I
popoli dell’Italia antica
La
storia d’Italia dai suoi primi abitatori alla fondazione di
Roma
di Simone
Valtorta
C’era
una volta… così, come in una favola classica,
potremmo
parlare della nascita dell’Italia. C’era una volta,
dunque,
l’Italia, ed era ovviamente assai diversa da quella cui siamo
abituati a pensare. Per tempi immemorabili i grandi rettili vi avevano
bivaccato: nella Penisola è stato ritrovato
l’unico
esemplare al mondo di dinosauro che conserva ancora gli organi interni,
e che oltretutto è anche il più antico. Poi,
milioni di
anni dopo che i mammiferi avevano occupato ogni nicchia abitabile ed
erano rimasti gli incontrastabili dominatori del mondo, venti gelidi
provenienti dal Settentrione avevano spinto i ghiacciai fin quasi alla
Pianura Padana, che era invasa dalle paludi, e i boschi e le foreste
coprivano tutta la zona centrale della Penisola, dove pioveva spesso, e
la temperatura risultava di solito abbastanza fresca. Nelle foreste si
nascondevano animali che oggi apparirebbero incredibili: elefanti
enormi, rinoceronti; gli ippopotami si bagnavano nel Tevere, i leoni
inseguivano cervi e bisonti.
Antichissime raffigurazioni,
testimonianza della
presenza dell’uomo, si trovano graffite su ciottoli; poi,
sulle
pareti delle grotte in cui l’uomo viveva, si vedono, incise o
dipinte, figure umane o animali. Sono stati ritrovati sui Monti Lessini
dei dipinti che rimangono a tutt’oggi il più
antico
esempio di arte paleolitica in Europa. Quando si rappresentavano
animali s’intendeva forse propiziarsene la cattura:
nell’atto in cui se ne fermava l’immagine sulla
parete, si
cercava, quasi magicamente, di anticipare il momento in cui
l’animale sarebbe diventato preda dell’uomo. Una
delle
più belle immagini è il toro inciso su una
roccia, nel
«Riparo del Romito», presso Papasídero,
un piccolo
paese della Calabria: l’età è
antichissima, circa
12.000 anni.
Al III millennio avanti Cristo risalgono
numerose
altre incisioni rupestri (oltre 200.000) trovate in alcune vallate
alpine, in particolare in Val Camonica, nella provincia di Brescia, che
documentano la presenza in queste zone di montagna di
un’interessante civiltà, quella dei Camuni; i
Camuni
praticavano l’allevamento e l’agricoltura e
fabbricavano
armi in rame.
Nel II millennio avanti Cristo, mentre
la
civiltà mesopotamica e quella egizia raggiungevano il loro
massimo sviluppo, in Italia c’era ancora una vita
agricolo-pastorale; si abitava in capanne costruite
sull’acqua,
dette «palafitte», o in baracche di tronchi di
legno,
circondate da palizzate che formavano i primi villaggi: importanti
resti di palafitte sono stati trovati lungo le coste dei laghi di
Ledro, di Garda e di Varese.
A Sud, nell’Emilia Romagna, i
villaggi su
palafitte sono stati chiamati «terremare»
(dall’antico dialetto emiliano terra marna,
cioè «terra grassa»). I Terramaricoli
praticavano
un’agricoltura assai prospera, favorita anche dai rifiuti
organici depositati lì per secoli dagli antichi abitanti, e
allevavano bovini, pecore, maiali e cavalli.
Con navi rozze ed insicure gli antichi
abitanti
della Penisola si muovevano nel Mediterraneo, verso la costa iberica,
nell’Adriatico e nel Tirreno, e la Corsica e la Sardegna
erano
gli scali più sicuri.
Tra le culture che si svilupparono tra
il II e il I
millennio avanti Cristo vi è quella nuragica della Sardegna,
così chiamata dal nome delle sue tipiche costruzioni, i
nuraghi,
ancora oggi visibili sul territorio. Il nuraghe è una torre
a
forma di tronco di cono, costruita con grandi blocchi di pietra posti
gli uni sugli altri a secco (cioè senza l’impiego
di calce
per far aderire le pietre); una scala a chiocciola interna portava alla
terrazza sovrastante, mentre le piccole feritoie ai lati permettevano
agli arcieri di scagliare frecce da una posizione riparata. Intorno al
nuraghe sorgeva il villaggio i cui abitanti, in caso di pericolo,
trovavano rifugio e protezione nella fortezza: il gran numero di armi e
statuette di bronzo che rappresentano guerrieri, ritrovate
all’interno dei nuraghi, attestano che si trattava di una
civiltà che praticava la guerra con una certa frequenza.
