Islanda,
l’ultima frontiera della storia europea
La
lontana isola europea nel corso degli anni ha rivendicato il suo
diritto alla libertà
di Edoardo
Cicchinelli
Fra
tutti i Paesi europei l’Islanda è senza dubbio
quello che
meno fa parlare di sé. In una posizione così
defilata che
spesso le definizioni di Europa dimenticano di includerla, è
sempre rimasta ai margini dell’integrazione europea e non
è stata in grado di sviluppare una industria turistica che
le
permettesse di farsi conoscere. Solo in tempi recentissimi, grazie alle
ricerche delle industrie farmaceutiche nel campo della genetica, si
è parlato del piccolo Paese sub-artico con maggior frequenza.
Da un punto di vista socio-culturale gli
Islandesi,
più che Europei, si considerano Scandinavi in senso stretto:
infatti mantengono fortissimi legami con la comunità degli
altri
Stati nordici (con i quali condividono le radici della propria etnia,
l’origine della lingua, le tradizioni e praticamente tutta la
loro storia) e con questi Paesi hanno avviato da tempo progetti
politici importanti come il «Nordic Council» o
l’unione passaportuale; con il resto dell’Europa
invece non
hanno mai avuto rapporti di grande rilevanza, eccezion fatta per
l’Inghilterra.
L’Islanda è un
Paese assolutamente
unico in Europa per molti motivi: è un Paese piuttosto
esteso
(circa centomila chilometri quadrati), ma abitato da appena
duecentosettantacinquemila persone, con una densità che non
ha
simili nel resto del continente; circa la metà della
popolazione
vive nella zona della capitale, quindi il resto dell’isola
è quasi disabitato. A causa del loro numero ridottissimo,
spesso
le statistiche perdono di valore ed è difficile scegliere
dei
dati oggettivi per tracciare un quadro esaustivo della
società;
comunque si può affermare con certezza che si tratta di un
Paese
ad altissima scolarizzazione, standard di vita elevati, ma dotatosi
solo nel dopoguerra di una economia solida e prospera; potremmo dire
che, come l’Italia seppure in tutt’altro contesto e
condizioni, anche l’Islanda è stato uno dei
miracoli della
guerra fredda.
Paesaggisticamente è una
terra selvaggia e
bizzarra, una enorme distesa di lava coperta di muschi e licheni,
ghiacciai, torrenti in enorme quantità e sorgenti di acqua
calda
quasi ovunque; la corrente del Golfo riesce a mitigare il clima, tanto
che, statistiche alla mano, l’inverno di Zurigo o New York
risulta ben più rigido. L’Islanda, spazzata dai
venti,
è priva di alberi ed oltre la metà del territorio
è definito «wasteland»; le condizioni
minime per
l’esercizio dell’agricoltura sono oggi assicurate
da
modernissime serre, riscaldate dall’energia geotermica ed
idroelettrica.
Ciò che rende unica in Europa
la storia
dell’Islanda è però la mancanza
assoluta di
qualunque tradizione militare: gli Islandesi non hanno mai partecipato
attivamente ad alcuna guerra e sono privi di esercito.
Tutte queste caratteristiche culturali e
politiche
ovviamente hanno le loro ragioni storiche e non sarà
inutile,
per rendere più preciso il quadro, tracciare un breve
riassunto
dei passaggi fondamentali della storia islandese.
Il
contesto storico
L’Islanda è uno dei pochi Paesi di cui si possono
narrare
le vicende «dall’inizio», essendo la
colonizzazione
evento assai recente nella storia. Il Vichingo Norvegese Ingolfur
Arnason, tradizionalmente considerato il primo abitante
dell’isola, vi si stabilì nell’874, con
la sua
famiglia ed il seguito di schiavi irlandesi, nella zona che
chiamò Reykjavik (baia del fumo). Prima di Ingolfur
l’Islanda era disabitata dagli uomini e dagli animali, solo
alcuni uccelli marini componevano la fauna dell’isola.
