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Viaggio nel Paese delle Aquile

L’Albania tra passato, presente e futuro. Istantanea di una nazione e di un popolo ancora a mezza strada tra arretratezza profonda e progresso

 

di  Alberto Rosselli

 

 
Shqipëria è l’ostico nome, pronunciato in antica lingua arbëreshe, con il quale gli Albanesi chiamano la loro patria, la più piccola e meno conosciuta nazione dei Balcani: un Paese che, a partire dalla vittoriosa rivolta studentesca dell’inverno del ’91 contro il regime comunista di Ramiz Alia (successore del despota Enver Hoxha), sembra essere improvvisamente ricomparso sulla carta geografica d’Europa. Anche se l’Albania è una realtà ben più antica, la cui storia affonda le radici in un passato molto lontano, quando il popolo degli Illiri (di presunta provenienza anatolica) si insediò in questo territorio. Seguì poi la conquista romana, le calamità barbariche, il dominio bizantino e le ondate normanne, sveve, serbe e angioine, fino ad arrivare alla lunga dominazione ottomana e, quasi in appendice, all’occupazione italiana (1939-1943) e ad una indipendenza (dopo un breve intervallo trascorso sotto il tallone chiodato della Wermacht) che dal 1945 al 1991 si è tradotta nella più dura e repressiva dittatura marxista che l’Occidente abbia mai conosciuto. Poi, la liberazione, che ha aperto una fase di rinascita democratica entusiasmante, ma caratterizzata da torbidi, instabilità politica e corruzione. Oggi chiunque sia disposto ad avventurarsi alla scoperta di questo strano e contraddittorio Paese non può che attendersi un’istruttiva esperienza di tipo socio-culturale. Anche perché, per il momento, l’Albania – terra sicuramente interessante sotto il profilo naturalistico – non può offrire nulla di più, almeno dal punto di vista dell’organizzazione turistica, come la intendiamo noi Italiani, ormai abituati a tutte le comodità.
    L’ultima volta che visitai il Paese delle Aquile fu all’inizio della primavera del 1999, nel pieno della guerra dei Balcani, quando da Pristina e da Kukes la fiumana dei profughi kossovari di etnia albanese si riversava a valle in cerca di salvezza, verso la costa adriatica, protetta dagli elicotteri da attacco americani e soccorsa dai militari dell’esercito italiano. Sembrano passati decenni da quella tragedia. A quel tempo l’Albania era nel caos più completo. Il rovinoso crollo del regime comunista di Enver Hoxa, la conseguente, gravissima crisi economica e politica del 1997 e la successiva emergenza profughi del ’99 sembravano avere affossato per sempre le speranze di rinascita di questa nazione affacciata sul basso Adriatico, ad appena un centinaio di chilometri dalle Puglie. Meno di ottanta chilometri separano infatti il porto di Valona dalla penisola salentina, tanto che nelle limpide giornate invernali è possibile intravedere dall’estremo lembo Sud-Orientale d’Italia le aspre montagne albanesi.
    Oggi, a distanza di quattro anni, sbarco all’aeroporto di Rinas proveniente da Milano Malpensa. Un’ora e mezzo di volo ed eccomi proiettato dalle moderne infrastrutture dello scalo lombardo all’entrata di un’aerostazione il cui aspetto ricorda, almeno per certi versi, un avamposto aeronautico del Khazakistan. Dopo avere superato una serie di controlli piuttosto rigorosi ed in linea con gli standard europei, mi dirigo verso Tirana a bordo di un’auto messa a disposizione dalla DIE (Delegazione Italiana Esperti dell’Esercito) che, sulla base degli accordi bilaterali stipulati nell’agosto del 1997, fornisce un robusto e qualificato supporto alla rinascita organizzativa e funzionale, su modello NATO, del vecchio esercito albanese, prodigandosi anche nella ricostruzione delle fatiscenti infrastrutture viarie del Paese. Lungo la nuova autostrada a quattro corsie che collega Durazzo alla capitale il paesaggio scorre veloce e rettilineo, in una sequenza di nuclei urbani e agricoli disseminati a margine dell’asfalto. La giornata è soleggiata e tiepida e la campagna inizia a riprendersi dall’inverno tra un alternarsi di vecchie e fatiscenti casupole e di nuove cascine dipinte di colori squillanti. Capannoni nuovi di zecca ed empori appena riverniciati spuntano di tanto in tanto tra gli ulivi, i peschi, i mandorli, i platani e i vasti canneti degli acquitrini, popolati da centinaia di tartarughe, ma in gran parte ricoperti di spazzatura e adoperati come discariche abusive. I campi, la cui grassa terra nera fa intuire le potenzialità produttive, sono quasi tutti incolti e lasciati al pascolo di mucche, pecore e capre che vagano tra le migliaia di bunker che punteggiano e interrompono i campi arabili. Se ne contano ancora settecentoquarantamila di svariati tipi, anche se molti dei più piccoli sono stati sradicati con le ruspe e utilizzati per costruire la diga frangiflutti del porto di Durazzo; gli altri sono rimasti e sono stati adibiti a stalle e depositi.
