torna alla home page di  www.storico.org

I popoli dell’Italia antica

La storia d’Italia dai suoi primi abitatori alla fondazione di Roma

 

di  Simone Valtorta

 

 
C’era una volta… così, come in una favola classica, potremmo parlare della nascita dell’Italia. C’era una volta, dunque, l’Italia, ed era ovviamente assai diversa da quella cui siamo abituati a pensare. Per tempi immemorabili i grandi rettili vi avevano bivaccato: nella Penisola è stato ritrovato l’unico esemplare al mondo di dinosauro che conserva ancora gli organi interni, e che oltretutto è anche il più antico. Poi, milioni di anni dopo che i mammiferi avevano occupato ogni nicchia abitabile ed erano rimasti gli incontrastabili dominatori del mondo, venti gelidi provenienti dal Settentrione avevano spinto i ghiacciai fin quasi alla Pianura Padana, che era invasa dalle paludi, e i boschi e le foreste coprivano tutta la zona centrale della Penisola, dove pioveva spesso, e la temperatura risultava di solito abbastanza fresca. Nelle foreste si nascondevano animali che oggi apparirebbero incredibili: elefanti enormi, rinoceronti; gli ippopotami si bagnavano nel Tevere, i leoni inseguivano cervi e bisonti.
    Antichissime raffigurazioni, testimonianza della presenza dell’uomo, si trovano graffite su ciottoli; poi, sulle pareti delle grotte in cui l’uomo viveva, si vedono, incise o dipinte, figure umane o animali. Sono stati ritrovati sui Monti Lessini dei dipinti che rimangono a tutt’oggi il più antico esempio di arte paleolitica in Europa. Quando si rappresentavano animali s’intendeva forse propiziarsene la cattura: nell’atto in cui se ne fermava l’immagine sulla parete, si cercava, quasi magicamente, di anticipare il momento in cui l’animale sarebbe diventato preda dell’uomo. Una delle più belle immagini è il toro inciso su una roccia, nel «Riparo del Romito», presso Papasídero, un piccolo paese della Calabria: l’età è antichissima, circa 12.000 anni.

Graffito di Bos Primigenius, grotta del Romito, provincia di Cosenza (Italia) - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Grotta_del_romito2H.JPG, 2013
Graffito di Bos Primigenius, grotta del Romito, provincia di Cosenza (Italia) - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Grotta_del_romito2H.JPG, 2013

