Dalla
Resistenza al terrorismo
di Roberto
Bartali
Non
possiamo però esimerci dall’aprire una finestra su
una
certa parte della Sinistra italiana, ed in modo particolare su
quell’area «dura» che dal 25 aprile 1945
(ma forse
sarebbe meglio far risalire il tutto alla cosiddetta «Svolta
di
Salerno») non ha mai smesso di sognare la rivoluzione. Un
grigio
alone di mistero e di «indicibilità»
avvolge ancora
certi aspetti degli anni immediatamente successivi alla fine della
Seconda Guerra Mondiale ed in particolare gli avvenimenti che
riguardano l’evoluzione di quella che fu la Resistenza una
volta
finita la guerra. Basti pensare alle violente polemiche che il volume
scritto da Pansa (Il
sangue dei vinti)
ha provocato. Questo ha probabilmente due ordini di ragioni: il primo
concerne il fatto che la Resistenza, in quanto elemento decisivo e
fondante della Repubblica, ha assunto e continua ad avere –
per
certi aspetti giustamente – un alone di mito.
Il partigiano che combatte per la
libertà dal
nazifascismo fa parte della storia, del costume e del sentire comune
della maggior parte degli Italiani. Il mito del partigiano è
dunque un elemento fondamentale dell’Italia post-fascista
anche
perché aiuta – se così si
può dire – a
«ripulire» gli Italiani dalla macchia costituita
dal
diffuso sostegno al regime di Mussolini e – perché
no
– da quel brusco cambio di alleanze (che per taluni fu un
vero
tradimento o, come la chiama Elena Aga Rossi, una «morte
della
Patria») che fu l’8 settembre. Il secondo aspetto
che non
consente una tranquilla trattazione dell’argomento
«Resistenza dopo la fine della Resistenza»
è invece
decisamente meno nobile, e riguarda direttamente la storia del Partito
Comunista Italiano, un partito che – è bene
ricordarlo
– ebbe poi un ruolo fondamentale nella sconfitta del
terrorismo
nostrano, ma che dall’immediato dopoguerra ha mantenuto un
reale
dualismo al proprio interno: un lato ufficiale fieramente democratico,
l’altro nascosto e con delle mai dome velleità
insurrezionali. Detto per inciso, per cinquanta anni hanno convissuto
all’interno del Partito Comunista Italiano due anime
frontalmente
contrapposte, e se è vero che l’ala dura che
faceva
riferimento a Pietro Secchia venne messa in minoranza, è
anche
vero che soldi provenienti da Mosca sono continuati ad arrivare in Via
delle Botteghe Oscure fino a tempi relativamente recenti (vedere
pubblicazioni di Victor Zaslavsky), e che una parte del Partito
Comunista Italiano ha continuato ad avere con il blocco sovietico un
atteggiamento di «vicinanza» nonostante i vari
allontanamenti e strappi che via via il partito ufficialmente faceva
dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Non possiamo, in
qualità di ricercatori, esimerci dal sottolineare come
almeno
duemila uomini dalla fine della guerra sono passati dai campi di
addestramento in Cecoslovacchia, e di questi una buona parte era
costituita da ex-partigiani che si erano macchiati di crimini nel
dopoguerra e che per sfuggire alla giustizia italiana erano stati fatti
scappare in quel Paese con l’aiuto del Partito Comunista
Italiano. Non possiamo non notare come già nel ’52
il
Sifar avesse scoperto che questi uomini frequentavano corsi di
addestramento al sabotaggio, psicologia individuale e di massa,
preparazione di scioperi e disordini di piazza, uso delle armi; come
trasmissioni in lingua italiana provenissero da Praga (Radio Italia
Oggi) con il preciso scopo di fornire una controinformazione comunista
e che gli stessi uomini che gestivano le trasmissioni avevano
teorizzato una insurrezione rivoluzionaria per il 1951 (abortita per
una fuga di notizie che allarmò, e non poco, i nostri
servizi
segreti); come l’addestramento di giovani comunisti italiani
sia
proseguito fino a tutti gli anni ’70, quindi ben dopo il
seppur
pesante strappo operato dal Partito Comunista Italiano dopo la fine
della «Primavera di Praga». La domanda che ci si
deve porre
riguarda poi per esempio i rapporti che le Brigate Rosse possono aver
avuto con l’area dei Secchiani e con l’Stb
(servizio
segreto cecoslovacco) nei loro quindici anni di storia, se quel
passaggio simbolico di armi dalle mani dei vecchi partigiani alle
nascenti Brigate Rosse di cui parla Franceschini non nasconda in
realtà anche un passaggio di contatti ed aiuti con i Paesi
di
oltrecortina e con la Cecoslovacchia in primis, se con la morte di
«Osvaldo» Feltrinelli nelle Brigate Rosse siano
confluiti
solo i membri dei suoi GAP o anche tutta la rete di contatti
internazionali che l’editore-guerrigliero aveva.
La storia, così mi
è stato insegnato,
la si scrive leggendo gli avvenimenti a trecentosessanta gradi, senza
paraocchi politici o ideologici, così se è
corretto
considerare l’influenza che gli USA, la CIA, certi ambienti
filo-atlantici e l’area neo-fascista hanno avuto nella storia
repubblicana, è anche corretto considerare la fazione che ad
essi era contrapposta, comprese le eventuali
«macchie»; non
per infangare ma per studiare a fondo, per capire.