    Messa in ginocchio da secoli di povertà endemica, malnutrizione, analfabetismo e occupazioni straniere, dal 1945 al 1985 l’Albania, ha subito una delle più disumane dittature marxiste: un sistema di repressione scandito da una serie infinita di inutili piani quinquennali e caratterizzato da un controllo poliziesco di stampo cambogiano. Ciò nonostante, la campagna, costellata e rovinata come è dal sovraffollamento dei bunker, riesce ancora ad esprimere un certo fascino vitale, anche se velato da uno strato di sostanziale povertà. I pochi trattori in circolazione sono vecchi, gli aratri meccanici e i camion pure. Le tecniche di raccolta e di allevamento appaiono primordiali, anche se si inizia ad intravedere qualche innovazione tecnologica. Il Paese è infatti in fase di progressiva mutazione, ma le campagne sono le ultime ad essere toccate dal progresso. Spuntano sporadiche colture di agrumi e vigneti, mentre nei paesi, accanto alle moschee e alle poche, rinate chiese ortodosse e cattoliche, incombono ancora decrepite fabbriche costruite dai Cinesi e squallidi «kolchoz» in stile sovietico. Il «vecchio» sta lasciando, insomma, il posto al «nuovo», seppure in maniera non uniforme. Contraddizioni a parte, in Albania si vive, ma soprattutto si spera. Si fa affidamento sul programma di modernizzazione socio-economica avviato dal Primo Ministro Fatos Nano, leader filo-occidentale a capo di una coalizione di Centro-Sinistra abbastanza moderata e allargata che vanta ottimi rapporti con l’Occidente e l’Italia. Qui, nel Paese delle Aquile, la stragrande maggioranza della popolazione guarda infatti con una certa ammirazione al nostro Paese, anche se cerca di dissimulare questo spontaneo atteggiamento dietro una corazza di orgoglio nazionalistico. Sì, perché per lo sviluppo dell’Albania il fattore Italia risulta di fondamentale importanza, come dimostrano i numerosi accordi di cooperazione commerciale e militare stipulati in questi ultimi dieci anni. Il governo italiano sembra essere disposto ad investire molto denaro e risorse in Albania, con lo scopo di favorirne un rapido sviluppo sufficiente per convincere i giovani di questo Paese a non abbandonare la propria terra, riversandosi in Italia o altrove alla ricerca, spesso vana, di un’occupazione stabile e regolare. «Non regalare pesci, ma insegnare a pescare» è il motto preso in prestito da Roma e ben accetto a Tirana. Come ha dichiarato di recente lo stesso Presidente della Repubblica albanese Alfred Moisiu nel corso della sua visita a Roma. Moisiu non si è infatti recato dal Presidente Ciampi per chiedere elemosina, ma per confermare la disponibilità del suo governo «a lavorare con il partner italiano per il raggiungimento di uno scopo comune». Cooperazione è la parola d’ordine. L’Italia fornisce all’Albania denaro e progetti per la modernizzazione della sua economia in cambio di un ruolo di nazione privilegiata dalla quale acquistare tecnologia, beni di consumo e il supporto militare di cui necessita per garantirsi la propria sicurezza. Non a caso l’esercito, la marina, l’aviazione e la polizia albanesi vengono addestrati ed equipaggiati da personale delle forze armate e di sicurezza italiane. Ed è proprio arrivando a Tirana che il visitatore può rendersi conto di quanto l’impegno profuso dal nostro governo venga apprezzato. Basta fare una visita al Ministero degli Esteri (dove la lingua diplomatica è l’italiano) o a quello della Difesa per capire dalla viva voce di ministri, segretari e sottosegretari quanto l’Albania conti sull’aiuto del nostro governo per risollevarsi dalla crisi e per entrare un giorno a fare parte della NATO e della Unione Europea.
