Viaggio
nel Paese delle Aquile
L’Albania
tra passato, presente e futuro. Istantanea di una nazione e di un
popolo ancora a mezza strada tra arretratezza profonda e progresso
di Alberto
Rosselli
Shqipëria
è l’ostico nome, pronunciato in antica lingua arbëreshe,
con il quale gli Albanesi chiamano la loro patria, la più
piccola e meno conosciuta nazione dei Balcani: un Paese che, a partire
dalla vittoriosa rivolta studentesca dell’inverno del
’91
contro il regime comunista di Ramiz Alia (successore del despota Enver
Hoxha), sembra essere improvvisamente ricomparso sulla carta geografica
d’Europa. Anche se l’Albania è una
realtà ben
più antica, la cui storia affonda le radici in un passato
molto
lontano, quando il popolo degli Illiri (di presunta provenienza
anatolica) si insediò in questo territorio. Seguì
poi la
conquista romana, le calamità barbariche, il dominio
bizantino e
le ondate normanne, sveve, serbe e angioine, fino ad arrivare alla
lunga dominazione ottomana e, quasi in appendice,
all’occupazione
italiana (1939-1943) e ad una indipendenza (dopo un breve intervallo
trascorso sotto il tallone chiodato della Wermacht) che dal 1945 al
1991 si è tradotta nella più dura e repressiva
dittatura
marxista che l’Occidente abbia mai conosciuto. Poi, la
liberazione, che ha aperto una fase di rinascita democratica
entusiasmante, ma caratterizzata da torbidi, instabilità
politica e corruzione. Oggi chiunque sia disposto ad avventurarsi alla
scoperta di questo strano e contraddittorio Paese non può
che
attendersi un’istruttiva esperienza di tipo socio-culturale.
Anche perché, per il momento, l’Albania
– terra
sicuramente interessante sotto il profilo naturalistico – non
può offrire nulla di più, almeno dal punto di
vista
dell’organizzazione turistica, come la intendiamo noi
Italiani,
ormai abituati a tutte le comodità.
L’ultima volta che visitai il
Paese delle
Aquile fu all’inizio della primavera del 1999, nel pieno
della
guerra dei Balcani, quando da Pristina e da Kukes la fiumana dei
profughi kossovari di etnia albanese si riversava a valle in cerca di
salvezza, verso la costa adriatica, protetta dagli elicotteri da
attacco americani e soccorsa dai militari dell’esercito
italiano.
Sembrano passati decenni da quella tragedia. A quel tempo
l’Albania era nel caos più completo. Il rovinoso
crollo
del regime comunista di Enver Hoxa, la conseguente, gravissima crisi
economica e politica del 1997 e la successiva emergenza profughi del
’99 sembravano avere affossato per sempre le speranze di
rinascita di questa nazione affacciata sul basso Adriatico, ad appena
un centinaio di chilometri dalle Puglie. Meno di ottanta chilometri
separano infatti il porto di Valona dalla penisola salentina, tanto che
nelle limpide giornate invernali è possibile intravedere
dall’estremo lembo Sud-Orientale d’Italia le aspre
montagne
albanesi.
Oggi, a distanza di quattro anni, sbarco
all’aeroporto di Rinas proveniente da Milano Malpensa.
