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Leader politici delle Americhe

Il problema delle origini (nazionali o meno) è stato sempre un problema sentito nei due continenti americani

 

di  Maurizio Stefanini

 

 
Juan-Domingo Perón era nato forse in Sardegna o, più probabilmente, figlio naturale di un’India tehuelche. Comunque, quasi certamente non dove l’anagrafe lo aveva registrato ufficialmente. Non solo. La sua seconda moglie, la mitica Evita, ebbe a diciotto anni una figlia illegittima, che ora è saltata fuori a chiedere il riconoscimento. E, con l’attivo beneplacito del Dipartimento di Stato, fu operata da un medico americano in gran segreto e senza che neanche lei stessa, complice l’anestesia, lo sapesse. Per non rivelare neanche a lei che aveva il cancro, e per non contraddire in maniera troppo stridente l’ufficiale retorica anti-USA del regime del marito. Dulcis in fundo, neanche il padre della patria José de San Martín sarebbe stato figlio dei suoi genitori «ufficiali», ma di un nobile spagnolo e di un’India guarani da lui «usata» durante una missione al confine.
    Proprio così. Mentre in Europa il revisionismo storico si preoccupa di massacri e guerre, in Argentina un’ondata di best-seller ha sollevato di recente una tempesta indagando su storie da feulleiton di figli di nessuno e adozioni segrete. Sono restate sui giornali le due «rivelazioni» su Evita. Ma alle altre due storie sulle «madri indie» il Congresso ha dedicato sedute ufficiali, mentre storici autorevolissimi indulgevano all’ultimissima moda chiedendo esami al DNA. Siamo nel Paese delle telenovelas e del tango, è vero. Ma non è solo questo. Dopo tutto, anche negli anglosassoni e razionali Stati Uniti c’è stato un vero e proprio caso nazionale, quando sempre l’ormai onnipresente DNA ha accertato che il padre della patria Thomas Jefferson faceva davvero figli con le sue schiave, come già sosteneva una pettegola tradizione. La prole negra del terzo Presidente USA (e primo democratico), come le madri indie dei padri della patria argentini, riguardano infatti un problema che l’Europa non ha conosciuto, ma che in America brucia ancora. Ovvero, tutta l’ipocrisia su un melting pot razziale che è continuato per secoli, ma di cui le varie società hanno infine iniziato a riconoscere la legittimità solo in tempi recentissimi.
    Ancora al tempo in cui Perón era giovane, infatti, l’Accademia Militare argentina rifiutava l’accesso sia ai postulanti di sangue indio, che a quelli nati all’estero. E su questo particolare si basano entrambe le teorie che sostengono una voluta alterazione dell’atto di nascita ufficiale: in un caso per celare un’origine sarda, nell’altro per occultare la madre tehuelche. Una polemica un po’ curiosa, dal momento che, secondo tutti gli storici anche «tradizionali», il grande alfiere del populismo latino-americano aveva certamente antenati sia sardi che tehuelche. Sul secondo punto, vi sono i suoi inconfondibili tratti somatici. Che, in un Paese come l’Argentina, non dovrebbero in realtà meravigliare più che il vedere un Siciliano con la faccia da Arabo o un Toscano con un inconfondibile profilo etrusco. E quanto al primo punto lo stesso Perón, in un’autobiografia dettata al giornalista Esteban Peicovich, disse che il suo cognome era in realtà una deformazione dell’italiano «Pieroni». Il suo bisnonno sarebbe stato un medico «di un paese vicino a Sassari» che, ricercato per aver lottato in favore dell’indipendenza sarda, sarebbe emigrato a Buenos Aires nel 1860.
