La
segregazione razziale e lo schiavismo islamico
Alla
base del genocidio della minoranza nera Cristiana e animista sudanese
di Alberto
Rosselli
Come
è noto, il Corano
non soltanto ammette l’esistenza della schiavitù
come un
fatto permanente di vita, ma addirittura detta le regole per la sua
stessa pratica. D’altra parte, l’antica legge
islamica
riconosce di fatto l’ineguaglianza fondamentale tra gli
uomini
appartenenti a diverse religioni e, di conseguenza, quella tra padrone
e schiavo (Corano,
16:71; 30:28). In pratica, il Corano
assicura da secoli ai suoi fedeli il diritto, teorico e sostanziale, di
possedere servi (per essere più precisi: di
«possedere i
loro colli») sia attraverso la libera contrattazione di
mercato,
sia come bottino di guerra (58:3). Non a caso, lo stesso Maometto ebbe
dozzine di schiavi, sia maschi che femmine, che era solito utilizzare
per certe mansioni o vendere. «L’acquisizione dei
servi
è regolata dalla legge… ed è possibile
per il
musulmano uccidere un infedele o metterlo in catene, assicurandosi in
questo caso anche la proprietà legale dei suoi discendenti
nati
in cattività» (trascrizione dall’opera
prima del
teologo Ibn Timiyya, volume 32, pagina 89).
Al contrario, nessun musulmano
potrà mai
detenere schiavi della sua stessa religione,
«poiché
quella islamica è la più nobile e superiore delle
razze» (Ibn Timiyya, volume 31, pagina 380). Nel corso dei
secoli
il presupposto di matrice cristiana e occidentale di libertà
personale quale condizione naturale e inalienabile
dell’essere
umano non è mai entrato a fare parte del bagaglio culturale
e
religioso dell’Islam: dottrina religiosa impermeabile agli
influssi pre-illuministici ed illuministici. Nel mondo musulmano,
infatti, il consenso divino alla pratica della schiavitù
rappresenta una norma codificata e regolata al suo interno da una serie
di specifiche «indicazioni» relative ai rapporti
tra
proprietario e servo e ai loro diritti e doveri. Anche se a ben vedere,
per lo schiavo il diritto corrisponde a soli doveri, assolti i quali
per costui è possibile fruire della
«compassione»
del padrone. La disobbedienza di un servo nei confronti del
proprietario può infatti comportare gravi sanzioni e la
sospensione della suddetta «compassione». Secondo
l’Islam, «esistono due esseri umani le cui
preghiere non
saranno mai accettate, né i loro meriti riconosciuti
nell’altra vita: lo schiavo che fugge e la donna che non fa
felice il proprio marito» (Miskat al-Masabih, Libro I, Hadith
74). Va detto che in origine il Corano
prescriveva un avvicinamento umanitario allo schiavismo, suggerendo
perfino trattamenti di riguardo nei confronti degli infedeli di un
Paese conquistato. Questi potevano infatti vivere all’interno
della comunità musulmana come un individuo (dhimmis), almeno
finché erano in grado di pagare particolari tasse chiamate kharaj e jizya.
Ciononostante, con l’espandersi del dominio islamico (VIII
secolo dopo Cristo), i dettami del Corano
in materia di schiavismo iniziarono ad essere interpretati in maniera
sempre più restrittiva e severa, sia nei confronti delle
popolazioni africane animiste, sia verso i Cristiani, gli ortodossi,
gli induisti e i buddisti.
Già a partire dalla seconda
metà
dell’VIII secolo dopo Cristo, i mercanti musulmani avviarono
nell’Africa sahariana e sub-equatoriale un intenso traffico
di
schiavi neri prelevandoli soprattutto dalle regioni corrispondenti agli
attuali Mali, Senegal, Niger, Ciad Meridionale, Nigeria, Camerun, Kenya
e Tanzania. Strappati alle loro terre, milioni di individui vennero
trasferiti con la forza verso i grandi mercati del Marocco, della
Tunisia, dell’Egitto e della Penisola Araba per essere
venduti o
scambiati. Pratica che andò avanti per secoli. Fino al XVII
secolo, ogni anno il regno nubiano (Sudan) era obbligato ad inviare al
governatore musulmano del Cairo a titolo di tributo un grosso
quantitativo di schiavi neri. I Nubiani e gli Etiopi, con i loro fisici
snelli e i loro nasi sottili, venivano solitamente preferiti ai
più robusti e meno aggraziati Bantu o Mandingo
dell’Africa
Centrale e Occidentale, utilizzati per i lavori più duri e
per
le pratiche di guerra.