L’instaurazione delle prime
fattorie ebbe
successo, e dal 930 l’Islanda si considera stabilmente
colonizzata; poche migliaia di persone, che vivevano soprattutto di
allevamento e di pesca, in prossimità di sorgenti di acqua
potabile e di acqua calda per le proprie attività. I capi e
gli
esponenti della nobiltà si radunavano periodicamente nella
piana
di Þingvellir, quaranta chilometri a Ovest di Reykjavik; da
questi incontri, successivamente istituzionalizzati, ebbe vita
l’Alþing, una sorta di parlamento, che fungeva
anche da
tribunale supremo e luogo di incontro di tutta la popolazione ad ogni
estate. Ancor oggi il parlamento islandese si considera erede
dell’Alþing, di cui ha mantenuto il nome, e viene
fieramente considerato dagli Islandesi il più antico
parlamento
in attività del mondo. Questo rudimentale assetto
istituzionale
fu la struttura portante dello Stato islandese durante i tre secoli a
seguire: è il periodo d’oro della
libertà e della
letteratura, in cui vennero redatte le saghe per cui il Paese
è
tuttora noto. Questi scritti, con la loro storia, le loro leggende,
tradizioni ed eroi, nonché l’idioma quasi
immutato,
rappresentano l’essenza dell’identità
nazionale e
del patrimonio culturale di una nazione.
A partire dal XIII secolo la situazione
va
complicandosi: la popolazione, sempre più dedita alle
attività stanziali, vede declinare il proprio naviglio, con
conseguente difficoltà di mantenere i contatti con le terre
scandinave, e la dipendenza, per i trasporti e le rotte commerciali, da
soggetti esterni. L’Alþing poi non riusciva a far
fronte
alle esigenze di una società più complessa in
quanto,
raccogliendo le funzioni legislative e giudiziarie, lasciava
l’esecutivo ai singoli capi clan, che non organizzati in un
sistema centralizzato, agivano perseguendo interessi particolari.
Questi furono i motivi che portarono alla perdita
dell’indipendenza ad opera della corona norvegese; nel
«Patto di Fedeltà» del 1262, il Re
Haakon IV
Haakonson (1204-1263), oltre ad imporre la propria autorità
sull’isola, molto significativamente dava garanzia che almeno
sei
navi sarebbero salpate dalla Norvegia per l’Islanda ogni
anno. Da
questo momento le sorti degli Islandesi saranno quindi sempre legate a
chi esercita il predominio sui mari del Nord Atlantico.
Nel 1380, quando Norvegia e Danimarca
saranno
riunite sotto la corona danese, anche l’Islanda
passò a
quest’ultima.
Durante il XIV-XV secolo navi della lega
hanseatica
e inglesi cominciarono a frequentare le pescosissime acque del Nord
Atlantico; lo sfruttamento del mare diviene, e rimarrà
sempre,
la prima fonte di approvvigionamento, anche se gli stranieri si
mostreranno dediti tanto al semplice commercio come alla pirateria.
Tra il XV ed il XVI secolo i pirati che
giungevano
in Islanda non trovavano resistenza in mare, mentre sulla terraferma
gli Islandesi si dimostrarono i validi eredi delle tradizioni
vichinghe. Le cronache del 1431 riportano la notizia di una sanguinosa
battaglia fra pirati inglesi e Islandesi a Skagafjordur, dove ottanta
pirati vennero uccisi. Non sembrano certo cifre paragonabili agli
scontri degli eserciti europei sul continente, ma questo episodio
diviene significativo alla luce di quanto diremo tra breve.
Curiosamente, una delle prime mappe
geografiche del
Paese che si conoscono risulta ad opera del cartografo veneziano
Benedetto Bordone: una piccola mappa di 7,4 per 14,6 centimetri
raccolta nell’Isolario,
trattato geografico del 1547. È un disegno molto semplice,
con
l’effigie di piccole torri in luogo delle città
senza
nome, recante la scritta «Islanda».
Durante il XVI secolo gli Islandesi
subirono una
pesante umiliazione che modificò radicalmente la
società
per tutta la storia successiva: vennero disarmati e persero la loro
forza militare. A grandi linee gli eventi si svolsero in questi
termini: i Danesi cominciarono a sottoporre i commerci dei locali con
Britannici e Tedeschi ad un rigido monopolio, attraverso il quale
conseguire il massimo profitto; gli Islandesi si mostrarono assai
reticenti nell’eseguire questo tipo di ordini e la corona
agì d’astuzia: anziché mandare un forte
contingente
militare per sedare le rivolte ed imporre il proprio volere con la
forza, optò per la confisca di tutte le armi. Nessun
Islandese
poteva possederne e a partire dal 1570 essi vennero materialmente
disarmati, nonostante gli appelli contro le imprevedibili conseguenze
di questa politica che si alzavano da più parti.
