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Malvinas, le isole della discordia

Nel 1982 il contenzioso tra Argentina e Inghilterra per il controllo dell’arcipelago delle Malvinas sfociò in aperta guerra. La questione è ancora insoluta

 

di  Simone Valtorta

 

 
L’arcipelago delle isole Malvinas è situato nell’Atlantico Meridionale, tra i paralleli 51° e 53° di latitudine Sud ed i meridiani 57° e 610° di longitudine Ovest, formato da due isole maggiori: l’isola Gran Malvina e l’isola Soledad, più altri duecento isolotti minori per una superficie complessiva di poco inferiore alla metà della Sardegna. Le isole maggiori hanno pianure ondulate con basse catene montuose ed ampie valli con modesti corsi d’acqua e terreni paludosi. La presenza quasi continua del vento impedisce la crescita di qualunque tipo di albero, invece le piogge non abbondanti ma ben distribuite lungo tutto il corso dell’anno hanno consentito la formazione di un manto erboso ottimo per i pascoli; ciò ha favorito lo sviluppo dell’allevamento bovino e specialmente ovino, unica risorsa economica attuale delle isole. Di recente sembra sia stata accertata una notevole presenza di idrocarburi nel sottofondo del mare circostante, ma lo sfruttamento dei depositi non è ancora stato tentato. Fino a poco più di cinquant’anni fa le Malvinas erano importanti come base di partenza per la caccia alle balene, ma ora la base si è spostata ancora più a Sud.

Mappa delle Isole Malvinas/Falkland - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Falkland_Islands_%28Islas_Malvinas%29-CIA_WFB_Map.png, 2013
Mappa delle Isole Malvinas/Falkland - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Falkland_Islands_%28Islas_Malvinas%29-CIA_WFB_Map.png, 2013