    Al III millennio avanti Cristo risalgono numerose altre incisioni rupestri (oltre 200.000) trovate in alcune vallate alpine, in particolare in Val Camonica, nella provincia di Brescia, che documentano la presenza in queste zone di montagna di un’interessante civiltà, quella dei Camuni; i Camuni praticavano l’allevamento e l’agricoltura e fabbricavano armi in rame.
    Nel II millennio avanti Cristo, mentre la civiltà mesopotamica e quella egizia raggiungevano il loro massimo sviluppo, in Italia c’era ancora una vita agricolo-pastorale; si abitava in capanne costruite sull’acqua, dette «palafitte», o in baracche di tronchi di legno, circondate da palizzate che formavano i primi villaggi: importanti resti di palafitte sono stati trovati lungo le coste dei laghi di Ledro, di Garda e di Varese.
    A Sud, nell’Emilia Romagna, i villaggi su palafitte sono stati chiamati «terremare» (dall’antico dialetto emiliano terra marna, cioè «terra grassa»). I Terramaricoli praticavano un’agricoltura assai prospera, favorita anche dai rifiuti organici depositati lì per secoli dagli antichi abitanti, e allevavano bovini, pecore, maiali e cavalli.
    Con navi rozze ed insicure gli antichi abitanti della Penisola si muovevano nel Mediterraneo, verso la costa iberica, nell’Adriatico e nel Tirreno, e la Corsica e la Sardegna erano gli scali più sicuri.
    Tra le culture che si svilupparono tra il II e il I millennio avanti Cristo vi è quella nuragica della Sardegna, così chiamata dal nome delle sue tipiche costruzioni, i nuraghi, ancora oggi visibili sul territorio. Il nuraghe è una torre a forma di tronco di cono, costruita con grandi blocchi di pietra posti gli uni sugli altri a secco (cioè senza l’impiego di calce per far aderire le pietre); una scala a chiocciola interna portava alla terrazza sovrastante, mentre le piccole feritoie ai lati permettevano agli arcieri di scagliare frecce da una posizione riparata. Intorno al nuraghe sorgeva il villaggio i cui abitanti, in caso di pericolo, trovavano rifugio e protezione nella fortezza: il gran numero di armi e statuette di bronzo che rappresentano guerrieri, ritrovate all’interno dei nuraghi, attestano che si trattava di una civiltà che praticava la guerra con una certa frequenza.
    Nel tempo, varie popolazioni si sovrapposero le une alle altre.
    I Liguri, che abitavano l’Italia Nord-Occidentale e l’attuale Francia, si stabilirono in Italia già nell’età della pietra; da dove provenissero, non si sa: forse dalla Spagna, forse dall’Africa attraverso la Sardegna e la Corsica. Dovevano essere intraprendenti e piuttosto battaglieri, perché resistettero a tutte le infiltrazioni sul loro territorio: le legioni di Augusto li trovarono che mantenevano ancora intatte le loro antiche usanze. Vivevano tra ripide montagne, praticavano la pastorizia e sfruttavano le risorse del mare pescando e commerciando, ma soprattutto praticando la pirateria su tutta la costa tirrenica.
    I Veneti, provenienti forse dall’Asia Minore, erano conosciuti come bravi allevatori di cavalli ed esperti navigatori di fiumi e di mare. Erano anche abili nella lavorazione di oggetti in bronzo, come mostrano molti modellini bronzei di cavalli ritrovati nelle loro tombe.
    L’Italia Peninsulare, corrispondente al territorio che va attualmente dalle Marche alla Calabria, era un vero e proprio mosaico di popoli, giunti lì verso il 1200 dall’Asia, attraverso le Alpi Orientali.
    Piceni ed Umbri furono i soli a saper lavorare l’ambra, una resina fossile importata dal Nord Europa attraverso il porto di Adria, sul Mar Adriatico.
    Sanniti, Sabini, Dauni, Iapigi, Messapi, Lucani e Bruzi si dedicavano soprattutto alla pastorizia e all’agricoltura; costruivano cittadelle fortificate chiuse da mura; in alcuni casi le cinte murarie erano molto estese e comprendevano anche terreni agricoli e pascoli. Erano uomini rudi e battaglieri, e talvolta si abbandonavano al saccheggio dei villaggi vicini, dando il via a piccole guerre locali. Sobri e abituati alle fatiche del lavoro dei campi, non amavano le mollezze e le comodità; i loro capi imponevano che i ragazzi fossero allevati nei boschi perché si abituassero alle intemperie e alla caccia.
    La Sicilia (chiamata «Trinacria» dai Greci) era abitata da Sicani, Elimi e Siculi. I Sicani vivevano lì fin dal III millennio avanti Cristo; conoscevano il rame, l’argento e il bronzo, sapevano tessere la lana e il lino. Pare che il nome di Sicani derivi da «sica», che in latino significa «pugnale» (da cui la parola «sicario»): i Sicani presero questo nome perché furono i primi in Italia a brandire veri pugnali di rame, destando un vivo stupore verso le altre popolazioni che usavano ancora armi in pietra. I loro territori furono in seguito occupati dai Siculi, giunti nell’isola intorno al 1400 avanti Cristo. In Sicilia fiorirono anche molte colonie cartaginesi e greche; su tutte primeggiò Siracusa, poi Catania, Messina, Selinunte, Agrigento e Segesta; avevano un’immensa ricchezza ed una raffinata cultura, a volte superiore a quella della madrepatria, e diedero i natali a grandi pensatori come il filosofo Senofane e il matematico Pitagora.