Nel tempo, varie popolazioni si
sovrapposero le une alle altre.
I Liguri, che abitavano
l’Italia
Nord-Occidentale e l’attuale Francia, si stabilirono in
Italia
già nell’età della pietra; da dove
provenissero,
non si sa: forse dalla Spagna, forse dall’Africa attraverso
la
Sardegna e la Corsica. Dovevano essere intraprendenti e piuttosto
battaglieri, perché resistettero a tutte le infiltrazioni
sul
loro territorio: le legioni di Augusto li trovarono che mantenevano
ancora intatte le loro antiche usanze. Vivevano tra ripide montagne,
praticavano la pastorizia e sfruttavano le risorse del mare pescando e
commerciando, ma soprattutto praticando la pirateria su tutta la costa
tirrenica.
I Veneti, provenienti forse
dall’Asia Minore,
erano conosciuti come bravi allevatori di cavalli ed esperti navigatori
di fiumi e di mare. Erano anche abili nella lavorazione di oggetti in
bronzo, come mostrano molti modellini bronzei di cavalli ritrovati
nelle loro tombe.
L’Italia Peninsulare,
corrispondente al
territorio che va attualmente dalle Marche alla Calabria, era un vero e
proprio mosaico di popoli, giunti lì verso il 1200
dall’Asia, attraverso le Alpi Orientali.
Piceni ed Umbri furono i soli a saper
lavorare
l’ambra, una resina fossile importata dal Nord Europa
attraverso
il porto di Adria, sul Mar Adriatico.
Sanniti, Sabini, Dauni, Iapigi, Messapi,
Lucani e
Bruzi si dedicavano soprattutto alla pastorizia e
all’agricoltura; costruivano cittadelle fortificate chiuse da
mura; in alcuni casi le cinte murarie erano molto estese e
comprendevano anche terreni agricoli e pascoli. Erano uomini rudi e
battaglieri, e talvolta si abbandonavano al saccheggio dei villaggi
vicini, dando il via a piccole guerre locali. Sobri e abituati alle
fatiche del lavoro dei campi, non amavano le mollezze e le
comodità; i loro capi imponevano che i ragazzi fossero
allevati
nei boschi perché si abituassero alle intemperie e alla
caccia.
La Sicilia (chiamata
«Trinacria» dai
Greci) era abitata da Sicani, Elimi e Siculi. I Sicani vivevano
lì fin dal III millennio avanti Cristo; conoscevano il rame,
l’argento e il bronzo, sapevano tessere la lana e il lino.
Pare
che il nome di Sicani derivi da «sica», che in
latino
significa «pugnale» (da cui la parola
«sicario»): i Sicani presero questo nome
perché
furono i primi in Italia a brandire veri pugnali di rame, destando un
vivo stupore verso le altre popolazioni che usavano ancora armi in
pietra. I loro territori furono in seguito occupati dai Siculi, giunti
nell’isola intorno al 1400 avanti Cristo. In Sicilia
fiorirono
anche molte colonie cartaginesi e greche; su tutte primeggiò
Siracusa, poi Catania, Messina, Selinunte, Agrigento e Segesta; avevano
un’immensa ricchezza ed una raffinata cultura, a volte
superiore
a quella della madrepatria, e diedero i natali a grandi pensatori come
il filosofo Senofane e il matematico Pitagora.
