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L’Africa Settentrionale e la questione coloniale

Tra passato e presente

 

di  Elena Pierotti

 

 
Le recenti vicende libiche mi riportano col pensiero ad un esame universitario di storia dell’Africa, che mi obbligava a riflettere su come il primo risultato della Seconda Guerra Mondiale in Africa Settentrionale fosse stata la distruzione dell’Impero Italiano in quell’area. Scomparve del tutto, più ancora dell’Impero Tedesco a seguito della Prima Guerra Mondiale.
    Nel 1945, poi, gli Imperi Africani non furono più inviolabili. I princípi dell’alleanza anglo-americana, così come erano espressi nella Carta Atlantica, si resero di applicabilità molto più generale dei Quattordici Punti del Presidente Wilson. Le amministrazioni istituite dagli Inglesi, dopo che essi ebbero occupato sia l’Eritrea che la Libia, furono governi militari di transizione, destinati a durare non più del tempo necessario per trovare, addestrare e preparare quella che sarebbe potuta sembrare l’autorità africana più appropriata. In Libia il candidato ovvio era il capo del Sanusiyya, un tariqa cirenaico fondato nel 1843, che aveva fermamente resistito prima all’occupazione ottomana e poi a quella italiana, e che aveva fornito un piccolo contingente di volontari per combattere a fianco degli Inglesi tra il 1940 ed il 1943. A pochi anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale l’intera Africa Nord-Occidentale, dalla Libia alla Somalia, ottenne l’indipendenza politica dal dominio straniero, spesso in nome della «tradizione».
    Alla lunga, però, non fu sempre la tradizione a prevalere. Si aggiunse infatti un nuovo importante elemento: gli uomini che avevano acquistato un’istruzione e un’esperienza importanti svolgendo il servizio militare durante la guerra. In effetti molti di essi avevano acquisito prospettive del tutto nuove combattendo a fianco delle truppe inglesi o francesi contro imperialisti rivali, nell’Africa Nord-Orientale e Settentrionale, nell’Estremo Oriente e anche in Europa. Con le indipendenze, a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo, i sistemi statuali e politici africani sono stati analizzati talvolta in Occidente in rapporto ai modelli di modernizzazione e sviluppo propri dei Paesi Occidentali; modelli estranei all’esperienza storica e alle trasformazioni e sconvolgimenti della complessa realtà dell’Africa, relegata dalla dominazione coloniale a una diversità in nome della tradizione, concepita spesso come staticità. Oggi quella presunta staticità pare essere definitivamente infranta. L’Occidente deve fare i conti con trasformazioni epocali. Tuttavia non possiamo ignorare come ancora rimangano immutate certe nostre strategie politico-economiche, che rinunciano a mettere in primo piano la crescita africana, che non è solo demografica. L’Occidente continua a non disdegnare, fra gli obiettivi dell’odierna guerra di Libia, ancora una volta il petrolio, le cui riserve sono stimate in 60 miliardi di barili, le riserve, peraltro, maggiori dell’Africa; e soprattutto con costi d’estrazione tra i più bassi. Oppure il gas naturale, le cui riserve sono state stimate in circa 1.500 miliardi di metri cubi. Ma soprattutto lo sguardo di tutti, Africani e non, è rivolto ai fondi sovrani, i capitoli che nel caso dello Stato libico, sono stati investiti all’estero. La Libia in specifico, dopo che Washington l’ha cancellata dalla lista degli «Stati canaglia», ha cercato di ricavarsi un suo spazio a livello internazionale, puntando sulla «diplomazia dei fondi sovrani». Una volta che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno revocato l’embargo nel 2004 e le grandi compagnie petrolifere sono tornate nel Paese, Tripoli ha potuto disporre di un surplus commerciale di circa 30 miliardi di dollari annui che ha destinato in gran parte agli investimenti esteri. La gestione dei fondi sovrani ha però generato, in un Paese privo di un sistema democratico, nuovi meccanismi di potere e corruzione, in mano a ministri ed alti funzionari, innescando situazioni interne, prima ancora che internazionali, non facilmente gestibili e preventivabili.
    Quale che sia la sorte del colonnello libico, e le relative conseguenze politiche dell’intervento militare odierno, ritengo che saranno, in futuro, i popoli a far sentire la loro voce. Questo è quanto si profila all’orizzonte. L’Occidente dovrà sobbarcarsi il difficile compito d’interpretare la complessa realtà politica, economica e culturale africana per ciò che è, e non solo osservarla secondo criteri legati vivacemente al proprio passato. Sì, i lavori etnografici ed antropologici dell’epoca coloniale ritengo debbano essere ancora parzialmente decodificati perché l’Occidente possa misurarsi adeguatamente con realtà così vicine ma anche, in alcuni tratti, tanto lontane!
(giugno 2011)