torna alla home page di www.storico.org
La
guerra dello Yom Kippur e la crisi petrolifera
lo
scontro arabo-israeliano degli anni Settanta costituì l’occasione di una prova
di forza con il mondo occidentale ritenuto contrario alle aspirazioni del mondo
arabo
La guerra dello Yom
Kippur iniziò il 6 ottobre 1973 con l’attacco di Egitto e Siria contro Israele.
Lo Yom Kippur è il giorno
più sacro nel calendario ebraico, un giorno di “espiazione”, durante il quale gli
ebrei adulti sono tenuti a digiunare, con lo scopo di meditare e di avvicinarsi
a Dio; analogamente, anche per i musulmani, quel giorno rientrava nel mese del
Ramadan, durante il quale ricorre il digiuno di Sawm.
In quel momento religioso
e meditativo, dal quale derivava un generale lassismo, il governo israeliano,
con il Primo Ministro Golda Meir, considerava quasi improbabile un attacco
diretto contro il proprio territorio, poiché le rispettive festività proibivano
la guerra.
Diversamente, il presidente
egiziano Anwar Sadat, forte dell’appoggio del mondo arabo ed in collaborazione
con Abu Sulayman Hafez al-Assad, presidente della Siria, decise di
avvantaggiarsi, sfruttando quel prezioso momento per attaccare e riconquistare
i territori persi durante le precedenti guerre arabo - israeliane. L’Egitto
attaccò il territorio del Sinai, colpendo il confine occidentale d’Israele e al
contempo la Siria attaccò i territori delle alture del Golan, invadendo il
confine nord - orientale. Gli aiuti di carattere militare ed economico per
quest’attacco congiunto provenivano dalla Libia, dall’Iraq, dal Kuwait, dal
Libano, dall’Algeria, dal Marocco, dalla Palestina, dalla Giordania e
dall’Arabia Saudita. Nei primi giorni, l’Egitto e la Siria riuscirono ad
ottenere buoni risultati. Inizialmente, l’Unione Sovietica tentò di convincere
il presidente egiziano Sadat di sospendere le operazioni militari e di
addivenire ad un “cessate-il-fuoco”. Tuttavia, su richiesta dello stesso Sadat
e sulla scia degli iniziali successi militari, Mosca iniziò un’attività di
supporto diplomatico – militare a favore degli arabi. Allorché gli Stati Uniti
cercarono la collaborazione di Mosca nel tentativo di imporre il “cessate al
fuoco”, l’Unione Sovietica rifiutò proprio nel momento in cui le forze arabe
stavano ottenendo considerevoli risultati.
Tuttavia, il successo
delle forze arabe non continuò oltre l’11 ottobre, quando le truppe israeliane riuscirono
a riprendere il controllo della situazione, dapprima respingendo le truppe della
Siria dalle zone che avevano conquistato e poi lanciando a loro volta un
contrattacco all’interno dello stesso territorio siriano. Dal 16 ottobre, anche
le forze egiziane iniziarono a subire dei rovesci militari e, anche in questo
settore, le truppe israeliane, dopo aver respinto l’attacco iniziale, contrattaccarono
con successo e oltrepassarono il Canale di Suez, mettendo in serio pericolo la
capitale, Il Cairo. In tal modo, appena trascorsa una settimana dall’inizio del
conflitto, l’esito della guerra volgeva ormai a favore degli israeliani.
Durante le ultime fasi
del conflitto, le forze israeliane beneficiarono degli aiuti statunitensi sotto
la forma di un ponte aereo.
Soltanto con la tardiva
risoluzione dell’ONU, propugnata dal segretario generale Kurt Waldheim, la
guerra ebbe una “fine” ufficiale, il giorno 22 ottobre. La risoluzione era la numero
338 e la sua prima dichiarazione imponeva il cessate al fuoco a tutte le parti
coinvolte nel conflitto; tuttavia, gli scontri tra egiziani ed israeliani proseguirono
anche dopo il 22 ottobre e costrinsero il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad
emanare altre due risoluzioni (339 e 340) analoghe alla 338.
Nel frattempo, il
Segretario di Stato statunitense Kissinger, si era recato in visita a Mosca. In
quella occasione, i sovietici sollevarono la questione che la mancata
osservazione da parte degli israeliani della risoluzione 338 avrebbe potuto provocare
un diretto intervento militare sovietico. Tale ipotesi, ad ogni modo, spinse
gli Stati Uniti a concludere il conflitto nel più breve termine di tempo
possibile predisponendo maggiori aiuti da destinare ad Israele. La minaccia di
intervento sovietico, anche se ridimensionata dalla scelta di campo degli Stati
Uniti, riuscì tuttavia a diminuire il livello di aggressività israeliano e
contribuì ad addivenire, il giorno 11 novembre, alla firma dell’accordo dei Sei
Punti tra Egitto ed Israele. L’accordo si riproponeva il rispetto da entrambe
le parti delle risoluzioni dell’ONU e la definitiva conclusione del conflitto.