    Ma torniamo al cuore di questo sfortunato e strano Paese, in bilico tra arretratezza profonda e crescita verticale. Tirana, nonostante il suo aspetto ancora in parte degradato, mostra i primi segnali di una chiara ed inequivocabile modernizzazione di stampo liberista. Nell’arco degli ultimi quattro anni, grazie anche all’opera del suo sindaco-artista Edi Rama – che per scacciare il grigiore della povertà ha fatto ridipingere con colori vivaci tutte le facciate degli edifici pubblici, risistemando il bel parco cittadino e la centrale Piazza Skanderbeg – la città sta attraversando una  fase di visibile anche se disordinata mutazione. Sono nati come funghi alberghi, negozi, ristoranti, pub, caffè, web café, farmacie, banche, distributori di benzina, quasi tutti pavesati con bandiere nazionali, americane e italiane. Sì, perché – non scordiamolo – l’Albania (con il suo 70% di popolazione musulmana sunnita moderata) non ha pensato due volte ad aderire all’Alleanza Occidentale contro il terrorismo islamico e contro Saddam Hussein. Non a caso un contingente di forze speciali dell’esercito albanese si trova in Afghanistan, a fianco di Italiani e Statunitensi, ed un secondo è in procinto di partire alla volta dell’Irak per aiutare a gestire il territorio nel «dopo» Saddam. Una mossa lungimirante e responsabile con la quale il governo albanese ha dato prova tangibile della sua maturità politica, e del suo interesse a consolidare i suoi rapporti con gli USA, nei cui confronti Tirana dichiara apertamente di avere un grosso debito di riconoscenza.
    Visitiamo Tirana. I suoi oltre seicentomila abitanti sono tutti attratti dal benessere made in Italy e in USA. Una capitale simile ad un cantiere spasmodico, intasato di macchine e camion e soggetto a frequenti black-out nell’erogazione di energia elettrica. Si costruisce probabilmente troppo in fretta e senza andare per il sottile. Ma intanto – aggiungiamo noi – si costruisce, cioè si dota la città di tutti quei servizi moderni, ed anche un po’ frivoli, che al tempo del regime erano impensabili. Non tutti i nuovi palazzi o i residence sono una meraviglia, ma sono comunque meglio dei «loculi» o delle grigie caserme dentro le quali vivevano una  volta centinaia di famiglie. Oggi Tirana risulta essere una città ancora fortemente «scompensata» ed invasa da una moltitudine di ex-contadini e braccianti in cerca di fortuna: una situazione quest’ultima che ha creato non pochi problemi, anche se il governo sta cercando di porvi rimedio. La rapida ricostruzione e l’avvento del progresso hanno attirato sulla capitale molti Albanesi, ma d’altra parte si tratta di un fenomeno che ebbe modo di verificarsi anche nell’Italia del secondo dopoguerra. Anche se parte della popolazione rurale e montana – quella più avanti negli anni – continua a rimanere aggrappata al proprio habitat e ai propri costumi. I pastori continuano a portare le greggi al pascolo tra gli oliveti e i campi, e la legge del kanun vige imperterrita tra i «gheghi», la rude gente dell’estremo Nord.
