Costantino
Nigra, politico e letterato
Il
grande statista, amico e collaboratore di Cavour, contribuì
a
molte vicende politiche di quel periodo, e con la sua diplomazia e le
sue nobili qualità umane diede l’immagine di quel
periodo
di Ercolina
Milanesi
Costantino
Nigra, uomo politico e diplomatico italiano nacque a Villa Castelnuovo,
Torino, l’11 giugno 1828 e morì a Rapallo nel
1907. Figlio
di Ludovico, cerusico del luogo, superstite dell’armata
napoleonica e dei moti insurrezionali del ’21, e di Anna
Caterina
Revello, discendente di Gian Bernardo De Rossi, orientalista di fama
mondiale, il giovane Costantino trascorse la sua prima giovinezza a
Villa Castelnuovo con i genitori e fratelli, cui fu sempre legato da
affetto profondo. In particolare amava il fratello più
giovane
Michelangelo che, in tenera età, fu privato della vista da
un
occhio proprio da uno spericolato gioco causato da Costantino.
I successivi impegni di studio lo
portarono prima a
Bario e poi ad Ivrea per completare gli studi secondari e, al termine
di queste scuole, nel 1845, grazie ad una borsa di studio, si iscrisse
alla facoltà di legge a Torino, pur dimostrando grande
interesse
per la poesia e la letteratura.
Nato troppo tardi per prendere parte al
risveglio
delle idee liberali degli anni fra il 1830 e il 1840, fu tuttavia fra i
più decisi nel sostenere nel 1848 la necessità
che il
Piemonte entrasse in guerra contro l’Austria. Arruolatosi
come
volontario combatté a Peschiera, a Santa Lucia e a Rivoli
dove
fu ferito ad un braccio. L’anno seguente, nuovamente in
campo,
assisté alla sconfitta di Novara che parve compromettere le
sorti del piccolo regno.
Dopo la parentesi guerresca riprese gli
studi e si
laureò in legge; successivamente fu assunto, dietro
concorso, al
Ministero degli Esteri, dando inizio alla sua lunga carriera
diplomatica.
Intanto continuava a dedicarsi alla
poesia, scrivendo Epitalami
e riscuotendo le lodi del Manzoni. Segretario di D’Azeglio,
allora primo ministro, non ebbe modo di farsi notare per il tono
moderato della vita politica piemontese, aliena dalle ardite decisioni.
Quando però Cavour giunse
alla presidenza del
Consiglio, nel novembre 1852, un nuovo fervore si impadronì
di
tutti: il Piemonte entrava nella grande politica europea.
Nel 1856 Nigra seguì Cavour
al congresso di
Parigi, dove per la prima volta fu agitato il problema italiano come
problema di interesse europeo. Poco dopo Nigra, inviato a Parigi, fu
incaricato di svolgere con Napoleone III trattative segrete che non
potevano essere discusse per mezzo dei normali agenti diplomatici. La
preparazione della guerra del 1859 e la conclusione
dell’alleanza
fra il Piemonte e la Francia furono, probabilmente, il capolavoro
politico di Camillo Benso conte di Cavour e il Nigra mise al servizio
della grande causa tutta la sua conoscenza della corte francese e del
carattere dell’Imperatore, da lui perfettamente compreso nel
suo
misto di sogni e di mobile incostanza, ma anche di tenacia e di
perseveranza.
Così si giunse alla guerra
del 1859, e ancora
una volta il Nigra fu vicino a Cavour nel momento della dolorosa crisi
seguita a Villafranca, quando parve crollare tutta la politica
faticosamente elaborata.
Ritornato a Parigi nel febbraio del 1860
si
lasciò dapprima convincere dai consigli che la diplomazia
francese inviava di frequente al Piemonte, di mettere cioè
un
freno all’inarrestabile processo verso
l’unità della
penisola.
Napoleone III faceva il tentativo di
riaccostarsi
all’Austria per la questione d’Oriente e voleva
evitare a
tutti i costi che anche la Toscana venisse sottratta a un eventuale
principe napoleonico; mandò pertanto una specie di ultimatum
a
Cavour, il quale però proseguì per la sua strada
senza
tener conto della minaccia.
La spedizione dei Mille, subita ma anche
favorita
segretamente dal conte, affrettò l’unificazione
del Paese,
e Nigra che aveva abbandonato Parigi dopo la rottura delle relazioni
diplomatiche, andò a Napoli come primo ministro delle
province
meridionali presso il luogotenente generale il principe di Carignano.
Riprese il suo posto a Parigi quale ministro plenipotenziario quando
vennero ristabiliti i rapporti diplomatici, dopo la cessione di Nizza e
della Savoia alla Francia. E vi rimase per un lungo periodo, anche dopo
la caduta dell’Impero Napoleonico, caduta che egli, come
tutti
gli uomini della Destra, aveva deprecato e nella quale aveva ravvisato
una «sventura» per l’Italia,
poiché, secondo
lui, in nessun altro governo francese l’Italia avrebbe potuto
trovare le simpatie e l’amicizia che aveva trovato in
Napoleone
III.
Negli anni seguenti si
rafforzò una segreta
avversione di Vittorio Emanuele II nei suoi riguardi, e Nigra,
accortosene, chiese al Ministro degli Esteri, Visconti Venosta, di
essere trasferito a Berna. Ma soltanto nel 1876, quando salì
al
potere la Sinistra, fu assegnato a Pietroburgo. Ormai proseguiva la sua
attività diplomatica con sempre maggiore distacco; non
riusciva
a capire che nuovi compiti, ben diversi da quelli che avevano occupato
gli anni della sua maturità, dovevano essere affrontati
dagli
uomini politici. E tuttavia anch’egli prendeva parte alle
nuove
tendenze culturali e spirituali, dedicandosi, con interesse e con
amore, alla raccolta dei canti e delle rappresentazioni popolari o allo
studio dei dialetti del suo Piemonte, accettando dal positivismo il
senso della realtà popolare e il gusto della ricerca
glottologica della lingua.
Dopo Pietroburgo venne trasferito a
Londra (1882) e
pochi anni dopo, nel 1885, a Vienna, dove rimase fino al 1904, quando
fu collocato a riposo dietro sua domanda.