Un’ora e mezzo di volo ed eccomi proiettato dalle moderne
infrastrutture dello scalo lombardo all’entrata di
un’aerostazione il cui aspetto ricorda, almeno per certi
versi,
un avamposto aeronautico del Khazakistan. Dopo avere superato una serie
di controlli piuttosto rigorosi ed in linea con gli standard europei,
mi dirigo verso Tirana a bordo di un’auto messa a
disposizione
dalla DIE (Delegazione Italiana Esperti dell’Esercito) che,
sulla
base degli accordi bilaterali stipulati nell’agosto del 1997,
fornisce un robusto e qualificato supporto alla rinascita organizzativa
e funzionale, su modello NATO, del vecchio esercito albanese,
prodigandosi anche nella ricostruzione delle fatiscenti infrastrutture
viarie del Paese. Lungo la nuova autostrada a quattro corsie che
collega Durazzo alla capitale il paesaggio scorre veloce e rettilineo,
in una sequenza di nuclei urbani e agricoli disseminati a margine
dell’asfalto. La giornata è soleggiata e tiepida e
la
campagna inizia a riprendersi dall’inverno tra un alternarsi
di
vecchie e fatiscenti casupole e di nuove cascine dipinte di colori
squillanti. Capannoni nuovi di zecca ed empori appena riverniciati
spuntano di tanto in tanto tra gli ulivi, i peschi, i mandorli, i
platani e i vasti canneti degli acquitrini, popolati da centinaia di
tartarughe, ma in gran parte ricoperti di spazzatura e adoperati come
discariche abusive. I campi, la cui grassa terra nera fa intuire le
potenzialità produttive, sono quasi tutti incolti e lasciati
al
pascolo di mucche, pecore e capre che vagano tra le migliaia di bunker
che punteggiano e interrompono i campi arabili. Se ne contano ancora
settecentoquarantamila di svariati tipi, anche se molti dei
più
piccoli sono stati sradicati con le ruspe e utilizzati per costruire la
diga frangiflutti del porto di Durazzo; gli altri sono rimasti e sono
stati adibiti a stalle e depositi.
Messa in ginocchio da secoli di
povertà
endemica, malnutrizione, analfabetismo e occupazioni straniere, dal
1945 al 1985 l’Albania, ha subito una delle più
disumane
dittature marxiste: un sistema di repressione scandito da una serie
infinita di inutili piani quinquennali e caratterizzato da un controllo
poliziesco di stampo cambogiano. Ciò nonostante, la
campagna,
costellata e rovinata come è dal sovraffollamento dei
bunker,
riesce ancora ad esprimere un certo fascino vitale, anche se velato da
uno strato di sostanziale povertà. I pochi trattori in
circolazione sono vecchi, gli aratri meccanici e i camion pure. Le
tecniche di raccolta e di allevamento appaiono primordiali, anche se si
inizia ad intravedere qualche innovazione tecnologica. Il Paese
è infatti in fase di progressiva mutazione, ma le campagne
sono
le ultime ad essere toccate dal progresso. Spuntano sporadiche colture
di agrumi e vigneti, mentre nei paesi, accanto alle moschee e alle
poche, rinate chiese ortodosse e cattoliche, incombono ancora decrepite
fabbriche costruite dai Cinesi e squallidi
«kolchoz» in
stile sovietico. Il «vecchio» sta lasciando,
insomma, il
posto al «nuovo», seppure in maniera non uniforme.
Contraddizioni a parte, in Albania si vive, ma soprattutto si spera. Si
fa affidamento sul programma di modernizzazione socio-economica avviato
dal Primo Ministro Fatos Nano, leader filo-occidentale a capo di una
coalizione di Centro-Sinistra abbastanza moderata e allargata che vanta
ottimi rapporti con l’Occidente e l’Italia. Qui,
nel Paese
delle Aquile, la stragrande maggioranza della popolazione guarda
infatti con una certa ammirazione al nostro Paese, anche se cerca di
dissimulare questo spontaneo atteggiamento dietro una corazza di
orgoglio nazionalistico. Sì, perché per lo
sviluppo
dell’Albania il fattore Italia risulta di fondamentale
importanza, come dimostrano i numerosi accordi di cooperazione
commerciale e militare stipulati in questi ultimi dieci anni. Il
governo italiano sembra essere disposto ad investire molto denaro e
risorse in Albania, con lo scopo di favorirne un rapido sviluppo
sufficiente per convincere i giovani di questo Paese a non abbandonare
la propria terra, riversandosi in Italia o altrove alla ricerca, spesso
vana, di un’occupazione stabile e regolare. «Non
regalare
pesci, ma insegnare a pescare» è il motto preso in
prestito da Roma e ben accetto a Tirana. Come ha dichiarato di recente
lo stesso Presidente della Repubblica albanese Alfred Moisiu nel corso
della sua visita a Roma. Moisiu non si è infatti recato dal
Presidente Ciampi per chiedere elemosina, ma per confermare la
disponibilità del suo governo «a lavorare con il
partner
italiano per il raggiungimento di uno scopo comune».
