Il
cavaliere Iacopo Inghirami al servizio dei Granduchi di Toscana
Alcune
vicende dei Cavalieri di Santo Stefano, braccio armato della dinastia
Medici a Firenze
di Elena
Pierotti
Gli
Inghirami erano originari della Bassa Sassonia e giunsero in Italia ai
tempi di Ottone I.1
Si stabilirono a Volterra ed annoverarono numerosi personaggi illustri
nella loro Casata. La storia di tale famiglia si intrecciò
inesorabilmente con le vicende di Volterra al punto da non poter
scindere gli avvenimenti della cittadina toscana da quelli della
celebre famiglia.2
Iacopo Inghirami ivi nacque nel 1565,
«tra le colline ed i boschi»,3
ed entrò a far parte della Milizia stefaniana non ancora
sedicenne; frequentò il corso triennale di addestramento che
si
svolgeva presso il Palazzo della Carovana di Pisa. Il Volterriano
iniziò giovanissimo a navigare nelle galere sulle quali
sventolava la bandiera con la croce rossa a otto punte, vessillo
dell’Ordine, fino ad assumere, nel 1590, il suo primo comando
di
uno di questi legni, seppur interinalmente.
Molto ambito nella Toscana di quel
periodo era
entrare a far parte del Sacro Militare Ordine dei cavalieri di Santo
Stefano Papa e martire, voluto dall’allora Duca di Firenze e
Siena Cosimo I de’ Medici. Scopo dell’Ordine, oltre
al
voler far emergere lo Stato Granducale sopra gli altri Stati esistenti
nella Penisola Italiana, anche dare alla nuova Milizia, come ruolo
militare, il contenimento della pressione islamica nel Mediterraneo.
L’Ordine, istituito il
1° ottobre 1561, i
cui statuti furono redatti ispirandosi per buona parte a quelli
gerosolimitani, dovette il proprio nome al fatto che Santo Stefano era
patrono del 2 agosto, giorno nel quale le truppe di Casa Medici avevano
battuto, nel 1537, i fuoriusciti fiorentini a Montemurlo e nel 1554 i
soldati di Piero Strozzi a Scannagallo.4
Iacopo Inghirami, rimasto orfano di
entrambi i
genitori in tenera età, si dedicò agli studi
umanistici e
alla musica. Volendo abbracciare la carriera militare, egli decise di
entrare a far parte dell’Ordine di Santo Stefano
«come
precedentemente avevano fatto i suoi due cugini e concittadini Fabrizio
e Antonio di Gabriello Incontri». Questi ultimi erano figli
di
una sorella del padre di Iacopo e avevano vestito l’abito di
cavaliere milite a Pisa rispettivamente per mano del conte Clemente
Pietra, il 13 maggio 1563, e per mano del conte Piero Campegna, gran
contestabile dell’Ordine, il 21 maggio 1578.
Non possiamo non fare qualche
osservazione,
trattando di questi cavalieri, sulle navi del periodo, che videro il
nostro protagonista indiscusso. Tra queste navi annoveriamo il Galeone,
di derivazione atlantica, probabilmente dalla Caravella; il Bertone,
grossa nave da carico, i cui primi esemplari furono costruiti in
Bretagna o in Inghilterra. Gli islamici al posto del Bertone
utilizzavano il Camussale, simile al Bertone.
Il Garbo e il Caicco erano viceversa due
velieri
molto più piccoli dei precedenti, impiegati per la
navigazione
costiera, particolarmente in Levante e in Africa Settentrionale.
La Marina stefaniana utilizzava
però
prioritariamente la Galera, un tipo di bastimento che poteva arrivare a
una lunghezza di cinquantacinque metri ed una larghezza intorno ai sei,
dimensioni che davano allo scafo una forma snella e che ne esaltavano
la velocità e la manovrabilità.
Inghirami, come tutti i cavalieri
militi,
iniziò il tirocinio «nella Religione di Santo
Stefano» presso il Palazzo della Carovana o dei Cavalieri a
Pisa,
attualmente sede della Scuola Normale Superiore che, insieme alla
chiesa dei Cavalieri, il Palazzo Conventuale, il Palazzo dei Dodici e a
quello dell’Orologio costituiva il convento
dell’Ordine.
Cosimo I, nel creare questa
organizzazione, volle
che i suoi membri ricevessero una valida istruzione teorica e pratica
sia in campo marittimo che terrestre, in modo da discostarsi dal
vecchio sistema di gestione della Marina da Guerra Toscana, che aveva
visto ai suoi vertici quasi sempre persone poco preparate
professionalmente.