Trascorse gli ultimi tempi quasi come un
sopravvissuto, sebbene nel 1887 fosse stato invitato dallo stesso
Umberto I ad assumere il dicastero degli Esteri, ma rifiutò
recisamente.
La sua vita si chiudeva in una
disincantata e amara
solitudine, tanto più amara per lui che aveva partecipato
una
volta così attivamente alla vita politica.
Un cenno particolare meritano gli
interessi e le
opere del Nigra. Poeta di classico garbo, i suoi meriti maggiori sono
tuttavia nella sua opera di filologo e linguista ma anche nei
molteplici contributi etimologici e lessicali.
DI
CHE SI CONVERSAVA COL CONTE NIGRA
«Un
colloquio col Re di Prussia prima della guerra – Il consulto
medico – La guerra e un altro colloquio con Guglielmo I
–
Dopo Sedan»
Corriere
della Sera, 8 agosto 1907
Chiuderò oggi questo tenue omaggio che come ammiratore del
conte
Nigra mi sono permesso di rendere alla sua memoria, con alcuni ricordi
delle indimenticabili conversazioni, sulla guerra del 1870.
Del grande conflitto tra Francia e
Germania il conte
Nigra raccontava, quasi come antefatto, un colloquio avuto molto tempo
prima della guerra col Re di Prussia.
Il conte si recava in Germania per
vedervi il figlio
che vi era in educazione. Fermatosi a Baden-Baden, e saputo che il Re
di Prussia si trovava in quella famosa stazione balneare per fare la
sua cura consueta, si fece un dovere di portargli le sue carte. Poco
dopo un aiutante di campo del Re, recatosi all’albergo, lo
avvertiva che Sua Maestà desiderava vederlo e lo attendeva a
pranzo. Molto lusingato da quest’attenzione, Nigra si
recò
all’ora fissata alla modesta palazzina in cui abitava il
futuro
Imperatore di Germania. Questi che era assai buono e gentile, lo
colmò di amabilità, e dopo il pranzo lo
invitò a
seguirlo nel suo studio.
Narrava Nigra che, entrato appena nel
salotto, senza
neppure sedersi, Guglielmo a bruciapelo e con voce concitata gli disse:
«Eh ! pourquoi donc l’Empereur veut-il me faire la
guerre?».
La domanda fatta così
all’improvviso
aveva evidentemente lo scopo di sorprendere nella espressione della
fisionomia il pensiero dell’amico di Napoleone. Ma questi era
veramente convinto che l’Imperatore era contrario alla
guerra;
per cui si adoperò a calmarlo. E ammettendo che vi era in
Francia qualche elemento che spingeva in quel senso, lo
assicurò
che i sentimenti di Napoleone verso il monarca e la nazione prussiana
erano ben diversi da quelli che gli venivano attribuiti.
Il colloquio durò a lungo, ed
il Re parve un
po’ sollevato dai suoi dubbi; quindi congedandolo lo
incaricò di portare i suoi saluti all’Imperatore.
Infatti,
personalmente, né il Re Guglielmo né
l’Imperatore
erano propensi alla guerra. Quest’ultimo sentiva
bensì di
dover riacquistare terreno, non possedendo più come prima il
cuore dei Francesi. Ma poiché vi poteva riuscire per due
vie, o
la guerra o le riforme interne, quantunque la guerra gli permettesse
continuare il governo personale, egli preferì la seconda; e
così apparve l’Impero liberale, che è
l’ultimo atto del dramma napoleonico.
È ben vero che questo era
rimedio che poteva
aggravare l’ammalato più che farlo guarire. Ma
Napoleone,
indebolito fisicamente, stanco, e memore dell’orrore delle
carneficine già provato a Solferino e non estraneo alla
risoluzione di Villafranca, preferiva assolutamente, i rischi della
pace a quelli molto maggiori della guerra.
La salute dell’Imperatore era
assai depressa; perché egli era affetto da calcolosi
vescicale.
A questo proposito Nigra raccontava un
aneddoto che
si potrebbe intitolare: la coscienza di Nélaton. In
previsione
della guerra fu tenuto alle Tuileries un consulto di medici per
decidere se si potesse sottoporre l’Imperatore a una
operazione
chirurgica, e se senza questa avrebbe potuto prendere parte alla
guerra; giacché una condizione su cui non si transigeva pel
prestigio dell’Impero era che Napoleone dovesse andare al
campo e
presentarsi a cavallo alla testa delle truppe.
L’operazione era fattibile
anche allora,
sebbene fosse assai pericolosa, non avendo la chirurgia fatto ancora
gli odierni progressi. Ma, il Nélaton, a cui sarebbe toccato
di
compiere l’atto operativo, per timore di un esito infausto,
disse
che non si doveva fare; e così per non compromettere la sua
fama
mondiale, lasciò che il povero Imperatore salisse a cavallo,
con
quelle sofferenze e in quelle condizioni che Zola ha descritte
efficacemente nella Débacle.
Se l’operazione fosse stata
fatta, Napoleone,
essendo obbligato al letto per molto tempo, non avrebbe potuto mettersi
alla testa delle truppe, come occorreva alla «mise en
scène» dell’Impero. E chi può
dire come senza
questa condizione si sarebbero svolte le cose? La storia avvenuta
è già così difficile a decifrarsi che
non bisogna
complicarla con la storia congetturale. Però, siccome
è
certo che a mezzogiorno del 12 luglio 1870, la nota questione che dette
occasione alla guerra era già stata composta pacificamente a
Parigi e che venne riaperta malauguratamente nella serata a Saint-Cloud
con l’assurda pretesa che la Prussia desse delle garanzie per
l’avvenire, chi ci può dire se con
l’Imperatore
obbligato al letto non sarebbe mancata in quell’infausto
convegno
della sera quella spinta personale che uomini politici hanno adombrato
e storici prudenti attribuito all’Imperatrice?
Il conte Nigra, narrando
l’aneddoto anche ad
un medico amico mio, celiava sulla coscienza di
Nélaton…
e di tanti minori di lui.
Ho detto che il 12 luglio a mezzogiorno
la pace era
assicurata. L’Imperatore aveva ricevuto copia del telegramma
con
cui Antonio d’Hohenzollern annunciava al maresciallo Prim di
ritirare la candidatura del figlio al trono di Spagna. A chi Napoleone
volle far parte della buona notizia?
