Boudicca,
l’ultima amazzone
Nella
Britannia romana, una donna osò sfidare l’Impero
di Simone
Valtorta
Nell’anno
61 dopo Cristo nel Norfolk, nella parte della Britannia non ancora
raggiunta dalle legioni di Roma, il Re degli Iceni Prasutago, celebre
per la sua lunga prosperità e per le sue ingenti ricchezze,
veniva deposto in una fossa; era stato amico e alleato dei Romani e
lasciava per testamento, alla sua morte, un regno fiorente per
metà all’Imperatore di Roma, in quel momento
Cesare
Nerone, e per l’altra metà alla moglie Boudicca e
alle due
figlie che lei gli aveva dato.
Dione Cassio ci ha lasciato un accurato
ritratto di
questa donna: di statura assai elevata e di aspetto truce, aveva un
volto belluino incorniciato da una cascata di capelli foltissimi e di
color giallo intenso che le scendevano fino alle natiche. Il suo
sguardo era «fulmineo», la voce era aspra. Cingeva
al collo
una grande collana d’oro e vestiva sempre nel medesimo modo,
in
ogni occasione: una stola screziata di vari colori e stretta al seno da
una cintura, sopra la quale era gettata una densa ed ampia clamide (a
guisa di paludamento e di pallio) allacciata sugli omeri e annodata con
una fibula. Una vera amazzone!
Fino a quel momento, gli Iceni non
avevano dato
grossi problemi a Roma, se si eccettuano le
«solite»
rivolte locali: poco influenzati dalla raffinata civiltà dei
vicini Belgi e temendo il loro crescente potere, si erano sottomessi a
Roma non appena avevano potuto farlo con sicurezza. Ciò era
valso loro una relativa pace e una nominale libertà: quello
che
non sapevano era che i regni retti da Re indigeni erano dai Romani
considerati temporanei e dovevano essere trasformati, alla morte dei
sovrani del momento, in province imperiali; in più, il
diritto
romano non contemplava la possibilità di lasciare un popolo
in
eredità a una donna.
Da Camulodunum, duri ed esperti veterani
si spinsero
nel Norfolk, depredando il regno in lungo e in largo, quasi fosse preda
di guerra. I nobili iceni e i parenti del Re vennero spogliati dei loro
aviti possedimenti, cacciati dalle case ed espropriati dei campi,
quando non addirittura messi in catene e tenuti in condizione di servi.
A Boudicca non toccò miglior
sorte: la sua
casa fu devastata dai servi del procuratore imperiale e lei stessa
venne fustigata pubblicamente; le figlie furono rapite e violentate.
I coloni di Camulodunum si ritirarono
carichi di
bottino, fidando nell’impunità dato che il
propretore
Svetonio era lontano (guerreggiava sull’isola di Mona, per
schiacciare i druidi che sobillavano i Britanni alla rivolta). Ma gli
Iceni temevano che, agli oltraggi subiti, se ne aggiungessero altri,
ben peggiori. Boudicca soffiò sulle braci, riattizzando il
fuoco; salita su un tribunale fatto di zolle palustri,
invitò il
suo popolo alla rivolta: «Avete certo inteso quanto sia
preferibile una libera povertà alle ricchezze che si
posseggono
nella servitù. [...] Non sarebbe forse meglio il venderci
schiavi a qualcuno una sola volta, piuttosto che esser costretti ogni
anno a redimerci sotto il vano nome di libertà? Quanto non
sarebbe meglio l’essere uccisi e il perire, che il portare a
spasso le nostre teste tributarie? [...] Siamo sprezzati e conculcati
da coloro che non sanno far altro, se non aspirare avidamente al
proprio guadagno. [...] Non dovete aver paura dei Romani: non sono
più numerosi di noi, né più forti.
Guardateli
bene: si coprono di elmi, di corazze, di gambiere, si riparano dietro
valli, mura, fosse, per non esser minimamente feriti da ostili
incursioni. I Romani amano far uso di tutti questi presidi per paura,
anziché intraprendere azioni contro il nemico speditamente,
alla
nostra maniera. D’altronde noi abbondiamo di tanta forza, che
le
nostre tende sono più sicure delle loro mura, i nostri scudi
migliori di qualunque loro armatura. [...] Non ci sono pari nel
sopportare la fame, la sete, il freddo, il caldo; sempre abbisognano di
ombra, di coperture, di frumento macinato, di vino, di olio in tal
misura che, se una sola di queste cose viene a mancare, subito
periscono. Per noi, invece, qualunque erba o radice è cibo;
qualunque succo è olio; qualunque acqua è vino;
qualunque
albero è casa».