    Non dal sassarese, ma dal nuorese nacque però negli anni Cinquanta una leggenda, secondo la quale Juan Domingo Perón sarebbe stato in realtà Giovanni Piras. Un giovanotto nato a Mammoiada, in Barbagia, nel 1892, ed emigrato a diciassette anni in Argentina, dove si sarebbe sposato con la figlia del facoltoso possidente di origine italiana presso la cui impresa era impiegato. Un certo «Don Cipriano». E questi, impressionato per la sua brillante intelligenza, lo avrebbe appunto aiutato ad entrare in Accademia, occultando la sua origine straniera. Diverse sono le pezze d’appoggio di questa storia. Giovanni Piras è esistito davvero. Emigrò nel Chubut, la regione in cui Perón trascorse la sua infanzia. A un certo punto, dopo il suo matrimonio, non diede più notizie di sé. E le sue foto mostrano una somiglianza impressionante col generale. Questa storia è stata ripresa dallo scrittore sardo Peppino Caneddu in un libro che è stato lanciato in Italia il 30 giugno 2000, ma che, pur senza essere stato ancora tradotto o edito in spagnolo, sulla stampa argentina ha fatto evidentemente molto più rumore che non sulla nostra.
    Il commento che fanno, in riva al Plata, è che «si tratta di una bella leggenda», ma che «il libro di Caneddu non apporta nessuna prova vera». Anzi, fanno notare che lo stesso Caneddu, «molto onestamente», nella sua indagine cita gli elementi che spiegano tutta la storia con la semplice somiglianza fisica tra i due personaggi. Dopo che Piras aveva interrotto i rapporti con la famiglia «perché questa non lo aveva informato della morte della madre», e nel momento in cui i giornali italiani avevano iniziato a diffondere, anche nell’appartata Mammoiada, l’immagine dell’uomo forte argentino, con una certa frequenza.
    L’anagrafe ufficiale è però contestata anche da un altro libro, scritto questo dall’Argentino Hipólito Barreiro. Juancito Sosa, el Indio que cambió la historia, è il titolo. E Juancito Sosa sarebbe proprio il nome che Juan Domingo Perón avrebbe ricevuto alla nascita, avvenuta non nel villaggio di Lobos l’8 ottobre del 1895, bensì in quello di Roque Pérez il 7 ottobre 1893. Sua madre, Juana Sosa Toledo, di etnia tehuelche, era infatti all’epoca nubile. Suo padre Mario non lo avrebbe legittimato che nel 1895, e a Lobos perché lì all’epoca erano i registri di stato civile. D’altra parte, però, il matrimonio non sarebbe avvenuto che nel 1901, gettando sull’aspirante cadetto un’ulteriore ombra di «bastardo». E per questo Perón avrebbe volutamente confuso da giovane i dati sulla sua origine. Salvo poi rivelare la verità all’epoca in cui era già il leader carismatico del popolo argentino, e quelle vecchie storie non potevano più danneggiarlo.
    Senza molte difficoltà, Barreiro ha potuto infatti citare la confessione fatta dallo stesso Perón nel suo esilio spagnolo al suo biografo Enrique Pavón Pereyra, a correzione delle altre contenute nel precedente libro scritto da Pavón nel 1944: «In realtà io avevo già due anni alla data della nascita. Così dimostrava la registrazione del battesimo nella pagina del registro parrocchiale, che purtroppo una grande macchia di inchiostro versata casualmente sulla riga che darebbe credito alle mie parole si è incaricata di far tacere per sempre. Sono figlio di uno spirito contadino, quasi rurale, e di una giovane nativa di Lobos, Juanita Sosa, con sangue indio». Dopo l’uscita del libro, poi, ha parlato anche Enrique Oliva, un giornalista che fu incaricato degli affari culturali nel Ministero degli Esteri durante il governo peronista, tra 1951 e 1955, e che fu pure ospite in casa del generale durante il suo esilio spagnolo. E anche lui è depositario di una confessione. «Mi sento molto onorato di avere sangue tehuelche, discendo per via materna da coloro che popolarono l’Argentina da secoli prima dell’arrivo dei colonizzatori. Non sono stato l’unico Presidente di sangue indio. Lo furono anche Justo José de Urquiza, Hipólito Yrigoyen, Victorino de la Plaza, e potrei continuare la lista con molte altre personalità storiche. Può stupire, ma la gente di origine indigena ha avuto ed ha molto a che vedere con la società argentina. Anche se è meglio non andare a sfrondare rami di altri alberi genealogici illustri, perché sopravvive ancora molta ipocrisia, e non sarebbe di buon gusto. Della mia origine e nascita ho parlato poco e discretamente perché insolite disposizioni militari non scritte mi avrebbero impedito di entrare nel Collegio Militare, poiché si evitava l’ingresso di figli naturali o di religione non cattolica». Lo stesso Oliva ha ricordato poi che fu lo stesso Perón a imporre per legge l’equiparazione tra figli legittimi e illegittimi.
