L’Impero
e i barbari
Un
Impero sempre più impegnato nelle questioni militari e nella
difesa delle sue province più lontane
di Ercolina
Milanesi
Caracalla
cominciò coll’assassinare il fratello Geta. Egli
non era
un tiranno dei soliti; era un demonio sterminatore che
attraversò l’Impero uccidendo. Correva di
provincia in
provincia a strappar denaro per i suoi soldati. Egli si gloriava di
essere l’Imperatore più crudele fin allora
esistito e a se
stesso considerò riferito l’oracolo che aveva
predetto la
venuta della bestia feroce dell’Ausonia. Quando giunse ad
Alessandria, il popolo prese a ridere di questo terribile Imperatore ed
egli si vendicò con un orribile massacro, al quale
assistette
personalmente.
E tuttavia sotto un mostro di tal fatta
fiorì
il più grande giureconsulto dell’Impero:
Papiniano, che
proveniva dalla Fenicia, ma era completamente imbevuto del genio romano.
Caracalla si rivolse a lui per
giustificare
l’assassinio di suo fratello Geta, come Nerone era ricorso a
Seneca per giustificare il suo matricidio. Papiniano rispose:
«È più facile commettere un delitto che
giustificarlo». Questa generosa risposta gli costò
la vita.
Caracalla compì una riforma
orribilmente
vessatoria e alla quale, tuttavia, l’Impero Romano tendeva
fin
dal suo inizio: egli accordò il diritto di cittadinanza a
tutto
l’Impero. Non per liberalità di spirito, ma
perché
il nome di cittadino obbligava a pagare le imposte. Però non
mancavano grandi vantaggi. Il diritto alla cittadinanza dato
all’Impero sottoponeva tutte le province alla giurisprudenza
romana, che diveniva una e universale, e così il regno di un
mostro fu un’epoca importante nella storia
dell’umanità.
Roma è
un’iniziazione per il mondo,
bisogna che tutte le nazioni prendano posto, non soltanto
nell’Impero, ma nella città. Il limite estremo
sembra
raggiunto quando Caracolla accorda a tutti gli abitanti delle province
il titolo di cittadini, ma non basta ancora. Il mondo barbarico
protesta. L’Impero Romano non è né
universale
né eterno. L’invasione dei barbari non
è niente
altro che questa protesta; quando essi penetrarono
nell’Impero,
dichiararono che venivano a cercare nel Sud una città,
patria
antica dei loro antenati, degli Asi figli di Odino, sacerdoti e
guerrieri. Asia, loro patria, era stata abbandonata dai popoli gotici
che ritornavano a cercarla nell’Impero Romano.
Noi troviamo qui, sotto vesti poetiche,
l’indicazione concreta di ciò che significa
l’invasione dei barbari. Essi venivano a cercare la
città,
essa era incompleta, perché era necessario che racchiudesse
il
mondo e occorreva un secondo grado di iniziazione. Ma la
città
materiale era troppo piccola e solo la città spirituale
poteva
operare questo risultato, di contenere il mondo e di estendersi a tutti
i popoli che venivano a cercarla senza conoscerla.
Non dimentichiamo che Roma era una
iniziazione e nel
I secolo dell’Impero essa fu governata da Italiani, i Cesari;
nel
II da uomini di origine iberica o gallica; nel III da uomini di tutte
le nazioni, di tutte le razze, da Siriani, da Goti; nel IV, i barbari,
verranno a prendere possesso dell’Impero, come popolo e non
più per mezzo di Imperatori che li rappresentino: Imperatori
saranno i popoli accampati nel suolo dell’Impero.
Nel V secolo l’Impero
diventerà
barbaro, vale a dire il mondo romano e il mondo barbaro saranno
congiunti, dando inizio a quell’unione feconda di cui noi
siamo
figli.
C’era in Siria un giovinetto, ritenuto figlio di Caracalla e
che,
malgrado la sua giovane età, occupava una delle
più
importanti dignità, poiché era sacerdote di Baal.
Poiché, come presso tutti gli stranieri, il sacerdote
portava il
nome del suo dio, lo si chiamava Eliogabalo. Le legioni ricondussero a
Roma questo giovane che era diretto dalla madre.
Orazio, secoli prima, aveva detto:
«Grecia
capta ferum victorem cepit». Un secolo dopo, Giovenale
diceva:
«In Tiberim defluxit Orontes» e al III la
predizione si
realizzava. Ecco un Imperatore siriano, che conserva l’abito
siriano, i costumi e le usanze siriane, che porta a Roma la religione
siriana. È il trionfo delle divinità orientali.