Questo il discorso che Boudicca fece
dinanzi al suo
popolo, secondo Dione Cassio, e noi non giureremmo sulla sua
autenticità: Dione Cassio si dilettava d’imitare
lo stile
di Tucidide e degli storici greci e di frequente inventava di sana
pianta intere orazioni.
Le reali cause della rivolta si possono
riassumere
nella violazione del sacro terreno di Mona e nello sterminio dei
druidi, nelle recenti violenze dei veterani di Camulodunum, nelle
estorsioni degli agenti romani e del procuratore Cato Deciano che
governava in assenza del propretore Svetonio, negli arruolamenti
forzati nell’esercito. Sul piano economico, Roma
tentò
d’imporre un pesantissimo tributo come ai tempi di Cesare,
tributo che Claudio aveva condonato ai primi Britanni sottomessi
perché accettassero di buon grado il suo trionfo. Inoltre il
filosofo Seneca aveva prestato ai Britanni, con tasso
d’interesse
da usuraio, quattro milioni di sesterzi, denaro che ora esigeva tutto
insieme e con gravissimi atti di violenza a scopo intimidatorio.
120.000 Iceni afferrarono le armi: un
mare di
metallo vibrante si mise in marcia sulla strada ben lastricata tesa
come una freccia tra Venta Icenorum (l’odierna Caistor),
capitale
del Norfolk, e Londinium passando per Camulodunum, la più
antica
città dell’isola ora sede del governo della nuova
provincia di Britannia. Ad essi si aggiunsero i Trinovanti, spodestati
anch’essi dalle loro case: Camulodunum era stata infatti la
capitale del loro regno. Altre genti, non ancora piegate alla
schiavitù, ingrossarono le schiere di un già
poderoso
esercito. Tutti costoro avevano giurato, in intese segrete, di
riconquistare la libertà ad ogni costo: o vincere o morire!
Rinfocolava il loro odio l’innalzamento del grande tempio al
divo
Claudio, che incombeva come la cittadella di una dominazione perenne,
nel quale i sacerdoti preposti al culto dovevano profondervi tutte le
loro sostanze – che trapassavano così dai villaggi
indigeni alle città romane. D’altronde non
sembrava
affatto difficile abbattere una colonia che non aveva mura,
né
fossato, né torri, né una qualsiasi barriera
difensiva:
l’arroganza dei Romani li aveva spinti a ricercare
più il
bello che il sicuro, convinti che i loro sudditi non avrebbero avuto
l’ardire di alzare un solo dito.
Della tempesta che si stava addensando
più a
Nord, a Camulodunum ebbero, se non chiara percezione, almeno alcune
avvisaglie, fatti inspiegabili che si susseguirono a ruota libera: la
statua della Vittoria crollò, rovesciandosi
all’indietro
quasi arretrasse di fronte alla turba nemica, senza che alcuno
l’avesse spinta o almeno sfiorata; donne invasate da furore
profetico annunziarono con alte grida l’imminente rovina;
urla
straniere, un mormorio barbarico misto a risa atroci s’era
udito,
nottetempo, nella curia locale, senza che vi fosse colà
alcuno
che parlasse o gemesse; il teatro vuoto aveva echeggiato di tumulto e
ululati, come se vi si fossero date convegno centinaia di fiere; nel
Tamigi s’erano veduti resti di case, ed era apparsa
l’immagine della colonia distrutta. Infine,
l’oceano tra la
Gallia e la Britannia sorse sanguinolento e, al ritrarsi della marea,
furono visti corpi umani orrendamente mutilati.
La gente s’impaurì
e, in assenza di
Svetonio, chiese aiuto al suo sostituto, il procuratore Cato Deciano.
