Malvinas,
le isole della discordia
Nel
1982 il contenzioso tra Argentina e Inghilterra per il controllo
dell’arcipelago delle Malvinas sfociò in aperta
guerra. La
questione è ancora insoluta
di Simone
Valtorta
L’arcipelago
delle isole Malvinas è situato nell’Atlantico
Meridionale,
tra i paralleli 51° e 53° di latitudine Sud ed i
meridiani
57° e 610° di longitudine Ovest, formato da due isole
maggiori:
l’isola Gran Malvina e l’isola Soledad,
più altri
duecento isolotti minori per una superficie complessiva di poco
inferiore alla metà della Sardegna. Le isole maggiori hanno
pianure ondulate con basse catene montuose ed ampie valli con modesti
corsi d’acqua e terreni paludosi. La presenza quasi continua
del
vento impedisce la crescita di qualunque tipo di albero, invece le
piogge non abbondanti ma ben distribuite lungo tutto il corso
dell’anno hanno consentito la formazione di un manto erboso
ottimo per i pascoli; ciò ha favorito lo sviluppo
dell’allevamento bovino e specialmente ovino, unica risorsa
economica attuale delle isole. Di recente sembra sia stata accertata
una notevole presenza di idrocarburi nel sottofondo del mare
circostante, ma lo sfruttamento dei depositi non è ancora
stato
tentato. Fino a poco più di cinquant’anni fa le
Malvinas
erano importanti come base di partenza per la caccia alle balene, ma
ora la base si è spostata ancora più a Sud.
Sebbene fossero state abitate in epoche
remote,
quando vi sbarcarono gli Europei sulle Malvinas non vi era
più
nessun insediamento umano. Secondo gli Argentini, a scoprire le isole
fu Esteban Gómez della spedizione di Magellano, nel 1522.
Gli
Inglesi ribattono che fu il navigatore John Davis alla guida del Desire
(1592) la prima persona a vedere le Malvinas. Nessuna delle due
affermazioni è provata da alcuna fonte storiografica. Fu
solo
nel 1600 circa che l’Olandese Sebald de Weerdt
effettuò il
primo avvistamento (non contestato) delle isole.
Nel 1690 il capitano inglese John Strong
compì il primo approdo documentato sull’arcipelago
battezzando le isole in nome della Corona britannica con il nome del
visconte Falkland, tesoriere pro-tempore della Royal Navy. Fu
però il navigatore francese Louis Antoine barone di
Bougainville
a fondare il primo insediamento permanente sull’isola
Soledad; il
peschereccio che vi prese terra aveva un equipaggio proveniente da
Saint-Malo, donde il nome di «Iles Malouines».
Nel 1765 gli Inglesi si insediarono
nell’isola
Gran Malvina; due anni dopo, gli Spagnoli acquistarono gli insediamenti
francesi (Port Louis). Nel 1774, per ragioni economiche, gli Inglesi si
ritirarono, limitandosi a lasciare una targa che ne avrebbe attestato
la proprietà. Poco meno di cinquanta anni dopo, nel 1820, il
governo di una neonata Argentina, avendo dichiarato la propria
indipendenza dalla Spagna nel 1816, proclamò per la prima
volta
la propria sovranità sulle Malvinas. Otto anni dopo, il
signore
della guerra argentino (Caudillo) e il successivo governatore di Buenos
Aires, Juan Manuel de Rosas, inviarono un governatore, Mr. Vernet, con
una guarnigione e un gruppo di coloni che avrebbero dovuto compiere
lavori di bassa manovalanza nell’arcipelago.
Ma nel 1833 gli Inglesi, preoccupati
dalla
possibilità di un insediamento degli Americani nelle isole,
tornarono a invaderle, deponendo Vernet senza dover sparare nemmeno un
colpo. Da allora sulle isole vive una piccola popolazione di due
migliaia di abitanti, tutti di origine gallese e inglese e che vengono
chiamati kelpers.