Cooperazione
è la parola d’ordine. L’Italia fornisce
all’Albania denaro e progetti per la modernizzazione della
sua
economia in cambio di un ruolo di nazione privilegiata dalla quale
acquistare tecnologia, beni di consumo e il supporto militare di cui
necessita per garantirsi la propria sicurezza. Non a caso
l’esercito, la marina, l’aviazione e la polizia
albanesi
vengono addestrati ed equipaggiati da personale delle forze armate e di
sicurezza italiane. Ed è proprio arrivando a Tirana che il
visitatore può rendersi conto di quanto l’impegno
profuso
dal nostro governo venga apprezzato. Basta fare una visita al Ministero
degli Esteri (dove la lingua diplomatica è
l’italiano) o a
quello della Difesa per capire dalla viva voce di ministri, segretari e
sottosegretari quanto l’Albania conti sull’aiuto
del nostro
governo per risollevarsi dalla crisi e per entrare un giorno a fare
parte della NATO e della Unione Europea.
Ma torniamo al cuore di questo
sfortunato e strano
Paese, in bilico tra arretratezza profonda e crescita verticale.
Tirana, nonostante il suo aspetto ancora in parte degradato, mostra i
primi segnali di una chiara ed inequivocabile modernizzazione di stampo
liberista. Nell’arco degli ultimi quattro anni, grazie anche
all’opera del suo sindaco-artista Edi Rama – che
per
scacciare il grigiore della povertà ha fatto ridipingere con
colori vivaci tutte le facciate degli edifici pubblici, risistemando il
bel parco cittadino e la centrale Piazza Skanderbeg – la
città sta attraversando una fase di visibile anche
se
disordinata mutazione. Sono nati come funghi alberghi, negozi,
ristoranti, pub, caffè, web café, farmacie,
banche,
distributori di benzina, quasi tutti pavesati con bandiere nazionali,
americane e italiane. Sì, perché – non
scordiamolo
– l’Albania (con il suo 70% di popolazione
musulmana
sunnita moderata) non ha pensato due volte ad aderire
all’Alleanza Occidentale contro il terrorismo islamico e
contro
Saddam Hussein. Non a caso un contingente di forze speciali
dell’esercito albanese si trova in Afghanistan, a fianco di
Italiani e Statunitensi, ed un secondo è in procinto di
partire
alla volta dell’Irak per aiutare a gestire il territorio nel
«dopo» Saddam. Una mossa lungimirante e
responsabile con la
quale il governo albanese ha dato prova tangibile della sua
maturità politica, e del suo interesse a consolidare i suoi
rapporti con gli USA, nei cui confronti Tirana dichiara apertamente di
avere un grosso debito di riconoscenza.
Visitiamo Tirana. I suoi oltre
seicentomila abitanti sono tutti attratti dal benessere made in Italy e in USA. Una
capitale simile ad un cantiere spasmodico, intasato di macchine e
camion e soggetto a frequenti black-out
nell’erogazione di energia elettrica. Si costruisce
probabilmente
troppo in fretta e senza andare per il sottile. Ma intanto –
aggiungiamo noi – si costruisce, cioè si dota la
città di tutti quei servizi moderni, ed anche un
po’
frivoli, che al tempo del regime erano impensabili. Non tutti i nuovi
palazzi o i residence sono una meraviglia, ma sono comunque meglio dei
«loculi» o delle grigie caserme dentro le quali
vivevano
una volta centinaia di famiglie. Oggi Tirana risulta essere
una
città ancora fortemente «scompensata» ed
invasa da
una moltitudine di ex-contadini e braccianti in cerca di fortuna: una
situazione quest’ultima che ha creato non pochi problemi,
anche
se il governo sta cercando di porvi rimedio. La rapida ricostruzione e
l’avvento del progresso hanno attirato sulla capitale molti
Albanesi, ma d’altra parte si tratta di un fenomeno che ebbe
modo
di verificarsi anche nell’Italia del secondo dopoguerra.
Anche se
parte della popolazione rurale e montana – quella
più
avanti negli anni – continua a rimanere aggrappata al proprio
habitat e ai propri costumi. I pastori continuano a portare le greggi
al pascolo tra gli oliveti e i campi, e la legge del kanun vige
imperterrita tra i «gheghi», la rude gente
dell’estremo Nord.