    Visitando il Paese ciò che colpisce è innanzitutto la natura, ancora in gran parte incontaminata, e il suo ordito di mattoni e cemento elaborato dall’uomo: le già citate oscenità architettoniche del regime si mescolano alla molteplicità di successive (e spesso discutibili) realizzazioni, in parte frutto della nuova speculazione edilizia. Non mancano, come è ovvio, le cose carine e finanche di pregio, come le antiche chiese ortodosse e cattoliche adornate al loro interno da begli affreschi (la quasi totalità di esse furono fatte chiudere dal satrapo Hoxha che nel 1967 pensò bene di vantarsi di governare il primo Stato ateo del mondo), le mal conservate rovine delle fortificazioni bizantine e veneziane di Durazzo, le moschee bianche, i villaggi assolati della costiera e gli antichi borghi montani dell’entroterra, aggrappati alla roccia, al tempo passato, orgogliosi del loro splendido e drammatico isolamento. Sì, perché in Albania le strade, e le infrastrutture in genere, lasciano ancora a desiderare, e parecchio. Visitare a fondo questo Paese non è facile. Bisogna percorrere centinaia di chilometri di strade montane, strette e senza guardrail, affrontare ponti traballanti ed interruzioni. Ma ne vale la pena perché la regione è estremamente luminosa, varia, affascinante, a tratti anche cupa e atroce. Pianure verdi a tratti incolte, colline scarnificate dalle frane, contrafforti e vette aspre, cime innevate, a perdita d’occhio. Un paesaggio da estrema frontiera quello albanese: scavato da fiumi e torrenti impetuosi pieni di trote, costellato da laghi, solcato da gole profonde dalle quali si accede a valli di improvvisa, inattesa bellezza. Per poi risalire, attraverso gli antichi ponti romani della Via Egnatia, lungo ripidi crinali e cime fredde e remote, fitte di abeti e popolate di daini, caprioli, cervi, lupi, linci e persino orsi. Insomma, un’avventura per gli occhi e per lo spirito: un salto a ritroso nel tempo, in una realtà geofisica quasi ai confini dell’Oriente e del mistero; sicuramente oltre i rassicuranti e paciosi panorami naturali ai quali siamo abituati. L’orografia e la natura d’Albania non ricordano la pace bucolica, ma la contesa tra l’uomo e l’ambiente, la lotta per la sopravvivenza. Qui la gente non può permettersi di essere debole o, peggio, romantica. Se si vuole vincere la montagna albanese si deve essere tutt’uno con essa, o al limite un eroe, come il condottiero cristiano Giorgio Castriota Skanderbeg, colui il quale, durante la prima metà del XV secolo, si alleò proprio con questa impervia natura per combattere, respingere e decimare le orde turche provenienti dall’Est.
    Ma ritorniamo a Tirana. Qui, come in altri centri urbani del Paese, ciò che colpisce di più è infatti la netta frattura che separa il nucleo abitativo dall’ambiente esterno. Nelle città albanesi ci si rifugia in cerca di riparo. Della capitale non sono tanto i rari minareti o la sproporzionata Piazza Skanderbeg ad incuriosire, ma l’eclettismo chiassoso dell’agglomerato stesso e del suo habitat architettonico e antropologico. Ciò che colpisce è sostanzialmente la contraddizione, ma anche la commistione, di condizioni urbanistiche e di stili di vita diversi. A Tirana ciò che stupisce sono gli infiniti cantieri a cielo aperto, le strade polverose, il traffico, i bambini mendicanti davanti ai pochi alberghi di lusso, le numerosissime stazioni per il lavaggio auto e il proliferare di negozi, ristoranti, bar e pub d’ogni tipo. Colpisce anche, ma non è una notizia, il continuo proliferare di antenne paraboliche: un segnale che tradisce un’evidente ansia di rivalsa nei confronti del forzato e completo isolamento patito dal Paese durante la dittatura comunista. Sui tetti e lungo le facciate dei palazzi, ma anche delle baracche di periferia, dominano migliaia di antenne satellitari in grado di captare ventiquattro ore su ventiquattro migliaia di notizie e di esempi stereotipati o reali di vita provenienti da altri mondi, alcuni dei quali, ad esempio l’Italia, distanti neanche un centinaio di chilometri. Sì, perché l’Albanese medio, oltre al sogno americano, continua a cullare soprattutto quello italiano, forse perché più a portata di mano. Sono le modelle ingioiellate, i lustrini dell’alta moda, l’apparente dolce opulenza e, soprattutto, il campionato di calcio a fare andare in delirio gli Albanesi. Nel Paese delle Aquile (che pur vanta una Federazione risalente al 1913) il calcio va fortissimo e viene assunto come una droga. Basti pensare che alla fine di marzo (2003) in occasione della partita Albania-Scozia, giocata nello stadio di Tirana, c’erano più di ventimila tifosi sugli spalti, ad urlare e a sventolare bandiere. Ma in Albania, data la scarsa levatura dei tornei locali, si gioisce e si piange soprattutto per le gesta di Juve, Lazio o Milan. Come si seguono, con altrettanto identico spirito emotivo, le avventure del commissario Montalbano: esempio molto apprezzato di mascolina equità, forza, e anche egoismo.