Questi, sia che non ritenesse prudente sguarnire troppo la sua
roccaforte sia, più probabilmente, che non credesse di
trovarsi
a fronteggiare che qualche banda sparuta di banditi e razziatori, non
mandò che 200 uomini armati alla leggera di rinforzo a una
minuscola guarnigione cittadina. Avvertendo però Petilio
Ceriale, legato della IX legione Hispana,
di mettersi in marcia alla volta della colonia con tutte le sue truppe,
per prudenza.
A Camulodunum, dopo l’iniziale
apprensione,
tornò la calma: non erano forse sotto la protezione del
tempio?
Non erano essi stessi tutti soldati, veterani di mille battaglie? Che
cos’avevano mai da temere? Non vi era bisogno di allontanare
vecchi, donne e bambini, lasciando la difesa ai soli giovani;
né
di scavare fosse o costruire trinceramenti. Su queste assurde decisioni
(o non-decisioni che dir si voglia), su quest’indolenza
suicida
influivano negativamente tutti coloro ch’erano segretamente
complici della rivolta e che tentavano in ogni modo di far apparire
insignificante il pericolo. E poiché è tipico
dell’animo umano credere più facilmente a
ciò che
ci fa comodo piuttosto che alla verità, non venne approntato
nessun sistema difensivo.
I Britanni attaccarono quando meno i
Romani se
l’aspettavano: in poche ore le strade della città
si
riempirono di cadaveri, uomini e donne agonizzanti in pozze di sangue.
I barbari non fecero prigionieri, le loro spade s’alzarono e
abbassarono a troncare arti, squarciare petti, spiccare teste. Il
tempio, nel quale s’erano asserragliati i soldati, fu
facilmente
espugnato dopo due giorni di assedio e tutti i difensori passati a fil
di spada: dell’intera popolazione della città, non
si
salvò neppure un bambino. Poi, non ancora ebbri di massacri,
i
Britanni si posero in cammino in direzione di Londinium.
Per quella stessa strada stavano
marciando, in
colonne ordinate, i soldati della IX legione sotto il comando di
Petilio Ceriale; erano una discreta forza, 5.000 legionari addestrati
alla guerra fin dalla fanciullezza. Accadde tutto d’un
tratto: il
terreno rimbombò e tremò, e l’intera
orda dei
Britanni irruppe dalle forre e dalle selve e si gettò sui
Romani. Boudicca stessa combatteva dinanzi a tutti i suoi uomini, nuda
sul suo carro, il selvaggio criname al vento come una scia di fuoco e
il corpo cosparso di tintura blu-violacea: era l’immagine
stessa
di una Furia vendicatrice!
Petilio Ceriale, valutata la situazione,
si diede
alla fuga; la cavalleria lo seguì a rotta di collo. Gli
uomini
appiedati rimasero invece sul posto, circondati e assaliti da tutte le
parti: finché sul campo calò un silenzio
innaturale, il
profondo silenzio dei sepolcreti per sempre abbandonati.
Cato Deciano aspettava nel suo palazzo
di Londinium
l’annuncio della vittoria romana: ricevette, invece, quello
dello
sterminio di un’intera legione e della vergognosa fuga di
Ceriale. Atterrito dalla disfatta e dall’odio che ormai
l’intera provincia covava verso di lui, si
affrettò ad
imbarcarsi per riparare in Gallia. Poche ore dopo, il propretore
Svetonio riceveva un dispaccio col quale il procuratore gli comunicava
che la… situazione… gli era sfuggita di mano.
Svetonio, sgusciato tra le maglie non
ancora strette
della rete di Boudicca, fece il suo ingresso a Londinium,
città
non ancora insignita del titolo di colonia ma già
traboccante di
grandi traffici di mercanti e di merci. Il propretore dovette presto
disilludere chi pensava che avesse potuto ricacciare i barbari nel
folto delle loro selve: ispezioni sul campo gli mostrarono che
Londinium era tutt’altro che difendibile, soprattutto data
l’esiguità delle sue forze e il modo clamoroso col
quale
era stata punita la temerarietà di Ceriale. Impossibile
sceglierla come base delle operazioni militari: e si risolse a
sacrificarla, pur di salvare l’intera provincia.