Fra tutti i ricordi della vita
diplomatica di Nigra
mi è sembrato che questo fosse per lui uno dei
più cari.
Il segretario dell’Imperatore andò alla Legazione
ad
avvertirlo che Sua Maestà lo desiderava. Nigra si
recò
quasi subito alle Tuileries, e Napoleone gli porse il telegramma di
Hohenzollern a Prim, incaricandolo di comunicarlo al nostro governo. Il
ministro italiano si rallegrò del successo ottenuto senza
spargimento di sangue; e l’Imperatore gli rispose che egli ne
era
ben contento, ma che non lo sarebbe stata altrettanto la pubblica
opinione, la quale, eccitata in quei giorni, reclamava la guerra. E
purtroppo ebbe luogo, come ho detto, la sera stessa del 12 a
Saint-Cloud quella riunione, in cui fu sopraffatta la
volontà
dell’Imperatore. Senza calcolare le conseguenze, il governo
francese si andò a impigliare nell’assurda pretesa
di aver
dalla Prussia delle garanzie per l’avvenire, e si spinse
tanto
oltre da non potersi ritrarre; sicché mi sembra doversi
ritenere
che anche senza la pubblicazione del dispaccio di Ems la guerra sarebbe
avvenuta egualmente.
Nigra aveva visto Napoleone il 12 luglio
e non lo
rivide mai più. Vide invece sovente l’Imperatrice,
e il 4
settembre, da vero cavaliere, andò a mettersi a disposizione
dell’infelice donna, che egli aveva tanto ammirata nel
fulgore
del diadema e della beltà persuadendola a sottrarsi con la
partenza ai pericoli della rivoluzione.
Il 4 settembre del 1905 io mi trovavo
casualmente
col conte Nigra, ed egli non lasciò passare la data senza
ricordare che trentacinque anni prima in quel giorno egli aveva avuto
l’onore di dare il braccio all’Imperatrice Eugenia
per le
scale delle Tuileries fino alla vettura in piazza
Saint-Germain-l’Auxerrois, narrando quei particolari che non
ripeto, perché già riprodotti da quasi tutti i
giornali.
Poi, col sentimento del vecchio piemontese, che è orgoglioso
della stirpe dei suoi Re, mi disse del contegno eroico della
principessa Clotilde, che la mattina del 4 traversò in
carrozza
scoperta Parigi per recarsi alle Tuileries ad affrontare i pericoli al
fianco dell’Imperatrice, che la baciò teneramente;
poi,
sebbene pregata vivamente, non volle uscire dalla reggia
finché
non seppe salva l’Imperatrice. La principessa
riparò alla
Legazione italiana, che era allora al rond-point dei Campi Elisi, e
partì il giorno appresso accompagnata da Nigra e rispettata
da
tutti. Il conte Nigra scrisse a Vittorio Emanuele per dargliene
notizia, e per rallegrarsi del sangue freddo della sua degna figliola.
«Ma, chiesi al conte Nigra,
quella gran guerra
è veramente da imputarsi a Bismarck e alla falsificazione
del
dispaccio di Ems?».
«Ma il principe di Bismarck,
rispose Nigra,
non ha falsificato il dispaccio; ha la responsabilità
soltanto
d’averlo pubblicato».
Il che non è precisamente
esatto,
poiché, confrontando il testo originario con quello
pubblicato,
si constata che vi fu anche qualche soppressione; sebbene
ciò
importi poco, giacché, come ho detto, dal momento che la
Francia
pretendeva delle garanzie che la Prussia non poteva dare, la guerra era
divenuta inevitabile.
«Ma chi l’ha voluta
questa guerra?» gli chiesi.
Tutti e nessuno al tempo stesso. Nella
stampa, nel
governo, nell’ambiente insomma tutto cospirava a ridestare le
velleità guerresche de
l’àme gauloise.
Basta a comprenderlo anche un particolare come questo, dettomi
parimenti da Nigra. Il canto nazionale del secondo Impero era
l’Hymne de la
reine Hortense, quello Partant pour la Syrie,
e la marsigliese era vietata. Ma nel 1870 la polizia lasciava fare, e
nei cabarets,
negli estaminets
di Parigi non si faceva che cantare e suonare l’inno
guerresco incendiario di Rouget de Lisle.
«Ma nei famosi rapporti
dell’attaché militare a Berlino, il colonnello
Stoffel,
non avevano informato il governo imperiale della formidabile
preparazione della Prussia?».
«Questi rapporti, mi disse
Nigra, avevano la
sorte di tanti altri; non si leggevano nemmeno. Il maresciallo Niel,
Ministro della Guerra, continuò sempre a dire che gli era
indifferente la pace o la guerra, perché tutto era
già
pronto. E col generale Leboeuf, che gli successe nel 1869, fu peggio
ancora, perché, chiamato dall’Imperatore, gli
dichiarò che all’esercito non mancava nemmeno un
bottone».
«E il famoso discorso di
Thiers al Corpo
legislativo, che fu una così terribile profezia, non fece
una
immensa impressione?».
«Io vi assistetti, mi rispose,
il 15 luglio
dalla tribuna diplomatica, e non mi fu nemmeno possibile di seguirlo,
tanto fu urlato quasi continuamente».
«E
l’Imperatore?».
«Il povero Imperatore, diceva
Nigra,
andò alla guerra sofferente ed ammalato; a Sédan
fece
alzare bandiera bianca per risparmiare pietosamente
un’inutile
ecatombe d’uomini; fissò bene la propria
condizione,
perché, considerandosi come militare rimasto prigioniero, si
rifiutò ai negoziati cui lo voleva indurre Bismarck per
lasciare
libero il governo di Parigi di trattare come meglio poteva per
l’interesse della Francia; e partì povero, mi
assicurava
Nigra, perché non aveva voluto provvedere affatto ai casi
suoi».
E sulla famosa scena della consegna
della spada
fatta dall’Imperatore nelle mani del Re di Prussia, mi
aggiunse
questo aneddoto, che riferisco per chiusa, perché
è quasi
le pendant
di quello narrato prima come antefatto di questa breve storia.