Il dio
del naturalismo orientale entra a Roma sotto la forma di una pietra
nera caduta dal cielo: il dio fisico dell’Oriente penetra
nella
città, prima che il Dio morale ne prenda possesso col
Cristianesimo.
Tutti i senatori, i giureconsulti che
parlano ancora
dell’antica repubblica, sono costretti a seguire il carro del
dio
vincitore. È una invasione di barbari, assai più
grave di
quella di Alarico. Un giovane di diciotto anni, dalla figura leggiadra,
coronato di fiori, inondato di profumi, allevato nell’eccesso
della effeminatezza orientale, corrotto come lo si era in Siria: ecco
il nuovo padrone di Roma e delle legioni. Egli dovette ispirare un
particolare disgusto al fiero e grave popolo dei Romani, e basta
osservare come gli storici ne hanno parlato. Ma con gli eccessi di
Eliogabalo si è posto sotto accusa anche ciò che
era
conseguenza naturale della sua religione.
«Le infamie di Eliogabalo
potrebbero ben avere
un intento simbolico ed essere semplicemente una forma di culto, una
pantomima religiosa, come gli “acta legitima” erano
una
pantomima giuridica. Le sue metamorfosi da uomo in donna, eccetera,
sembrano ricollegarsi al carattere ermafrodito degli dèi
dell’Oriente… Egli pare religiosissimo…
si rovescia
a terra entrando a Roma per non perdere di vista il suo Dio [Nota di
Michelet]».
Egli importava a Roma costumi nuovi,
abitudini
nuove, e non tardò a cogliere onore tra i suoi sudditi
romani
ancora stranieri all’Oriente. Presto o tardi bisognava
tuttavia
che Roma ricevesse le idee dell’Oriente che, con le sue
profonde
religioni, era il vero precettore di Roma; tra i sacerdoti di Baal che
seguivano il gran sacerdote, sua madre e sua nonna Giulia Moesa, vi
erano mille cose, mille idee che i Romani ignoravano e che possono
considerarsi come una preparazione al Cristianesimo. La religione
fenicia trionfa con Eliogabalo, come il Cristianesimo con Costantino ad
un secolo di distanza. Queste religioni avevano in comune
l’idea
di un Dio morto e resuscitato, ma il dio di Eliogabalo era solo un
simbolo della natura che rinasceva, non era quella resurrezione morale
dell’anima attraverso il pentimento apportata dal
Cristianesimo.
Tuttavia, poiché il simbolo precede in ogni cosa il senso
spirituale, la religione siriana doveva precedere in Roma il
Cristianesimo e preparargli la strada.
Eliogabalo fu guidato dalla madre e
dall’ava
che si circondarono degli uomini più saggi
dell’Impero, di
giureconsulti che costituirono la gloria del nome romano,
benché
non tutti fossero nati romani (Ulpiano era Fenicio). Il governo di
Eliogabalo non fu così irragionevole come alcuni storici lo
hanno descritto; non possediamo che la storia scandalosa del Palazzo;
ci manca la storia di quell’Impero. Che ci importa
dell’interno del Palazzo? Sapere come Ulpiano abbia diretto
l’amministrazione di quella vasta macchina sarebbe per noi
più interessante che conoscere le sciocchezze di un folle
che
non contava nulla nel governo.
Successore di Eliogabalo fu suo cugino Alessandro Severo, ben superiore
dal punto di vista morale. Era un uomo mite e docile che fu sempre
guidato dalla madre, ispirata a sua volta dagli uomini più
saggi. Fu, in un certo senso, il regno di Ulpiano che allora era
prefetto del Pretorio. Questo governo di donne e di uomini di legge non
parve avere caratteri di conquista.
Che sarebbe divenuto l’Impero
se uomini saggi
ma pacifici come Ulpiano avessero regnato, se la molle saggezza della
Siria avesse continuato a reggere Roma? L’indolenza bizantina
avrebbe avuto inizio alcuni secoli prima. L’Impero aveva
bisogno,
di fronte ai barbari, di una mano più ferma e quando le
legioni
rifiutarono di ubbidire ad Ulpiano e lo uccisero ai piedi del loro
Imperatore, esse seguivano un istinto cieco ma conforme agli interessi
del mondo romano. Per resistere ai barbari ci voleva sul
trono un
barbaro. Dopo Alessandro Severo, l’Impero ebbe il Goto
Massimino.
Massimino perseguitò i Cristiani, non perché
questo
ciclope si intendesse di teologia, ma i Cristiani per lui
rappresentavano l’Oriente, quell’Oriente proscritto
in
Alessandro Severo.
