
vuole scommettere sull’Italia. Lo scontro frontale che si
profilò a Roma, il voler fare di Roma la capitale fu visto
come
uno snaturare le iniziali aspettative risorgimentali moderate. Eppure
Panizzi aveva lottato per permettere a Garibaldi di «svolgere
la
sua missione».
«Noi parteciperemo a
Garibaldi» gli
scrisse l’amico Bertani, «il tuo discorso con Lord
Shafdtesbury quando tu trovi conveniente il progetto della sua gita [di
Garibaldi] di costì [annessione di Marche ed Umbria], e
desiderio dell’Inghilterra a finirla con il Papa, del cui
completo spodestamento non vuol la Francia sentir parola. Insomma,
troviamo il modo di utilizzare Garibaldi costì e qui, se no
invecchia». Le pressioni economiche inglesi
sull’Italia
furono indubbiamente enormi. Minghetti aveva visto chiaro, sin dal
1863: era necessario venir ammessi nei circuiti internazionali, a costo
anche di grandi sacrifici, pena la dissoluzione dello stesso processo
unitario. Ma quali davvero i costi economici, per l’Italia,
di
una simile operazione?
Bibliografia
Lettere ad Antonio
Panizzi di uomini illustri e di amici italiani (1823-1870)
pubblicate da Luigi Fagan (addetto al Gabinetto delle stampe e dei
disegni al museo britannico), Firenze, G. Barbera Editore, 1880;
Archivio di Stato di Lucca, fondo Raffaelli, rif. 43.
(luglio 2011)