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La poesia latina del I secolo avanti Cristo

Un’epoca di forti turbolenze sociali porta alla nascita di un genere poetico nuovo, incentrato sulle vicende personali

 

di  Simone Valtorta

 

 
La fine del II secolo avanti Cristo è segnata, nel mondo romano, dalla parabola dei Gracchi (133-123) e dal fallimento delle loro riforme, con il sorgere di una forte crisi economica e sociale, ed una serie di sanguinosissime guerre civili fino al 31 avanti Cristo, quando Augusto rimarrà unico padrone di Roma. In questo clima la poesia epica che aveva fino allora dominato sulla scena letteraria diventa impossibile, si snatura e si trasforma nel panegirico di uno dei tanti condottieri del tempo o in un’interpretazione apologetica delle gesta degli uomini politici. Siamo sull’orlo della sua scomparsa.
    Nel corso del I secolo avanti Cristo si affermano, al contrario, generi letterari incentrati sulle vicende singole, soggettive. Si respingono i canoni della poesia epica (esaltazione della guerra, altezza dello stile) e si propongono i valori recuperati dalla tradizione greca: la poesia alessandrina del III-II secolo avanti Cristo (in particolare Callimaco). L’estetica di Callimaco respinge la poesia epica in favore della raffinatezza stilistica, del gusto della riscoperta dei miti dimenticati, dell’elemento amoroso. Il maggior esponente è Catullo (vissuto circa tra l’85 e il 55 avanti Cristo), un poeta neoterico. Da polis, com’era ancora nel III-II secolo avanti Cristo, Roma si trasforma in qualcosa di diverso: si apre una frattura irriducibile tra il vecchio modello della città-stato e la nuova realtà della città-impero; la costituzione romana si sgretola, perché inadatta alla nuova situazione. La rottura definitiva si ha nel 78 avanti Cristo, quando Silla entra in Roma con l’esercito, quasi si trattasse di una città nemica. Dopo un secolo di scontri personali con il potere (ricordati nel primo capitolo degli Annales di Tacito), con Ottaviano ritorna la pace, ma anche la fine della libertà politica con l’accentramento del potere nelle mani di un’unica persona. La lirica diventa allora la voce di coloro che non hanno più voce politica, che non vogliono seguire un capo o l’altro: amerebbero il ritorno dei tempi antichi, per questo costruiscono una propria città interna a quella reale, con la quale è in contrasto. I valori sono quelli tradizionali: la fides, il foedus (il rispetto dei patti), il munus (l’offerta di condivisione). La scelta stilistica è la veritas, la poesia dotta, la comunanza dei gusti.

Busto di Catullo, Sirmione (Italia) - Simone Valtorta, 2001   
Busto di Catullo, Sirmione (Italia) - Simone Valtorta, 2001

    Poeti elegiaci sono Gallo, Tibullo, Properzio, Ovidio; molti loro elementi sono comuni con i neoterici (in Tibullo, ad esempio, ritroviamo il rifiuto della guerra, la tensione nostalgica per la vita campestre idealizzata e condivisa nell’amore). In Properzio e Catullo è comune l’affabulazione della vicenda personale, il riferire questa vicenda – sia essa vera o forzata – ai grandi miti della Grecia (Carmina 64-68: si presentano il mito di Teseo e Arianna ed altri miti antichi); altre caratteristiche sono il mascheramento del nome della donna amata e il tono di amarezza per le alterne vicende amorose. Nella vita di Properzio, poi, è inciso un amaro sigillo: la guerra civile (ricordiamo l’eccidio di Perugia da parte di Ottaviano). La sua scelta riguarda l’elegia (il termine deriva dal greco eligos e significa «lamento» funebre), differenziatasi poi in «canto di guerra», «dramma»... Rimane costante il metro: il distico (ogni unità è una mini-strofa). La grande novità dell’elegia romana è l’inserimento dell’elemento mitico nella vicenda erotica come tratto dominante: nel IV libro delle sue elegie, Properzio tenta di riavvicinarsi alla linea politica di Ottaviano con la rievocazione della storia mitica.

Villa romana nota come le "Grotte di Catullo", Sirmione (Italia) - Simone Valtorta, 2001   
Villa romana nota come le Grotte di Catullo, Sirmione (Italia) - Simone Valtorta, 2001

    Catullo è l’ultimo dei poeti lirici antichi (si rifà alla lirica greca arcaica, a Saffo); la sua lirica «ad alta voce» viene proposta a destinatari dei suoi tempi: vi ritroviamo terribili invettive politiche, una sofferenza limitata non esclusivamente alle pene d’amore (carme 11: «ebbene, Catullo, che cosa aspetti a morire?»), ma vissuta anche dinanzi ai personaggi che egli odia e che bramano il potere. La politica compare anche nelle liriche dedicate a Lesbia, pseudonimo di Clodia della nobile famiglia dei Claudi (al potere fino alla morte di Nerone, nel 68 dopo Cristo). Clodio, il fratello di lei, è un leader armato, un estremista cesariano che Catullo ha in odio. Nella poesia catulliana Lesbia «tradisce» il poeta ridiventando Clodia, un’accesa cesariana: lui proverà repulsione per lei (carme 51, scritto nello stesso metro dell’11). Così, vicende amorose e passioni politiche si fondono fino ad essere inscindibili le une dalle altre!   

    Sarà però un altro poeta a cui spetterà il compito di far rinascere l’epica romana (sentimento collettivo, recupero delle memorie delle origini, percorso che renda ragione e spieghi il motivo della grandezza di Roma) e, anzi, portarla al più alto livello: Publio Virgilio Marone!
(giugno 2006)