Inghirami, dopo aver partecipato
all’investitura del nuovo Gran Maestro, nella primavera del
1590
si imbarcò sopra la San
Giovanni
per compiere una crociera insieme alle altre galere rossocrociate e a
quelle genovesi. Rientrate a Livorno, le unità stefaniane
ebbero
appena il tempo di rifornirsi di viveri ed effettuare alcuni sommari
lavori, che dovettero riprendere il mare insieme alle galere maltesi
per compiere una lunga crociera in Levante. Tale crociera
durò
dal 3 aprile al 22 luglio 1590, nel corso della quale vennero catturati
quattro caramussali islamici.
Nel frattempo Inghirami era stato
nominato
comandante di una compagnia di fanteria imbarcata e, dopo aver
partecipato ad una crociera svoltasi fra la metà di
settembre e
la metà di ottobre, il Volterriano ebbe anche il comando
interinale della galera San
Giovanni.
Egli si distinse nelle operazioni
francesi presso
l’isola d’If, di fronte a Marsiglia, al punto che
il
Granduca lo scelse fra i vari comandanti di galera che aveva a
disposizione, esonerandolo da altri incarichi che gli sarebbero
spettati come capitano di un’unità
dell’Ordine di
Santo Stefano. La fortezza d’If era stata consegnata nel 1591
dal
suo castellano a Ferdinando I, per evitare che cadesse nelle mani dei
protestanti, ma con l’intesa che sarebbe stata riconsegnata
alla
Francia dopo l’abiura di Enrico IV e la conseguente sua
ascesa al
trono.5
Il possesso di quest’isola,
che aveva un
grosso valore strategico, e l’incarico assunto
perciò da
Inghirami, conferma la sua progressiva scalata nell’Ordine.
Le operazioni presso l’isola
d’If
continuarono per diverso tempo e, dopo aspri combattimenti,
calò
la tensione perché i Francesi non ritennero onorevole
servirsi
ancora di musulmani (cosa che fecero in altre circostanze) contro i
Toscani.
Nel dicembre 1597, poiché
alcuni bastimenti
corsari continuavano ad incrociare nelle acque di fronte alla Toscana,
il Granduca dette ordine al Generale di uscire in mare con la
«Capitana» e la Santa Cristina,
mentre Inghirami rimase a Livorno perché gravemente ammalato.
Poiché il già
celebre capitano
volterriano alloggiava in un’osteria, il governatore della
città labronica, Martelli, ritenendo che lì non
potesse
ricevere un’assistenza sanitaria adeguata, lo fece trasferire
nel
convento di San Giovanni, dove il priore era suo amico e compaesano.
Nonostante le attenzioni ricevute in
convento, il
nostro non accennò a guarire, cosicché ad
assisterlo
vennero alcuni suoi parenti da Volterra; dopo alcuni giorni le sue
condizioni di salute migliorarono, ma verso il 19 dicembre ebbe una
ricaduta, per cui il nostro ottenne dal Granduca
l’autorizzazione
a recarsi a Pisa per poter ricevere cure più appropriate,
rimettendosi presto definitivamente in salute.
Il periodo vide per i Toscani la
necessità di
non effettuare battaglie campali, cui non erano preparati. Viceversa
furono magistrali nell’attaccare cittadine e fortezze,
situate
lungo le coste dell’Egeo, dell’Africa
Settentrionale, della
Penisola Anatolica; per queste operazioni dovevano adottare una tattica
del tipo «attacca e fuggi».
Siamo nel periodo delle guerre di
religione in
Francia e i cavalieri di Santo Stefano non potevano impegnarsi con le
loro sole forze in una vera e propria battaglia per lungo tempo,
assediando l’abitato o la piazzaforte avversaria, come spesso
avveniva di fatto durante queste guerre. L’unica valida
tattica
che le truppe Granducali poterono impiegare fu quindi quella
dell’attacco a sorpresa, da effettuarsi utilizzando, per
«penetrare all’interno dei loro
obiettivi», i petardi
e le scale; strumenti questi non troppo ingombranti e facilmente
imbarcabili a bordo delle galere.
In tale tipo di operazioni Inghirami fu
maestro.
Sapeva, dopo aver preso più prigionieri e più
bottino
possibile, reimbarcarsi velocemente, per evitare che dalle zone
limitrofe ai combattimenti potessero arrivare dei reparti capaci di
agganciare ed obbligare i suoi ad una battaglia campale. Infatti da
questo tipo di combattimento le truppe del Granduca difficilmente
sarebbero potute uscire vincitrici; in ogni caso avrebbero subito un
numero di perdite in uomini e materiali tale da rendere le varie
operazioni del tutto inopportune sul piano economico.