Si mostrò irremovibile di
fronte alle scene
di disperato pianto di quanti imploravano la sua protezione e, tra la
costernazione generale, diede ai suoi legionari il segnale della
partenza, della ritirata (strategica): accolse però tra le
file
quanti vollero seguirlo, tutti coloro che si misero sotto la sua ala.
Altri, molti altri, rimasero: quelli che non si sentivano adatti alla
guerra, i vecchi e i malati, i bambini, chi era troppo debole per stare
al passo, le donne, quelli ch’erano troppo attaccati al luogo
per
pensare di lasciarlo. C’erano tra loro anche Britanni di
sangue
puro che s’erano arricchiti e speravano, col richiamo
all’appartenenza alla medesima gente, di salvare i propri
beni e
la loro stessa vita dalla furia di Boudicca…
La Regina arrivò come un
turbine, alla testa
del suo immenso esercito. E non fece alcuna distinzione tra Romani e
Britanni: per lei eran tutti uguali, tutti ugualmente colpevoli.
L’intera popolazione venne
sterminata: quasi
fossero sicuri di dover, un giorno, pagare tutto, i barbari si
abbandonarono ad un’orgia di massacri e impiccagioni, ad una
frenesia di roghi e crocifissioni. Soprattutto le donne diventarono il
bersaglio della loro libidine e della loro rabbia: fanciulle
nobilissime ed onestissime subirono le torture più atroci,
denudate e sospese a mezz’aria con le mammelle recise e
cucite
alle bocche, quasi fossero in atto di mangiarle; e poi trafitte, per
tutta la lunghezza del corpo, da pali acutissimi. In mezzo a questa
bolgia si celebravano riti sacri, si salmodiavano preghiere e
invocazioni, si rendeva grazie nei templi degli dèi e
specialmente in quello di Adraste, nome con cui i Britanni chiamavano
la Vittoria e a cui rendevano i più solenni onori e le
più assidue venerazioni.
I Britanni sapevano che non avrebbero
mai potuto
occupare le piazzeforti e i presidi armati: mancavano di armi adatte e
di macchine d’assedio quali catapulte, arieti, torri mobili.
Si
gettarono invece sui magazzini e sui depositi militari, dove ricco era
il bottino e malagevole la difesa.
Con una mossa a sorpresa, Boudicca si
portò
dinanzi al municipio di Verulamium, una delle prime città
romane
costruite in Britannia. Al suo apparire la città si arrese,
sperando nell’impunità. Ed ebbe la medesima sorte,
lo
stesso strascico di assassinii ed uccisioni che avevano caratterizzato
la presa di Londinium: in pochi giorni, il sangue di 70.000 persone,
tra Romani e Britanni alleati o simpatizzanti per Roma, fu versato ad
imbrattare il suolo inglese.
Svetonio si trovava in una situazione
veramente
«poco invidiabile»: metà Britannia era
nelle mani di
Boudicca, che spadroneggiava in lungo e in largo razziando ogni cosa;
l’altra metà era virtualmente sua, ma non sapeva
fino a
che punto poteva fidarsi dei Britanni. Tentò di differire la
battaglia, valutando il numero sterminato e la sterminata disperazione
dei barbari contrapposti all’esiguità delle sue
truppe.
Alla fine, travagliato dalla mancanza di frumento, accerchiato e
stimolato dai Britanni, impossibilitato a decidere altrimenti, fu
forzato, contro il suo volere, ad accettar la pugna. Scelse almeno un
luogo adatto alle scarse truppe che possedeva, una gola
dall’accesso angusto, chiusa alle spalle da una selva,
fronteggiata da una piana dove i nemici non avrebbero potuto tendergli
agguati. Gli esploratori segnalarono che i Britanni erano proprio di
fronte a lui, stavano rapidamente convergendo sul luogo.
Svetonio cominciò a schierare
le sue truppe
in file serrate, secondo lo schema romano classico: i legionari
pesantemente armati al centro, dove più cruento sarebbe
stato lo
scontro, la fanteria leggera tutt’intorno, a smorzare
l’impatto, i cavalieri concentrati alle ali, pronti a
spronare
nel caso i nostri cedessero o ad inseguire il nemico in fuga. Il
generale disponeva della XIV legione Gemina, integrata
da un distaccamento di veterani richiamati dalla XX Valeria Victrix e
dalle forze ausiliarie delle più vicine guarnigioni, 10.000
uomini in tutto.