Intorno al I millennio avanti Cristo,
cominciamo ad
avere resti di una certa importanza, appartenenti alla
civiltà
detta «villanoviana». Il nome deriva dal centro di
Villanova, nei pressi di Bologna, dove si sono fatti importanti
ritrovamenti, ma si tratta di un indirizzo comune anche ad altre aree
dell’Italia Centrale Tirrenica, dalle quali, forse, si
è
poi risaliti verso Bologna. I loro insediamenti, nel corso del tempo,
assunsero sempre più le caratteristiche di vere e proprie
città, costruite su alture poco distanti dal mare. Il rito
funebre era l’incinerazione: le ceneri del defunto venivano
poste
entro urne biconiche costituite da un vaso, stretto alla base ed
espanso verso l’alto, coperto da una specie di ciotola
rovesciata, a volte anche in foggia di elmo; le urne venivano poi
calate, insieme a piccoli oggetti in metallo e terracotta che erano
appartenuti al defunto, entro tombe a forma di pozzo situate in
necropoli fuori dai villaggi.
Dalla civiltà villanoviana si
passò
gradualmente a quella etrusca. Secondo gli studi più
recenti, la
parola «Italia» significa «terra dei
vitelli»
ed è proprio di origine etrusca: viene riportata al latino vitulus, umbro vitlu, sardo bíttalu
(«vitellino»), greco italós;
ma italós
era dato da Apollodoro come un appellativo etrusco; lo stretto contatto
che da secoli esisteva tra gli Etruschi da una parte ed i popoli
italici dall’altra rende probabile l’ipotesi che
siano
stati gli Etruschi a dare il nome agli Italici. Mentre è
senz’altro da scartare l’idea che
«Italia» (che
inizialmente comprendeva solamente la punta meridionale della nostra
Penisola, il Bruttium,
l’odierna Calabria) derivi dal nome di un Re, Italo, di cui
parlano alcuni autori antichi, tra i quali Aristotele:
«Italo, Re
degli Enotri, […] di lui dicono che abbia fatto degli
Enotri, da
nomadi che erano, degli agricoltori stabili, e che abbia imposto loro
nuove leggi» (Aristotele, Politica, VII, 10).
Già gli antichi si chiedevano
l’origine
degli Etruschi, raffigurandosi la comparsa delle popolazioni sul
modello degli insediamenti coloniali, attribuendone la nascita ad eroi
fondatori, combinando origini locali e movimenti migratori. Erodoto (V
secolo avanti Cristo) riportava la tradizione, raccolta da storici
precedenti, che gli Etruschi sarebbero trasmigrati in Italia
dall’Asia Minore: «Durante il regno di Atis, figlio
di
Manes, una grave carestia si diffuse in tutta la Lidia. Per un certo
tempo i Lidi la sopportarono, ma poiché la carestia non
accennava a diminuire, cercarono di rimediarvi con l’uno o
l’altro espediente. La pestilenza però non
passava, anzi
si aggravava, e il Re prese allora la decisione di dividere in due
gruppi i Lidi e sorteggiò quello che doveva rimanere e
quello
che doveva emigrare. A capo del gruppo destinato a rimanere in patria
mise se stesso, e a capo del gruppo in partenza il proprio figlio, il
cui nome era Tirreno. I Lidi, cui toccò di partire, si
portarono
a Smirne dove apprestarono navi, e, dopo averle caricate
dell’occorrente, salparono per procurarsi altrove cibo e una
nuova terra dove abitare e così dopo un lungo viaggio,
giunsero
al territorio degli Umbri, dove costruirono delle città e
dove
abitano tuttora, assumendo però un nuovo nome, derivandolo
da
quello del figlio del Re che ne era stato la guida nel viaggio di
trasferimento: da lui si chiamarono Tirreni» (Erodoto, Storie,
I, 94). Un altro storico, Dionigi di Alicarnasso (I secolo avanti
Cristo), invece, ne sosteneva l’origine locale:
«Coloro i
quali favoleggiano che essi [i Tirreni] siano immigrati, affermano che
il capo della migrazione fu Tirreno, e che questi diede al popolo il
proprio nome […] Ma io ritengo che i Tirreni non siano
coloni
provenienti dalla Lidia; infatti non parlano la lingua dei Lidi; e non
si può nemmeno dire che, pur parlando ormai una lingua
diversa,
conservino almeno qualche altro carattere rivelatore della loro terra
d’origine. Infatti venerano dèi differenti da
quelli dei
Lidi, e non hanno leggi simili, né lo stesso modo di vivere.