La controversia anglo-argentina sul
possesso delle
isole non è mai giunta a soluzione e le proteste del governo
di
Buenos Aires sono state semplicemente ignorate. Dopo alterne vicende e
uno scontro a fuoco tra navi argentine e inglesi nel gennaio 1976,
l’ONU riconobbe la validità delle rivendicazioni
argentine
con 102 voti a favore e l’unico contrario (ovviamente) della
Gran
Bretagna. Tale risoluzione rimase solo sulla carta. Finché,
nel
1982, gli Argentini decisero di passare alle maniere forti.
Bisogna premettere che in
quell’anno
l’Argentina sta agonizzando sotto una durissima dittatura
militare, la peggiore della sua storia: migliaia di desaparecidos,
l’inflazione è alle stelle, l’economia
ristagna, il
popolo protesta. L’occupazione delle isole
(l’«Operazione Rosario») viene progettata
per
distrarre la gente dalla crisi. È così che ha
inizio una
delle più assurde e inutili guerre della storia (sempre che
si
possa ritenere ci siano guerre «utili»), combattuta
in
pieno autunno, alle porte di un gelido inverno polare e in condizioni
climatiche proibitive: temperature sempre al disotto dello zero, piogge
violente e prolungate, venti fortissimi, permanente turbolenza
dell’oceano. È, inoltre, la guerra più
«meridionale» e la più vicina ad un
polo, a poche
centinaia di chilometri dall’Antartide.
Il Presidente argentino, il generale
Leopoldo
Galtieri, avvia l’invasione militare delle Malvinas
(pianificata
dal comandante della Marina, ammiraglio Jorge Anaya) in anticipo
rispetto ad una delle date inizialmente previste: il 25 maggio,
anniversario della Rivoluzione, o il 9 luglio, Giorno
dell’Indipendenza. Così, il 2 aprile 1982 un corpo
di
spedizione di qualche centinaio di uomini comandati dal capitano
Alfredo Astiz (detto l’«Angelo biondo» e
noto ad
Amnesty International per aver partecipato all’eliminazione
fisica di numerosi dissidenti) sbarca a Port Stanley, la
«capitale» delle isole. Il governatore inglese Rex
Hunt
ordina ai 22 marines di presidio di deporre le armi e si rifugia a
Montevideo. Il giorno seguente le truppe argentine si insediano nel
resto dell’arcipelago, dopo una breve battaglia che costa
loro un
elicottero e quattro morti. Il generale Mario Menendez è
proclamato governatore militare delle isole.
Come previsto da Galtieri, la mossa si
dimostra
molto popolare. A Buenos Aires, dove i sindacati hanno manifestato una
settimana prima contro il governo, avvengono spontanee ed entusiastiche
manifestazioni di massa: gli Argentini si riversano nelle piazze per
festeggiare la vittoria. La conquista delle Malvinas viene presentata
come una «guerra santa» della
cattolicità
occidentale contro il protestantesimo inglese. Tutti sono inoltre
convinti che il governo inglese, presieduto da Margaret Tatcher, non
reagisca e scateni una guerra per liberare «solo»
1.500
compatrioti a 12.000 chilometri di distanza; lo stesso Presidente degli
Stati Uniti, Ronald Reagan, ha lasciato intendere il suo sostegno
all’azione argentina.
Invece, la reazione degli Inglesi
è
rapidissima: viene allestita una task force navale composta da due
portaerei, due incrociatori, dodici fregate, due navi
d’assalto
anfibie, tre sommergibili nucleari, quaranta cacciabombardieri,
cinquantadue elicotteri, oltre a lanciasiluri e cannoni a tiro rapido,
missili antinave e missili antimissile; mentre la flotta della First
Royal Air Force sbarca ad Ascension Island, a metà strada
tra la
Gran Bretagna e le Malvinas (e l’unico possedimento
britannico
nell’Atlantico), il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite
approva la Risoluzione 502, che fa appello al ritiro delle truppe
argentine dalle isole e l’immediata cessazione delle
ostilità. Sia il Commonwealth che la CEE (Italia compresa)
dichiarano il proprio appoggio alla Gran Bretagna.