Visitando il Paese ciò che
colpisce è
innanzitutto la natura, ancora in gran parte incontaminata, e il suo
ordito di mattoni e cemento elaborato dall’uomo: le
già
citate oscenità architettoniche del regime si mescolano alla
molteplicità di successive (e spesso discutibili)
realizzazioni,
in parte frutto della nuova speculazione edilizia. Non mancano, come
è ovvio, le cose carine e finanche di pregio, come le
antiche
chiese ortodosse e cattoliche adornate al loro interno da begli
affreschi (la quasi totalità di esse furono fatte chiudere
dal
satrapo Hoxha che nel 1967 pensò bene di vantarsi di
governare
il primo Stato ateo del mondo), le mal conservate rovine delle
fortificazioni bizantine e veneziane di Durazzo, le moschee bianche, i
villaggi assolati della costiera e gli antichi borghi montani
dell’entroterra, aggrappati alla roccia, al tempo passato,
orgogliosi del loro splendido e drammatico isolamento. Sì,
perché in Albania le strade, e le infrastrutture in genere,
lasciano ancora a desiderare, e parecchio. Visitare a fondo questo
Paese non è facile. Bisogna percorrere centinaia di
chilometri
di strade montane, strette e senza guardrail, affrontare ponti
traballanti ed interruzioni. Ma ne vale la pena perché la
regione è estremamente luminosa, varia, affascinante, a
tratti
anche cupa e atroce. Pianure verdi a tratti incolte, colline
scarnificate dalle frane, contrafforti e vette aspre, cime innevate, a
perdita d’occhio. Un paesaggio da estrema frontiera quello
albanese: scavato da fiumi e torrenti impetuosi pieni di trote,
costellato da laghi, solcato da gole profonde dalle quali si accede a
valli di improvvisa, inattesa bellezza. Per poi risalire, attraverso
gli antichi ponti romani della Via Egnatia, lungo ripidi crinali e cime
fredde e remote, fitte di abeti e popolate di daini, caprioli, cervi,
lupi, linci e persino orsi. Insomma, un’avventura per gli
occhi e
per lo spirito: un salto a ritroso nel tempo, in una realtà
geofisica quasi ai confini dell’Oriente e del mistero;
sicuramente oltre i rassicuranti e paciosi panorami naturali ai quali
siamo abituati. L’orografia e la natura d’Albania
non
ricordano la pace bucolica, ma la contesa tra l’uomo e
l’ambiente, la lotta per la sopravvivenza. Qui la gente non
può permettersi di essere debole o, peggio, romantica. Se si
vuole vincere la montagna albanese si deve essere tutt’uno
con
essa, o al limite un eroe, come il condottiero cristiano Giorgio
Castriota Skanderbeg, colui il quale, durante la prima metà
del
XV secolo, si alleò proprio con questa impervia natura per
combattere, respingere e decimare le orde turche provenienti
dall’Est.
Ma ritorniamo a Tirana. Qui, come in
altri centri
urbani del Paese, ciò che colpisce di più
è
infatti la netta frattura che separa il nucleo abitativo
dall’ambiente esterno. Nelle città albanesi ci si
rifugia
in cerca di riparo. Della capitale non sono tanto i rari minareti o la
sproporzionata Piazza Skanderbeg ad incuriosire, ma
l’eclettismo
chiassoso dell’agglomerato stesso e del suo habitat
architettonico e antropologico. Ciò che colpisce
è
sostanzialmente la contraddizione, ma anche la commistione, di
condizioni urbanistiche e di stili di vita diversi. A Tirana
ciò
che stupisce sono gli infiniti cantieri a cielo aperto, le strade
polverose, il traffico, i bambini mendicanti davanti ai pochi alberghi
di lusso, le numerosissime stazioni per il lavaggio auto e il
proliferare di negozi, ristoranti, bar e pub d’ogni tipo.
Colpisce anche, ma non è una notizia, il continuo
proliferare di
antenne paraboliche: un segnale che tradisce un’evidente
ansia di
rivalsa nei confronti del forzato e completo isolamento patito dal
Paese durante la dittatura comunista. Sui tetti e lungo le facciate dei
palazzi, ma anche delle baracche di periferia, dominano migliaia di
antenne satellitari in grado di captare ventiquattro ore su
ventiquattro migliaia di notizie e di esempi stereotipati o reali di
vita provenienti da altri mondi, alcuni dei quali, ad esempio
l’Italia, distanti neanche un centinaio di chilometri.