    Ma non è tutto. A dimostrazione dell’effetto quasi ipnotico della televisione italiana sugli Albanesi (a loro parziale giustificazione va ricordato che durante il regime di Hoxha chi veniva scoperto a guardare una qualsiasi emittente straniera si beccava otto anni di lavori forzati) basti pensare che è più seguita una trasmissione come Porta a Porta di Bruno Vespa che non i dibattiti politici tra i supporter del premier socialista Fatos Nano e del suo rivale di Centro-Destra Sali Berisha. Gli Albanesi traspongono e proiettano le loro idee e le loro speranze politiche in personaggi o cause ideologiche estere. Tifano, infatti, per Berlusconi o per D’Alema: proiezioni esponenziali di Berisha e di Nano. Gli unici leader italiani che gli Albanesi proprio non riescono a decifrare sono Bertinotti e Cossutta. Comprensibile: dopo essersi sorbiti una dittatura come quella di Hoxha nessuno da queste parti vuole più sentire parlare di comunismo e marxismo. I pochi Albanesi che rimpiangono il dittatore sono infatti gli orfani del passato regime, gli ex-privilegiati, cioè poche migliaia di burocrati e poliziotti rimasti a spasso. Ma se è vero che gli Albanesi continuano a sognare l’Italia attraverso i nostri ripetitori, è altrettanto vero che qui la gente – che non è affatto stupida e meno che mai priva di iniziativa – ha fatto presto a capire che può cavarsela in proprio. Non a caso, giusto in questi ultimi anni, in Albania sono sorte un mucchio di emittenti, circa settantacinque, alcune delle quali, a dire il vero, piuttosto ben strutturate, seppure clonate da quelle italiane.
    Ma torniamo a passeggiare lungo le strade cittadine. Se nell’intimo delle abitazioni o nei locali le emittenti la fanno da padrone, lungo le sconnesse arterie albanesi le auto, moltiplicatesi a dismisura, si stanno aprendo un varco negli usi e costumi di un popolo che fino a dieci anni fa aveva maggiore confidenza con il carretto trainato dall’asino. I tempi in cui un ingegnere guadagnava al massimo dieci dollari al mese sono, per fortuna, finiti e l’attuale lenta e disordinata crescita economica consente anche di sognare on the road. Per un Albanese medio possedere un’auto non è più un miraggio consumistico; non è più un affare per pochi (cioè un benefit per i burocrati di partito). A fronte di un salario medio che si aggira intorno alle centocinquanta-duecentimila lire al mese, si può tentare l’acquisto. A condizione di optare per l’usato o anche per le provenienze meno chiare. Le strade, soprattutto quelle di Tirana, sono un ingorgo di automobili, gran parte di grossa cilindrata, quasi tutte Mercedes, mal gestito da un piccolo esercito di poliziotti le cui divise assomigliano a quelle di trascurate guardie giurate. I vigili fanno quello che possono per cercare di regolare il traffico. Affibbiano persino multe, ma stentano comunque ad arginare il fenomeno della guida pericolosa e della sostanziale allegra noncuranza nei confronti di divieti e precedenze. La frenesia a quattro ruote prevarica la legge e ci vorrà del tempo per giungere al completo rispetto del codice della strada.