Quando, di ritorno
dall’ambasciata di
Pietroburgo, Nigra passò da Berlino e andò a
presentare
gli ossequi all’Imperatore, questi come al solito, lo
invitò a pranzo. E dopo il pranzo gli narrò la
scena del
suo incontro con Napoleone sulla spianata di Sédan.
Ricordò egli quando, nel 1861, aveva visitato Napoleone a
Compiègne e le feste di quella visita rimasta celebre nella
corte, e poi l’altra visita, quando i rapporti dei due
governi
cominciavano già a divenire tesi, alle Tuileries, negli
splendori della Esposizione del 1867; e confrontando quei ricordi di
grandezza con la scena di Sédan, gli disse della grande peine che aveva
provato quando lo stesso Napoleone, vinto, curvo, affranto, gli aveva remis son epée.
«Oh! Je le crois bien,
Majesté, gli
rispose l’ambasciatore Nigra, pourtant Votre
Majesté ne la
lui a pas laissée!».
La caduta del regime napoleonico era un avvenimento di grandi
conseguenze per noi. Travolta nella sua ruina anche la Convenzione di
settembre, libero il territorio pontificio dai soldati francesi,
l’Italia poteva finalmente senza i rischi di una guerra
compiere
la propria unità ed insediarsi a Roma.
Era quindi il nostro rappresentante a
Parigi
ritornato appena dall’avere accompagnata la principessa
Clotilde
fuori della città, che il Gabinetto di Firenze lo incaricava
di
presentarsi a Favre, Ministro degli Esteri del governo della Difesa
Nazionale, per informarlo degli intendimenti del governo italiano. E
poiché il partito a cui apparteneva Favre aveva tanto
attaccato
quella convenzione, Nigra gli chiese addirittura di considerarla
decaduta e farne la denuncia. Giulio Favre riconobbe che il governo
italiano non poteva fare a meno di occupare Roma e che per questo era
preferibile al lasciarla in balia di pericolosi agitatori. Ma si
ricusò di fare la denuncia chiestagli da Nigra sotto il
pretesto
che non conveniva a chi è vinto, e in realtà per
non
disgustare i Cattolici nel momento in cui la Francia per difendersi
aveva bisogno di tutti. Ma Nigra non si dette per vinto, e Favre
finì con l’informare il suo inviato a Firenze che
d’accordo con Nigra considerava estinta la convenzione e
vedeva
con piacere che il governo del Re andasse a Roma. Mentre ciò
avveniva in Francia, l’esercito era già entrato
per la
breccia di Porta Pia.
Intanto in Francia gli avvenimenti
precipitavano, e
Nigra, col corpo diplomatico, raggiunse la delegazione del governo
della Difesa Nazionale, che fu mandata a Tours prima che la capitale
fosse cinta d’assedio; ed ivi, diceva Nigra, una bella
mattina
vedemmo arrivarci in pallone Gambetta. Valendosi della sua posizione,
poté allora giovare, come trait-d’union, a
parecchi
appartenenti al caduto ordine di cose; e mi pare che tra questi
ricordasse la marescialla Bazaine, a cui rese non lievi servigi col
mezzo dell’ammiraglio Fourichon, che faceva parte del governo
della Difesa Nazionale.
Seguì il governo a Bordeaux e
poi a
Versailles, e assistette veramente alle scene sanguinose della Comune,
potendo attraversare liberamente gli avamposti, giacché quel
governo gli aveva rilasciato un lasciapassare che ricordò
anche
a me con compiacenza.
Gli chiesi un giorno quale giudicasse il
più
eminente fra gli uomini saliti al potere dopo il 4 settembre. E
poiché esitava a rispondere, gli chiesi se non fosse Thiers,
ed
egli approvò. Mi sembrò però che non
sentisse
grande simpatia per questo insigne uomo; e lo attribuii alla costante
opposizione, non trattenuta neppure nel salotto della contessa di
Circourt, che questi aveva fatto all’Italia. Aveva
però
una grande opinione di Thiers come finanziere, per la sicurezza e la
semplicità, con cui riuscì a pagare
l’immane debito
di guerra. Fu certo un grande merito di Thiers d’avere avuto
fiducia nelle forze del suo Paese, come d’essersi reso conto
delle condizioni generali del mercato. Il conte Nigra raccontava che
dovendo come ambasciatore fare il visto alla rendita italiana per
l’affidavit, era rimasto colpito dalla quantità
della
rendita nostra in mano dei Francesi. Ma non solo nella nostra,
bensì in tutte le rendite straniere, era investito
largamente il
capitale francese; e poiché appena finita la guerra si
produsse
un rialzo straordinario dei titoli, perché si
capì che,
esausti i due colossi, si sarebbe avuta la pace per molto tempo, i
capitalisti francesi poterono fare un forte guadagno rivendendo ad alto
prezzo titoli acquistati per poco (la nostra rendita era scesa persino
a £. 36), per investire in titoli francesi. Fu
così che,
aperto un prestito per tre miliardi e mezzo, venne sottoscritto
dall’Europa in pochi giorni per quarantadue miliardi.
Nigra ebbe ancora a trattare lungamente
col governo
di Thiers e con quello di Mac-Mahon, essendo rimasto alla Legazione di
Parigi fino al 1876, quando andò ambasciatore alla corte di
Pietroburgo. Né furono nemmeno quelli anni facili, come
potrebbe
parere; perché fatto appena l’armistizio si
manifestò in Francia un fortissimo risentimento contro
l’Italia, considerata come il cattivo genio di Napoleone ed
accusata della più nera ingratitudine. E quel governo alla
sua
volta per la prevalenza degli elementi reazionari dovette in vari modi
farsi organo di questi sentimenti. Si trattò dunque in
questo
periodo pel nostro rappresentante di difendere contro il novello ordine
di cose le conquiste fatte e la dignità
dell’Italia; e il
conte Nigra vi riuscì con la stessa abilità, con
lo
stesso tatto, con cui aveva influito tante volte sull’animo
di
Napoleone III; sicché quando partì da Parigi, non
lasciandovi, come dissero allora i giornali, che d’heureux et affectueux souvenirs,
Cialdini non ebbe che a continuare e consolidare l’opera
compiuta
per sedici anni dal suo predecessore in mezzo alle maggiori
difficoltà.
