Il
Satiricon
di Petronio
Il
romanzo della «decadenza dorata» di Roma
di Simone
Valtorta
Nel
primo secolo dopo Cristo Petronio, un raffinato e colto personaggio
della cui vita pubblica sappiamo ben poco (Tacito negli Annales lo chiama
«elegantiae
arbiter»
e lo descrive come un gaudente solito a trascorrere il giorno dormendo
e la notte nei piaceri e nei divertimenti più sfrenati),
compose
un’opera narrativa assai lunga: il Satiricon.
In passato questo libro fu vituperato, bollato come
«pornografico» e messo all’Indice, mentre
ora se ne
riconosce la grande qualità letteraria, anzi, viene definito
il
«primo romanzo moderno» della storia.
Il Satiricon
che possiamo leggere oggi non è che una minima parte
dell’opera originaria: possediamo infatti il quindicesimo
libro e
la parte iniziale del sedicesimo. Il titolo significa «libro
(o
libri) di cose satiriche» e deriva dal latino satura
(cioè «piena»), una serie di scenette
comiche senza trama e staccate le une dalle altre. La satura
teatrale, alla quale si rifà Petronio, si è
sviluppata in
due sottogeneri: solo poetica (Orazio, Persio, Giovenale, Macrobio,
Marziano Capella) o satira menippea (Luciano, Varrone di Rieti); il
romanzo Satiricon
è
forse ciò che resta di una più vasta opera di
prosa
menippea. L’origine è sia italica (si pensi al
carnevale e
al temporaneo ribaltamento dei ruoli padrone-schiavo), sia derivante
dal romanzo greco (Longo Sofista) denso di opere lunghe (e in massima
parte posteriori al Satiricon)
nelle quali «lui» o «lei» si
smarriscono,
finiscono col riconoscersi e coronano la loro storia d’amore.
Il Satiricon
si può idealmente dividere in due parti: la prima
è la cena
Trimalchionis,
la seconda potremmo definirla il «viaggio». Delle
due, la
prima è sicuramente la più vivace e divertente,
rumorosissima come una farsa teatrale, con una gestualità
evidentissima e con delle innovazioni (come i «flussi di
coscienza») che non hanno precedenti nella storia della
letteratura. Inizia con una declamazione del protagonista Encolpio che,
sotto i portici di una scuola di retorica, lamenta la decadenza
dell’eloquenza ridotta ad un mero artificio per impressionare
gli
uditori, dopo essere stata spogliata della primitiva chiarezza e
purezza. E, davvero, il Satiricon
si presenta come un romanzo linguistico, nel senso che si riscontrano
due lingue diverse, entrambe variegate a seconda di chi le sta usando
in quel momento: coloro che sono stati a scuola (Encolpio, Ascilto,
Gitone...) parlano un latino standard e curiale; i commensali dalla
lingua imbarbarita, colorita e volgare (Trimalcione, Apinna, Emerote,
che già nel nome denunciano la loro origine straniera)
parlavano
in gioventù lingue orientali e il loro latino è
rimasto
approssimativo – proprio questa varietà
linguistica
è ciò che ha conquistato lo Huysmans di À rebours.
Gente avventurosa, i commensali al banchetto di Trimalcione avevano
sopportato le catene della schiavitù prima di essere
liberati;
la loro scaltrezza ed audacia li aveva resi ricchi e i meriti derivati
dal denaro li avevano portati a diventare ministri
dell’Imperatore, invidiati dalle famiglie patrizie di Roma di
antica nobiltà ma di minori risorse economiche: il Satiricon
mostra l’emergere di una nuova classe sociale destinata a
governare il mondo, ma i cui fondatori sono persone rozze e ignoranti.
Il romanzo ha come caratteristica costitutiva la varietà tra
prosa e versi; vi sono anche poesiole (per esempio, quelle declamate da
Trimalcione) per sottolineare la comicità del personaggio
(afferma che la vita è un banchetto, e che l’unico
scopo
per vivere è mangiare e bere senza pensare al domani), e
poesie
recitate da Eumolpo (un maestro buffo e infantile, destinato ad essere
perennemente linciato, che nei suoi versi imita la letteratura
dell’età augustea).
Nella seconda parte dell’opera
continua il rovesciamento dei valori della virtus
romana e il ribaltamento dei caratteri dell’epopea: le
peripezie
dei personaggi sono mosse non dalle corrucciate divinità
dell’Olimpo bensì da Priapo, un dio ostile e
ridicolo che
rappresenta il membro maschile; nelle storie d’amore, che
scimmiottano i drammi della poesia greca e i romanzi di Longo Sofista,
l’omosessualità è la norma; una zuffa
tra schiavi,
descritta con tutti i canoni degli scontri campali tra grandi masse
d’eserciti, termina quando il giovane Gitone –
quasi
novella Elena di Troia – minaccia di tagliarsi i genitali il
cui
«possesso» era la reale causa della contesa.
Proprio la frammentarietà con
la quale ci è giunto ha fatto la fortuna del Satiricon,
permettendoci di classificarlo come romanzo moderno: dopo essere
fuggiti da un pantagruelico banchetto la cui descrizione avrebbe tanto
ispirato l’«abulimia letteraria» del Salambò
di Flaubert, i protagonisti s’imbarcano alla volta di nuovi
lidi.
Troppo tardi scoprono che gli armatori della nave sono Lica e Trifena,
una coppia con cui – lo sappiamo da radi accenni –
Encolpio
e Gitone avevano già avuto a che fare in passato e con cui
rimanevano dei conti in sospeso, ma non sappiamo né in quale
occasione né in qual luogo. Probabilmente era meglio
spiegato in
una delle parti dell’opera andate perdute; eppure, proprio
questo
«dire e non dire», questo «svelare ma non
troppo» come in un raffinato «giallo»
d’autore,
dà un insospettato tocco di modernità a tutto il
romanzo.
Questa modernità si ritrova
anche nel finale,
che risolve le vicende descritte ma lascia la porta aperta al dipanarsi
di nuove avventure, in una Crotone la cui popolazione, un tempo maestra
di civiltà, è ora divisa in due gruppi:
«quelli che
rubano e quelli che si lasciano derubare».
L’astuzia e
l’inganno, pare suggerirci l’autore, sono il vero
motore
che fa camminare l’Impero verso un funesto destino. Scomparsa
la
devozione verso gli dèi, privo di senso il concetto di
patria,
spezzata la famiglia tradizionale, tutto precipita verso il vortice
della fine. «Qualunque cosa si faccia, tutto
finirà sempre
nel nulla» filosofeggia Encolpio, dinanzi al cadavere del
feroce
Lica annegato durante un naufragio; e poi, più avanti:
«Dopo la morte non resta più niente di
noi», mentre
lo sciocco Eumolpo coglie l’occasione per comporgli un
epitaffio
funebre.
È il ritratto di un Impero
troppo sazio, in
balia del caso e privo di valori che ne giustifichino
l’esistenza; valori che appariranno solamente col
Cristianesimo,
ma sarà troppo tardi per salvare un Impero corroso al suo
interno.
Petronio è stato uno dei
più grandi
romanzieri di Roma antica, uno di quelli di più chiare
vedute:
mentre molti si affannavano a cantare la restaurazione delle antiche
virtù, lui derideva il loro inutile affaticarsi e raccontava
l’eterno avvicendarsi ed il mutare di tutte le cose!
(dicembre 2005)