[…] Mi pare perciò che sia più vicino
al vero il
parere di coloro che sostengono che questo popolo non è
venuto
da nessun altro Paese, ed è originario del luogo in cui
vive;
poiché si può constatare che è un
popolo
antichissimo, e si distingue da ogni altro per la lingua e i costumi.
Dai Greci essi sono stati chiamati Tirreni; forse perché
abitavano in torri o dal nome di qualche loro capo. Essi
però,
nella loro lingua, chiamano se stessi Rasenna, dal nome di un loro
condottiero» (Dionigi di Alicarnasso, Archeologia Romana,
I, 30, 2). A queste tesi Livio ne ha aggiunta un’altra,
secondo
la quale gli Etruschi (connessi con i Reti alpini) sarebbero scesi in
Italia dal Nord, passando attraverso le Alpi (Tito Livio, Storia di Roma,
V, 33). In realtà, una serie di fattori esterni (viaggi
marittimi micenei, contatti con i Fenici, colonizzazione greca)
produsse vere e proprie mutazioni nelle zone della Penisola in cui le
culture locali erano abbastanza strutturate da reagire positivamente
all’influenza esterna.
Il fenomeno determinante è
rappresentato
dalla colonizzazione greca dell’Italia Meridionale: questa
iniziò con l’installazione a Pitecussa (Ischia)
degli
Eubei, che acquistavano i minerali di cui l’Etruria era ricca
e
furono protagonisti di scambi che spaziavano dal Mediterraneo Orientale
(Al Mina) all’Occidente; come conseguenza, si formarono delle
aristocrazie etrusche, latine e campane, caratterizzate dallo stesso
stile di vita lussuoso ed ellenizzato (consumo di vino, di olio
profumato, introduzione della scrittura, lavorazione del ferro,
coltivazione della vite, del frumento e dell’olivo). La
civiltà etrusca fu dunque il caso particolare di una
evoluzione
più generale e non il risultato di una migrazione
(l’ipotesi del trasferimento di un piccolo numero di
individui
non avrebbe infatti inciso minimamente sulla trasformazione
socio-economica della civiltà villanoviana). Proprio allora
fece
la sua comparsa la formula onomastica bipartita (nome proprio e nome
della famiglia), che distinse i popoli dell’Italia Centrale
durante tutta l’antichità e caratterizza il nostro
sistema
attuale.
Gli Etruschi erano stanziati nella
regione che da
essi prese il nome di Etruria, compresa fra l’Arno a Nord e
il
corso del Tevere a Oriente e a Sud, in quella zona che oggi
è
formata dalla Toscana (il cui nome deriva da Tuscia, come i Latini
chiamavano l’Etruria), dall’Umbria Occidentale e
dal Lazio
Settentrionale fino alle soglie di Roma; anzi, i Romani definivano litus Tuscus la
riva destra del Tevere.
Vi erano terreni di origine vulcanica,
molto fertili
e adatti all’agricoltura; ricchi giacimenti di minerali, che
garantivano preziose materie prime; una costa affacciata su un mare, il
Tirreno, nelle cui acque s’incrociavano i commerci delle
più floride civiltà del Mediterraneo, prime fra
tutte
quella greca e quella fenicia, con le quali gli Etruschi stabilirono
forti legami commerciali (erano i soli in Italia a possedere una flotta
mercantile). Oltre ad essere valenti agricoltori, esperti artigiani,
formidabili commercianti, erano anche abili ingegneri, e in
architettura inventarono l’arco, la volta e la cupola. Furono
loro, probabilmente per l’influenza greca, ad introdurre in
Italia, come mezzo di scambio, la moneta.
Fisicamente, gli Etruschi avevano
carnagione bruna,
statura media e corporatura robusta. Il volto un po’ ossuto
aveva
zigomi sporgenti e marcati, grandi occhi dal taglio a mandorla e labbra
sottili. Il naso era stretto, diritto e di forma allungata. Le donne
portavano capelli lunghi, avvolti in trecce o riuniti a crocchia.
Nel momento della loro massima potenza
(VII-VI
secolo avanti Cristo), gli Etruschi estesero il loro dominio a Sud,
oltre il Tevere, fino in Campania e a Nord, al di là
dell’Appennino, dove sono etrusche le città di
Misa
(Marzabotto), Fèlsina (Bologna), Spina e Adria.