Durante la guerra, i
paesi arabi associati all’OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries),
decisero di supportare lo sforzo militare di Egitto e Siria, utilizzando l’arma
del petrolio. Il 16 ottobre, essi aumentarono il prezzo del greggio da 3 a 5
dollari per barile. Il costo aumentò fino a toccare gli 11,65 dollari per
barile nel mese di dicembre. Oltre all’uso dell’arma del petrolio, i paesi
arabi adottarono altre due linee d’azione: una nei confronti dei paesi che
avevano apertamente sostenuto Israele e l’altra nei confronti dei paesi che si
erano limitati ad assumere posizioni antiarabe. La prima linea, che consisteva
in un embargo del greggio, fu applicata nei confronti degli Stati Uniti,
dell’Olanda, del Portogallo, del Sud Africa e della Rhodesia. La seconda linea consisteva
in una ponderata distribuzione della produzione globale del greggio ai vari
Stati importatori, ottenendo, tra l’altro, il risultato di evitare che la
sovrapproduzione di greggio causasse una caduta dei prezzi. In altre parole, ciò
significava che gli Stati non potevano più importare la quantità di greggio di
cui avevano realmente bisogno, bensì una quantità diversa, decisa dai paesi
arabi dell’OPEC e venduta ad un prezzo più elevato di quello del periodo
precedente alla guerra dello Yom Kippur. Tale misura fu applicata a tutti i
paesi europei, con l’eccezione della Francia, in virtù del suo allineamento
filoarabo mantenuto durante il conflitto. Invero, i paesi europei della NATO
non avevano accettato l’invito degli Stati Uniti ad intervenire in sostegno d’Israele,
con la giustificazione che la copertura di difesa stabilita nel patto Atlantico
non interessava quella del conflitto dello Yom Kippur. Questa giustificazione
per quanto corretta dal punto di vista formale, celava, a malapena, il timore
nutrito dagli altri paesi della NATO di future ritorsioni economiche che
avrebbero potuto attuare i paesi arabi dell’OPEC.
In particolare, la
Francia, che si era opposta fino dai tempi di De Gaulle a qualsiasi integrazione
militare con gli Stati Uniti, si faceva promotrice, all’indomani della guerra,
di un nuovo dialogo con il mondo arabo senza interferenze da parte degli Stati
Uniti. In questo modo, la Comunità Europea cercava di ricucire con i paesi
dell’OPEC gli strappi del conflitto, mettendo da parte gli Stati Uniti e
suscitando le pesanti parole di Kissinger, che prevedeva “gravi conseguenze”
per l’Europa. Il Segretario di Stato, subito dopo la fine del conflitto, aveva iniziato
un’imponente attività diplomatica, caratterizzata da trattative bilaterali
(prima fra Siria ed Israele e poi fra Egitto ed Israele), che si concluse il 31
maggio 1974 con la dichiarazione di disimpegno militare da parte della Siria,
dell’Egitto e dell’Israele. I dettagli dell’accordo prevedevano la suddivisione
del territorio delle alture del Golan tra Siria ed Egitto, sotto la supervisione
dell’ONU. Allo stesso modo, una parte del Sinai rimaneva ad Israele e l’altra
all’Egitto, con lo schieramento di forze dell’ONU, per il controllo del
rispetto degli accordi. Infine i rispettivi prigionieri di guerra furono restituiti.
La guerra, pur non
registrando gravi perdite umane, ebbe una pesante ripercussione economica sull’approvvigionamento
delle fonti energetiche che perdurò fino alla fine degli anni ’70. I paesi
europei, che furono i primi ad essere colpiti dal funesto aumento dei prezzi
del greggio, non si avvantaggiarono dalla fine dell’embargo del petrolio nel
1974. Anzi, per evitare peggiori conseguenze, furono costretti a sostenere il
mondo arabo e a favorire la causa palestinese, anche dinanzi ad atti terroristici
e violenti.
Inoltre, la crisi
petrolifera contribuì alla paralisi della Comunità Europea, che non riuscì,
durante gli anni successivi alla guerra, a predisporre un comune piano
economico volto alla ripresa delle economie degli Stati membri. Diversamente, I
singoli Stati comunitari reagirono isolati, ricorrendo all’aumento degli
investimenti e praticando una politica antideflazionista, o incidendo sulla
spesa pubblica, aumentando il deficit nazionale.
La ripresa fu possibile
soltanto agli inizi degli anni ’80, quando la congiuntura economica
internazionale era ormai mutata. Tuttavia, la frattura, che la guerra dello Yom
Kippur aveva provocato nel rapporto tra Stati Uniti e paesi europei, rimase un segno
incancellabile nella storia delle relazioni politiche tra Nuovo e Vecchio
Continente.
Bibliografia:
-
E. Di Nolfo, Storia delle relazioni
internazionali 1918 – 1999 (Edizione Laterza);
-
L. Atticciati, Storia della guerra
fredda;
-
G. Mammarella, P. Cacace – Storia e
politica dell’unione europea (Edizione Laterza);
-
G. Pertugi, M. Bellocci, Lineamenti di
Storia, terzo volume, Il Novecento, Zanichelli;
-
A.A.V.V. Enciclopedia Larousse
multimediale 2001;
-
The Jewish Virtual Library, http://www.us-israel.org/jsource/History/1973toc.html
;
-
The Anti Defamation League Online, http://www.adl.org/ISRAEL/Record/yomkippur.asp
;