Gli
intellettuali di Nerone
Contrariamente
a quanto si è soliti pensare, l’età di
Nerone fu
segnata da una grande fioritura letteraria di alto livello
di Simone
Valtorta
Dall’età
di Nerone, l’Imperatore si propone come una
divinità di
luce destinata a illuminare il mondo: di fronte al declino della
religione tradizionale in cui non crede più nessuno, si fa
avanti il culto della persona di derivazione orientale, soprattutto
persiana ed egiziana; il genere letterario più appropriato
è allora quello bucolico (spazio campestre fuori dalla
storia,
dove si dilettano i pastori dell’eterna Arcadia), il cui
maggior
esponente è Calpurnio Siculo, che si rifà alla
grande
poesia bucolica di stampo virgiliano. Nell’età di
Nerone
rinascono i generi letterari alti: l’epica, la tragedia e la
satira. Questo perché lo stesso Imperatore è
poeta (ama
soprattutto Edipo) e dà un grandioso impulso alla parola.
Con
lui, sul trono già a quattordici anni, incline alle arti e
incoraggiato a proseguire gli studi, sembra aumentare la
creatività, ricca di letteratura: Petronio, Persio (rigenera
la
satira latina), Columella (trattato di agricoltura riguardante anche i
giardini).
Si assiste ad una ripresa di tematiche
dell’età augustea e della perfezione del
classicismo
augusteo, in cui ogni cosa brutta in stile o tema è messa da
parte; non è un periodo di decadenza culturale, come molti
si
ostinano a considerarlo ma, al contrario, un’età
di
misura, di sorrisi, di sobrietà, di morale tollerante e di
lessico semplice e ridotto. Ma l’età di Nerone
è
anche l’età del rovesciamento dei modelli
dell’età augustea: il Satiricon
di Petronio è dominato da Priapo, il membro maschile, una
divinità piccola ed ostile che guida le vicende umane;
Calpurnio
Siculo finisce per oltrepassare i limiti del bucolico virgiliano e
sfociare nelle Georgiche
fondendo insieme i due generi letterari.
Le tematiche
dell’età neroniana sono il decadimento
dell’oratoria (Quintiliano, De causis corruptae eloquentiae),
le guerre civili greche o puniche, le figure compendiarie (questo stile
viene detto pompeiano perché, come a Pompei, non vi sono
più figure nitide). Tutte le partizioni della retorica (loci communes, idee
platoniche di morale, a cui riportare i casi particolari) vengono
applicate alle opere letterarie; i passi di loci communes
già trascritti, si riscrivono rovesciandoli e facendo il
contrario di tutto (basti pensare al Satiricon): questo
prende il nome di letteratura retorica.
L’età neroniana
può essere a
ragione definita età anneana (dalla famiglia degli Annei,
originaria di Cordoba, nell’assolata Spagna): abbiamo infatti
Seneca il Vecchio, Seneca (il figlio) e Anneo Lucano (il nipote).
Asinio Pollione aveva dato forza (40-30
avanti Cristo) alle recitationes
in pubblico, facendo esibire i poeti al posto degli oratori: un genere
legato all’oratoria ed ai gusti del pubblico. Seneca il
Vecchio,
invece, preferisce «compilare»
un’antologia
intitolata Oratorum et
rhetorum sententiae, divisiones, colores,
in cui propone dei temi e riporta a memoria le più insigni
«performances» degli oratori che aveva ascoltato,
mettendo
in risalto le frasi particolarmente brillanti, le fasi di divisione di
un argomento e gli artifici (luci, effetti). Due sezioni compongono il
corpus: abbiamo sette suasorie (genus
deliberativus)
e cinque libri di controversie (stile giudiziario); si tratta
però, in quest’ultimo caso, di esempi inventati,
lontani
dalla realtà e quindi quasi totalmente inadatti ad essere
usati
come materiale di studio per gli aspiranti oratori del suo tempo.
La resurrezione del poema epico si deve
ad Anneo
Lucano, morto suicida. Della sua vasta produzione è giunta a
noi
quasi solo la Farsaglia,
in
teoria solo sulla battaglia di Farsalo (49 avanti Cristo). In
realtà, il poema è incentrato su tutta la guerra
civile
tra Cesare e Pompeo e prosegue anche dopo la morte di Pompeo.
È
scritto in esametri, con reminiscenze virgiliane, ma è
l’anti-Eneide, la distruzione dell’ideologia eroica
che
sostiene l’opera del vate mantovano. I punti di
contrapposizione
con Virgilio sono: la totale esclusione del mondo divino; il male che
prevale nel mondo; la negazione dell’esistenza della
Provvidenza
divina e del fatto che la Storia abbia un senso; vi sono anche una
cerimonia di necromanzia e la predizione di un futuro di disperazione
(nel VI libro); una visione di Cesare (eroe ma anche antieroe) animato
dal furor:
Pompeo incarna le
«forze del bene» ma è stanco e cerca di
evitare la
lotta, è il perdente per definizione... l’unico
eroe
veramente positivo è lo stoico Catone Uticense, costretto al
suicidio per rimanere libero. L’intento di Lucano
è quello
di distruggere la poesia epica.