Sì,
perché l’Albanese medio, oltre al sogno americano,
continua a cullare soprattutto quello italiano, forse perché
più a portata di mano. Sono le modelle ingioiellate, i
lustrini
dell’alta moda, l’apparente dolce opulenza e,
soprattutto,
il campionato di calcio a fare andare in delirio gli Albanesi. Nel
Paese delle Aquile (che pur vanta una Federazione risalente al 1913) il
calcio va fortissimo e viene assunto come una droga. Basti pensare che
alla fine di marzo (2003) in occasione della partita Albania-Scozia,
giocata nello stadio di Tirana, c’erano più di
ventimila
tifosi sugli spalti, ad urlare e a sventolare bandiere. Ma in Albania,
data la scarsa levatura dei tornei locali, si gioisce e si piange
soprattutto per le gesta di Juve, Lazio o Milan. Come si seguono, con
altrettanto identico spirito emotivo, le avventure del commissario
Montalbano: esempio molto apprezzato di mascolina equità,
forza,
e anche egoismo.
Ma non è tutto. A
dimostrazione
dell’effetto quasi ipnotico della televisione italiana sugli
Albanesi (a loro parziale giustificazione va ricordato che durante il
regime di Hoxha chi veniva scoperto a guardare una qualsiasi emittente
straniera si beccava otto anni di lavori forzati) basti pensare che
è più seguita una trasmissione come Porta a Porta
di Bruno Vespa che non i dibattiti politici tra i supporter del premier
socialista Fatos Nano e del suo rivale di Centro-Destra Sali Berisha.
Gli Albanesi traspongono e proiettano le loro idee e le loro speranze
politiche in personaggi o cause ideologiche estere. Tifano, infatti,
per Berlusconi o per D’Alema: proiezioni esponenziali di
Berisha
e di Nano. Gli unici leader italiani che gli Albanesi proprio non
riescono a decifrare sono Bertinotti e Cossutta. Comprensibile: dopo
essersi sorbiti una dittatura come quella di Hoxha nessuno da queste
parti vuole più sentire parlare di comunismo e marxismo. I
pochi
Albanesi che rimpiangono il dittatore sono infatti gli orfani del
passato regime, gli ex-privilegiati, cioè poche migliaia di
burocrati e poliziotti rimasti a spasso. Ma se è vero che
gli
Albanesi continuano a sognare l’Italia attraverso i nostri
ripetitori, è altrettanto vero che qui la gente –
che non
è affatto stupida e meno che mai priva di iniziativa
– ha
fatto presto a capire che può cavarsela in proprio. Non a
caso,
giusto in questi ultimi anni, in Albania sono sorte un mucchio di
emittenti, circa settantacinque, alcune delle quali, a dire il vero,
piuttosto ben strutturate, seppure clonate da quelle italiane.
Ma torniamo a passeggiare lungo le
strade cittadine.
Se nell’intimo delle abitazioni o nei locali le emittenti la
fanno da padrone, lungo le sconnesse arterie albanesi le auto,
moltiplicatesi a dismisura, si stanno aprendo un varco negli usi e
costumi di un popolo che fino a dieci anni fa aveva maggiore confidenza
con il carretto trainato dall’asino. I tempi in cui un
ingegnere
guadagnava al massimo dieci dollari al mese sono, per fortuna, finiti e
l’attuale lenta e disordinata crescita economica consente
anche
di sognare on the road.
Per
un Albanese medio possedere un’auto non è
più un
miraggio consumistico; non è più un affare per
pochi
(cioè un benefit
per i
burocrati di partito). A fronte di un salario medio che si aggira
intorno alle centocinquanta-duecentimila lire al mese, si
può
tentare l’acquisto. A condizione di optare per
l’usato o
anche per le provenienze meno chiare. Le strade, soprattutto quelle di
Tirana, sono un ingorgo di automobili, gran parte di grossa cilindrata,
quasi tutte Mercedes, mal gestito da un piccolo esercito di poliziotti
le cui divise assomigliano a quelle di trascurate guardie giurate. I
vigili fanno quello che possono per cercare di regolare il traffico.