    Sebbene fossero state abitate in epoche remote, quando vi sbarcarono gli Europei sulle Malvinas non vi era più nessun insediamento umano. Secondo gli Argentini, a scoprire le isole fu Esteban Gómez della spedizione di Magellano, nel 1522. Gli Inglesi ribattono che fu il navigatore John Davis alla guida del Desire (1592) la prima persona a vedere le Malvinas. Nessuna delle due affermazioni è provata da alcuna fonte storiografica. Fu solo nel 1600 circa che l’Olandese Sebald de Weerdt effettuò il primo avvistamento (non contestato) delle isole.
    Nel 1690 il capitano inglese John Strong compì il primo approdo documentato sull’arcipelago battezzando le isole in nome della Corona britannica con il nome del visconte Falkland, tesoriere pro-tempore della Royal Navy. Fu però il navigatore francese Louis Antoine barone di Bougainville a fondare il primo insediamento permanente sull’isola Soledad; il peschereccio che vi prese terra aveva un equipaggio proveniente da Saint-Malo, donde il nome di «Iles Malouines».
    Nel 1765 gli Inglesi si insediarono nell’isola Gran Malvina; due anni dopo, gli Spagnoli acquistarono gli insediamenti francesi (Port Louis). Nel 1774, per ragioni economiche, gli Inglesi si ritirarono, limitandosi a lasciare una targa che ne avrebbe attestato la proprietà. Poco meno di cinquanta anni dopo, nel 1820, il governo di una neonata Argentina, avendo dichiarato la propria indipendenza dalla Spagna nel 1816, proclamò per la prima volta la propria sovranità sulle Malvinas. Otto anni dopo, il signore della guerra argentino (Caudillo) e il successivo governatore di Buenos Aires, Juan Manuel de Rosas, inviarono un governatore, Mr. Vernet, con una guarnigione e un gruppo di coloni che avrebbero dovuto compiere lavori di bassa manovalanza nell’arcipelago.
    Ma nel 1833 gli Inglesi, preoccupati dalla possibilità di un insediamento degli Americani nelle isole, tornarono a invaderle, deponendo Vernet senza dover sparare nemmeno un colpo. Da allora sulle isole vive una piccola popolazione di due migliaia di abitanti, tutti di origine gallese e inglese e che vengono chiamati kelpers.
    La controversia anglo-argentina sul possesso delle isole non è mai giunta a soluzione e le proteste del governo di Buenos Aires sono state semplicemente ignorate. Dopo alterne vicende e uno scontro a fuoco tra navi argentine e inglesi nel gennaio 1976, l’ONU riconobbe la validità delle rivendicazioni argentine con 102 voti a favore e l’unico contrario (ovviamente) della Gran Bretagna. Tale risoluzione rimase solo sulla carta. Finché, nel 1982, gli Argentini decisero di passare alle maniere forti.
    Bisogna premettere che in quell’anno l’Argentina sta agonizzando sotto una durissima dittatura militare, la peggiore della sua storia: migliaia di desaparecidos, l’inflazione è alle stelle, l’economia ristagna, il popolo protesta. L’occupazione delle isole (l’«Operazione Rosario») viene progettata per distrarre la gente dalla crisi. È così che ha inizio una delle più assurde e inutili guerre della storia (sempre che si possa ritenere ci siano guerre «utili»), combattuta in pieno autunno, alle porte di un gelido inverno polare e in condizioni climatiche proibitive: temperature sempre al disotto dello zero, piogge violente e prolungate, venti fortissimi, permanente turbolenza dell’oceano. È, inoltre, la guerra più «meridionale» e la più vicina ad un polo, a poche centinaia di chilometri dall’Antartide.
    Il Presidente argentino, il generale Leopoldo Galtieri, avvia l’invasione militare delle Malvinas (pianificata dal comandante della Marina, ammiraglio Jorge Anaya) in anticipo rispetto ad una delle date inizialmente previste: il 25 maggio, anniversario della Rivoluzione, o il 9 luglio, Giorno dell’Indipendenza. Così, il 2 aprile 1982 un corpo di spedizione di qualche centinaio di uomini comandati dal capitano Alfredo Astiz (detto l’«Angelo biondo» e noto ad Amnesty International per aver partecipato all’eliminazione fisica di numerosi dissidenti) sbarca a Port Stanley, la «capitale» delle isole. Il governatore inglese Rex Hunt ordina ai 22 marines di presidio di deporre le armi e si rifugia a Montevideo. Il giorno seguente le truppe argentine si insediano nel resto dell’arcipelago, dopo una breve battaglia che costa loro un elicottero e quattro morti. Il generale Mario Menendez è proclamato governatore militare delle isole.
    Come previsto da Galtieri, la mossa si dimostra molto popolare. A Buenos Aires, dove i sindacati hanno manifestato una settimana prima contro il governo, avvengono spontanee ed entusiastiche manifestazioni di massa: gli Argentini si riversano nelle piazze per festeggiare la vittoria. La conquista delle Malvinas viene presentata come una «guerra santa» della cattolicità occidentale contro il protestantesimo inglese. Tutti sono inoltre convinti che il governo inglese, presieduto da Margaret Tatcher, non reagisca e scateni una guerra per liberare «solo» 1.500 compatrioti a 12.000 chilometri di distanza; lo stesso Presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, ha lasciato intendere il suo sostegno all’azione argentina.
    Invece, la reazione degli Inglesi è rapidissima: viene allestita una task force navale composta da due portaerei, due incrociatori, dodici fregate, due navi d’assalto anfibie, tre sommergibili nucleari, quaranta cacciabombardieri, cinquantadue elicotteri, oltre a lanciasiluri e cannoni a tiro rapido, missili antinave e missili antimissile; mentre la flotta della First Royal Air Force sbarca ad Ascension Island, a metà strada tra la Gran Bretagna e le Malvinas (e l’unico possedimento britannico nell’Atlantico), il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approva la Risoluzione 502, che fa appello al ritiro delle truppe argentine dalle isole e l’immediata cessazione delle ostilità. Sia il Commonwealth che la CEE (Italia compresa) dichiarano il proprio appoggio alla Gran Bretagna.

