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Il Satiricon di Petronio

Il romanzo della «decadenza dorata» di Roma

 

di  Simone Valtorta

 

 
Nel primo secolo dopo Cristo Petronio, un raffinato e colto personaggio della cui vita pubblica sappiamo ben poco (Tacito negli Annales lo chiama «elegantiae arbiter» e lo descrive come un gaudente solito a trascorrere il giorno dormendo e la notte nei piaceri e nei divertimenti più sfrenati), compose un’opera narrativa assai lunga: il Satiricon. In passato questo libro fu vituperato, bollato come «pornografico» e messo all’Indice, mentre ora se ne riconosce la grande qualità letteraria, anzi, viene definito il «primo romanzo moderno» della storia.

Henricus Spoor, Petronio Arbitro, Gerardi Muntendam, 1707 - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Petronius_Arbiter_by_Bodart_1707.jpg, 2013
Henricus Spoor, Petronio Arbitro, Gerardi Muntendam, 1707 - http://it.wikipedia.org/wiki/File:Petronius_Arbiter_by_Bodart_1707.jpg, 2013

    Il Satiricon che possiamo leggere oggi non è che una minima parte dell’opera originaria: possediamo infatti il quindicesimo libro e la parte iniziale del sedicesimo. Il titolo significa «libro (o libri) di cose satiriche» e deriva dal latino satura (cioè «piena»), una serie di scenette comiche senza trama e staccate le une dalle altre. La satura teatrale, alla quale si rifà Petronio, si è sviluppata in due sottogeneri: solo poetica (Orazio, Persio, Giovenale, Macrobio, Marziano Capella) o satira menippea (Luciano, Varrone di Rieti); il romanzo Satiricon è forse ciò che resta di una più vasta opera di prosa menippea. L’origine è sia italica (si pensi al carnevale e al temporaneo ribaltamento dei ruoli padrone-schiavo), sia derivante dal romanzo greco (Longo Sofista) denso di opere lunghe (e in massima parte posteriori al Satiricon) nelle quali «lui» o «lei» si smarriscono, finiscono col riconoscersi e coronano la loro storia d’amore.
    Il Satiricon si può idealmente dividere in due parti: la prima è la cena Trimalchionis, la seconda potremmo definirla il «viaggio». Delle due, la prima è sicuramente la più vivace e divertente, rumorosissima come una farsa teatrale, con una gestualità evidentissima e con delle innovazioni (come i «flussi di coscienza») che non hanno precedenti nella storia della letteratura. Inizia con una declamazione del protagonista Encolpio che, sotto i portici di una scuola di retorica, lamenta la decadenza dell’eloquenza ridotta ad un mero artificio per impressionare gli uditori, dopo essere stata spogliata della primitiva chiarezza e purezza. E, davvero, il Satiricon si presenta come un romanzo linguistico, nel senso che si riscontrano due lingue diverse, entrambe variegate a seconda di chi le sta usando in quel momento: coloro che sono stati a scuola (Encolpio, Ascilto, Gitone...) parlano un latino standard e curiale; i commensali dalla lingua imbarbarita, colorita e volgare (Trimalcione, Apinna, Emerote, che già nel nome denunciano la loro origine straniera) parlavano in gioventù lingue orientali e il loro latino è rimasto approssimativo – proprio questa varietà linguistica è ciò che ha conquistato lo Huysmans di À rebours. Gente avventurosa, i commensali al banchetto di Trimalcione avevano sopportato le catene della schiavitù prima di essere liberati; la loro scaltrezza ed audacia li aveva resi ricchi e i meriti derivati dal denaro li avevano portati a diventare ministri dell’Imperatore, invidiati dalle famiglie patrizie di Roma di antica nobiltà ma di minori risorse economiche: il Satiricon mostra l’emergere di una nuova classe sociale destinata a governare il mondo, ma i cui fondatori sono persone rozze e ignoranti. Il romanzo ha come caratteristica costitutiva la varietà tra prosa e versi; vi sono anche poesiole (per esempio, quelle declamate da Trimalcione) per sottolineare la comicità del personaggio (afferma che la vita è un banchetto, e che l’unico scopo per vivere è mangiare e bere senza pensare al domani), e poesie recitate da Eumolpo (un maestro buffo e infantile, destinato ad essere perennemente linciato, che nei suoi versi imita la letteratura dell’età augustea).
    Nella seconda parte dell’opera continua il rovesciamento dei valori della virtus romana e il ribaltamento dei caratteri dell’epopea: le peripezie dei personaggi sono mosse non dalle corrucciate divinità dell’Olimpo bensì da Priapo, un dio ostile e ridicolo che rappresenta il membro maschile; nelle storie d’amore, che scimmiottano i drammi della poesia greca e i romanzi di Longo Sofista, l’omosessualità è la norma; una zuffa tra schiavi, descritta con tutti i canoni degli scontri campali tra grandi masse d’eserciti, termina quando il giovane Gitone – quasi novella Elena di Troia – minaccia di tagliarsi i genitali il cui «possesso» era la reale causa della contesa.
    Proprio la frammentarietà con la quale ci è giunto ha fatto la fortuna del Satiricon, permettendoci di classificarlo come romanzo moderno: dopo essere fuggiti da un pantagruelico banchetto la cui descrizione avrebbe tanto ispirato l’«abulimia letteraria» del Salambò di Flaubert, i protagonisti s’imbarcano alla volta di nuovi lidi. Troppo tardi scoprono che gli armatori della nave sono Lica e Trifena, una coppia con cui – lo sappiamo da radi accenni – Encolpio e Gitone avevano già avuto a che fare in passato e con cui rimanevano dei conti in sospeso, ma non sappiamo né in quale occasione né in qual luogo. Probabilmente era meglio spiegato in una delle parti dell’opera andate perdute; eppure, proprio questo «dire e non dire», questo «svelare ma non troppo» come in un raffinato «giallo» d’autore, dà un insospettato tocco di modernità a tutto il romanzo.
    Questa modernità si ritrova anche nel finale, che risolve le vicende descritte ma lascia la porta aperta al dipanarsi di nuove avventure, in una Crotone la cui popolazione, un tempo maestra di civiltà, è ora divisa in due gruppi: «quelli che rubano e quelli che si lasciano derubare». L’astuzia e l’inganno, pare suggerirci l’autore, sono il vero motore che fa camminare l’Impero verso un funesto destino. Scomparsa la devozione verso gli dèi, privo di senso il concetto di patria, spezzata la famiglia tradizionale, tutto precipita verso il vortice della fine. «Qualunque cosa si faccia, tutto finirà sempre nel nulla» filosofeggia Encolpio, dinanzi al cadavere del feroce Lica annegato durante un naufragio; e poi, più avanti: «Dopo la morte non resta più niente di noi», mentre lo sciocco Eumolpo coglie l’occasione per comporgli un epitaffio funebre.
    È il ritratto di un Impero troppo sazio, in balia del caso e privo di valori che ne giustifichino l’esistenza; valori che appariranno solamente col Cristianesimo, ma sarà troppo tardi per salvare un Impero corroso al suo interno.
    Petronio è stato uno dei più grandi romanzieri di Roma antica, uno di quelli di più chiare vedute: mentre molti si affannavano a cantare la restaurazione delle antiche virtù, lui derideva il loro inutile affaticarsi e raccontava l’eterno avvicendarsi ed il mutare di tutte le cose!
(dicembre 2005)