Affibbiano persino multe, ma stentano comunque ad arginare il fenomeno
della guida pericolosa e della sostanziale allegra noncuranza nei
confronti di divieti e precedenze. La frenesia a quattro ruote
prevarica la legge e ci vorrà del tempo per giungere al
completo
rispetto del codice della strada.
Dalle strade ai ristoranti e
all’alimentazione. Sembra passato un secolo da
quando,
sempre durante il regime comunista, per acquistare mezzo litro di latte
un cittadino albanese doveva alzarsi alle tre del mattino e farsi
lunghe ore di fila davanti agli spacci autorizzati. O come quando per
acquistare un etto di carne l’attesa cominciava dalla sera
precedente, aspettando i camion che giungevano dalle campagne. Oggi
tutto è cambiato e in Albania, sotto questo aspetto, non
sembra
mancare proprio nulla o quasi. I negozi di prodotti alimentari non si
contano, i mercati pure. Le bancarelle abbondano di frutta e verdura, e
le macellerie spingono il turista a farsi vegetariano. La carne
–
generalmente di buona qualità – la si continua,
infatti, a
tagliare e a frollare come una volta, cioè per terra, in un
nugolo di mosche. I locali, comunque, non sembrano farci caso e alla
fettina, se possono, non rinunciano, anche se l’igiene
scarseggia
e i NAS appartengono ancora alla fantascienza. Tutti comprano e vendono
a suon di lek,
moneta dal
valore piuttosto evanescente. Nella nuova Albania l’offerta
è sempre svelta a soddisfare la domanda. A Tirana, come si
è detto, tutto è rintracciabile:
dall’impianto
hi-fi alla lavastoviglie, dal vino italiano allo champagne,
dall’auto di lusso all’utilitaria, dal martello
pneumatico
al telefonino ultimo modello, dalla pizza ai gamberoni. Sarà
il
capitale lecito, ma più frequentemente illecito,
accumulatosi e
messo in circolazione nel Paese; sarà l’onda lunga
degli
aiuti finanziari internazionali o il beneficio derivante dalle commesse
dei settecentomila Albanesi emigrati all’estero.
Sarà il
miracolo del nuovo millennio, ma Tirana non è più
la
città del 1991, cioè dell’anno zero,
quando, dopo
la rivolta degli studenti, bande di disperati armati fino ai denti
presero il sopravvento, dando la caccia e appendendo agli alberi gli
odiati miliziani di Hoxha e saccheggiando i depositi della farina e del
pane. Fa un certo effetto ritrovare lungo i boulevard di Tirana un
tempo macchiati di sangue e cosparsi di cadaveri, tanti giovani,
vestiti più o meno alla moda, che bazzicano da un bar
all’altro, da un pub ad una discoteca a caccia di musica, di drink
e di libertà: in cerca di Occidente, insomma. Questi
giovani,
che indossano le braghe e i giubbotti sdruciti dei loro ben
più
fortunati e viziati coetanei italiani con l’anello al naso e
la
pancia rimpinzata di merendine, non ambiscono affatto a qualche sorta
di rivoluzione sociale e non inneggiano ai miti no-global.
Venuti fuori da famiglie vissute in gran parte nella più
sostanziale miseria e ingiustizia, i ragazzi albanesi desiderano
soltanto diventare occidentali e, entro certi limiti, consumare
ciò che il capitalismo ha già profuso a piene
mani, fino
alla nausea, ai loro coetanei italiani. L’obiettivo dei
giovani,
e soprattutto degli studenti albanesi, è lavorare e
progredire
economicamente e socialmente. Non a caso, da qualche anno a questa
parte e soprattutto nelle città, si sta sviluppando una
sorta di
nuovo ceto medio laico e liberista, costituito dai commercianti
più intraprendenti, dai più svelti funzionari
dell’amministrazione pubblica rientrati in patria dopo
esperienze
all’estero, dai giornalisti della nuova generazione e dagli
intellettuali. Sì, dagli intellettuali. Perché in
Albania
i «veri» intellettuali considerano
l’avvento e il
consolidamento della borghesia come l’unico fatto veramente
rivoluzionario ed auspicabile, sia sotto il profilo economico che
culturale. Ma non c’è da stupirsi più
di tanto. In
un Paese che per decenni è stato governato da una ristretta
nomenclatura di partito che aveva come unico scopo quello di
costringere l’intera popolazione ad una sorta di
sottomissione
feudale, ciò è più che normale.