    Non solo Perón, però. Ancora più rumore del libro di Barreiro ha fatto l’altro dello storico José Ignacio García Hamilton su San Martín, che si intitola Don José, e che ha venduto subito trentacinquemila copie prima ancora della presentazione. Lì, in compenso, l’autore è stato duramente contestato da un nutrito manipolo di «patrioti», che lo hanno interrotto con fischi e col canto dell’inno nazionale. Lo scenario di partenza sarebbe identico a quello di Perón, ma le leggi coloniali spagnole del ’700 non consentivano alcun matrimonio tra il nobile spagnolo don Diego de Alvear y Ponce de León, futuro ammiraglio, e la umile India guarani Rosa Guarú. A differenza di Mario Perón con Juan Domingo, dunque, don Diego non avrebbe potuto «sanare» il vizio di nascita del piccolo José nel modo più naturale. E allora lo avrebbe «girato» al capitano Juan de San Martín, suo sottoposto, per farlo «registrare» come figlio della sua legittima sposa Gregoria Matorras. Che all’epoca aveva già quarant’anni, e quattro rampolli legittimi.
    «Figlio naturale vuol dire figlio di puttana!», ha gridato imbestialita una discendente dei Matorras, nel guidare la contestazione al «diffamatore del padre della patria». In effetti, anche a García Hamilton non manca qualche pezza d’appoggio: da insistite tradizioni orali, all’aspetto fisico dell’eroe, di tratti «meticci» inspiegabili, se ci si dovesse fidare delle sue ascendenze ufficiali. Lo stesso San Martín, nell’esortare i cacicchi dei pehuenche delle Ande a insorgere contro gli Spagnoli «ladri delle terre dei vostri avi», avrebbe detto: «Anch’io sono Indio». Più tardi, mentre si accingeva ad attaccare da Sud il Perù dopo aver conquistato il Cile, per ricongiungersi con l’altro «padre della patria» Simon Bolívar che era arrivato invece da Nord per il natio Venezuela e la Colombia, avrebbe inviato un messaggio in quechua agli Indios locali. Presentandosi come il «figlio del Sole» annunciato dalle antiche profezie incaiche. E sognò anche di incoronarsi Inca, fantasia di cui resta traccia nell’antico simbolo del sole incaico ancora presente al centro della bandiera argentina. Certo nel suo caso, come in quello di Perón, bisognerebbe vedere quanto di queste voci non sia stato fatto propalare ad arte dagli stessi interessati. Apposta per accreditarsi con una romantica e populista immagine da «figlio degli ultimi», anche al costo di fare una cattiva reputazione alle proprie mamme.
    Purtroppo per lui, oltre a scombussolare i dati acquisiti sulla sua nascita, García Hamilton si è anche messo a raccontare sull’eroe aneddoti da oppiomane e inveterato puttaniere. Storie, insomma, che facevano a pugni con un’immagine che il titolo di una classica biografia degli anni Trenta ha consacrato come quella di un «santo con la spada». E forse, anche se certe cose sono vere, sarebbe il caso di rivelarle un po’ per volta, in modo da rendere lo choc più accettabile. Comunque, il Congresso argentino è stato convocato. Sia per deliberare sul DNA di San Martín, sia su quale casa deve essere consacrata «monumento nazionale» come luogo di nascita di Perón. Soprattutto su quest’ultimo punto la lotta, anche per ragioni turistiche, è a coltello. E il bello è che nessuno dei due sindaci che si scambiano insulti e mobilitano lobby è peronista! Juan Erriest, quello di Lobos, è infatti conservatore, mentre Jorge Cravero, di Roque Pérez, è radicale. I due partiti rivali che, quando il generale fu al potere, si coalizzarono contro di lui, arrivando ad appoggiare il golpe che nel 1955 lo depose...
(anno 2003)