La
crisi jugoslava
In
quella regione dei Balcani è in gioco non solo il destino di
molti esseri umani, ma le basi della civiltà stessa
di Luciano
Atticciati
Dal
secolo scorso, da quando la regione balcanica si è
affrancata
dal dominio turco, questa parte d’Europa ha conosciuto una
situazione di instabilità e di guerra continua. I Balcani, a
differenza dell’Europa Occidentale, non presentano linee di
demarcazione fra i diversi gruppi linguistici ben definite, e tracciare
confini politici precisi è un’impresa quasi
irrealizzabile. A ciò si aggiunge il contrasto culturale fra
la
parte Nord della ex-Jugoslavia, Croazia e Slovenia, che ha conosciuto
l’influenza asburgica, e quindi una maggiore educazione alla
legalità, e la parte meridionale più povera e
più
abituata all’idea di costrizione politica. La parte dei
Balcani
che ha conosciuto l’autoritarismo della Chiesa ortodossa e la
dominazione turca infatti, trova incomprensibili certi concetti che da
noi sono molto radicati. La convivenza civile fra popolazioni diverse,
come avviene in Belgio o in Svizzera, è molto lontana dalla
loro
mentalità.
La Jugoslavia sotto Tito
nell’immediato
dopoguerra, portò avanti una politica estera nei confronti
dei
Paesi vicini particolarmente ambiziosa. Rivendicò Trieste e
la
Venezia Giulia, la Carinzia Meridionale austriaca, la stessa Albania, e
tentò di creare una federazione con la vicina Bulgaria che
costituiva una quasi annessione. Il progetto venne presto accantonato a
seguito del contrasto nel 1948 con Stalin, che fece temere per il
futuro della nazione jugoslava, giudicata dissidente. Nei decenni
successivi la situazione sembrava reggere, ma nel 1989, nove anni dopo
la morte di Tito, proprio nel Kossovo si ebbero i primi segnali della
dissoluzione del Paese. Venne proclamato lo stato
d’emergenza,
inviato l’esercito contro i minatori in sciopero, e revocato
lo
stato d’autonomia della provincia. Da allora la popolazione
albanese ha subito discriminazioni e vessazioni di ogni tipo. Alcuni
mesi dopo questi fatti Slovenia e Croazia, attraverso un referendum, a
larga maggioranza decisero di abbandonare la federazione. Le due
repubbliche ribelli accettarono di trattare l’uscita dalla
federazione, ma la Serbia rispose impedendo che la presidenza passasse
al rappresentante croato, come previsto dalla costituzione. Nel
settembre del 1991 anche la Macedonia decise di staccarsi dalla
Jugoslavia, e nello stesso mese l’esercito, costituito in
larga
parte da Serbi, attaccò la Slovenia, da dove fu costretto a
ritirarsi in breve tempo, e la Croazia. In Croazia la guerra
durò sei mesi e provocò diecimila morti e mezzo
milione
di rifugiati. La speranza che il conflitto fosse terminato non
durò a lungo, nel maggio dell’anno successivo si
accese la
guerra in Bosnia, dove il 44% della popolazione è musulmana,
il
31% serba ortodossa, e il 17% croata. Il conflitto durò due
anni
provocando duecentomila morti, e quasi due milioni di profughi, in un
Paese di quattro milioni e mezzo di abitanti. La guerra in questo Paese
provocò un orrore incredibile: le milizie serbe diedero
l’avvio alla cosiddetta «pulizia etnica»,
massacri e
stupri contro la popolazione civile che fu costretta a fuggire sotto
l’occhio impotente delle truppe dell’ONU.
Negli anni successivi la situazione
sembrò
migliorare nel Nord, dove si ebbe una ripresa dell’economia,
ma
la situazione rimase grave nel Sud dove si ebbero numerosi scontri fra
i Kossovari di etnia albanese, che costituiscono il 90% della
popolazione, e i Serbi nella ex-provincia autonoma del Kossovo. Inoltre
si è avuta una situazione di tensione in Macedonia dove
vivono
forti minoranze albanesi, serbe e turche, e in Montenegro, Paese
anch’esso composito, che tenta di uscire dalla federazione
con la
Serbia.
La guerra nel Kossovo ha prodotto nei
nostri Paesi
una grande ondata di pacifismo. Tale movimento riteneva dovessero
essere posti sullo stesso piano aggressori, vittime e chi ha agito per
la difesa di questi ultimi. La pace nei Balcani non si costruisce sulla
paura e la rassegnazione, ma sulla giustizia. Per questo si
può
affermare che nei Balcani non è in gioco solo la vita di
alcuni
gruppi etnici, ma il futuro dell’organizzazione della
comunità internazionale. Se si accetta il principio che le
aggressioni non debbano essere fermate, ogni tentativo di costruire una
società diversa non potrà che risultare
più
difficile.
(anno 2001)