Declino
e caduta dell’Impero Romano
Non
una, ma una lunga serie di cause portarono alla fine di una delle
più grandi civiltà che il mondo ricordi
di Simone
Valtorta
«I
due più grandi problemi della storia» sosteneva J.
Reid nel primo volume della Cambridge
Medieval History «sono: come renderci ragione
del sorgere di Roma e della sua decadenza».
Noi oggi viviamo, nei Paesi Occidentali,
pressappoco
nello stesso modo in cui vivevano gli antichi Romani: possiamo essere
proprietari, obbediamo alle leggi promulgate dallo Stato, traiamo la
nostra ricchezza dal commercio e dagli scambi. Nel Medioevo, grosso
modo dal V al XV secolo, le cose andavano diversamente; durante il
feudalesimo (IX-XII secolo) si può anzi dire che andassero
in
modo contrario: la proprietà individuale non esisteva
più, lo Stato era sparito, la moneta rara, le
città
inesistenti, il commercio nullo; la sola sorgente di ricchezza era la
terra, a cui la massa degli uomini era legata dal servaggio.
La storiografia ufficiale banalizza il
problema
della fine di Roma e di tutta la civiltà antica
attribuendola
alle invasioni dei popoli germanici nel V secolo; ma è una
spiegazione che non regge. I Romani erano abituati da secoli a
combattere i barbari, e a vincerli. Le orde di Germani che dilagano per
ubertose campagne distruggendo e bruciando ogni cosa, appartengono
all’immaginario popolare, non alla storia. I Visigoti di
Alarico
che saccheggiarono Roma il 25 agosto 410, riuniti a Pavia prima
dell’assalto, sappiamo che non erano più di
20.000, donne,
vecchi e bambini compresi: di fronte a loro, c’era un Impero
immenso, che distendeva le sue leggi, il suo ordine e la sua pace dalla
Scozia al Golfo Persico, dal Sudan al Danubio e al Reno. Ma un Impero
che era già morto per conto suo, consumato, imputridito,
rovinato; la caduta dell’Impero Romano non fu un crollo
improvviso, ma il risultato di una corrosione che andò
avanti
per secoli – ci sono Stati che non hanno nemmeno vissuto il
tempo
che ci ha messo Roma a cadere.
Per capire che cos’era
successo, bisogna
riferirsi a come si era costituito l’Impero Romano e di che
cosa
viveva. Roma, piccolo borgo di contadini poveri e coraggiosi, a forza
di contendere ai suoi vicini le buone terre da grano, era partita senza
saperlo alla conquista del mondo, edificando uno dei più
grandi
e longevi Imperi della storia senza avere un preciso piano di
espansione. Prima soggiogò i vicini più prossimi
per
assicurare le proprie frontiere, poi passò a battersi e a
sconfiggere nuovi nemici su nuove frontiere, limitandosi inizialmente a
fare quello che richiedevano le circostanze del momento.
L’Italia
sottomessa; Cartagine, possibile rivale e padrona del mare, distrutta;
e per finire, tutto il bacino mediterraneo soggiogato. I soldati vinti
ridotti in schiavitù, i Paesi conquistati messi a sacco, le
loro
ricchezze e i loro tesori – quelli dell’Oriente
soprattutto
– portati a Roma. L’Impero era «una
civiltà
che non mancava né di vigore, né di
maturità,
né di virilità», come la
definì H. Urs von
Balthasar (Das Ganze im
Fragment; traduzione italiana: Il tutto nel frammento,
Jaca Book, Milano): poche civiltà sono state così
sicure
di se stesse, così coscienti della propria grandezza.
La Roma del tempo d’Augusto e
di Virgilio,
quella, nel secolo seguente, dei buoni Imperatori Antonini, volle
riprendere e completare l’opera civilizzatrice di Atene: Pax Augusta,
l’ordine ovunque, il diritto, un’amministrazione
non
corrotta, uno Stato liberale che riduce i suoi servizi e, di
conseguenza, le sue esigenze, al minimo. Ma le sue immense ricchezze
venivano divise non fra tutti i Romani, ma fra i loro capi, i ricchi,
senatori e generali, forse duecento famiglie: persone immensamente,
favolosamente ricche e potenti.