I Britanni accorsero in una moltitudine
baldanzosa,
in un miscuglio di orde appiedate e bande di cavalieri, formando una
massa mai vista prima, sicuri della vittoria e spavaldi al punto di
portare seco le spose come testimoni della loro gloria e del loro
valore. Collocate sui carri, si disposero, spettatrici, lungo tutto il
margine esterno della pianura. Boudicca stessa apparve sul suo cocchio,
indomita ed altera. Quanti fossero esattamente i Britanni, nessuno lo
può sapere con esattezza; Dione Cassio parla di 230.000
uomini,
ma può darsi che sia un’esagerazione: certo
è che i
barbari erano almeno dieci volte superiori ai Romani.
Passando in rassegna i suoi, la Regina
cominciò a schierare le varie tribù, stringendo
le figlie
contro il suo petto, lì sul carro. Non era insolito,
ricordava
Boudicca, che i Britanni combattessero sotto la guida di una donna; ma
ora lei, discendente da nobili antenati, non intendeva rifarsi della
perdita del regno e delle ricchezze, bensì, come una donna
qualunque, vendicare la perdita della libertà, riscattare il
proprio corpo fustigato e l’onore violato delle due figlie.
Le
voglie dei Romani si erano ormai spinte così avanti da non
lasciare inviolati i corpi, senza riguardo per la vecchiaia o la
verginità: un obbrobrio agli occhi degli stessi
dèi! Ma
c’erano adesso i numi della giusta vendetta: caduta era la
legione che aveva osato dare battaglia; gli altri stavano nascosti
negli accampamenti e spiavano il modo di fuggire. E questi Romani, che
non sopportavano nemmeno il fragore e le grida di tante migliaia di
uomini, come potevano reggerne l’assalto e la mischia? Se
valutavano il numero dei guerrieri in campo e le ragioni della guerra,
non c’erano dubbi: dovevano, in quella battaglia, o vincere o
morire. Questa era la scelta compiuta da una donna: tenessero pure alla
loro vita, gli altri, e vivessero come schiavi!
Svetonio calcolò con
freddezza la situazione:
non voleva arrischiarsi a stendere contro i nemici la sua falange,
anche perché – pur disponendo i legionari ad uno
ad uno in
un’unica schiera – non poteva uguagliare in
lunghezza il
fronte nemico, tanto i suoi erano inferiori di numero; nemmeno era
pensabile combattere coi suoi soldati stretti in un unico drappello,
per non correre il rischio che fosse circondato e fatto a pezzi. Si
risolse quindi a dividere le sue truppe in tre corpi,
affinché
potessero battersi simultaneamente in più luoghi; e
addensò le une alle altre le singole schiere,
perché non
fossero spezzate facilmente. Mentre istruiva i legionari e li collocava
nei posti loro assegnati, passando di corpo in corpo, di schiera in
schiera, esortava: «Coraggio, miei commilitoni; coraggio,
Romani;
mostrate a queste pesti quanto noi, anche nell’avversa
fortuna,
siamo ad essi superiori. Sarebbe vergognoso perdere ora,
ignominiosamente, ciò che pochi anni fa avevate acquistato
col
vostro valore. Più volte voi stessi, mentre eravate in minor
numero di quanti non siate ora, avete vinto nemici assai più
numerosi, come pure fecero i vostri padri. [...] Questo è il
momento, miei commilitoni, in cui sono da mostrare la vostra
risoluzione, la vostra audacia; se vi ergerete forti in questo giorno,
potrete recuperare anche le cose perdute; date questa sola battaglia, e
il nostro dominio sarà saldamente stabilito, soggiogherete
tutta
la provincia ribelle. [...] Sarà molto meglio per noi morire
combattendo coraggiosamente, piuttosto che, catturati, essere
inchiodati su una croce, o vedere le nostre viscere strappate e
lacerate, o essere trapassati con pali infuocati e con acqua bollente
essere arsi fino alla morte [...]. Per tutto ciò, o noi
prevarremo, o – se incontreremo qui la morte –
avremo la
Britannia intera come chiarissimo monumento: se pure gli altri Romani
la perdessero tutta, noi la conserveremo perpetuamente con le nostre
spoglie».