In uno di questi combattimenti, in
Barberia, ad
Oriente di Algeri, All Kholl, Iacopo Inghirami fu ferito per la prima
volta nel 1599. Egli però non si arrese e, saputo quanto
stava
accadendo in direzione Capo Bon, nonostante la gravità della
ferita subita ad All Kholl, volle salire in coperta per rendersi conto
di persona di come veniva condotta l’operazione per la
cattura
della galeotta avversaria. Già in queste prime sue missioni
dimostrò carattere e forza d’animo.
Nel settembre del 1600 a Firenze
fervevano i
preparativi per lo sposalizio di Maria de’ Medici, figlia del
defunto Francesco I, con il Re di Francia Enrico IV, dopo che il
Vaticano aveva concesso lo scioglimento del matrimonio del Monarca
d’oltralpe con Margherita di Valois, nel 1572.
«Questa
nuova unione coniugale faceva parte delle manovre in politica estera
volute da Ferdinando, zio della sposa, nel quadro
dell’avvicinamento del suo Stato alla Francia, matrimonio
visto
come utile approccio per le future relazioni fra i due Paesi».6
Iacopo Inghirami fece parte
dell’equipaggio
che salpò da Livorno il 4 settembre 1600 con la
«Capitana», la Bascià
e la Livornina,
facendo rotta per la Provenza, per fornire la scorta alla galera
francese che avrebbe condotto nel Granducato il cavaliere Bellegarde,
grande scudiere di Enrico IV, al quale il Sovrano d’oltralpe
aveva concesso la procura per sposare la nipote di Ferdinando I.
Dopo l’uccisione del Generale
Calefati nel
1601, il Granduca individuò in Cosimo Angelini, Iacopo
Inghirami
e Leonardo Pitti i tre migliori capitani di galera al momento in
servizio.
Nonostante la carriera in ascesa, il
nostro si
oppose al Granduca nel 1603 perché questi, dopo avergli
affidato
una squadra, pensava di sostituirlo con altri. Inghirami tese quindi a
difendere con frasi poco opportune la posizione raggiunta, sapendo poi
fare ammenda con un atto di sottomissione al Granduca, che gli permise
di ottenere una commenda di Grazia.
La sua ascesa dunque non si
fermò e, dopo il
decesso di Cosimo Angelini, egli fu nominato vice-Ammiraglio
dell’Ordine, nel 1604.
Nella opposizione al Granduca ebbe modo,
in ogni
caso, di dimostrare un carattere fermo e al tempo stesso, per quanto
oppositivo, fedele al ruolo ricoperto.
Tale carattere tuttavia gli
procurò in
seguito, proprio alla fine di quel 1604, un duello col capitano di
fanteria Girolamo Pascucci.
Sarà la vittoria di
Prèvesa del 1605,
a porlo davvero in luce per la nomina ad Ammiraglio della squadra
rossocrociata.
Prèvesa fu anche per il
Granducato una sorta
di trampolino di lancio verso possibili scenari internazionali, che
promettevano una crescita del peso politico dello Stato Toscano. Le
aspirazioni della famiglia Medici erano infatti, in quel periodo,
piuttosto sostenute.
Nel corso di una riunione tenutasi nella
capitale
del Granducato Ferdinando I informò i suoi collaboratori,
subito
dopo le vicende di Prèvesa, che aveva intenzione di mandare
le
galere stefaniane addirittura nel Mediterraneo Orientale, per cercare
questa volta di catturare altri bastimenti islamici ma soprattutto per
tentare una nuova operazione anfibia.
L’obiettivo terrestre sarebbe
stato ancor
più lontano della fortezza conquistata dai rossocrociati il
3
maggio precedente, in quanto il Granduca era intenzionato ad attaccare
la cittadina di Setalia, oggi Adalia, nell’omonimo golfo,
situato
nella parte meridionale della Penisola Anatolica.
Il 20 agosto di quell’anno il
Sovrano, per
garantirsi la fedeltà delle truppe, «forse memore
del
tentativo di saccheggio effettuato dai soldati e dai marinai della
galera pisana comandata da Vanni Aragona Appiano ai danni di un
bastimento ellenico», ribadì ulteriormente il
divieto per
gli uomini imbarcati sulle unità stefaniane di salire a
bordo
delle navi fermate, che non avessero combattuto.