Pochi episodi ci fanno capire come nel
giro di
qualche anno questa decisione andava lasciando segni indelebili. Stando
ad alcune cronache del 1578, al largo delle coste occidentali apparve
una nave pirata con una settantina di uomini a bordo. Furono in grado
di attaccare e di terrorizzare larga parte della popolazione senza
incontrare alcuna resistenza per settimane. Nel 1627 due imbarcazioni
provenienti dal Nord Africa saccheggiarono diversi villaggi, specie
nelle isole Vestmann, al largo della costa meridionale; anche stavolta
i locali non poterono esercitare che una minima resistenza; i
razziatori agirono indisturbati, rapinando ed uccidendo circa
quattrocento persone.
Con l’ascesa della potenza
inglese vi fu una
maggiore stabilità nel Nord Atlantico, e l’Islanda
non fu
più vittima della pirateria. I Danesi comunque protrassero a
lungo la politica monopolistica, aggravando le condizioni di vita della
popolazione, già messe a dura prova dal clima e
dall’isolamento; si stima che durante il diciottesimo secolo
la
popolazione fosse ridotta ad appena trentacinquemila-cinquantamila
abitanti, e si toccò probabilmente il punto più
basso
degli standard di vita del Paese. Nel 1800 il Re danese Cristiano VII
(1766-1808) giunse a togliere qualunque autorità
all’Alþing, ormai l’unico simbolo della
tradizione.
Pochi anni dopo la situazione si
aggravò
ulteriormente. Nel 1807 gli Inglesi, temendo un appoggio della marina
danese all’esercito di Napoleone, attaccarono Copenaghen e
sedici
battelli diretti in Islanda vennero requisiti e portati in Inghilterra.
Ciò che sembrava un piccolo episodio di guerra rischiava di
essere la pietra tombale di un intero popolo; gli Islandesi sarebbero
presto stati isolati e vittime di una brutale carestia se non avessero
goduto dell’appoggio di un influente inglese, sir Joseph
Banks;
costui persuase il governo a rilasciare i battelli diretti in Islanda e
a concedere a questa, sebbene parte della corona danese, lo status di
neutralità.
Durante l’estate del 1809 navi
da guerra
inglesi giunsero in Islanda. Il Paese era totalmente sguarnito, e la
Royal Navy avrebbe potuto facilmente incorporarlo all’Impero
Britannico. Nel rapporto del capitano Francis Knott dell’HMS Rover
egli avanzava seri dubbi sull’opportunità di
questa
azione: le condizioni di vita e le difficoltà cui la
popolazione
era soggetta, faceva temere che inglobare questi territori avrebbe
portato alla corona più spese che profitti; comunque,
concludeva
sicuro, anche la più piccola nave inglese lo avrebbe potuto
fare
in qualsiasi momento.
In questo scenario visse
l’avventuriero e
faccendiere di origini danesi Jørgen Jørgensen
(1780-1841); imbarcato su un mercantile del Londinese Samuel Phelps,
arrivò a Reykjavik il 21 giugno 1809. Al rifiuto delle
autorità danesi di concedere l’autorizzazione a
commerciare con la popolazione, i suoi uomini arrestarono gli ufficiali
danesi ed occuparono la capitale, mentre Jørgensen si
proclamava
«lord
protettore della
nazione». Dando l’impressione di agire sotto
l’egida
inglese, il novello Cromwell dichiarò l’Islanda
indipendente e neutrale, comportandosi come se ne fosse divenuto il Re.
Il mese successivo il capitano Alexander Jones della HMS Talbot
attraccò al porto di Reykjavik e rimosse
quest’impostore.
L’episodio di
Jørgensen, al limite del
grottesco, comunque ripropone la difficile situazione
dell’isola,
completamente disarmata e in una posizione assai precaria per la
propria sicurezza; nel febbraio del 1810 l’Islanda ottenne
anche
dalla Danimarca lo status di territorio neutrale (ciò non
aveva
alcuna implicazione di indipendenza, ma si riconosceva semplicemente
che l’Islanda non voleva, né avrebbe potuto avere,
un
ruolo attivo in nessun conflitto).