    Dalle strade ai ristoranti e all’alimentazione. Sembra passato un  secolo da quando, sempre durante il regime comunista, per acquistare mezzo litro di latte un cittadino albanese doveva alzarsi alle tre del mattino e farsi lunghe ore di fila davanti agli spacci autorizzati. O come quando per acquistare un etto di carne l’attesa cominciava dalla sera precedente, aspettando i camion che giungevano dalle campagne. Oggi tutto è cambiato e in Albania, sotto questo aspetto, non sembra mancare proprio nulla o quasi. I negozi di prodotti alimentari non si contano, i mercati pure. Le bancarelle abbondano di frutta e verdura, e le macellerie spingono il turista a farsi vegetariano. La carne – generalmente di buona qualità – la si continua, infatti, a tagliare e a frollare come una volta, cioè per terra, in un nugolo di mosche. I locali, comunque, non sembrano farci caso e alla fettina, se possono, non rinunciano, anche se l’igiene scarseggia e i NAS appartengono ancora alla fantascienza. Tutti comprano e vendono a suon di lek, moneta dal valore piuttosto evanescente. Nella nuova Albania l’offerta è sempre svelta a soddisfare la domanda. A Tirana, come si è detto, tutto è rintracciabile: dall’impianto hi-fi alla lavastoviglie, dal vino italiano allo champagne, dall’auto di lusso all’utilitaria, dal martello pneumatico al telefonino ultimo modello, dalla pizza ai gamberoni. Sarà il capitale lecito, ma più frequentemente illecito, accumulatosi e messo in circolazione nel Paese; sarà l’onda lunga degli aiuti finanziari internazionali o il beneficio derivante dalle commesse dei settecentomila Albanesi emigrati all’estero. Sarà il miracolo del nuovo millennio, ma Tirana non è più la città del 1991, cioè dell’anno zero, quando, dopo la rivolta degli studenti, bande di disperati armati fino ai denti presero il sopravvento, dando la caccia e appendendo agli alberi gli odiati miliziani di Hoxha e saccheggiando i depositi della farina e del pane. Fa un certo effetto ritrovare lungo i boulevard di Tirana un tempo macchiati di sangue e cosparsi di cadaveri, tanti giovani, vestiti più o meno alla moda, che bazzicano da un bar all’altro, da un pub ad una discoteca a caccia di musica, di drink e di libertà: in cerca di Occidente, insomma. Questi giovani, che indossano le braghe e i giubbotti sdruciti dei loro ben più fortunati e viziati coetanei italiani con l’anello al naso e la pancia rimpinzata di merendine, non ambiscono affatto a qualche sorta di rivoluzione sociale e non inneggiano ai miti no-global. Venuti fuori da famiglie vissute in gran parte nella più sostanziale miseria e ingiustizia, i ragazzi albanesi desiderano soltanto diventare occidentali e, entro certi limiti, consumare ciò che il capitalismo ha già profuso a piene mani, fino alla nausea, ai loro coetanei italiani. L’obiettivo dei giovani, e soprattutto degli studenti albanesi, è lavorare e progredire economicamente e socialmente. Non a caso, da qualche anno a questa parte e soprattutto nelle città, si sta sviluppando una sorta di nuovo ceto medio laico e liberista, costituito dai commercianti più intraprendenti, dai più svelti funzionari dell’amministrazione pubblica rientrati in patria dopo esperienze all’estero, dai giornalisti della nuova generazione e dagli intellettuali. Sì, dagli intellettuali. Perché in Albania i «veri» intellettuali considerano l’avvento e il consolidamento della borghesia come l’unico fatto veramente rivoluzionario ed auspicabile, sia sotto il profilo economico che culturale. Ma non c’è da stupirsi più di tanto. In un Paese che per decenni è stato governato da una ristretta nomenclatura di partito che aveva come unico scopo quello di costringere l’intera popolazione ad una sorta di sottomissione feudale, ciò è più che normale.