Mappa che illustra le distanze, le basi ed i movimenti della flotta britannica - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Falklands,_Campaign,_%28Distances_to_bases%29_1982.jpg, 2013
Mappa che illustra le distanze, le basi ed i movimenti della flotta britannica - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Falklands,_Campaign,_%28Distances_to_bases%29_1982.jpg, 2013

    Nelle tre settimane successive il Segretario di Stato statunitense Alexander Haig prova ad aprire una trattativa che impedisca il confronto militare tra due fedeli alleati degli Stati Uniti, ma sia la risolutezza della Tatcher di liberare i 1.500 cittadini inglesi delle Malvinas, sia la giunta militare argentina, impediscono il raggiungimento di un accordo.
    Frattanto, migliaia di coscritti di leva argentini sono raccolti in fretta e inviati sulle isole: giovani spesso di origine india e provenienti dalle zone tropicali del Paese, male armati, sotto le armi da pochi mesi e quindi senza alcuna preparazione bellica, privi di viveri sufficienti a una lunga campagna. L’Argentina concentra nell’arcipelago 10.000 soldati dell’Esercito e 2.000 fanti di Marina (questi ultimi soprattutto nell’isola Soledad). Sul piano diplomatico, il governo tenta di trovare aiuti in qualsiasi direzione, con l’URSS, con Cuba e persino con la Libia di Gheddafi, ma nessuno vuole mettersi contro Gran Bretagna e Stati Uniti.

Artiglieria argentina sulle isole Malvinas - http://chicomiranda.files.wordpress.com/2012/04/cm_malvinas_15.jpg, 2013
Artiglieria argentina sulle isole Malvinas - http://chicomiranda.files.wordpress.com/2012/04/cm_malvinas_15.jpg, 2013

    Il 12 aprile, il governo di Sua Maestà britannica annuncia l’entrata in vigore della «zona di esclusione» di duecento miglia intorno alle Malvinas e che deve considerarsi «zona di guerra» interdetta ad ogni nave: il tracciato lascia fuori il continente e limita la guerra agli arcipelaghi delle Falkland e della Georgia del Sud, a voler indicare che gli Inglesi intendono limitarsi alla riconquista delle «loro» isole e non vogliono colpire la popolazione argentina, che ritengono incolpevole. Inoltre contano sull’appoggio segreto del sistema radar cileno offerto dal dittatore Pinochet, che ha dichiarato a parole il suo sostegno al regime argentino, ma non esita a tradirlo sia per le proprie rivendicazioni sulle Malvinas, sia per il contenzioso sul Canale di Beagle; questo costringe gli Argentini a schierare il grosso delle proprie forze in Patagonia, sulla frontiera terrestre, per far fronte ad un eventuale attacco cileno.
    Nel complesso, i militari argentini conducono tre guerre separate, una della Marina, una dell’Aviazione e una dell’Esercito, senza alcuna coordinazione tra le tre armi e senza neanche un piano comune contro la flotta inglese, malgrado sia stato creato un «Estado Mayor de Coordinación». È un cumulo di ingenuità e faciloneria paragonabile solo a quello degli Italiani che entrarono nella Seconda Guerra Mondiale «non per fare la guerra, ma per far finta di fare la guerra» (come ebbe a dire Indro Montanelli).
    Il 25 aprile, con un attacco a sorpresa, un piccolo commando britannico di 120 uomini elitrasportati sbarca nelle isole della Georgia del Sud e neutralizza il sommergibile Santa Fe che viene catturato in porto. La marina argentina ha mandato nelle isole il suo corpo migliore: i Lagartos («Lucertole»), una sorta di marines comandati dal tenente di vascello Astiz, che ha promesso una resistenza estrema, fino alla morte. Cerca subito di attirare il nemico in una trappola: fingendo di arrendersi, chiede agli elicotteri inglesi di atterrare nel campo di calcio delle isole, che è stato minato. Gli Inglesi non cadono nella trappola e Astiz firma la resa incondizionata senza sparare un colpo.
    Cinque giorni dopo, il Presidente americano Ronald Reagan dichiara il sostegno degli Stati Uniti alla Gran Bretagna e le sanzioni economiche contro l’Argentina. Il 1° maggio, aerei britannici scatenano una pioggia di fuoco sull’aeroporto di Port Stanley. La forza d’attacco inglese è di 9.000 uomini, sostenuti però da altri 18.000!
    Il 2 maggio si verifica la peggiore perdita della Marina argentina, comandata da Massera: il vile e tragico affondamento dell’incrociatore General Belgrano ad opera del sottomarino HMS Conqueror. La nave era al di fuori della zona di guerra e quindi navigava con le porte stagne aperte e il sonar distaccato. La rapidità dell’affondamento costò la vita a più di 300 marinai e fece naufragare le trattative di pace presentate dal Presidente del Perù Belaunde Terry e preliminarmente accettate; in seguito, saranno gli Inglesi a rifiutare qualsiasi soluzione diplomatica del conflitto. D’ora in poi, la Marina tenderà a rimaner ferma nei porti per timore dei sommergibili nucleari britannici.
    I combattimenti si fanno serrati: l’aviazione argentina, comandata da Galtieri, suscita l’ammirazione del mondo intero per la bravura e il coraggio dei suoi piloti. I piccoli aerei Aermacchi, usando i missili francesi Exocet, compiono una vera strage di navi inglesi. Ma sono costretti a decollare dal continente, perché i comandi hanno tema di perdere gli aerei, se questi operassero dall’aeroporto sulle isole Malvinas, e quindi hanno un’autonomia di combattimento di pochi minuti. Il confronto con i temibili Sea Harrier a decollo verticale dalle portaerei «tascabili» inglesi è a loro totale sfavore, eppure non rinunciano a reiterati attacchi. Si verifica anche il caso di un pilota argentino che, disubbidendo agli ordini del comando, si impegna in combattimento più a lungo, riuscendo ad affondare la fregata Ardent, contando poi di atterrare sull’aeroporto delle Malvinas. Ma una volta arrivato sulla pista è scambiato per un aereo nemico e abbattuto. Purtroppo, questi episodi di valore non bastano a mutare l’esito generale della guerra.