Il propretore, fiducioso nel valore dei
suoi,
alternava incitamenti e preghiere a non lasciarsi suggestionare dal
baccano dei barbari e da minacce senza efficacia: si scorgevano
infatti, fra le loro fila, più donne che guerrieri. Non
abituati
a una vera guerra e male armati, avrebbero certamente ceduto non appena
avessero riconosciuto, loro che già tante sconfitte avevano
subito, il ferro e il valore dei vincitori. Anche fra molte legioni,
sono sempre pochi quelli che segnano l’esito di una
battaglia:
sarebbe tornato a loro gloria l’aver conquistato, in
così
pochi, la fama di un intero esercito. Non dovevano far altro che
rimanere compatti, lanciare i giavellotti e procedere, con scudo e
spada, ad abbattere e massacrare il nemico, senza pensare alla preda: a
vittoria ottenuta, tutto sarebbe finito nelle loro mani.
Un grande entusiasmo seguì le
parole del
comandante: i vecchi soldati, veterani di tante battaglie, incoccarono
i dardi e imbracciarono gli scudi, con tale foga e sicurezza che
Svetonio, nel dare il segnale d’attacco, fu certo del
successo.
Svetonio mosse ad un sol tempo tutte le insegne: i legionari si
slanciarono in avanti con tutto il loro vigore, veterani ed ausiliari
uscirono dal riparo della gola buttandosi in avanti in forma di cuneo.
Il clangore delle spade che si scontravano e sprizzavano scintille
graffiò i timpani, le lame stridettero, premettero sugli
scudi,
cercarono un varco nelle armature. Rapido e guizzante, il corto gladio
latino colpì di punta e di taglio,
s’infilò sotto
la guardia del Britanno a spargergli i visceri sul terreno. I nemici
arretrarono, ma erano troppo numerosi e premuti da quelli che
sopraggiungevano di corsa. Circondati, i Romani si trovarono a dover
combattere contemporaneamente da tutte le parti, fanti, cavalieri ed
arcieri frammisti in un unico calderone ribollente di furia.
La cavalleria romana caricò a
lancia in
resta, travolgendo chiunque opponesse resistenza. Per varie ore, sotto
un sole indifferente, la danza delle spade cantò il suo inno
di
morte: da entrambe le parti si combatté con pari vigore ed
audacia. Finché i Britanni, stremati e privi
d’ogni
speranza, si diedero ad una fuga tanto precipitosa quanto difficoltosa,
perché avevano disposto i carri all’intorno,
sbarrando
ogni via d’uscita, certi che a loro non sarebbe servita. I
Romani
li raggiunsero, li trafissero insieme alle loro donne, rovesciarono sui
loro corpi i cavalli scalcianti nell’agonia. I morti si
ammucchiarono sul campo di battaglia, presso i carri, al limitare della
selva: molti gettarono le armi, si arresero, furono messi in ceppi. La
gloria di quel giorno, dice Tacito, fu splendida, all’altezza
delle vittorie di un tempo: quasi 80.000 Britanni rimasero uccisi,
mentre i Romani ebbero circa 400 morti e un numero pressoché
uguale di feriti.
Boudicca non era più in grado
di guidare
ciò che restava del suo popolo: il dolore per la sconfitta
era
in lei più atroce di una ferita mortale. Non aveva
più la
forza di lottare. Prese una manciata di bacche selvatiche, la diede
alle figlie; altre bacche le inghiottì lei. Il veleno
agì
presto.
Così morì
Boudicca, dinanzi ai suoi
guerrieri. Tutti la compiansero, le tributarono solenni onoranze
funebri e, dicono le leggende, le diedero una magnifica sepoltura. Una
tradizione vuole la tomba di Boudicca in piena Londra, alla stazione di
King’s Cross, nel luogo esatto dove cadde: precisamente,
sotto il
binario numero nove!
Con Boudicca, si spegneva la
più vivida
scintilla dell’irredentismo britanno: alla civiltà
celta
si stava sostituendo pian piano la civiltà romana, che
avrebbe
portato nell’isola un’epoca di pace e
prosperità che
non avrà paragoni fino all’inizio della
Rivoluzione
Industriale!
(giugno 2006)