Questi Romani non si accontentarono di
godersi la
vita con i grandi beni di cui potevano disporre, ma si preoccuparono di
collocare il capitale perché desse un interesse. Comprarono
quindi della terra o se ne fecero attribuire per diritto di conquista e
vi produssero del grano a buon mercato, grazie alla manodopera servile,
formandosi così possedimenti tanto vasti che, per esempio,
nel
III secolo della nostra èra, tutta la Tunisia attuale non
apparteneva che a sette persone. E i piccoli contadini, incapaci di
resistere alla concorrenza dei grandi proprietari, furono costretti a
cedere a poco a poco e a basso prezzo le loro terre. Tuttavia i Romani
facevano anche venire le sete dalla Cina, le spezie
dall’India,
dal Levante gli oggetti d’arte che l’Occidente non
produceva. Così a poco a poco, finite le conquiste, il
denaro
predato in Oriente tornava in Oriente. I Romani non avevano nulla da
esportare in cambio delle loro importazioni, ma anche se se ne resero
conto, nulla poté arrestare l’emorragia
dell’oro.
Tutto ciò durò circa due secoli e
improvvisamente, verso
il 200, ci si accorse che non c’era più denaro
nell’Impero. Gli Imperatori poterono ben svalutare la moneta,
mettere piombo nell’oro, moltiplicare i pezzi di bronzo,
nulla
servì. I prezzi delle cose necessarie per vivere salirono
vertiginosamente. Nel 344 il grano egiziano costava 6.680 volte di
più che nel 294. Mezzo secolo dopo, sarebbero occorse 16
tonnellate di monete di bronzo per comperarne 25 chilogrammi. Qualsiasi
commercio diventò impossibile. (La pressione tributaria,
ovviamente, salì: si cercava di far quattrini in ogni modo,
e le
tasse colpivano tanto la persona, quanto i suoi beni. Chi ci rimise, in
particolare, era la classe media, la «borghesia»,
sempre
più tartassata e impoverita).
Bisognava tornare alla terra e chiederle
di produrre
quello di cui c’era bisogno, ma mancavano le braccia. Dopo
due
secoli di pace romana, era ormai lontano il tempo in cui ci si potevano
procurare delle «infornate» di schiavi; bisognava
aver cura
di quelli che restavano, ed erano Cristiani. Bisognava impedire agli
ultimi contadini liberi, agli ultimi artigiani, di abbandonare il loro
lavoro e di emigrare verso la città. Cipriano verso il 230,
rispondendo all’accusa che i Cristiani erano la causa delle
disgrazie dell’Impero (un’accusa riesumata di tanto
in
tanto anche ai giorni nostri), nell’Ad Demetrium
attribuiva queste a cause naturali: «Voi dovete sapere che il
mondo è diventato vecchio e non ha più il suo
antico
vigore. Esso porta i segni del suo declino. La pioggia e il calore del
sole sono in diminuzione; i metalli sono quasi esauriti;
l’agricoltore sta scomparendo dai campi».
Una serie di cause affrettarono il
declino
dell’Impero. La famiglia, fulcro di ogni società,
non
reggeva: si divorziava con troppa disinvoltura, i figli non erano
graditi, i giovanotti dimostravano scarso slancio di fronte alla
prospettiva del matrimonio. Ci si sposava tardi, e ciò
comportava una drastica diminuzione delle nascite; l’aborto,
l’infanticidio, l’evirazione dei fanciulli
diventarono
pratiche comuni. Pestilenze e carestie falcidiavano la già
scarsa popolazione. Solo gli Orientali e i Germani erano in continua
crescita demografica, dentro e fuori l’Impero; e gli
Imperatori
furono costretti ad aprire le frontiere a questi
«immigrati», che disprezzavano la
civiltà romana e
non sentivano alcun desiderio di preservarla (esattamente
l’atteggiamento dei musulmani di oggi nei confronti della
civiltà occidentale). La decadenza dello spirito civico,
dell’amore per le funzioni pubbliche, la perdita della voglia
di
arruolarsi nelle forze armate costrinse a ricorrere ai mercenari
germanici, che giuravano fedeltà al loro comandante,
anziché all’Imperatore.
Le tribù barbare cominciarono
ad invadere i
territori romani senza incontrare resistenza. I pretoriani,
cioè
le guardie dell’Imperatore, cercavano di vendere il trono al
miglior offerente, ma questi Imperatori venivano assassinati se non
potevano pagare la fedeltà dell’esercito, oltre
alle forti
somme di danaro ch’essi dovevano dare ai capi barbari per
evitare
che attaccassero le frontiere.
Dal 235 al 284 l’Impero
conobbe una crisi
terribile nella quale quasi soccombeva; ma, grazie alla politica
energica di Diocleziano, la sua storia prese nuovo slancio: con lui
s’instaurò un nuovo tipo di Stato, una monarchia
assoluta
che si appoggiava su un potente apparato amministrativo. Ma le capitali
erano ormai Ravenna, Milano, Treviri, Costantinopoli, Sirmio; Roma era
rimasta solo un centro culturale e religioso, non era che il fantasma
di se stessa, dell’antica Capitale del Mondo: greggi di capre
pascolavano nel Foro e solo una sparuta rappresentanza degli antichi
cittadini si aggirava ancora tra le sue vie. Alle frontiere
dell’Impero, gli Imperatori avevano installato dei popoli
barbari
con statuto federale e avevano rinforzato i limes –
linee fortificate tra il Reno e il Danubio – per contenere i
Germani.