L’esplosione della
cantieristica urbana, di
cui abbiamo parlato e che caratterizza gran parte
dell’attività nazionale, ha innescato un ciclo
virtuoso,
ma anche una certa corruzione, soprattutto in taluni settori
dell’amministrazione pubblica che risentono ancora di decenni
di
economia chiusa e di mentalità da clan. Si tratta di un
fenomeno
ovviamente negativo, ma forse fisiologico che spesso, nei Paesi
arretrati, si accompagna alla eccessiva, spasmodica voglia di fare e di
migliorare. Attenzione però a non fare di tutta
un’erba un
fascio: nell’insieme, gli Albanesi lavorano sodo e
onestamente.
Anagraficamente il Paese è
molto giovane
(l’età media non supera i ventisei anni);
l’indice
di scolarizzazione sta crescendo rapidamente; la popolazione globale
è contenuta (poco più di tre milioni di
abitanti); il
sottosuolo albanese è ricco di minerali, gas e petrolio; le
campagne, se adeguatamente sfruttate, potrebbero fornire una grande
quantità e varietà di prodotti. Il paesaggio,
soprattutto
quello del litorale adriatico, potrebbe essere sfruttato a fini
turistici. Insomma, le potenzialità per una crescita
sussistono
e i giovani imprenditori albanesi – se giustamente istruiti,
indirizzati e sostenuti – potrebbero trasformare il volto
della
loro nazione. Ed è proprio in quest’ottica che si
muove il
nostro governo, giustamente interessato a fare sì che
l’Albania si affranchi al più presto dai suoi mali
endemici. Non più quindi inutili sovvenzioni a pioggia, ma
programmi di sviluppo e finanziamento mirati e studiati. A chiederlo
sono gli stessi Albanesi. «L’Italia –
spiegano al
Ministero dell’Economia – è il primo
“donatore” bilaterale dell’Albania
(davanti a
Germania e Stati Uniti) e terzo assoluto dopo l’Unione
Europea e
la Banca Mondiale, sia per quanto riguarda gli impegni che per le somme
effettivamente erogate (circa il 15% del totale). Il 9 aprile 2002 i
governi di Roma e di Tirana hanno firmato il nuovo
«Protocollo
Triennale di Cooperazione 2002-2004» che
comporterà
esborsi per complessivi duecento milioni di euro (che si vanno ad
aggiungere ai quattrocento erogati nel periodo 1991-2001)».
Nella
fattispecie, il governo italiano si è impegnato nei seguenti
progetti di sviluppo: fornitura di energia elettrica (trenta milioni di
euro) per fare fronte alla grave carenza di energia che paralizza il
sistema produttivo; interventi di costruzione ed ammodernamento delle
condotte idriche, delle strade, delle ferrovie e ripristino del porto
di Valona; aperture di credito e assistenza tecnica per aziende di
Stato e private; interventi a sostegno delle scuole primarie e
secondarie e delle università; incentivi per
l’agricoltura
(fornitura di mezzi agricoli, nuove colture, irrigazioni); assistenza
nel settore ambientale, ecologico, culturale, istituzionale, sociale e
della formazione professionale. Oltre a ciò,
nell’ambito
del «Patto di Stabilità» per
l’area balcanica,
approvato dal Parlamento italiano con la legge 84/2001, è
stato
disposto uno stanziamento aggiuntivo di cento miliardi di vecchie lire
da destinare ad attività di sviluppo e democratizzazione
dell’intera area balcanica. Con queste premesse si
può
quindi azzardare che – come sostiene lo stesso governo di
Tirana
– nell’arco di due, tre anni
l’Albania
potrà – grazie al sostanzioso appoggio
politico-economico
e militare italiano – uscire definitivamente
dall’attuale
«situazione di emergenza», imboccando finalmente
una rapida
e costante ripresa nella legalità, quella che dovrebbe anche
estinguere del tutto il doloroso fenomeno dell’emigrazione. E
chissà che a quel punto non siano proprio le imprese e gli
investitori italiani a dare vita ad un esodo contrario per contribuire
anch’essi a trasformare (ci venga concesso un eccesso di
ottimismo) il Paese delle Aquile in una nuova Svizzera balcanica
affacciata su un mare da sogno.
(anno 2003)