L’esperienza
politica del comunismo in America Latina
Negli
anni Ottanta il governo comunista del Nicaragua puntò i suoi
sforzi sulla realizzazione di un potente esercito e di un efficace
sistema di repressione
a
cura di Luciano Atticciati
Il
nuovo governo nicaraguegno successivo alla dittatura di Somoza
ereditò un Paese in rovina, con un’economia
stagnante e un
debito circa di oltre un miliardo e mezzo di dollari. Circa 50.000
Nicaraguegni erano morti a causa del conflitto, 120.000 erano fuggiti
in Paesi limitrofi, e 600.000 erano sfollati. I rifornimenti di
combustibile e di alimenti erano esauriti e le organizzazioni
internazionali per gli aiuti umanitari cercavano di fare fronte alle
malattie causate dalla mancanza di medicine. Tuttavia
l’atteggiamento della vasta maggioranza dei Nicaraguegni
verso la
rivoluzione era pieno di speranze. La maggior parte dei Nicaraguegni
vedeva la vittoria dei sandinisti (un vasto schieramento politico con
una componente comunista) come un’opportunità per
creare
un sistema diverso da quello dell’odiato regime di Somoza,
esente
da disuguaglianze politiche, sociali ed economiche.
Uno degli obiettivi immediati del nuovo
governo era
la ricostruzione dell’economia nazionale. La Giunta
nominò
degli esponenti del settore privato per dirigere la squadra economica
del governo. Erano responsabili della negoziazione del debito con
l’estero e degli accessi agli aiuti economici stranieri
attraverso il Fondo di Ricostruzione Internazionale gestito dallo Stato
(Fondo Internacional de Reconstrucción –
FIR). Il
nuovo governo ricevette assistenza finanziaria bilaterale e
multinazionale nonché il dilazionamento del debito con
l’estero a condizioni di favore e impegni a favore degli
approvvigionamenti alimentari. La Giunta fece della ristrutturazione
dell’economia la sua maggiore priorità.
Nei primi periodi l’economia
conosceva un
positivo sviluppo, in gran parte a causa del rinnovato flusso di
sussidi stranieri e della politica di ricostruzione del dopoguerra. Il
nuovo governo promulgò una legge di riforma agraria, che
prese
l’avvio dalla nazionalizzazione di tutte le
proprietà
terriere possedute dalla famiglia di Somoza, o di personaggi collegati
con il dittatore: un totale di duemila poderi, che rappresentavano
più del 20% della terra coltivabile del Nicaragua. Questi
poderi
divennero proprietà statali, sotto la gestione del nuovo
Ministero della Riforma Agraria. Le grandi piantagioni per la
produzione agricola destinata all’estero non posseduti dalla
famiglia di Somoza non vennero generalmente colpiti dalla riforma
agraria. Le istituzioni finanziarie, tutte in bancarotta a causa della
fuga massiccia dei capitali durante la guerra, passarono invece allo
Stato.
Il secondo obiettivo dei sandinisti era
un
cambiamento del vecchio modello di repressione e di
brutalità
verso la popolazione in generale. Molti dei leader sandinisti erano
stati vittime di torture loro stessi, ed il nuovo Ministro degli
Interni, Tomás Borge Martínez, cercò
di contenere
le violazioni dei diritti umani. La maggior parte dei prigionieri
accusati di reati sotto il regime di Somoza furono sottoposti ad un
regolare processo, ed il Ministero degli Interni proibì
crudeltà sui prigionieri. Durante i primi due anni
(1979-1981)
di potere, Amnesty International e altri gruppi per i diritti umani
trovarono la situazione dei diritti dell’uomo in Nicaragua
notevolmente migliorata.
Il terzo obiettivo principale dei nuovi
leader del
Paese era l’istituzione di nuove istituzioni politiche per
consolidare la rivoluzione. Il 22 agosto 1979, la Giunta
emanò
lo Statuto Fondamentale della Repubblica di Nicaragua. Questo statuto
abolì la costituzione, la presidenza, il congresso e tutte
le
corti. La Giunta governava attraverso inappellabili poteri di
emergenza. La politica del governo nazionale in pratica venne stabilita
dai nove membri della Direzione della Giunta Nazionale
(Dirección Nacional Conjunto – DNC), dalla
Direzione del
FSLN (Fronte Sandinista de Liberacion Nacional), e successivamente
trasmessa alla Giunta dal leader comunista Daniel Ortega per la
discussione e l’approvazione.
Il nuovo governo ha creato
un’assemblea
rappresentativa, il Consiglio di Stato (4 maggio 1980). Il Consiglio
poteva approvare le leggi presentate ad esso dalla Giunta o approvare
quelle proposte da un suo membro. La Giunta, tuttavia, aveva diritto di
veto su tali leggi, e mantenne il controllo sopra gran parte della
spesa pubblica. Anche se i suoi poteri erano limitati, il Consiglio non
era una finzione e spesso emendava i provvedimenti della Giunta.
L’istituzione del Consiglio di Stato e la composizione
politica
dei suoi trentatre membri era stata decisa nelle trattative fra i
gruppi rivoluzionari nel 1979. Tuttavia i membri non erano stati eletti
ma nominati dai vari gruppi politici. Durante le discussioni che
istituivano il Consiglio, si era stabilito che l’FSLN potesse
nominare dodici dei trentatre membri. Poco dopo la sua formazione,
tuttavia, la Giunta aggiunse quattordici nuovi membri al Consiglio di
Stato, di cui dodici dell’FSLN. Questa nuova configurazione
attribuiva al gruppo comunista ventiquattro dei quarantasette seggi.