Verso il 300, Diocleziano decise di
fissare ciascuno
al suo posto: lo stesso mestiere di padre in figlio, di padre in figlio
la stessa terra da coltivare, e l’obbligo di sposarsi nella
propria corporazione e nella propria classe. Questa sarà
esattamente la sorte dei servi del Medioevo. Ma non bastava: il grande
proprietario giunse a cedere un diritto su una parte del suo dominio a
degli uomini liberi, i cosiddetti coloni, in cambio di un lavoro e di
manodopera: faranno sulla sua terra l’aratura e la mietitura.
E
poiché l’Imperatore non poteva pagare i suoi
funzionari e
i suoi soldati, e quindi non poteva farsi obbedire, il grande
proprietario divenne un vero sovrano nel suo dominio. Lui solo poteva
ancora riscuotere le imposte, ma lo faceva per se stesso; lui poteva
rendere giustizia, ma la sua; lui poteva prendere le persone condannate
per debiti e buttarle in prigione: le sue prigioni private. Egli solo
poteva sollevare la sua milizia per difendere il dominio, la villa, la
futura signoria. In cambio di ciò, obbligherà i
contadini
a lavorare per lui. Era tutto pronto per il Medioevo.
Alla morte dell’Imperatore
Teodosio, nel 395,
l’Impero venne diviso in due, con Ravenna capitale
dell’Occidente e Costantinopoli dell’Oriente
– due
Stati separati e in lotta fra loro. Fu a questo punto che arrivarono i
Germani, a dare il colpo di grazia all’agonizzante Impero.
Alla fine del IV secolo, sotto la spinta
degli Unni
– popolazioni turco-mongoliche – i barbari
avanzarono verso
Occidente per ondate successive: in un primo tempo i nomadi iranici,
Sarmati e Alani, poi i Goti. Nel 376 il popolo visigoto
domandò
asilo all’Imperatore Valente e varcò il Danubio.
Due anni
più tardi, la cavalleria dei Goti sconfisse
l’esercito
romano ad Adrianopoli e Valente venne ucciso. I Visigoti si espansero
nell’Impero e saccheggiarono Roma nel 410. La caduta della
Città Eterna provocò sbigottimento: Agostino
rassicurò i Cristiani scrivendo il De civitate Dei. I
Visigoti finirono per installarsi, con l’autorizzazione
imperiale, nel Sud della Gallia e in Spagna.
Alani, Svevi e Vandali, che avevano
varcato il Reno
nel 406, traversarono la Gallia e la Spagna. Sotto il comando di
Genserico, i Vandali continuarono la loro avanzata fino in Africa.
Impadronitosi di Cartagine, il grande porto esportatore di grano, il Re
Genserico perseguitò i Cattolici.
Gli Unni di Attila, installati nel
bacino del
Danubio, invasero l’Occidente nel 451. Non poterono
impadronirsi
di Parigi, difesa da Santa Genoveffa, né di Orleans, e
vennero
infine sconfitti da Ezio e dalle sue truppe romane e gote ai Campi
Catalunici, nei pressi di Troyes. L’anno successivo, Attila
tentò di invadere l’Italia, ma rinunciò
ad avanzare
più a Sud di Mantova, cedendo alle richieste di Papa Leone
Magno.
Nella seconda metà del
secolo, gli Stati
barbari si diedero un’organizzazione. I Burgundi si
installarono
tra Langres e Avignone, in Sapaudia (termine che darà poi
origine a «Savoia»). Gli Angli, gli Juti e i
Sassoni
invasero la Bretagna e respinsero i Celti verso Occidente. I Visigoti
estesero il loro dominio dalla Loira fino al Sud della Spagna.
Veri e propri zimbelli nelle mani dei
principi
barbari, a Ravenna gli Imperatori si succedevano velocemente,
finché Odoacre decise di mettere fine alla farsa: prese il
posto
dell’ultimo Imperatore, Romolo Augustolo, e
restituì le
insegne imperiali a Costantinopoli, accontentandosi di governare
l’Italia – nominalmente – come
«patrizio»
dell’Imperatore d’Oriente. L’Impero
Romano, in
Occidente, era definitivamente crollato. E non risorgerà
più!
(ottobre 2012)