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Gli Ebrei e il mondo romano

Un popolo con un alto senso della religiosità di fronte alla cultura greco-romana

 

di  Luciano Atticciati

 

 
Dai testi biblici a nostra disposizione sappiamo che gli Ebrei avevano un atteggiamento di superiorità verso i popoli vicini e gli stranieri in generale. Nonostante che in diverse parti la Bibbia prescrivesse il rispetto dei forestieri, l’atteggiamento degli Israeliti risultava particolarmente duro, ed una legge del periodo di Esdra nel V secolo prevedeva addirittura il divieto di matrimonio con i non circoncisi. Il poeta latino Giovenale ricorda che gli Ebrei erano soliti non rivolgere la parola a quelli che non appartenevano al proprio popolo, e addirittura verso coloro che non erano della propria «conventicola», mentre l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani ricorda il carattere altezzoso e scontroso degli Ebrei, i Vangeli infine ci ricordano che gli «eletti» ritenevano di non poter entrare nelle case dei pagani perché considerate impure.
    Nonostante tale loro carattere, il primo contatto con i Romani al tempo della dominazione greco-siriana sulla Palestina risultò non ostile. Il Libro dei Maccabei riferisce infatti che «il dominio dei Greci aveva ridotto Israele a un popolo di schiavi», mentre i Romani avevano un comportamento diverso; riporta il medesimo testo: «I Romani erano famosi in tutto il mondo per la loro potenza militare e accoglievano tutti quelli che volevano allearsi con loro. Chiunque lo chiedeva poteva contare sulla loro amicizia… Con tutto ciò nessuno dei Romani si è fatto incoronare Re, nessuno ha vestito la porpora. Al contrario hanno eletto un Senato dove ogni giorno 320 uomini si consultano sugli affari pubblici perché tutto vada bene. Ogni anno affidano a un sol uomo il potere e l’incarico di governare tutto il loro Impero. Tutti obbediscono solo a lui e tra di loro non nascono né invidie né gelosie». Diversamente dagli altri popoli i Romani infatti preferivano non sottomettere i popoli con cui entravano in contatto, ma stabilire attraverso un’abile diplomazia, dei rapporti di alleanza che prevedevano la facoltà di intervenire nelle questioni di governo in cambio di protezione contro popoli nemici.
    Nel 64 avanti Cristo il Re Ircano chiese l’intervento delle truppe di Pompeo contro suo fratello Aristobulo e negli anni successivi lo Stato ebraico divenne uno Stato alleato di Roma, sotto la guida di Erode il Grande. Tale periodo risultò molto importante per il Paese, sotto la direzione dell’energico sovrano la Palestina divenne una terra popolosa – si ritiene che quasi un decimo della popolazione dell’Impero fosse ebraica – dotata di fortezze e di un’efficiente rete stradale. Tuttavia il contrasto fra i Sadducei, conservatori e portati al compromesso, e i Farisei, gli «integralisti» dell’epoca, agitò profondamente la società di allora. Alla morte del grande sovrano la Giudea divenne una provincia romana, mentre le altre regioni della Palestina rimasero per un periodo di tempo più o meno lungo governate dagli eredi del grande sovrano.

Resti del palazzo di Erode, nella fortezza dell'Herodion - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Herodion08.JPG, 2013
Resti del palazzo di Erode, nella fortezza dell'Herodion - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Herodion08.JPG, 2013