Quest’ultimo aveva raccolto in
una cappella i
fondatori delle principali religioni, Orfeo, Abramo, Gesù
Cristo, accettando in tal modo tutte le religioni. Si comprende quanto
questa dottrina, pur così bella ed elevata, togliesse
all’Impero in forza ed in personalità; non si
è
più se stessi quando si assumono caratteri di
universalità. Che resta a colui che vuol diventare Universo?
L’Impero accettando tutto, non sarebbe più stato
l’Impero Romano, e per resistere ai barbari, era necessario
che
esso continuasse ad essere l’Impero Romano. Era la condizione
essenziale della propria esistenza, ma l’indirizzo di
Alessandro
Severo lo dissolveva; all’opposto, il governo militare ne
rinserrava i vincoli e lo rendeva atto a vivere e a resistere.
Perciò Massimino
perseguitò il Cristianesimo.
L’Oriente ebbe anch’esso il suo Impero, con
l’Imperatore Odenato.
Questi era un emiro accampatosi sulla
pianura di
Palmira, che i mercanti avevano posto alla testa dei soldati. Fu il
primo a mostrare ciò che potevano fare gli Arabi e
conquistò la Siria e Zenobia, sua sposa,
conquistò
l’Egitto. Vediamo qui l’inizio di quei progressi
che gli
Arabi dovevano compiere nel Medio Evo, sotto l’impulso di
Maometto.
Vobisco ha scritto: «Odenathus
vir acer in
bello qui totum orbem terrarum reformasset». È una
specie
di predizione ma mancò la forza motrice della religione che
sospinse più tardi gli Arabi. Come tutti i popoli
mercantili,
come Genova, come Venezia, i Palmireni avevano edificato in uno spazio
ristretto immense costruzioni, attestate da splendide rovine.
Alessandria sul mare e Palmira sul retroterra erano i magazzini
generali del commercio del mondo.
Procediamo attraverso rovine che si formano da ogni parte:
l’Impero minaccia di crollare per mano dei Goti, che si
precipitano contro di esso, deve potenziare le sue risorse, spiegare le
sue forze, se gliene restano ancora. Se gli Antonini, venuti
dall’Occidente, non hanno fatto gran che per
l’Impero, se
gli Imperatori siriani, lungi dall’essergli utili, non hanno
fatto che indebolirlo, se in una parola l’Oriente e
l’Occidente non possono salvarlo, volgiamoci al centro e
vediamo
se vi è qualcuno capace di farlo durare. Ecco
l’Illiria,
che ha sempre dato i migliori soldati o i più terribili
nemici
di Roma ed ancor oggi dell’Impero Turco, vediamo uscirne due
Imperatori che restaureranno l’Impero e prolungheranno la sua
durata; due contadini innalzati dal loro valore: Aureliano e Probo.
Aureliano colpì ai due lati
dell’Impero
i due Imperi rivali che si andavano formando, egli sottomise Tetrico in
Gallia e Zenobia nell’Oriente, ma Zenobia commise un errore
che
provocò la propria perdita. Palmira racchiudeva due
elementi:
l’elemento barbaro e l’elemento greco. Odenato era
rimasto
Arabo e barbaro, egli andava a caccia di leoni con i soldati del
deserto, mentre Zenobia, finché regnò il marito,
lo
imitò; beveva coi capitani dell’esercito e
arringava i
soldati con l’elmo in testa e le braccia nude, ma alla morte
di
Odenato mutò costumi. Zenobia chiamò a Palmira i
Greci, i
cui monumenti sussistono ancora, ma quando Aureliano mosse
all’attacco di Palmira, le tribù non difesero la
città divenuta greca; anzi offrirono i loro servigi ad
Aureliano
e la Grecia illegittima che si andava formando in Palmira,
perì.
Invano i ricchi mercanti, sotto le loro pesanti armature, ingaggiarono
duri combattimenti con i Romani, ed erano armati all’incirca
come
i nostri cavalieri del Medio Evo, essi erano soffocati sotto la loro
corazza e abbattuti dopo una o due cariche. Del resto è noto
che
i ricchi mercanti hanno sempre tenuto alla vita e che essi considerano
questa troppo preziosa per essere ciecamente esposta. Zenobia, vinta,
tradì il proprio ministro Longino e lo dichiarò
autore
della lettera audace con la quale ella aveva risposto alle intimazioni
di Aureliano. Longino venne crocifisso e Zenobia fu condotta a Roma per
invecchiare in pace sul monte Palatino, accanto
all’Imperatore
delle Gallie Tetrico.
(giugno 2006)