Sea Harrier della Fleet Air Arm, la forza aerea della Royal Navy britannica - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Sea_Harrier_front_view.jpg, 2013
Sea Harrier della Fleet Air Arm, la forza aerea della Royal Navy britannica - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Sea_Harrier_front_view.jpg, 2013

    Il 21 maggio inizia lo sbarco inglese nell’isola Soledad, la maggiore delle Malvinas. L’Esercito argentino, comandato da Videla, dà la peggiore prova di disorganizzazione: sono omesse alcune precauzioni elementari come le difese anti-sbarco, la difesa dell’unico aeroporto, l’attacco al traffico mercantile nemico. I comandanti non hanno ritenuto che gli Inglesi tentino un approdo anfibio sulla spiaggia di San Carlos, che così viene scarsamente presidiata. Gli Argentini cercano di resistere ma sono costretti a cedere di fronte alla preponderanza nemica. Dopo aver consolidato la testa di ponte, gli Inglesi lanciano l’offensiva verso Port Stanley, dov’è il nucleo delle truppe argentine, ormai isolate dal continente e prive di armamenti pesanti, perché i comandi hanno preferito lasciarli sul continente, temendo di perderli in battaglia. Di fronte, i giovani coscritti argentini si trovano i temutissimi gourka, mercenari nepalesi abituati – contro ogni legge di guerra – a non fare prigionieri e armati con gli armamenti più moderni: carri armati leggeri, missili Rapier e postazioni radar.
    Il 28 maggio il 2° Battaglione Britannico, Reggimento Paracadutisti, scatena la battaglia più lunga e difficile di tutta la guerra. In tutto, 17 soldati inglesi e circa 200 argentini perdono la vita. Gli altri militari argentini si arrendono e sono fatti prigionieri. La vittoria sembrerebbe schiacciante (600 Inglesi attaccavano alla luce del sole 1.400 Argentini), ma solo 400 Argentini erano effettivamente in grado di combattere. Il 31 del mese Port Stanley, «capitale» delle Malvinas, è ormai circondata.
    Il 12 giugno si scatena la battaglia finale, una serie di sanguinosissimi scontri all’arma bianca e baionetta, faccia a faccia. I morti cadono a decine, da entrambe le parti. Gli Argentini resistono fino allo stremo, sotto il fuoco dei nemici appiedati e delle fregate della Royal Navy che li bombardano dal mare.
    Il 14 giugno, per non coinvolgere nella guerra la popolazione civile, i governi di Londra e Buenos Aires si accordano nel dichiarare zona franca la città di Port Stanley. Alle ore ventuno dello stesso giorno, il generale argentino Mario Menendez si arrende al generale britannico Moore con nessun’altra condizione che la cancellazione della parola «incondizionata» dal documento di resa che porta la sua firma. 9.800 soldati argentini depongono le armi, in tutto l’arcipelago cessano i combattimenti. Il 20 giugno, tutte le Malvinas sono di nuovo sotto la sovranità di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra.