Il XIX secolo fu il periodo del
nazionalismo, quando
cominciò la lotta non violenta per l’indipendenza
vera e
propria; inizialmente le posizioni espresse dalla ricca borghesia erano
molto moderate, mirando non tanto ad una separazione netta dalla
corona, quanto piuttosto alla libertà di commercio e al
controllo sugli affari locali. Non mancavano illustri esponenti che si
sarebbero battuti per una completa indipendenza, ma a lasciare
perplessi i più era proprio la debolezza militare
dell’isola, che senza la protezione di una grande potenza
sarebbe
stata in balia degli eventi.
Già a partire dal 1843, con
decreto del Re
Cristiano VIII (1839-1848), l’Alþing era tornato ad
esercitare le proprie funzioni, seppure come organo consultivo. Si
aprì quindi una stagione di riforme in cui la Danimarca si
impegnava a passare progressivamente nelle mani islandesi la maggior
parte delle funzioni istituzionali e politiche via via che questi si
dotavano delle strutture necessarie ad esercitarle. Nel 1903 le
funzioni del governatore danese vennero assunte dal Primo Ministro
islandese e, nello stesso ambito, venne inoltre stabilito che la corte
suprema danese avrebbe continuato nel suo ruolo di ultimo grado di
giudizio solo fintanto che gli Islandesi non si fossero dotati di un
organismo autonomo (cosa che avvenne nel 1920). La Danimarca si
impegnava a garantire la salvaguardia delle acque territoriali
finché non fosse stata varata una guardia costiera
nazionale.
Gli affari internazionali dell’Islanda invece continuarono ad
essere gestiti da Copenaghen, con la partecipazione di delegati.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale
gli
Islandesi godevano ancora dello status di neutralità
acquisito
un secolo prima, ma un prestigioso esponente
dell’Alþingh,
Guðmundur Björnson, sollevò con
forza il problema
dell’efficacia di questa condizione: «Crediamo
davvero che
l’assenza di difesa sia la miglior difesa? L’unica
protezione del Lussemburgo fu l’assenza di difesa. La
Germania e
le altre potenze garantirono la sua sicurezza e il rispetto della sua
neutralità, ma ora i dispacci ci dicono che la Germania ha
incorporato il Lussemburgo nel Reich come Stato indipendente.
[…]. Chi garantisce per l’Islanda?
Nessuno».
I timori di Guðmundur erano
senza dubbio
giustificati, eppure non solo l’Islanda rimase fuori dal
conflitto, ma ne ebbe un vantaggio indiretto: nel maggio 1918, il Primo
Ministro danese annunciò l’istituzione di una
commissione
che avrebbe negoziato il futuro dell’isola, e che
porterà
allo storico «Atto d’Unione».
La Grande Guerra fu l’elemento
che
accelerò un processo di indipendenza già avviato
da
tempo, ed i Danesi, scossi dalle sorti dei propri compatrioti nello
Schleswig-Holstein tedesco, non potevano rimanere insensibili alla
causa della libertà nazionale.
I negoziati si aprirono in luglio e dopo
poche
settimane l’accordo era pronto, approvato
dall’Alþing
per trentasette voti favorevoli e due contrari e ratificato da un
plebiscito popolare.
La solerzia con cui i lavori vennero
conclusi non
deve però ingannarci sulla difficoltà del
negoziato. La
fretta degli Islandesi nel chiudere il negoziato poteva ben spiegarsi
con il timore che, a guerra ancora in corso, la questione
dell’indipendenza potesse finire sul tavolo delle trattative
fra
le grandi potenze; la delegazione danese propose una federazione fra i
due Stati, mantenendo quindi la gestione comune di alcuni campi. Gli
Islandesi invece erano fermi sulla netta separazione.
L’articolo
diciannove dell’«Atto d’Unione»
alla fine
stabilì che la Danimarca riconosceva l’Islanda
come Stato
sovrano, e questa si impegnava a garantire neutralità
perpetua e
a non istituire alcun vessillo di guerra.
I due parlamentari che votarono contro
la ratifica
furono l’editore Benedikt Sveinsson ed il giudice Magnus
Þòrfason. Attraverso le trascrizioni delle sedute
parlamentari (Alþingìstiðindi)
dell’epoca si
capisce come la loro dissidenza non fu basata sulla questione
dell’indipendenza di per se stessa, ma su una
neutralità
che poteva facilmente tramutarsi in lettera morta: «Questo
atto
non ci difende, se una nazione belligerante ha intenzione di occupare
il nostro territorio, lo farà senza alcuna considerazione di
un
accordo fra noi e i Danesi».