Nelle tre settimane successive il
Segretario di
Stato statunitense Alexander Haig prova ad aprire una trattativa che
impedisca il confronto militare tra due fedeli alleati degli Stati
Uniti, ma sia la risolutezza della Tatcher di liberare i 1.500
cittadini inglesi delle Malvinas, sia la giunta militare argentina,
impediscono il raggiungimento di un accordo.
Frattanto, migliaia di coscritti di leva
argentini
sono raccolti in fretta e inviati sulle isole: giovani spesso di
origine india e provenienti dalle zone tropicali del Paese, male
armati, sotto le armi da pochi mesi e quindi senza alcuna preparazione
bellica, privi di viveri sufficienti a una lunga campagna.
L’Argentina concentra nell’arcipelago 10.000
soldati
dell’Esercito e 2.000 fanti di Marina (questi ultimi
soprattutto
nell’isola Soledad). Sul piano diplomatico, il governo tenta
di
trovare aiuti in qualsiasi direzione, con l’URSS, con Cuba e
persino con la Libia di Gheddafi, ma nessuno vuole mettersi contro Gran
Bretagna e Stati Uniti.
Il 12 aprile, il governo di Sua
Maestà
britannica annuncia l’entrata in vigore della «zona
di
esclusione» di duecento miglia intorno alle Malvinas e che
deve
considerarsi «zona di guerra» interdetta ad ogni
nave: il
tracciato lascia fuori il continente e limita la guerra agli
arcipelaghi delle Falkland e della Georgia del Sud, a voler indicare
che gli Inglesi intendono limitarsi alla riconquista delle
«loro» isole e non vogliono colpire la popolazione
argentina, che ritengono incolpevole. Inoltre contano
sull’appoggio segreto del sistema radar cileno offerto dal
dittatore Pinochet, che ha dichiarato a parole il suo sostegno al
regime argentino, ma non esita a tradirlo sia per le proprie
rivendicazioni sulle Malvinas, sia per il contenzioso sul Canale di
Beagle; questo costringe gli Argentini a schierare il grosso delle
proprie forze in Patagonia, sulla frontiera terrestre, per far fronte
ad un eventuale attacco cileno.
Nel complesso, i militari argentini
conducono tre
guerre separate, una della Marina, una dell’Aviazione e una
dell’Esercito, senza alcuna coordinazione tra le tre armi e
senza
neanche un piano comune contro la flotta inglese, malgrado sia stato
creato un «Estado Mayor de
Coordinación». È
un cumulo di ingenuità e faciloneria paragonabile solo a
quello
degli Italiani che entrarono nella Seconda Guerra Mondiale
«non
per fare la guerra, ma per far finta di fare la guerra» (come
ebbe a dire Indro Montanelli).
Il 25 aprile, con un attacco a sorpresa,
un piccolo
commando britannico di 120 uomini elitrasportati sbarca nelle isole
della Georgia del Sud e neutralizza il sommergibile Santa Fe che viene
catturato in porto. La marina argentina ha mandato nelle isole il suo
corpo migliore: i Lagartos
(«Lucertole»), una sorta di marines comandati dal
tenente
di vascello Astiz, che ha promesso una resistenza estrema, fino alla
morte. Cerca subito di attirare il nemico in una trappola: fingendo di
arrendersi, chiede agli elicotteri inglesi di atterrare nel campo di
calcio delle isole, che è stato minato. Gli Inglesi non
cadono
nella trappola e Astiz firma la resa incondizionata senza sparare un
colpo.
Cinque giorni dopo, il Presidente
americano Ronald
Reagan dichiara il sostegno degli Stati Uniti alla Gran Bretagna e le
sanzioni economiche contro l’Argentina. Il 1° maggio,
aerei
britannici scatenano una pioggia di fuoco sull’aeroporto di
Port
Stanley. La forza d’attacco inglese è di 9.000
uomini,
sostenuti però da altri 18.000!
Il 2 maggio si verifica la peggiore
perdita della
Marina argentina, comandata da Massera: il vile e tragico affondamento
dell’incrociatore General
Belgrano ad opera del sottomarino HMS Conqueror.