    Nel complesso, la guerra mai-dichiarata e durata in tutto settantadue giorni è costata 649 morti e 1.000 feriti agli Argentini e 255 morti e 800 feriti agli Inglesi. La guerra è stata un successo britannico soprattutto per l’organizzazione, l’alto livello addestrativo e la combattività dei suoi militari, in una parola per la superiore professionalità di tutto l’apparato militare contro un nemico che non aveva alcuna esperienza di operazioni del genere. Alla notizia della resa, la popolazione argentina si riversò nelle piazze chiedendo la fine della dittatura, la quale terminò un anno dopo, nell’ottobre 1983, con elezioni libere che portarono alla presidenza della repubblica Raul Alfonsin, che iniziò subito trattative diplomatiche con il governo inglese per la restituzione delle isole. Gli Inglesi rifiutarono qualsiasi trattativa. Forse l’Argentina potrebbe avanzare proposte tali da permettere ai kelpers di mantenere una loro autonomia, come nel caso di Hong Kong o del Sud Tirolo italiano. Ma nessun passo è stato compiuto dai governi argentini in questa direzione.
    Ma la guerra, come sempre accade, non ha dato risposta al quesito fondamentale che l’aveva scatenata: Falkland o Malvinas? A quale Paese appartiene legittimamente il contestato arcipelago?
    Da parte argentina si sostiene che le Malvinas sono argentine perché:
    1)    la Repubblica Argentina, nata nel 1816 dalla trasformazione in Stato indipendente del Vicereame spagnolo de La Plata (che dal 1774 aveva la sovranità sull’arcipelago) aveva ereditato tutti i territori del Vicereame nell’America del Sud;
    2)    l’arcipelago fa parte della piattaforma continentale dell’America del Sud nel tratto di costa argentino;
    3)    la risoluzione 1514 dell’ONU in data 14 dicembre 1960 che mette al bando il colonialismo, è stata giudicata applicabile all’arcipelago da apposita Commissione dell’ONU.
    Da parte britannica si controbatte che le Falkland appartengono al Regno Unito perché:
    1)    quando gli Inglesi vi sbarcarono nel 1765, le isole erano disabitate;
    2)    da quell’epoca ad oggi gli abitanti delle isole (i kelpers) sono tutti di origine britannica ed hanno diritto all’auto-determinazione. Nel 1983 essi si sono espressi per rimanere legati al Regno Unito.
    Da alcuni si sostiene che l’interesse britannico sulle Malvinas sia anche dovuto alla posizione strategica dell’arcipelago, che consente il controllo del passaggio dall’Oceano Atlantico a quello Pacifico, ed alla intravista ricchezza in idrocarburi del sottofondo marino nelle vicinanze. Ma certo il governo di Londra non intendeva permettere che le Malvinas divenissero un pericoloso precedente per risolvere con atti di forza altre questioni territoriali che la Gran Bretagna ha in varie parti del mondo (Ulster, Gibilterra).
    Non sarebbe dovere dello storico intervenire con pareri personali in queste questioni, certo non è sempre facile mantenere un atteggiamento di fredda imparzialità. Personalmente, è mia speranza che un giorno la bandiera bianco-celeste torni a sventolare su quelle terre verdeggianti, sì da riparare alla prima, ingiustificata aggressione del 1833. Ma grazie alla diplomazia, e non alla violenza delle armi!
(gennaio 2006)