Di questo ultimo periodo della sua azione diplomatica il conte Nigra si
intratteneva assai meno nelle sue interessanti causeries.
E i giornali francesi quasi lo sapessero nel commemorare quello che
hanno continuato a chiamare il cavaliere Nigra, sono stati concordi nel
considerarlo come una figura del secondo Impero posta fuori di luce nel
nuovo ordine di cose, e nel dire che sebbene egli abbia continuato a
prendere parte alla vita pubblica francese, pure una segreta malinconia
ha dovuto velare di un’ombra di tristezza le feste a cui
partecipava, nei luoghi stessi ove era già stato
l’ospite
gradito e festeggiato dalla corte.
È vero questo?
Politicamente sebbene sia stato
più puerile
che maligno il supporre, come ha fatto qualcuno, che il 4 settembre
Nigra abbia persuaso l’Imperatrice a fuggire per togliere
l’ultimo ostacolo alla nostra andata a Roma, dando
un’interpretazione subdola a un atto cavalleresco,
è
indubitato però che Nigra ben sapendo che avremmo incontrato
sempre un’opposizione insormontabile per Roma,
considerò
la caduta dell’Impero come un avvenimento che dava
all’Italia la sua libertà d’azione.
Poiché
né l’intimità dei sovrani,
né la seduzioni
della corte né il mondo politico francese influirono mai
sull’animo del diplomatico, che si mantenne sempre quale si
era
rivelato fin da principio che mandato appena in Francia, in una
posizione eminente si affrettò a chiedere a Cavour il
proprio
richiamo da Parigi quando il governo imperiale per proteste contro
l’occupazione delle Marche e Umbria fece partire da Torino il
proprio agente diplomatico, sicché di quanto è
stato
scritto in Francia per la morte di Nigra la cosa più accetta
per
noi è la dichiarazione di Emilio Ollivier che Nigra fu per
loro
sempre un irreduttibile italiano.
Ma se è vero che egli non
sacrificò
mai in alcuna guisa le esigenze della politica ai suoi sentimenti, se
è vero che egli ha messo nella sua missione tutta la
passione e
l’ardore di un discepolo di Cavour, non è men vero
che ha
nutrito sempre il più vivo affetto per quei sovrani che
avevano
avuto tanta benevolenza per lui, li ha onorati nell’esilio,
ed ha
compianto sopra tutto colui che, dopo averci giovato con la sua
fortuna, ci ha giovato anche con le sue sventure.
Dell’Imperatore Napoleone egli
portava il
giudizio che fosse d’animo veramente buono; giudizio che
consuona
con quello di uno storico pur severo, il De La Gorce, la cui opera
veramente rilevante consiglio a chi vuole studiare
quell’epoca. I
Francesi, ripeteva Nigra, sono stati ingiusti con lui. E quando nel
1906 gli dissi che era uscito da poco un libro su Napoleone intitolato Un grand méconnu,
mostrò desiderio di leggerlo. E gli è che
Costantino
Nigra, se era un uomo politico, era anche un uomo di cuore, che sotto
la maschera della freddezza celava un animo passionale. Né
questo è mio giudizio soltanto; è il giudizio di
un
insigne scrittore, il visconte E. M. De Vogué,
dell’Accademia francese, che così ne ha dipinto il
carattere in uno degli ultimi numeri del «Figaro»:
«Prima di conoscere Nigra – egli scrive –
il
pregiudizio comune mi faceva vedere in lui un furbo di alto spicco. Ma
presto cambiai idea. Il diplomatico aveva tutta
l’onestà
che si poteva vedere per la sua età. Egli era segreto, ma,
sempre veritiero e libero pensatore; preciso negli affari; corretto
nelle amicizie. Nigra diceva nettamente: “Io farei
così,
io non farei diverso”».
Di questo omaggio affettuoso reso in
Francia
all’insigne italiano noi dobbiamo essere grati al
valorosissimo
pubblicista, al bravo autore di Jean
d’Agrevz, o di Morts de talent,
romanzi finissimi che meriterebbero essere più riconosciuti
in Italia.
Ora non vi è che augurarsi che escano presto queste Memorie. Ma le Memorie non
bastano. Costantino Nigra merita un biografo, come lo hanno avuto tanti
altri attori del Risorgimento.
Infatti la vita sua non può
essere comune con
le altre. Essa si stacca e fa parte al Risorgimento italiano.
Poiché se egli ha condiviso con altri il patriottismo, e se
non
gli ha dato nemmeno la gloria delle varie battaglie, la sua parte
però nel gran direttorio nazionale è di essere
stato il
diplomatico del Risorgimento. Una biografia di Nigra
sull’integrazione di questo periodo di storia è
complemento necessario ad intenderla. E poi quale figura complessa e
interessante rivelerebbe questa biografia!
A Costantino Nigra la natura aveva
regalato tutti i
suoi doni. Eletto di maniere di naturale dignità, bello
d’aspetto così con quel profilo giovanile
ricordò
la purezza dell’uomo greco, mentre univa l’armonia
della
giovinezza alla maturità dello sguardo, egli dotato
così
riccamente d’ingegno che Cavour scrisse: «Nigra ha
più ingegno di me».
Ed era ingegno versatile proverbiale fra
la
gioventù torinese. Occupato nelle cure
dell’ufficio nei
più delicati incarichi, non tralasciò mai
né la
poesia né l’erudizione. E a Torino interveniva
sovente a
leggere traduzioni e poesie alla biblioteca pubblica che teneva
settimanalmente all’università il Paravia. Avrebbe
potuto
divenire un poeta finissimo, un glottologo, un luminare degli studi e
degli atenei, ma divenne invece politico e ambasciatore.
Ma si potrebbe domandare di Nigra
ciò che
Federico II disse a Voltaire: «Voi siete un ambasciatore che
si
diverte a fare il poeta» e a cui Voltaire di rimando:
«No,
Maestà, sono un poeta che si diverte a fare
l’ambasciatore».