Il dibattito fu vivace anche in sede
extra-parlamentare. Il giurista Magnus Arnbjarnarson, prendendo spunto
da alcuni commenti dell’allora Primo Ministro
Sigurður Eggerz
(che pure aveva votato favorevolmente), pubblicò un pamphlet
in
cui polemicamente ricordava le sorti del Belgio e della Grecia, la cui
neutralità era stata tenuta in nessun conto.
Il giornale
«Njördur», pubblicato
regolarmente ad Isafjordur (fiordi Nord-Occidentali),
nell’editoriale del 18 ottobre 1918 scrive: «Non
c’è motivo di credere che gli Inglesi vogliano
invadere
l’Islanda, ma se lo volessero l’“Atto
d’Unione” non può certo
prevenirlo».
Alla fine, il 1° dicembre del
1918, lo stesso
Eggerz poté annunciare alla folla il regio decreto che
istituiva
la bandiera nazionale islandese, e la firma
dell’«Atto
d’Unione» tra la Danimarca e l’Islanda;
quest’ultima, seppure rimanendo formalmente associata alla
corona
danese, guadagnava lo status di nazione indipendente, sovrana ed
eternamente neutrale. Dopo un periodo di venticinque anni entrambe le
parti avrebbero potuto chiedere unilateralmente lo scioglimento
dell’unione.
A questo punto il processo
d’indipendenza
poteva dirsi concluso perché nessuno dubitava che allo
scadere
dei venticinque anni i due Paesi si sarebbero definitivamente divisi.
Le relazioni con i Danesi rimasero buone ed amichevoli, mentre durante
tutti gli anni Venti gli Islandesi si affacciarono molto raramente al
contesto internazionale. Raggiunto l’obiettivo
dell’indipendenza i partiti si volsero ai problemi interni,
per
rinsaldare una economia debole e creare quelle infrastrutture di cui il
Paese era pressoché privo.
In questi anni venne anche sollevata la
questione di
una partecipazione alla Società delle Nazioni. Ovviamente un
passo del genere sarebbe stato prematuro, anche perché
l’Islanda non aveva un esercito, né aveva
intenzione di
istituirlo (come fece, ad esempio, il Lussemburgo), quindi il tutto si
risolse con un nulla di fatto.
Si potrebbe dire che il coinvolgimento
dell’Islanda nelle relazioni internazionali e nella storia
del
mondo occidentale comincia solo quando decade la condizione di
periferia che da sempre aveva segnato l’isolamento del popolo
islandese.
Ad operare questo cambiamento furono due
ordini di
motivi, l’uno politico, l’altro tecnologico. Il
primo si
espresse nella crescente interazione fra Europa e Stati Uniti
d’America, che rese le rotte atlantiche delle vie di
comunicazione importantissime (che come è noto diventeranno,
da
un punto di vista militare, addirittura irrinunciabili).
L’Islanda si trova a fiancheggiare fisicamente questi canali,
e
quindi il fattore geografico, che prima aveva relegato il Paese ai
margini della storia, ne faceva un punto di importanza strategica. Da
quella posizione l’isola inoltre poteva rappresentare una
sorta
di cancello al Nord Atlantico per il traffico in circolazione fra
Oceano Artico, Mare di Barents e Mare del Nord.
A rendere davvero incisivi questi
cambiamenti di
natura geopolitica vanno segnalati i progressi tecnologici: mezzi di
trasporto sempre più efficienti ed affidabili e,
soprattutto,
l’aviazione andavano riducendo le distanze fra i continenti.
In questo nuovo contesto tutto sarebbe
mutato, e la
neutralità che gli Islandesi avrebbero voluto
«perpetua», durò appena ventidue anni:
«Chiunque abbia l’Islanda, tiene una pistola
puntata su
Inghilterra, America e Canada».
Ben si esprime in questa frase,
attribuita
erroneamente a Winston Churchill, quanto stava accadendo: in tempo di
guerra non solo vi fu l’occupazione dell’Islanda
durante la
Seconda Guerra Mondiale da parte di truppe alleate, ma vi fu un suo
inserimento nel sistema difensivo del Nord Atlantico per tutto il
periodo della guerra fredda fino ai giorni nostri.
(anno 2004)