La nave era al di fuori della zona di guerra e quindi navigava con le
porte stagne aperte e il sonar distaccato. La rapidità
dell’affondamento costò la vita a più
di 300
marinai e fece naufragare le trattative di pace presentate dal
Presidente del Perù Belaunde Terry e preliminarmente
accettate;
in seguito, saranno gli Inglesi a rifiutare qualsiasi soluzione
diplomatica del conflitto. D’ora in poi, la Marina
tenderà
a rimaner ferma nei porti per timore dei sommergibili nucleari
britannici.
I combattimenti si fanno serrati:
l’aviazione
argentina, comandata da Galtieri, suscita l’ammirazione del
mondo
intero per la bravura e il coraggio dei suoi piloti. I piccoli aerei
Aermacchi, usando i missili francesi Exocet, compiono una vera strage
di navi inglesi. Ma sono costretti a decollare dal continente,
perché i comandi hanno tema di perdere gli aerei, se questi
operassero dall’aeroporto sulle isole Malvinas, e quindi
hanno
un’autonomia di combattimento di pochi minuti. Il confronto
con i
temibili Sea Harrier a decollo verticale dalle portaerei
«tascabili» inglesi è a loro totale
sfavore, eppure
non rinunciano a reiterati attacchi. Si verifica anche il caso di un
pilota argentino che, disubbidendo agli ordini del comando, si impegna
in combattimento più a lungo, riuscendo ad affondare la
fregata Ardent,
contando poi di atterrare sull’aeroporto delle Malvinas. Ma
una
volta arrivato sulla pista è scambiato per un aereo nemico e
abbattuto. Purtroppo, questi episodi di valore non bastano a mutare
l’esito generale della guerra.
Il 21 maggio inizia lo sbarco inglese
nell’isola Soledad, la maggiore delle Malvinas.
L’Esercito
argentino, comandato da Videla, dà la peggiore prova di
disorganizzazione: sono omesse alcune precauzioni elementari come le
difese anti-sbarco, la difesa dell’unico aeroporto,
l’attacco al traffico mercantile nemico. I comandanti non
hanno
ritenuto che gli Inglesi tentino un approdo anfibio sulla spiaggia di
San Carlos, che così viene scarsamente presidiata. Gli
Argentini
cercano di resistere ma sono costretti a cedere di fronte alla
preponderanza nemica. Dopo aver consolidato la testa di ponte, gli
Inglesi lanciano l’offensiva verso Port Stanley,
dov’è il nucleo delle truppe argentine, ormai
isolate dal
continente e prive di armamenti pesanti, perché i comandi
hanno
preferito lasciarli sul continente, temendo di perderli in battaglia.
Di fronte, i giovani coscritti argentini si trovano i temutissimi gourka,
mercenari nepalesi abituati – contro ogni legge di guerra
–
a non fare prigionieri e armati con gli armamenti più
moderni:
carri armati leggeri, missili Rapier e postazioni radar.
Il 28 maggio il 2° Battaglione
Britannico,
Reggimento Paracadutisti, scatena la battaglia più lunga e
difficile di tutta la guerra. In tutto, 17 soldati inglesi e circa 200
argentini perdono la vita. Gli altri militari argentini si arrendono e
sono fatti prigionieri. La vittoria sembrerebbe schiacciante (600
Inglesi attaccavano alla luce del sole 1.400 Argentini), ma solo 400
Argentini erano effettivamente in grado di combattere. Il 31 del mese
Port Stanley, «capitale» delle Malvinas,
è ormai
circondata.
Il 12 giugno si scatena la battaglia
finale, una
serie di sanguinosissimi scontri all’arma bianca e baionetta,
faccia a faccia. I morti cadono a decine, da entrambe le parti. Gli
Argentini resistono fino allo stremo, sotto il fuoco dei nemici
appiedati e delle fregate della Royal Navy che li bombardano dal mare.