No. Costantino Nigra fu sopra tutto un
patriota, un patriota vieille
roche,
di questo Piemonte che ha dato tutto all’Italia. Egli si
affrettò a mettere in seconda linea le letterature, prima la
missione di servire la Patria, ma letterato e poeta si servì
degli studi per dare al diplomatico una veste più gradevole
e
per chiedere alla Musa aiuti per la politica; la famosa Gondola di
Fontainebleau (di cui fu complice Mérimée, del
quale
Nigra chiese prima l’approvazione), non fu solo una
barcarola, fu
un atto politico. Così pure atto politico fu
l’eloquente
discorso de la plus
langue francaise,
come scrissero allora i giornali, alle feste petrarchesche
d’Avignone di cui si servì Nigra per influire
sull’opinione francese allora avversa all’Italia,
rapportandovi, scrisse la «Revue de deux Mondes»,
non solo
il governo ma anche la gentilezza, l’ingegno,
l’eloquenza
italiana davanti all’intelletto francese.
Ché se a questo si aggiunge
che egli fu anche un self
made man,
perché il conte Nigra, amico di statisti e regnanti,
ambasciatore a Parigi, Pietroburgo, Londra e Vienna, era anche il
figlio di un modesto medico del Canavese, che aveva studiato a Torino
con una borsa al Collegio Reale delle province, oh! allora bisogna
convenire che pochi uomini meritano come lui una biografia, e poche
biografie possono essere così interessanti e salutari.
Ma con la Vita si raccolgono
anche gli Scritti.
Memorie, Vita e Scritti
sono la triade che si deve tramandare ai posteri di una delle
più geniali personalità della generazione che ha
fatto
l’Italia.
Livio
Minguzzi
RICORDI
E LETTERE INEDITE
Corriere
della Sera, 14 agosto 1907
Poche settimane or sono Costantino Nigra, nel suo villino a
Trinità dei Monti, con me scorreva i documenti che qui
pubblico,
documenti che al pari di moltissimi altri già nel campo
della
storia o che presto vi entreranno, sono di sommo onore per il grande
uomo che l’Italia piange. Alla lettura delle carte che tanti
ricordi sollevavano, vidi i suoi occhi empirsi di lacrime.
La crisi dell’ultima malattia,
superata
appena, aveva indebolita quella fibra gagliarda. In questi ultimi tempi
sentiva di dover dare, ahimè, fra breve, l’ultimo
saluto
alle persone, alle cose, alle ricordanze della vita che più
gli
erano care. Ed era una raddoppiata tenerezza e sollecitudine che
commuoveva profondamente.
Spesso mi fissava negli occhi
salutandomi, come per
dirmi che purtroppo erano contati i giorni in cui avrei potuto vederlo
e che ritornassi presto. Ed a stento io trattenevo la commozione, come
anche ora sento stringermi l’animo di angoscia nello scrivere
di
quest’uomo di cui grande era il cuore come
l’intelletto e
che si degnava di avere per me viva tenerezza soltanto in memoria del
suo intimo e compianto amico Isacco Artom.
Perché la storia
collocherà
nell’altissimo posto che le compete la figura di Costantino
Nigra, il maggior collaboratore di Camillo Cavour, il più
eminente interprete del suo pensiero e della sua politica. La storia
dirà la parte che a Costantino Nigra spetta negli
avvenimenti
che condussero al compimento della nostra epopea nazionale: ma i
posteri non sapranno l’animo suo infinitamente buono e
generoso,
i posteri non potranno conoscere i tesori di bontà e di
affetto
di quel cuore che l’esperienza della vita e il freddo calcolo
diplomatico pareva dovessero aver chiuso ad ogni sentimento!
Bisogna aver vissuto con lui per
conoscere appieno
la grandezza e la nobiltà di quell’animo, animo
squisitamente buono che si faceva non solo ammirare, ma adorare da
quanti avevano la fortuna di poter essere a lui vicino!
Le lettere che qui appresso pubblico
hanno
l’importanza che vi attribuiva lo stesso Nigra,
cioè di
riferirsi ad un periodo in cui è meno nota la parte
ch’egli ebbe nel deprecare, inutilmente ahimè, il
triste
fato che incombeva all’Italia colla guerra del 1866.
È
nota la collaborazione di Costantino Nigra all’opera di
Camillo
Cavour: il capitolo pubblicato dal Nigra sugli avvenimenti del 1870
lumeggia in parte quel periodo: mentre non pochi ignorano che se si
fossero seguiti i consigli che il Nigra inviava senza posa da Parigi,
le sorti della guerra del 1866 sarebbero state ben diverse per noi!
Ecco dunque i documenti che consistono
in lettere
dirette da Costantino Nigra all’Artom ed in una lettera che
per
ragioni di data pongo prima, diretta dal barone Alberto Blanc
all’Artom stesso; lettera di cui la parte francese era in
cifre e
di cui il Nigra mi aiutò a spiegare alcune frasi
incomprensibili.
Non mi sarei forse indotto a pubblicare
la lettera
confidenziale del Blanc all’Artom, lettera di eccezionale
gravità ed importanza, se il Nigra non mi avesse consigliato
a
farlo dopo averne preso copia perché intendeva aggiungerla
ai
documenti annessi alle sue memorie. Ho detto infatti che il documento
che dopo quarantun anni vede ora per la prima volta la luce
è di
eccezionale gravità ed importanza. Una nuova testimonianza,
purtroppo irrefutabile, si aggiunge a quelle che già
esistono
sulla linea di condotta seguita dal generale Lamarmora
nell’infausta guerra del 1866. Quella guerra che doveva
pesare
come un perenne lutto sulla nazione italiana era stata preparata ed
iniziata (esempio ben raro nella storia) non con aumenti nei bilanci
militari, ma con enormi falcidie: e nel suo svolgimento poi fiaccamente
seguita veniva con desolante inerzia e debolezza. Quali le ragioni di
tale linea di condotta? Non certo, affrettiamoci a dirlo, mancanza di
patriottismo nel generale Lamarmora, fiero soldato e patriota ardente
quanto altri mai. Le ragioni vere di tale linea di condotta, apparsa
inesplicabile ai più, sono chiaramente indicate nel
documento
che qui pubblico.