I popoli dell'Italia preromana - http://www.grancaffescuola.it/maestrapatrizia/ipertesti/greci_romani/images/31_italiaantica_adem.jpg, 2013
I popoli dell'Italia preromana - http://www.grancaffescuola.it/maestrapatrizia/ipertesti/greci_romani/images/31_italiaantica_adem.jpg, 2013

    Intorno al I millennio avanti Cristo, cominciamo ad avere resti di una certa importanza, appartenenti alla civiltà detta «villanoviana». Il nome deriva dal centro di Villanova, nei pressi di Bologna, dove si sono fatti importanti ritrovamenti, ma si tratta di un indirizzo comune anche ad altre aree dell’Italia Centrale Tirrenica, dalle quali, forse, si è poi risaliti verso Bologna. I loro insediamenti, nel corso del tempo, assunsero sempre più le caratteristiche di vere e proprie città, costruite su alture poco distanti dal mare. Il rito funebre era l’incinerazione: le ceneri del defunto venivano poste entro urne biconiche costituite da un vaso, stretto alla base ed espanso verso l’alto, coperto da una specie di ciotola rovesciata, a volte anche in foggia di elmo; le urne venivano poi calate, insieme a piccoli oggetti in metallo e terracotta che erano appartenuti al defunto, entro tombe a forma di pozzo situate in necropoli fuori dai villaggi.
    Dalla civiltà villanoviana si passò gradualmente a quella etrusca. Secondo gli studi più recenti, la parola «Italia» significa «terra dei vitelli» ed è proprio di origine etrusca: viene riportata al latino vitulus, umbro vitlu, sardo bíttalu («vitellino»), greco italós; ma italós era dato da Apollodoro come un appellativo etrusco; lo stretto contatto che da secoli esisteva tra gli Etruschi da una parte ed i popoli italici dall’altra rende probabile l’ipotesi che siano stati gli Etruschi a dare il nome agli Italici. Mentre è senz’altro da scartare l’idea che «Italia» (che inizialmente comprendeva solamente la punta meridionale della nostra Penisola, il Bruttium, l’odierna Calabria) derivi dal nome di un Re, Italo, di cui parlano alcuni autori antichi, tra i quali Aristotele: «Italo, Re degli Enotri, […] di lui dicono che abbia fatto degli Enotri, da nomadi che erano, degli agricoltori stabili, e che abbia imposto loro nuove leggi» (Aristotele, Politica, VII, 10).
    Già gli antichi si chiedevano l’origine degli Etruschi, raffigurandosi la comparsa delle popolazioni sul modello degli insediamenti coloniali, attribuendone la nascita ad eroi fondatori, combinando origini locali e movimenti migratori. Erodoto (V secolo avanti Cristo) riportava la tradizione, raccolta da storici precedenti, che gli Etruschi sarebbero trasmigrati in Italia dall’Asia Minore: «Durante il regno di Atis, figlio di Manes, una grave carestia si diffuse in tutta la Lidia. Per un certo tempo i Lidi la sopportarono, ma poiché la carestia non accennava a diminuire, cercarono di rimediarvi con l’uno o l’altro espediente. La pestilenza però non passava, anzi si aggravava, e il Re prese allora la decisione di dividere in due gruppi i Lidi e sorteggiò quello che doveva rimanere e quello che doveva emigrare. A capo del gruppo destinato a rimanere in patria mise se stesso, e a capo del gruppo in partenza il proprio figlio, il cui nome era Tirreno. I Lidi, cui toccò di partire, si portarono a Smirne dove apprestarono navi, e, dopo averle caricate dell’occorrente, salparono per procurarsi altrove cibo e una nuova terra dove abitare e così dopo un lungo viaggio, giunsero al territorio degli Umbri, dove costruirono delle città e dove abitano tuttora, assumendo però un nuovo nome, derivandolo da quello del figlio del Re che ne era stato la guida nel viaggio di trasferimento: da lui si chiamarono Tirreni» (Erodoto, Storie, I, 94). Un altro storico, Dionigi di Alicarnasso (I secolo avanti Cristo), invece, ne sosteneva l’origine locale: «Coloro i quali favoleggiano che essi [i Tirreni] siano immigrati, affermano che il capo della migrazione fu Tirreno, e che questi diede al popolo il proprio nome […] Ma io ritengo