Il 14 giugno, per non coinvolgere nella
guerra la
popolazione civile, i governi di Londra e Buenos Aires si accordano nel
dichiarare zona franca la città di Port Stanley. Alle ore
ventuno dello stesso giorno, il generale argentino Mario Menendez si
arrende al generale britannico Moore con nessun’altra
condizione
che la cancellazione della parola «incondizionata»
dal
documento di resa che porta la sua firma. 9.800 soldati argentini
depongono le armi, in tutto l’arcipelago cessano i
combattimenti.
Il 20 giugno, tutte le Malvinas sono di nuovo sotto la
sovranità
di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra.
Nel complesso, la guerra mai-dichiarata
e durata in
tutto settantadue giorni è costata 649 morti e 1.000 feriti
agli
Argentini e 255 morti e 800 feriti agli Inglesi. La guerra è
stata un successo britannico soprattutto per
l’organizzazione,
l’alto livello addestrativo e la combattività dei
suoi
militari, in una parola per la superiore professionalità di
tutto l’apparato militare contro un nemico che non aveva
alcuna
esperienza di operazioni del genere. Alla notizia della resa, la
popolazione argentina si riversò nelle piazze chiedendo la
fine
della dittatura, la quale terminò un anno dopo,
nell’ottobre 1983, con elezioni libere che portarono alla
presidenza della repubblica Raul Alfonsin, che iniziò subito
trattative diplomatiche con il governo inglese per la restituzione
delle isole. Gli Inglesi rifiutarono qualsiasi trattativa. Forse
l’Argentina potrebbe avanzare proposte tali da permettere ai kelpers
di mantenere una loro autonomia, come nel caso di Hong Kong o del Sud
Tirolo italiano. Ma nessun passo è stato compiuto dai
governi
argentini in questa direzione.
Ma la guerra, come sempre accade, non ha
dato
risposta al quesito fondamentale che l’aveva scatenata:
Falkland
o Malvinas? A quale Paese appartiene legittimamente il contestato
arcipelago?
Da parte argentina si sostiene che le
Malvinas sono argentine perché:
1) la
Repubblica Argentina, nata
nel 1816 dalla trasformazione in Stato indipendente del Vicereame
spagnolo de La Plata (che dal 1774 aveva la sovranità
sull’arcipelago) aveva ereditato tutti i territori del
Vicereame
nell’America del Sud;
2)
l’arcipelago fa parte
della piattaforma continentale dell’America del Sud nel
tratto di
costa argentino;
3) la
risoluzione 1514
dell’ONU in data 14 dicembre 1960 che mette al bando il
colonialismo, è stata giudicata applicabile
all’arcipelago
da apposita Commissione dell’ONU.
Da parte britannica si controbatte che
le Falkland appartengono al Regno Unito perché:
1) quando
gli Inglesi vi sbarcarono nel 1765, le isole erano disabitate;
2) da
quell’epoca ad oggi gli abitanti delle isole (i kelpers)
sono tutti di origine britannica ed hanno diritto
all’auto-determinazione. Nel 1983 essi si sono espressi per
rimanere legati al Regno Unito.
Da alcuni si sostiene che
l’interesse
britannico sulle Malvinas sia anche dovuto alla posizione strategica
dell’arcipelago, che consente il controllo del passaggio
dall’Oceano Atlantico a quello Pacifico, ed alla intravista
ricchezza in idrocarburi del sottofondo marino nelle vicinanze. Ma
certo il governo di Londra non intendeva permettere che le Malvinas
divenissero un pericoloso precedente per risolvere con atti di forza
altre questioni territoriali che la Gran Bretagna ha in varie parti del
mondo (Ulster, Gibilterra).
Non sarebbe dovere dello storico
intervenire con
pareri personali in queste questioni, certo non è sempre
facile
mantenere un atteggiamento di fredda imparzialità.
Personalmente, è mia speranza che un giorno la bandiera
bianco-celeste torni a sventolare su quelle terre verdeggianti,
sì da riparare alla prima, ingiustificata aggressione del
1833.
Ma grazie alla diplomazia, e non alla violenza delle armi!
(gennaio 2006)