    L’esplosione della cantieristica urbana, di cui abbiamo parlato e che caratterizza gran parte dell’attività nazionale, ha innescato un ciclo virtuoso, ma anche una certa corruzione, soprattutto in taluni settori dell’amministrazione pubblica che risentono ancora di decenni di economia chiusa e di mentalità da clan. Si tratta di un fenomeno ovviamente negativo, ma forse fisiologico che spesso, nei Paesi arretrati, si accompagna alla eccessiva, spasmodica voglia di fare e di migliorare. Attenzione però a non fare di tutta un’erba un fascio: nell’insieme, gli Albanesi lavorano sodo e onestamente.
    Anagraficamente il Paese è molto giovane (l’età media non supera i ventisei anni); l’indice di scolarizzazione sta crescendo rapidamente; la popolazione globale è contenuta (poco più di tre milioni di abitanti); il sottosuolo albanese è ricco di minerali, gas e petrolio; le campagne, se adeguatamente sfruttate, potrebbero fornire una grande quantità e varietà di prodotti. Il paesaggio, soprattutto quello del litorale adriatico, potrebbe essere sfruttato a fini turistici. Insomma, le potenzialità per una crescita sussistono e i giovani imprenditori albanesi – se giustamente istruiti, indirizzati e sostenuti – potrebbero trasformare il volto della loro nazione. Ed è proprio in quest’ottica che si muove il nostro governo, giustamente interessato a fare sì che l’Albania si affranchi al più presto dai suoi mali endemici. Non più quindi inutili sovvenzioni a pioggia, ma programmi di sviluppo e finanziamento mirati e studiati. A chiederlo sono gli stessi Albanesi. «L’Italia – spiegano al Ministero dell’Economia – è il primo “donatore” bilaterale dell’Albania (davanti a Germania e Stati Uniti) e terzo assoluto dopo l’Unione Europea e la Banca Mondiale, sia per quanto riguarda gli impegni che per le somme effettivamente erogate (circa il 15% del totale). Il 9 aprile 2002 i governi di Roma e di Tirana hanno firmato il nuovo «Protocollo Triennale di Cooperazione 2002-2004» che comporterà esborsi per complessivi duecento milioni di euro (che si vanno ad aggiungere ai quattrocento erogati nel periodo 1991-2001)». Nella fattispecie, il governo italiano si è impegnato nei seguenti progetti di sviluppo: fornitura di energia elettrica (trenta milioni di euro) per fare fronte alla grave carenza di energia che paralizza il sistema produttivo; interventi di costruzione ed ammodernamento delle condotte idriche, delle strade, delle ferrovie e ripristino del porto di Valona; aperture di credito e assistenza tecnica per aziende di Stato e private; interventi a sostegno delle scuole primarie e secondarie e delle università; incentivi per l’agricoltura (fornitura di mezzi agricoli, nuove colture, irrigazioni); assistenza nel settore ambientale, ecologico, culturale, istituzionale, sociale e della formazione professionale. Oltre a ciò, nell’ambito del «Patto di Stabilità» per l’area balcanica, approvato dal Parlamento italiano con la legge 84/2001, è stato disposto uno stanziamento aggiuntivo di cento miliardi di vecchie lire da destinare ad attività di sviluppo e democratizzazione dell’intera area balcanica. Con queste premesse si può quindi azzardare che – come sostiene lo stesso governo di Tirana – nell’arco di due, tre anni  l’Albania potrà – grazie al sostanzioso appoggio politico-economico e militare italiano – uscire definitivamente dall’attuale «situazione di emergenza», imboccando finalmente una rapida e costante ripresa nella legalità, quella che dovrebbe anche estinguere del tutto il doloroso fenomeno dell’emigrazione. E chissà che a quel punto non siano proprio le imprese e gli investitori italiani a dare vita ad un esodo contrario per contribuire anch’essi a trasformare (ci venga concesso un eccesso di ottimismo) il Paese delle Aquile in una nuova Svizzera balcanica affacciata su un mare da sogno.
(anno 2003)