La diplomazia austriaca che attivamente
aveva
lavorato prima della guerra per impedire l’alleanza
italo-prussiana, continuava la sua azione anche dopo
l’apertura
delle ostilità; e le indirette offerte di cessione della
Venezia
si rinnovavano a trar in inganno il prode soldato, ma mediocre
diplomatico, da cui dipendeva l’indirizzo della guerra.
Invano il Nigra telegrafava senza posa
di spingere
la guerra a fondo senza preoccuparsi delle disposizioni
dell’Austria ad una cessione futura della Venezia: invano; il
generale Lamarmora opponeva un ostinato rifiuto a chi gli parlava o lo
consigliava in tal senso. Così per la follia di preparare
una
guerra riducendo i bilanci militari e per le altre cause ora accennate,
l’Italia dovette subire le disfatte di Custoza, di Lissa, la
perdita del Trentino e quello che più conta, dovette essere
fatalmente ribadita la triste leggenda che gli Italiani non sanno
vincere!
Ma ecco il documento che meglio parla di
ogni commento.
Firenze,
20 giugno, mattina. [1866]
Caro
Artom,
Nigra e tu avrete scusato il mio lungo
silenzio,
spiegato del resto dalle circostanze, in mezzo a tali avvenimenti la
sobrietà nello scambiar idee è cosa, a parer mio,
opportuna. In questo momento però credo necessario darvi
alcune
indicazioni da cui desidero vivamente che Nigra tragga profitto.
Accenno all’argomento importantissimo delle diversioni
politiche,
marittime e militari. Traduzione: «Malgrado
l’allusione
fatta dall’Imperatore a Nigra su una discesa sulle coste
dell’Adriatico, malgrado i consigli di Nigra di spingere
vivamente e a fondo senza preoccuparsi delle disposizioni di (parola
indecifrabile) a una futura cessione, aggiungerei se non fosse troppo
pretenzioso, malgrado i miei ripetuti tentativi di fargli prendere la
cosa in considerazione, il generale Lamarmora ha opposto alla presente
grande resistenza a chi gli parlava di ciò. Gaki, Comaurot e
Kossuth non poterono ottenere nulla da lui, mentre ottennero da
Bismarck senza difficoltà una spedizione a lancio delle
frontiere prussiane nell’alta Silesie, dei sussidi, e delle
armi.
Questa ripugnanza del generale a
impegnare le cose a
fondo contro l’Austria alla medesima provocazione a Berlino
delle
serie inquietudini sulle nostre intenzioni: Bismarck e Usedom si sono
lamentati categoricamente e una nota tutta (parola indecifrabile) di
Usedom espose la necessità di intendersi per i piani della
campagna avente causa Vienna per obiettivo e base su un attacco
diversivo energico in Ungheria.
Il generale era già partito
per il campo,
quando queste noie sono arrivate ed io ignoro se quelle disposizioni le
ha accolte; ma io credo che le tendenze incerte del Re di Prussia non
prevedono la deflessione e le disposizioni su quelle
austriache…
(parole indecifrabili)». Fine traduzione.
Oggi il nocciolo della questione
è se
decidere di lanciare Garibaldi con delle forze sufficienti
sull’Ungheria; i capi ungheresi lo dichiarano indispensabile
e la
Prussia lo desidera vivamente. Il generale si deciderà
all’ultimo momento? Il mio avviso è che Nigra lo
scriva
presto, francamente al generale per dargli il suo parere motivato.
Il generale partendo per il campo, mi
comandò
di rimanere ancora al Ministero, ed io gli domandai il permesso di
lasciare il Ministero per arruolarmi tosto che avrei potuto consegnare
il mio ufficio alla persona designata a sostituirmi. Io mantengo
fermamente quella mia determinazione. Ora pare che il generale non sia
alieno dall’idea di farmi venire presso di sé al
quartier
generale. Se è così tanto meglio. Egli volle
partir senza
condurre con sé alcuna persona avente carattere od
attribuzioni
politiche per un sentimento di delicatezza forse troppo spinto verso i
nuovi suoi colleghi.
Vi scriverò nuovamente fra
poco. Credetemi vostro dev. Blanc
Fatalmente, quella che il Nigra chiama nella lettera che qui appresso
pubblico «inerzia per terra e per mare» nella lotta
contro
l’Austria, doveva produrre i suoi effetti. Il Nigra stesso,
coll’animo amareggiato, scrive che non sa spiegarsi le
operazioni
militari nostre e che sente «una profonda umiliazione di
essere
Italiano». Parole sdegnose che si spiegano e scusano
coll’angoscia di quei tristissimi momenti!
Dopo le dolorose sconfitte per terra e
per mare
l’Italia si trovava infatti nella più difficile
delle
condizioni coll’alleato prussiano, il quale separatamente
accettava l’armistizio coll’Austria; e col dubbio
crudele
di non dover trarre alcun profitto dalla guerra, ovvero di essere
lasciata sola alle prese col nemico vittorioso! Si aggiunga la
situazione all’interno, che come accenna il Nigra,
già
difficile prima della guerra, per il mancato prestigio della vittoria,
doveva venire sempre peggiorando.
Ma ecco la lettera:
20
luglio 1866
C. A.
Ho ricevuto le tue due lettere e te ne
ringrazio.
Sono afflittissimo della piega che han preso le cose, colpa in massima
parte dell’inerzia nostra per terra e per mare prima e dopo
l’articolo del Moniteur.
Ora la Prussia dichiara
d’accettare
l’armistizio. L’Italia evidentemente non si
può
rifiutare di fare altrettanto. Se per sventura l’Austria
accetta
anch’essa non c’è più
rimedio. La posizione
sarà cattiva per noi e per la Francia. Sarà
pessima
all’interno. Io per me non so spiegarmi le operazioni
militari
nostre. Più ci penso meno ci capisco. Ne ho
l’animo
amareggiato, angosciato. Sento una profonda umiliazione
d’essere
Italiano. Ora dobbiamo aspettarci che si attribuisca alla nostra
diplomazia la colpa dei generali, degli ammiragli e di tutti quanti.
Quando tornerai? Fammi il piacere di
dirmi quando io
potrò richiamarti qui con un telegramma. Se
l’armistizio
si conclude, i negoziati per la pace avranno luogo a Parigi, e spero
quindi che avremo Visconti qui. Goltz ha detto all’Imperatore
che
la Prussia desiderava che i negoziati avessero difatti luogo a Parigi.