Contrariamente allo schiavismo
cristiano-occidentale, che durò poco più di
trecento anni
(più o meno dalla metà del XVI a poco oltre la
metà del XIX secolo) e che comportò la tratta di
circa
dodici milioni di individui africani trasferiti nelle Americhe, quello
di matrice islamica andò avanti per ben millequattrocento
anni
(dall’VIII al XX secolo) diventando una delle
attività
commerciali più remunerative gestite dai mercanti musulmani,
soprattutto quelli della Penisola Araba (Gedda fu uno dei mercati
più importanti). Si calcola che nell’arco di
quattordici
secoli i mercanti musulmani abbiano messo in catene oltre cento milioni
di soggetti negroidi.
Contrariamente a quanto accadde nel Nord
America
anglosassone dove, a partire dalla seconda metà del 1700,
agli
schiavi neri africani, impiegati soprattutto in agricoltura, era
concesso mettere su famiglia, vivere in proprie case, coltivare piccoli
appezzamenti e praticare un commercio minimo, nel mondo musulmano non
accadde mai nulla di simile. I servi erano, infatti, costretti a
separarsi dalle famiglie, a vivere in recinti o in tuguri e ad essere
sottoposti ad umiliazioni dolorose, come ad esempio
l’infibulazione per le ragazze e la castrazione per i maschi.
Sebbene la legge islamica richiedesse ai proprietari di trattare
umanamente i propri schiavi e a fornirgli cibo e perfino cure, i
mercanti e i padroni musulmani si comportarono quasi sempre con estrema
durezza. Secondo alcune consuetudini in vigore per secoli in
Mauritania, in Sudan e nella Penisola Araba, i servi non avevano
diritto ad alcuna proprietà e potevano sposarsi soltanto con
il
permesso del loro proprietario, al quale spettava tra l’altro
ogni diritto sulla prole. Per la cultura islamica lo schiavo
rappresentava insomma una sorta di bene mobile e da riproduzione da
trattare ed utilizzare nei modi più convenienti.
È
interessante ricordare che la conversione dello schiavo
all’Islam
spesso non sortiva di fatto alcun beneficio all’individuo.
Nella
massa, soltanto pochi servi neri convertiti, e dotati di particolari
requisiti intellettivi o fisici, potevano ambire, dopo una lunga
prigionia, ad un regime di semilibertà accettando di
diventare
soldati, eunuchi, governanti di casa e di harem o, nel caso delle
donne, amanti o prostitute.
Il primo massiccio utilizzo di schiavi
neri da parte
di un regno musulmano si verificò quando nel IX secolo il
Califfo di Baghdad ne acquistò diverse migliaia da mercanti
africani da impiegare in agricoltura. Una violenta ribellione mise
tuttavia fine a questo esperimento, inducendo gli Arabi ad evitare il
concentramento in un solo luogo di un numero troppo elevato di servi.
Successivamente, i Califfi iniziarono ad utilizzare i neri
principalmente come domestici, o, nel caso di donne o fanciulli, per i
propri piaceri sessuali.
Dopo il declino arabo, la pratica della
schiavitù venne mutuata dai Turchi che la esercitarono
ampiamente nei Balcani, in Russia Meridionale e in certe zone del
Caucaso (soprattutto nell’Armenia cristiana). Le
tribù
tartare della Crimea, che godevano della protezione
dell’Impero
Ottomano, si specializzarono nella caccia agli schiavi cristiani che
poi rivendevano sul mercato di Istanbul e di altre città
anatoliche. Un’altra importante fonte di schiavi
«bianchi» e cristiani fu la pirateria mediterranea,
esercitata soprattutto dagli Algerini che per secoli terrorizzarono le
popolazioni costiere italiane.
Il traffico degli schiavi da parte dei
mercanti
musulmani andò avanti per secoli e bisognò
attendere il
1962 per vedere l’Arabia Saudita abolire ufficialmente questa
pratica, seguita nel 1982 dalla Mauritania. Anche se va comunque detto
che attualmente in Arabia Saudita lavorano ancora duecentocinquantamila
schiavi de facto,
cioè
Cristiani africani e Cristiani filippini che in cambio di vitto,
alloggio e bassa paga, vivono in una condizione di costrizione e
mancanza di libertà pressoché totale. Ricordiamo
anche
che, sempre in Arabia Saudita, numerosi schiavi bambini importati
dall’Africa vengono diffusamente impiegati – dato
il loro
trascurabile peso – come fantini negli ippodromi e,
soprattutto,
nelle gare di corsa dei dromedari e dei cammelli. Sempre ai giorni
nostri, in Mauritania e in Sudan la schiavitù viene
egualmente
tollerata dai locali regimi islamici sostenitori, tra
l’altro, di
idee palesemente razziste, in senso antropologico, nei confronti dei
neri. Nulla di strano in quanto – contrariamente a quanto si
possa pensare – molti dotti islamici del passato, ma anche
del
presente, hanno sempre appoggiato con vigore tali teorie sostenendo che
«un musulmano non potrà mai costringere la sua
bella e
giovane serva ad unirsi ad un orrendo schiavo nero, se non in caso di
estrema necessità» (Ibn Hazm, volume 6, part. 9,
pagina
469).