che i Tirreni non siano coloni provenienti dalla Lidia; infatti non parlano la lingua dei Lidi; e non si può nemmeno dire che, pur parlando ormai una lingua diversa, conservino almeno qualche altro carattere rivelatore della loro terra d’origine. Infatti venerano dèi differenti da quelli dei Lidi, e non hanno leggi simili, né lo stesso modo di vivere. […] Mi pare perciò che sia più vicino al vero il parere di coloro che sostengono che questo popolo non è venuto da nessun altro Paese, ed è originario del luogo in cui vive; poiché si può constatare che è un popolo antichissimo, e si distingue da ogni altro per la lingua e i costumi. Dai Greci essi sono stati chiamati Tirreni; forse perché abitavano in torri o dal nome di qualche loro capo. Essi però, nella loro lingua, chiamano se stessi Rasenna, dal nome di un loro condottiero» (Dionigi di Alicarnasso, Archeologia Romana, I, 30, 2). A queste tesi Livio ne ha aggiunta un’altra, secondo la quale gli Etruschi (connessi con i Reti alpini) sarebbero scesi in Italia dal Nord, passando attraverso le Alpi (Tito Livio, Storia di Roma, V, 33). In realtà, una serie di fattori esterni (viaggi marittimi micenei, contatti con i Fenici, colonizzazione greca) produsse vere e proprie mutazioni nelle zone della Penisola in cui le culture locali erano abbastanza strutturate da reagire positivamente all’influenza esterna.
    Il fenomeno determinante è rappresentato dalla colonizzazione greca dell’Italia Meridionale: questa iniziò con l’installazione a Pitecussa (Ischia) degli Eubei, che acquistavano i minerali di cui l’Etruria era ricca e furono protagonisti di scambi che spaziavano dal Mediterraneo Orientale (Al Mina) all’Occidente; come conseguenza, si formarono delle aristocrazie etrusche, latine e campane, caratterizzate dallo stesso stile di vita lussuoso ed ellenizzato (consumo di vino, di olio profumato, introduzione della scrittura, lavorazione del ferro, coltivazione della vite, del frumento e dell’olivo). La civiltà etrusca fu dunque il caso particolare di una evoluzione più generale e non il risultato di una migrazione (l’ipotesi del trasferimento di un piccolo numero di individui non avrebbe infatti inciso minimamente sulla trasformazione socio-economica della civiltà villanoviana). Proprio allora fece la sua comparsa la formula onomastica bipartita (nome proprio e nome della famiglia), che distinse i popoli dell’Italia Centrale durante tutta l’antichità e caratterizza il nostro sistema attuale.
    Gli Etruschi erano stanziati nella regione che da essi prese il nome di Etruria, compresa fra l’Arno a Nord e il corso del Tevere a Oriente e a Sud, in quella zona che oggi è formata dalla Toscana (il cui nome deriva da Tuscia, come i Latini chiamavano l’Etruria), dall’Umbria Occidentale e dal Lazio Settentrionale fino alle soglie di Roma; anzi, i Romani definivano litus Tuscus la riva destra del Tevere.
    Vi erano terreni di origine vulcanica, molto fertili e adatti all’agricoltura; ricchi giacimenti di minerali, che garantivano preziose materie prime; una costa affacciata su un mare, il Tirreno, nelle cui acque s’incrociavano i commerci delle più floride civiltà del Mediterraneo, prime fra tutte quella greca e quella fenicia, con le quali gli Etruschi stabilirono forti legami commerciali (erano i soli in Italia a possedere una flotta mercantile). Oltre ad essere valenti agricoltori, esperti artigiani, formidabili commercianti, erano anche abili ingegneri, e in architettura inventarono l’arco, la volta e la cupola. Furono loro, probabilmente per l’influenza greca, ad introdurre in Italia, come mezzo di scambio, la moneta.
    Fisicamente, gli Etruschi avevano carnagione bruna, statura media e corporatura robusta. Il volto un po’ ossuto aveva zigomi sporgenti e marcati, grandi occhi dal taglio a mandorla e labbra sottili. Il naso era stretto, diritto e di forma allungata. Le donne portavano capelli lunghi, avvolti in trecce o riuniti a crocchia.