Più
tardi, perduta l’influenza su Roma con la cacciata
dell’ultimo Re, l’Etrusco Tarquinio il Superbo
(fine del VI
secolo avanti Cristo), sconfitti dai Greci nella battaglia navale di
Cuma (474-473 avanti Cristo), invasa dai Celti la Valle Padana, gli
Etruschi videro ridotta la loro prevalenza in Italia;
finché,
caduta Veio nel 396 avanti Cristo, sconfitti dai Romani un secolo dopo
nella battaglia del Sentino (295 avanti Cristo), anche essi entrarono
gradualmente nell’orbita della nuova grande
civiltà di
Roma in continua espansione, unificandosi e confondendosi con le altre
genti italiche.
Politicamente, anche all’epoca
della loro
massima potenza, gli Etruschi non costituivano uno Stato unitario.
Anzi, ognuna delle loro città formava un piccolo Stato
autonomo,
tutt’al più federato con le altre, come nella dodecàpoli
(«lega delle dodici città»); era
governata da un Re
(il Lucumone) e dal senato, che riuniva i rappresentanti delle famiglie
più ricche: chi trasgrediva alle leggi veniva punito
severamente.
I centri abitati sorgevano,
per lo
più, in cima a colli ed erano protetti da mura. Basta
ricordare
alcuni esempi ancora esistenti: Fiesole, Cortona, Chiusi, Perugia,
Volterra e così via. L’impianto urbanistico di
queste
città era condizionato dagli scoscendimenti naturali, ma non
privo di una regola ordinatrice, che più chiaramente
è
possibile riconoscere in una città come Marzabotto, sorta in
pianura sulle rive di un fiume, il Reno.
La popolazione si divideva in due
classi, ben
definite: i padroni e gli schiavi, che dovevano sbrigare i lavori
più faticosi, campagna, miniere, ed acquistavano un
po’ di
libertà solo se venivano promossi al rango di
«liberti». La famiglia era alla base di tutto, e le
donne
godevano di emancipazione e di una libertà che non ha eguali
in
nessun’altra civiltà antica: stavano accanto al
marito a
tavola, a teatro, nelle manifestazioni pubbliche, durante le cerimonie
religiose, gli spettacoli, le feste, le danze e i banchetti. Dopo il
matrimonio potevano conservare i propri beni, mantenere il loro cognome
e trasmetterlo ai figli insieme a quello del marito; inoltre avevano la
libertà di divorziare anche contro il volere del coniuge.
Curavano molto l’abbigliamento: comunemente indossavano il
chitone, una tunica con lunghe maniche di lino o di lana; per le feste
amavano adornarsi di bellissimi gioielli e usavano cosmetici.
Gli Etruschi erano un popolo pacifico,
amante dei
piaceri della vita e poco incline alla guerra. Ballavano, andavano a
caccia, pescavano, amavano i begli oggetti. Negli affreschi vediamo gli
Etruschi banchettare semisdraiati su letti, appoggiati a dei cuscini.
Apprezzavano la musica, che ascoltavano in diversi momenti della
giornata; lo strumento più usato era il flauto, suonato
anche da
donne. Amavano l’attività fisica: erano frequenti
le gare
sportive e fra gli sport più diffusi c’erano il
pugilato,
la corsa dei cavalli e il lancio del giavellotto.
Adoravano alcuni dèi, e per
le funzioni
religiose si raccoglievano attorno ai sacerdoti che attraverso il volo
degli uccelli, o esaminando le interiora delle bestie sacrificate,
cercavano di individuare la volontà del Cielo. Dimostravano
un
profondo culto dei morti: li seppellivano in vaste camere, e mettevano
accanto al defunto le cose che gli erano state più care,
armi,
se si trattava di un uomo, specchi e profumi, per una dama, e viveri
per il lungo viaggio nell’Aldilà.
Necropoli etrusca in Val di Cornia (Italia) - Simone Valtorta, 2002
Poi, arrivò Roma:
là dove prima
sorgevano delle capanne comparì, alla fine del VII secolo
avanti
Cristo, uno spazio pubblico e religioso. All’Italia, Roma
imporrà ben presto il suo dominio e la sua
civiltà.
(febbraio 2013)