Nel 1982, la Anti-Slavery Society e nel
1990 la
Africa Watch, hanno effettuato un’indagine che ha portato
alla
scoperta in Mauritania di una popolazione
«fantasma»
composta da almeno centomila schiavi e trecentomila semischiavi neri.
Ma perché meravigliarsi, «in fondo anche il capo
di Stato
Mokhtar Ould Daddah era solito tenere in casa sua e nel palazzo
presidenziali una torma di schiavi neri» (John Mercer, Rapporto della Anty-Slavery
Society del 1982). Sempre secondo la Anti-Slavery Society,
in Mauritania sarebbero decine di migliaia i cosiddetti haratine
(schiavi neri) reclutati con la forza, armati ed inviati a saccheggiare
i villaggi del Sud del Paese. Nel 1983, anche il governo musulmano
sudanese ha emanato una serie di nuove, dure leggi discriminatorie nei
confronti delle minoranze nere del Sud del Paese e nel 1992, le forze
armate sono state autorizzate ad eliminare fisicamente tutti i soggetti
neri «ribelli». Questa spaventosa escalation ha
costretto
nel 1999 l’allora vice-segretario di Stato americano per gli
Affari Africani, Susan Rice, ad investigare e a redigere un rapporto
per l’ONU e per la presidenza degli Stati Uniti. Sembra
tuttavia
che, verso la fine del Secondo Mandato Clinton tale rapporto sia stato
archiviato per esplicito ordine dell’allora Presidente, poco
incline a mettere il naso nelle faccende interne di un Paese
potenzialmente pericoloso come il Sudan.
«Con il preciso scopo di
eliminare tutta la
popolazione del Sud – riferiva il rapporto Rice –
il
governo di Khartoum ha sottratto alla minoranza nera mezzi agricoli,
sementi e bestiame, costringendola alla fame […] Oltre a
ciò, nelle campagne speciali nuclei dell’esercito
islamico
hanno incominciato a rimodellare con la forza
l’identità
religiosa dei Nubiani». Ma non è tutto.
«In questi
ultimi cinque anni, le milizie di Khartoum hanno incarcerato e poi
venduto come schiavi migliaia di neri in Arabia e in altri Emirati
della penisola». Secondo le stime di Amnesty International,
nel
2002 le fanciulle nubiane tra i quindici e i diciassette anni venivano
vendute sul mercato internazionale degli schiavi ad un prezzo
oscillante tra gli ottanta e i cento dollari. «Sembra che il
prezzo di ogni singola ragazza dipenda soprattutto dal fatto che sia
vergine o meno e dal colore degli occhi e della pelle». Sorte
non
migliore tocca ai ragazzi sotto i quattordici anni che, dopo essere
stati separati con la forza dai genitori o dai parenti, finiscono
anch’essi in qualche bordello o vengono avviati alle scuole
coraniche per essere convertiti all’Islam (da Facing Genocide: The Nuba of
Sudan, pubblicato da African Rights il 21 luglio 1995).
Proprio nel secondo semestre del 2004,
l’amministrazione statunitense repubblicana e l’ONU
hanno
iniziato finalmente a muoversi per cercare di trovare una soluzione al
dramma dei Nubiani. Problema tutt’altro che facile da
risolversi.
Individuare i mezzi e gli strumenti adatti per costringere il governo
islamico di Khartoum ad interrompere la sua politica di segregazione e
sterminio non è infatti cosa semplice. L’unica
soluzione
plausibile sembrerebbe quella dell’embargo o delle sanzioni
economiche nei confronti del regime sudanese: opzione a doppia lama in
quanto potrebbe essere trasformata da Khartoum in un alibi perfetto per
fare morire di fame i Cristiani e gli animisti del Sud.
D’altro
canto, un intervento dei caschi blu o di contingenti armati occidentali
incaricati di proteggere i Cristiani neri appare ancora meno
plausibile, data l’attuale, esplosiva situazione
internazionale e
la preannunciata, netta opposizione da parte della quasi
totalità degli Stati arabi, alcuni dei quali in questi
ultimi
dieci anni hanno fornito proprio a Khartoum coperture e cospicui aiuti
finanziari.
Bibliografia
Kevin Bales, I nuovi
schiavi. La merce umana nell’economia globale,
traduzione di Maria Nadotti, Feltrinelli, Collana Universale Economica,
Saggi
Bianca Bradbury, The
Undergrounders, Faber&Faber 1966, U. K. edition,
Hardbound
Srdja Trikfovic Xavier, Islam
e Schiavitù, University of Louisiana, New
Orleans, 14 novembre 2003
John O. Hunwick, The
African Diaspora in the Mediterranean Lands of Islam
(Princeton Series on the Middle East), Paperback, July 2002
David Robinson, Muslim
Societies in African History (New Approaches to African
History) by, Martin Klein Editor, 2002
Facing Genocide: The
Nuba of Sudan, published by African Rights on 21 July 1995.
(novembre 2005)