Sarcofago degli Sposi di Caere, 524 avanti Cristo, oggi esposto al Museo di Villa Giulia, Roma (Italia) - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Banditaccia_Sarcofago_Degli_Sposi.jpg, 2013
Sarcofago degli Sposi di Caere, 524 avanti Cristo, oggi esposto al Museo di Villa Giulia, Roma (Italia) - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Banditaccia_Sarcofago_Degli_Sposi.jpg, 2013

    Nel momento della loro massima potenza (VII-VI secolo avanti Cristo), gli Etruschi estesero il loro dominio a Sud, oltre il Tevere, fino in Campania e a Nord, al di là dell’Appennino, dove sono etrusche le città di Misa (Marzabotto), Fèlsina (Bologna), Spina e Adria. Più tardi, perduta l’influenza su Roma con la cacciata dell’ultimo Re, l’Etrusco Tarquinio il Superbo (fine del VI secolo avanti Cristo), sconfitti dai Greci nella battaglia navale di Cuma (474-473 avanti Cristo), invasa dai Celti la Valle Padana, gli Etruschi videro ridotta la loro prevalenza in Italia; finché, caduta Veio nel 396 avanti Cristo, sconfitti dai Romani un secolo dopo nella battaglia del Sentino (295 avanti Cristo), anche essi entrarono gradualmente nell’orbita della nuova grande civiltà di Roma in continua espansione, unificandosi e confondendosi con le altre genti italiche.
    Politicamente, anche all’epoca della loro massima potenza, gli Etruschi non costituivano uno Stato unitario. Anzi, ognuna delle loro città formava un piccolo Stato autonomo, tutt’al più federato con le altre, come nella dodecàpoli («lega delle dodici città»); era governata da un Re (il Lucumone) e dal senato, che riuniva i rappresentanti delle famiglie più ricche: chi trasgrediva alle leggi veniva punito severamente.
    I centri abitati sorgevano, per lo più, in cima a colli ed erano protetti da mura. Basta ricordare alcuni esempi ancora esistenti: Fiesole, Cortona, Chiusi, Perugia, Volterra e così via. L’impianto urbanistico di queste città era condizionato dagli scoscendimenti naturali, ma non privo di una regola ordinatrice, che più chiaramente è possibile riconoscere in una città come Marzabotto, sorta in pianura sulle rive di un fiume, il Reno.
    La popolazione si divideva in due classi, ben definite: i padroni e gli schiavi, che dovevano sbrigare i lavori più faticosi, campagna, miniere, ed acquistavano un po’ di libertà solo se venivano promossi al rango di «liberti». La famiglia era alla base di tutto, e le donne godevano di emancipazione e di una libertà che non ha eguali in nessun’altra civiltà antica: stavano accanto al marito a tavola, a teatro, nelle manifestazioni pubbliche, durante le cerimonie religiose, gli spettacoli, le feste, le danze e i banchetti. Dopo il matrimonio potevano conservare i propri beni, mantenere il loro cognome e trasmetterlo ai figli insieme a quello del marito; inoltre avevano la libertà di divorziare anche contro il volere del coniuge. Curavano molto l’abbigliamento: comunemente indossavano il chitone, una tunica con lunghe maniche di lino o di lana; per le feste amavano adornarsi di bellissimi gioielli e usavano cosmetici.
    Gli Etruschi erano un popolo pacifico, amante dei piaceri della vita e poco incline alla guerra. Ballavano, andavano a caccia, pescavano, amavano i begli oggetti. Negli affreschi vediamo gli Etruschi banchettare semisdraiati su letti, appoggiati a dei cuscini. Apprezzavano la musica, che ascoltavano in diversi momenti della giornata; lo strumento più usato era il flauto, suonato anche da donne. Amavano l’attività fisica: erano frequenti le gare sportive e fra gli sport più diffusi c’erano il pugilato, la corsa dei cavalli e il lancio del giavellotto.
    Adoravano alcuni dèi, e per le funzioni religiose si raccoglievano attorno ai sacerdoti che attraverso il volo degli uccelli, o esaminando le interiora delle bestie sacrificate, cercavano di individuare la volontà del Cielo. Dimostravano un profondo culto dei morti: li seppellivano in vaste camere, e mettevano accanto al defunto le cose che gli erano state più care, armi, se si trattava di un uomo, specchi e profumi, per una dama, e viveri per il lungo viaggio nell’Aldilà.

Necropoli etrusca in Val di Cornia (Italia) - Simone Valtorta, 2002
Necropoli etrusca in Val di Cornia (Italia) - Simone Valtorta, 2002

    Poi, arrivò Roma: là dove prima sorgevano delle capanne comparì, alla fine del VII secolo avanti Cristo, uno spazio pubblico e religioso. All’Italia, Roma imporrà ben presto il suo dominio e la sua civiltà.
(febbraio 2013)