Gli avversari dell’FSLN denunciarono tale atto che
rappresentava
una forma di appropriazione illegale del potere, ma l’FSLN
rispose che i nuovi gruppi erano stati formati dalla rivoluzione e che
dovevano disporre di una rappresentanza.
La composizione membri della Giunta
è
cambiata durante i suoi primi anni. L’esponente democratica
Chamorro si ritirò all’inizio del 1980,
apparentemente per
motivi di salute, ma successivamente dichiarò che era
rimasta
insoddisfatta a causa del crescente predominio dell’FSLN nel
governo. Robelo si è dimesso a metà dello stesso
anno per
protestare contro la forzatura del Consiglio di Stato. La Chamorro e
Robelo sono stati sostituiti da un allevatore che precedentemente aveva
fatto parte del PDC (conservatore), e da un banchiere, uno dei membri
di Los Doce (moderato). Nel 1983 la Giunta è stata ridotta a
tre
membri, con Daniel Ortega che svolgeva espressamente il ruolo del
leader.
Nel periodo immediatamente successivo
alla
rivoluzione, i sandinisti hanno avuto la più potente e
meglio
organizzata forza militare nel Paese. Per sostituire la Guardia
Nazionale, i sandinisti hanno stabilito un nuovo esercito nazionale,
l’Esercito del Popolo Sandinista (Ejército Popular
Sandinista – EPS) e una forza di polizia, la Polizia
Sandinista
(Policía Sandinista – PS). Questi due gruppi,
contrariamente a quanto previsto dal Patto di Puntarenas vennero
controllati dai sandinisti e addestrati da consiglieri di Cuba,
dell’Unione Sovietica, e di altri Paesi comunisti
dell’Europa Orientale. L’opposizione
all’influenza
predominante dell’FSLN nelle forze di sicurezza non era
emersa
fino al 1980. Nel frattempo, l’EPS realizzò, con
il
supporto di Cuba e dell’Unione Sovietica, la più
grande e
meglio equipaggiata forza militare in America Centrale. Il servizio
militare obbligatorio, introdotto durante il 1983, ha portato le forze
dell’EPS a circa ottantamila uomini a metà degli
anni
Ottanta.
Subito dopo la rivoluzione,
l’FSLN inoltre ha
sviluppato delle organizzazioni di massa che rappresentavano la maggior
parte dei gruppi di interesse in Nicaragua. Il più
significativo
di questi era costituito dalla Federazione degli Operai Sandinisti
(Central Sandinista de Trabajadores – CST) che rappresentava
i
sindacati, l’Associazione delle Donne Nicaraguegne Luisa
Amanda
Espinoza (Asociación de Mujeres Nicaragüenses Luisa
Amanda
Espinoza – AMNLAE) e nel 1982 l’Unione Nazionale
degli
Agricoltori e Allevatori (Unión Nacional de Agricultores y
Ganaderos – UNAG) composto di piccoli coltivatori e
contadini.
L’FSLN inoltre ha creato i cosiddetti gruppi di quartiere,
simili
ai Comitati per la Difesa della Rivoluzione di Cuba, denominati
Comitati di Difesa Sandinista (Comités de Defensa sandinista
– CDS). Uno degli scopi primari dei CDS era la raccolta e la
diffusione di informazioni su tutti i Nicaraguegni. I CDS realizzarono
una raccolta dati zona per zona di tutte le abitazioni regolari in
città e quindi disponevano di un gran numero di informazioni
su
tutti i cittadini. I CDS erano inoltre responsabili della distribuzione
delle merci razionate e della realizzazione di opere per le
comunità. Gli avversari dei sandinisti fecero modesti
tentativi
di sviluppare efficaci organizzazioni di massa che potessero sfidare i
ben organizzati e ben disciplinati gruppi sandinisti. Le organizzazioni
di massa dell’FSLN furono pertanto strumenti nel
consolidamento
del potere sandinista sulle istituzioni politiche e militari. Dal 1980
le organizzazioni sandiniste organizzavano circa 250.000 Nicaraguegni.
Dopo meno di un anno dalla loro vittoria, i sandinisti controllavano il
potere.
Il consenso per il nuovo governo
sandinista non era
totale. Le minoranze etniche della zona costiera caraibica, trascurate
dai governi nazionali fin dai periodi coloniali, rigettarono i
tentativi sandinisti di assorbimento forzato e richiesero
l’autonomia. Le forze di governo risposero con il
trasferimento
coatto di molti di questi gruppi etnici, spingendo molti gruppi
indigeni durante l’inizio degli anni Ottanta ad unirsi ai
gruppi
che si opponevano al governo […]
Come la guerra ai Contras si
intensificava, la
tolleranza e il pluralismo politico sparivano. I sandinisti imposero
leggi di emergenza per vietare ogni forma di critica e di opposizione
politica. La maggior parte dei programmi sociali venne drasticamente
ridotta perché il regime dei sandinisti si trovava costretto
ad
aumentare le spese militari, che raggiunsero la metà del
bilancio dello Stato. Anche la produzione agricola declinò,
mentre i rifugiati fuggivano dalle zone del conflitto.
Da
Mike Edwards, Nicaragua,
nazione in conflitto, in «National
Geographic», giugno 1985.
Traduzione
a cura di Luciano Atticciati.
(anno 2004)