Sarà una povera pace per noi ma in verità la
guerra fu
più miserabile ancora.
Le tendenze più generali qui
sono per una
guerra contro la Prussia. Io prevedo che ci si verrà forse
fra
uno o due anni. Sarebbe scoppiata prima se non ci fosse stato
l’affare degli schioppi.
Saluta caramente Visconti. Addio di
cuore.
Affez.
Nigra.
Ricordati di portarmi un Manzoni, un Parini, un Giusti, un Carrer, un
Aleardi, un Leopardi, ecc.
Notevole la previsione del Nigra di una guerra franco-prussiana che
dovrà scoppiare fra uno o due anni.
La lettera seguente riflette quello
stato delle
trattative nel quale si era ancora nella speranza, purtroppo vana, che
l’Austria consentisse non solo alla cessione della Venezia,
ma a
quella del Trentino occupato dalle truppe italiane. Invece
l’Austria rifiutò subito di concludere
l’armistizio
sulla base dell’«uti possidetis», dando
tempo quattro
giorni per l’evacuazione del Trentino e del territorio
occupato
sulla destra dell’Isonzo Inferiore. Mentre in Italia ed anche
in
Francia Napoleone III si illudeva ancora di poter fare desistere
l’Austria da tale attitudine, il Nigra non si faceva
più
alcuna illusione. Illusione che doveva poi essere duramente troncata
non solo dall’Austria, ma dal Bismarck stesso, il quale
all’Artom, inviato in missione segreta a conferire con lui,
rispondeva che «per dettare le condizioni della pace bisogna
saper vincere!».
Vichy,
6 agosto 1866.
C. A.
Ti ringrazio d’avermi
avvertito del tuo arrivo
a Parigi e più ancora di esservi venuto. Ora che ti so
costì, vivo qui più tranquillo.
Ho ricevuto stanotte un telegramma di
Visconti che
mi annunzia che Bariola s’è recato alla conferenza
con un
generale austriaco per firmar l’armistizio. Bariola era stato
inviato in seguito all’invito fattomi da Drouyn de Lhuys. La
conferenza ebbe luogo ieri. Eccone il risultato. L’Austria
rifiuta l’armistizio sulla base dell’«uti
possidetis», dà tempo fino al 10 corrente
«per
l’evacuazione del Trentino e del territorio occupato sulla
destra
dell’Isonzo Inferiore». Attende la risposta a
Legnago fino
all’8 a mezzanotte. Feci conoscere ciò
all’Imperatore il quale nella notte aveva avuto un telegramma
dal
Re. L’Imperatore crede ad un malinteso. Io sono
d’un altro
avviso. L’Imperatore telegrafò al principe
Napoleone che
è a Parigi da ieri di conferire con Drouyn de Lhuys per
levare
la difficoltà. Drouyn de Lhuys è
anch’esso a Parigi
da ieri e tornerà qui dopodomani. L’Austria si
mette nel
suo torto. È una ventura per noi. Ma siamo noi in grado di
ripigliare le ostilità? Ho telegrafato a Visconti che oramai
tocca all’Austria il dirci che è pronta a firmare
l’armistizio alle condizioni convenute colla Francia. Vo a
vedere
il Principe.
In fretta ma di cuore mi dico
tuo
affez. Nigra
Oramai il dramma, come scrive il Nigra, volgeva al fine. Non rimaneva
più che accettare i patti che il vincitore offriva, la
cessione
cioè della Venezia, nella forma umiliante di tradizione alla
Francia. Come appare dalla lettera seguente il cuore del diplomatico
italiano sanguina per i lutti e le umiliazioni della Patria, mentre
continuamente pur si adopera a diminuire le difficoltà che
circondano quest’ultimo atto della tragedia!
Parigi,
13 novembre 1866
Caro
Amico,
non ho più nuove di te da un
pezzo. Io
t’aspetto sempre con molto desiderio. Ho passato una triste
estate e un autunno anche più triste. Mentre tu eri a Vienna
ho
avuto a regolare la spinosa faccenda delle formalità della
tradizione della Venezia per mezzo di Leboeuf e quelle sul plebiscito.
Avrai saputo da Visconti tutte le peripezie di questo atto del dramma.
Non te ne parlo adunque. Ora tornò sul tappeto la questione
del
debito pontificio, e non è ancora risolta. Con tutto questo
mi
fu impossibile l’avere un po’ di congedo di cui
avevo
bisogno assoluto per poter andare ad abbracciare mia madre e per dare
alla mente ed al corpo un riposo necessario. Pazienza.
Domanderò
il congedo più tardi; riservo di pigliarne uno lungo
all’epoca dell’esposizione se sarò
ancora a questo
posto, e se il Ministero non ci avrà dato i mezzi di
mobigliar
la casa.
Mi congratulo vivamente con te della
parte che hai
preso ai negoziati di Vienna. So da molte parti che la tua
collaborazione fu utilissima e che fu apprezzata anche a Vienna. Me ne
consolo con te e fo voti perché tu possa presto pigliare una
posizione degna del tuo ingegno o del tuo carattere a vantaggio del
nostro povero Paese che ha grandemente bisogno dell’opera
d’uomini di merito.
Scrivimi ed amami
tuo
affez. Nigra
Purtroppo quell’intelligenza limpida ed eletta a cui lo
stesso
Camillo Cavour ricorreva spesso per consiglio, quella intelligenza che
insieme alla mente di Emilio Visconti-Venosta fu il buon genio tutelare
della politica estera italiana fino a questi ultimi tempi, si
è
spenta per sempre!
Possa il nostro Paese ispirarsi
all’opera di
Costantino Nigra, possa trovare continuatori quella sua scuola
diplomatica, onesta e sagace al tempo stesso, che fu la fortuna
d’Italia in mezzo ai maggiori pericoli, perché
come soleva
ripetere il Nigra proprio in questi ultimi giorni, mantenne sempre
inalterata la fiducia dell’Europa in questa giovane nazione
destinata ad essere non elemento di complicazioni internazionali, ma
fattore di pace e di concordia nel mondo.
Ernesto
Artom, deputato.
(anno 2006)