    I rapporti fra Romani ed Ebrei presto degenerarono nonostante che la popolazione locale godesse di una serie di privilegi ed esenzioni a tutela del proprio credo religioso, che prevedevano fra l’altro il rispetto del riposo sabbatico. Le differenze culturali fra il mondo romano e quello ebraico non potevano essere più profonde. Quando i Romani giunsero in Palestina la tradizionale religione pagano-naturalista risultava in crisi, e le classi colte romane preferivano i culti provenienti dall’Oriente come il mitraismo, il culto di Iside, e quello di Cibele. I Romani ritenevano comunque il problema religioso un problema strettamente personale poco influente sulle questioni di governo. Non solo come sappiamo, il procuratore Ponzio Pilato fu decisamente contrario ad esprimere un suo giudizio su Gesù Cristo quando sollecitato dai massimi sacerdoti, ma anche il governatore di Corinto, come riportano gli Atti degli Apostoli, quando gli venne portato Paolo rispose: «Se si tratta di un delitto o di una colpa grave, oh Ebrei, è giusto che vi ascolti. Ma visto che si tratta di sottigliezze dottrinali della vostra legge, arrangiatevi da soli! Io non voglio essere giudice in queste faccende». Gli Ebrei avevano un modo di sentire la religione decisamente diverso da quello dei Romani e dato vita a una religione decisamente più profonda di quella greco-romana, tuttavia per quanto riguarda la tolleranza e il rispetto dei diritti del singolo, i Romani avevano raggiunto un livello decisamente superiore a quello ebraico.
    I Vangeli non ci danno molte informazioni sulle questioni politiche della Palestina ai tempi di Gesù, tuttavia risulta abbastanza significativa la risposta del Maestro di fronte al centurione romano che si era rivolto a lui: «Non ho mai trovato una fede così grande tra quelli che appartengono al popolo d’Israele». Ancora più interessante è poi la famosa affermazione di Gesù di fronte ai Farisei che avevano cercato di metterlo in difficoltà: «Date a Cesare quello che è di Cesare e date a Dio quello che è di Dio», un’opinione probabilmente non condivisa da una parte notevole degli Ebrei.
    Negli anni successivi alla morte di Cristo la situazione della Palestina peggiorò. Gli Atti degli Apostoli e lo storico ebraico Giuseppe Flavio riportano la presenza di numerosi personaggi messianici che si ritenevano investiti di poteri miracolosi e suscitavano clamore nel popolo. Ai tempi dell’Imperatore Claudio agli Ebrei venne interdetta la facoltà di risiedere a Roma, e nel 66 dopo Cristo dopo alcuni anni di malgoverno romano sotto i procuratori Albino e Gessio Florio scoppiò la rivolta ebraica, una delle più gravi fra quelle che sconvolsero il mondo romano. La rivolta – alla quale non presero parte i Cristiani – ebbe come promotori non solo gli Zeloti ma anche i più moderati Sadducei, e ad essa prese parte anche lo stesso Giuseppe Flavio, che non era certamente un estremista, e che più tardi si allontanò probabilmente vedendo i moti degenerare. La rivolta provocò uno scontro sanguinosissimo fra le varie fazioni ebraiche, e fu la causa di una grave carestia con molte migliaia di morti. L’ultima a cadere in mano romana fu la fortezza di Masada tenuta dagli Zeloti, i quali per non arrendersi ai Romani si suicidarono in massa.

Il pianoro-fortezza di Masada; sulla destra è chiaramente visibile l'imponente rampa di accesso costruita dai Romani - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Vista_general_de_Masada.jpg, 2013
Il pianoro-fortezza di Masada; sulla destra è chiaramente visibile l'imponente rampa di accesso costruita dai Romani - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Vista_general_de_Masada.jpg, 2013

    Quando i Romani ripresero Gerusalemme il Tempio, simbolo dell’unità del popolo ebraico, venne distrutto, ma negli anni successivi l’amministrazione ritornò alla normale tolleranza. Nel periodo successivo si ebbero invece sollevazioni fra diverse comunità ebraiche nel Mediterraneo in Egitto, Cirene, Cipro, Mesopotamia, ma si può ritenere che il motivo di tale tensione fossero contrasti locali fra le popolazioni di origine greca e quella ebraica.
    Nel 132 quando l’Imperatore Adriano decise di costruire una città dedicata a Giove Capitolino sulle rovine di Gerusalemme, che non era stata più ricostruita, si ebbe una nuova sollevazione, guidata da Bar Cocheba, un personaggio messianico, non molto stimato dagli stessi Ebrei, che nel Talmud venne considerato un menzognero. Il fallimento della nuova sanguinosa rivolta portò ad un ulteriore incremento della diaspora, già iniziata nei decenni precedenti, ma anche ad una profonda revisione all’interno dell’Ebraismo: vennero abbandonati i sogni di riscatto politico-religioso a favore di una visione più interiore della religione.
(anno 2001)