Lucio Anneo Seneca, sicuramente il
più grande
tra tutti gli intellettuali del tempo (ed uno dei più grandi
tra
quelli dei tempi successivi) nasce nei primi anni del I secolo e muore
nel 65. Intrattiene rapporti difficili e variati con Caligola, Claudio
e Nerone. Esiliato in Corsica, sotto Claudio, per nove anni con
l’accusa di adulterio, viene richiamato da Agrippina con la
carica di pretore e affiancato al giovane Nerone come pedagogo e
consigliere politico. È Seneca l’ispiratore del
matricidio
di Agrippina, ormai sua avversaria politica per il tentativo di
sottrarre il trono a Nerone. Seneca sperimenta fino a che punto il
potere possa coincidere col male, tema fondamentale delle sue
meditazioni; di questo suo potere approfitta molto (pratica amplissima
dell’usura, accumulo d’ingenti ricchezze). Si nota
la
contraddizione tra la parola filosofica (austerità,
sobrietà, frugalità) e uno stile di vita fastoso;
sostiene che il vero saggio è colui che beve da una tazza
d’oro come berrebbe da una tazza di legno, ma la sua condotta
di
vita è esattamente l’opposto di quella che
suggerisce nei
suoi scritti. Il mestiere di consigliere è estremamente
difficile con Nerone: sono forti le critiche sul suo comportamento e
sul suo modo di rivolgere la parola. Nel 61 Seneca «rassegna
le
proprie dimissioni» perché Nerone non tollera
più
dei consiglieri; deve vivere secondo natura (61-65), cogliendo il
momento più alto della sua produzione letteraria
(meditazione
sulla propria vita e sulla propria morte). Ribelle epicureo ed
accademico, disprezza Cicerone, trova lo scopo della vita
nell’essere felici dedicandosi a se stessi (alla propria
anima,
al migliorarsi di giorno in giorno...) senza occuparsi della carriera.
Viene infine obbligato al suicidio dallo stesso Nerone.
L’opera letteraria di Seneca
che ci resta
è vastissima: dodici libri di dialoghi (brevi trattati
morali);
notevoli al loro interno sono Ad
Elviam matrem (sul tema della consolatio:
consola la madre di aver perso lui – variante rispetto alla
tradizione – e cerca di dimostrarle che lui, in esilio, ha la
sua
patria dovunque in quanto dovunque il saggio può seguire la
verità), Ad
Marciam (sul tema della mors opportuna) e Ad Polibium
(sull’adulazione). Il De
clementia è il manifesto di quella che avrebbe
dovuto essere la politica di Nerone. Il De beneficiis, in
sette libri, è un trattato sull’etica del dono. Le
Naturales quaestiones,
pure in sette libri, sono un’opera sul tempo meteorologico
condotta come un’indagine «scientifica».
Col Ludus in morte
Claudi
siamo nel genere della satira menippea: scritto in prosimetro (misto di
prosa e versi), è la storia dell’anima di Claudio,
destinata a ricevere nell’aldilà lo stesso
disprezzo che
aveva in vita. Le Epistole
a Lucilio
sono centoventiquattro lettere contenenti meditazioni corredate spesso
da un «piccolo guadagno» che si può
trarre da esse;
è la prosa dell’introspezione, vi si ritrovano
invettive
contro i giochi del circo e contro la schiavitù; lo stile fu
considerato dai contemporanei troppo «conciso» a
causa
delle numerose frasi spezzate. Abbiamo anche nove tragedie di argomento
mitologico greco ispirate da tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide:
sviluppano principalmente il tema della tirannide e senza di loro non
esisterebbe la tragedia europea (soprattutto quella di Shakespeare).
Altri temi delle sue tragedie sono l’incesto, il
cannibalismo,
l’infanticidio, la brama sconfinata del potere,
l’assoluta
pazzia (Seneca porta l’indagine psichiatrica dei mostri
dell’ego
a livelli quasi
impossibili per i suoi tempi, livelli che non saranno mai
più
raggiunti fino a Freud). Con Lucano e Seneca nasce il piacere del
brutto e dello sgradevole inteso come elevazione del sublime.
Poi, la morte di Nerone poneva fine ad
una delle
epoche più felici della storia romana. Per molti anni, fiori
freschi adornarono la sua tomba.
(aprile 2006)