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Storia dell’antico ghetto ebraico genovese

A passeggio lungo i «carruggi» del centro storico del capoluogo ligure alla riscoperta dei luoghi del confino della comunità israelitica di origine iberica

 

di  Alberto Rosselli

 

 
Passeggiando per vico del Campo, piccola arteria dell’ingarbugliato centro storico genovese, non è difficile notare sulle facciate di alcuni palazzi seicenteschi strane nicchie vuote. Ci troviamo nel cuore dell’antico «ghetto» ebraico della Lanterna, luogo di pittoreschi ed oscuri ricordi, memoria edilizia trascurata che riemerge da un lontano passato. In un periodo come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da fenomeni di razzismo ed anti-semitismo, andare a rivisitare il «Campo degli Ebrei» serve forse per meglio comprendere la storia della comunità ebraica genovese e i rapporti che questa ebbe nei secoli, con il resto della città.
    Le nicchie polverose e ormai vuote di cui si diceva racchiudessero un tempo i Crocifissi sotto i quali gli Ebrei Genovesi del ghetto erano costretti sottostare: forma di vessazione simbolica ma efficace imposta dal governo della Repubblica nel 1660 per ribadire – semmai ce ne fosse stato bisogno – l’assoluto primato cristiano all’interno delle mura cittadine. Per amore di verità bisogna subito aggiungere che imposizioni simboliche come quella dei Crocifissi a quel tempo non rappresentavano certo un’eccezione genovese. In quasi tutte le città italiane, per non parlare di quelle spagnole, francesi, tedesche o russo-polacche, l’affissione di «moniti» scultorei all’entrata o all’interno dei ghetti ebraici era la norma.
    La Repubblica di Genova, all’indomani dell’Editto dei sovrani di Castiglia del 1492, che sancì l’espulsione degli Ebrei dalla penisola iberica, aprì le sue porte ad un certo numero di esuli «sefarditi». Questa immigrazione venne accolta dai Genovesi con sentimenti contrapposti: pregiudizio religioso (non certo etnico, o peggio, biologico) e pragmatismo socio-economico turbarono non poco i sonni dei vecchi genovesi. Gli Ebrei «sefarditi» (in ebraico Sepharad vuol dire Spagna) erano infatti noti per la loro ricchezza ed abilità commerciale; essi potevano rappresentare dunque un «innesto» ideale e necessario per un’economia, come quella genovese del Seicento, già attanagliata da una gravissima crisi. Crisi che si era fatta particolarmente acuta in seguito alla grande pestilenza del 1656 che aveva ridotto della metà (da 180.000 a 92.999) gli abitanti della città.
    Ma era possibile per dei buoni Cristiani venire a patti con una stirpe sulla quale gravava l’infamante e terribile accusa di deicidio? A dimostrazione che non vi è mai nulla di nuovo sotto il sole, la «pubblica amministrazione» genovese di quel tempo elaborò un salomonico compromesso che permise ai primi trecento Ebrei giunti in nave, nel 1493, da Barcellona di insediarsi in un piccolo quartiere comprendente la zona di vico del Campo, vico Untoria e piazzetta Fregoso, quella che, a partire dal 1660 divenne il ghetto vero e proprio. La zona venne recintata con alte cancellate e dotata di due varchi sorvegliati dai massari, uno speciale corpo di guardia repubblicano al quale era affidato il compito di sbarrarli «da un’hora di notte fin al far del giorno», onde evitare il contatto «commerciale o sessuale» tra Ebrei e Cristiani. La Repubblica concesse però alla comunità giudaica di edificare una sinagoga; questa, di cui non si ha più traccia, trovò spazio probabilmente in un edificio situato tra vico del Campo e vico Untoria. Secondo alcune stime, nel 1662, la comunità ebraica genovese ammontava a duecentotre unità, mentre nel 1674, anno in cui il ghetto venne trasferito negli edifici di piazza dei Tessitori, scese a centosettantaquattro. Il calo è da imputarsi, forse, ad un certo irrigidimento del governo della Repubblica nei confronti della comunità ebraica, accusata paradossalmente di saper incrementare troppo i suoi guadagni in un periodo in cui l’intera città era colpita dalla recessione. In quegli anni, alcune famiglie israelite si trasferirono a Livorno e a Casale dove prosperavano due grosse comunità correligionarie. Ma al di là dell’atteggiamento ufficiale delle autorità condizionato da una forma di anti-semitismo più «economico» che religioso, quali erano i rapporti fra Cristiani ed Ebrei Genovesi? Secondo gli studi più recenti ed attendibili, relativi al periodo compreso tra il XV e il XVII secolo, la cittadinanza genovese non dimostrò nei confronti degli Ebrei un atteggiamento dissimile da quello verificatosi in altre città della penisola. Entro le mura della Superba, è vero, non si verificarono mai sanguinosi episodi di violenza, ma è altrettanto vero che agli Israeliti furono spesso riservate alcune «attenzioni» non certo cortesi. Per loro era obbligatorio ascoltare i sermoni (senza molto successo, dal momento che parecchi Israeliti usavano riempirsi le orecchie di cera prima di varcarne l’entrata) all’interno della Chiesa delle Vigne o in quella di San Siro, per poi essere costretti ad uscire, spintonati da mercenari tedeschi (strana coincidenza), per poi subire le ingiurie di una folla popolana che li bersagliava con torsi di cavoli, pomodori, uova marce e, non di rado, pietre.
    L’intolleranza e la violenza nei confronti degli Ebrei erano dunque una triste realtà della Genova di quei secoli, anche se non si arrivò mai ad istituzionalizzare quei soprusi come accadeva in molte altre città, come ad esempio a Roma dove secondo un preciso rituale, durante le feste comandate, gli Ebrei erano obbligati a fare le corse nei sacchi a suon di bastonate per allietare la plebaglia o a Tolosa dove, in occasione della Pasqua, dovevano puntualmente sfilare sotto la Porta di Santo Stefano per ricevere un sonoro schiaffo da parte di un prelato, preoccupato di non far scordare loro il martirio di Cristo. Ma, come è noto, l’intolleranza nei confronti degli Israeliti in altre regioni europee raggiunse livelli ben più gravi e orribili, come quelli testimoniati dai «pogrom» tedeschi, polacchi e ucraini: vere e proprie  stragi organizzate e benedette dalle autorità civili e religiose. Tutto ciò fortunatamente, non ebbe mai modo di verificarsi a Genova né in Italia, dove almeno buona parte della borghesia più evoluta e del clero sempre si oppose a pratiche persecutorie omicide e legalizzate. Bisognò comunque attendere il congresso di Vienna (1815) per vedere migliorare le condizioni della comunità ebraica genovese. Fu solo dopo l’annessione della Liguria al Regno di Sardegna, più precisamente sotto il regno di Carlo Alberto, che agli Ebrei vennero concessi i primi diritti civili e la giusta dignità. Da quel momento, la piccola comunità israelitica genovese, pur mantenendo la sua storica e precisa identità religiosa e culturale, iniziò a comunicare liberamente ed intensamente con il resto della città, contribuendo al suo progresso.
(anno 2003)