Egli voleva infatti evitare che costoro
potessero
arricchirsi alle spalle dei colleghi e della Corte, per poi lasciare il
servizio ed allontanarsi da Livorno, obbligando così il
Granduca
a reclutare nuovo personale che di solito non aveva
l’esperienza
di quello che se ne era andato.7
Questa volta i labronici non ottennero
il successo
precedente. Tuttavia Inghirami seppe evitare le truppe musulmane che
rappresentarono per i cavalieri toscani grande motivo
d’apprensione nelle operazioni.
La sera del 23 settembre la sorte
tornò
benigna ai velieri rossocrociati i quali, dopo aver pattugliato ancora
per qualche giorno le acque del Mediterraneo Orientale, rientrarono nel
porto labronico. Ciò soprattutto fece l’Inghirami,
considerato che il numero dei suoi uomini si era progressivamente
ridotto a causa delle perdite subite durante i combattimenti. Ma anche
per equipaggiare i legni catturati.
Stiamo parlando sì, con i
Cavalieri di Santo
Stefano, di un Ordine ufficialmente riconosciuto dal suo Sovrano, ma
che di fatto, come accadeva anche per altri Ordini in altri Stati,
esercitava una sorta di «pirateria internazionale».
Tale pirateria era ampiamente utilizzata
nel
Mediterraneo, con una tacita condivisione dei vari Stati, in via
«ufficiosa».
Questi velieri solcavano il mare per
prevenire
conflitti armati; in realtà spesso li provocavano, allo
scopo di
arricchire il proprio Stato e procurare nel contempo un indebolimento
di altri Stati.
Il loro dunque era insieme un ufficio
strategico
politico ed economico, volto in quest’ultimo caso ad un vero
e
proprio appropriamento di beni, con pura finalità di
arricchimento dello Stato mandatario. Spesso la fedeltà
delle
truppe era discutibile, da qui il bisogno del Granduca di mettere in
chiaro i doveri degli imbarcati.
Lo stesso Inghirami, per quanto fosse
fedele
servitore del Granduca, voleva essenzialmente mettere se stesso in
bella mostra, e, per ottenere ciò, andava oltre i suoi
doveri di
ufficiale, mettendo magari a repentaglio posizioni acquisite,
là
dove l’interesse specifico dello Stato avrebbe richiesto
qualche
volta un passo indietro. Da qui le diatribe col Granduca, che si
ripeterono nuovamente in quel 1605, sanate quando il Sovrano Toscano
potette verificare che l’Ammiraglio si era mostrato tanto
fedele
al punto da reimbarcarsi nuovamente, benché malato, e
spingersi
in Corsica e Sardegna, allo scopo d’intercettare dei legni
islamici.
Inghirami rientrò infatti a
Livorno solo il
20 novembre di quell’anno. In seguito a tale malattia,
fortunatamente poi risoltasi, il nostro redasse il suo primo testamento.
Lo stile di vita condotto da questi
marinai era
certamente spartano, tipico dei «Capitani di
Ventura»,
pronti ad ogni evenienza, sempre a caccia di velieri nemici, come
quando l’Inghirami «invece della sola operazione
anfibia
pianificata contro Avas, si spinse di propria iniziativa ad attaccare
anche Anamur e Finike».8
Facendo sfoggio di abilità,
l’Inghirami
seppe valorizzare non solo se stesso ma anche lo Stato Granducale.
Celebre la sua caccia alla
«padrona» di Biserta, quando incorse
nell’ennesimo ferimento.9
Il Granduca aveva pianificato nel 1607
la conquista
di Famagosta, nell’isola di Cipro. Per preparare questa
grossa
operazione Ferdinando I fece arruolare truppe anche in Francia e nei
Paesi Bassi, e riuscì ad ottenere dal Re di Spagna Filippo
III
il permesso, nel caso fosse riuscita la conquista di Famagosta, di
assoldare truppe anche nel Regno di Napoli e di Sicilia per poter
procedere all’occupazione dell’intera Cipro.
Queste ambizioni militari nascevano da
un più
generale bisogno di tutelare il Mediterraneo, nonostante ormai ivi la
supremazia, dopo il 1571,10 fosse ufficialmente
delle
potenze europee. Dobbiamo infatti immaginare quanto risultasse
indispensabile per questi Sovrani non perdere mai di vista la
possibilità di un rigurgito islamico, anche se non
risolutivo,
pur tuttavia lesivo degli interessi sul campo dei vari Stati
Mediterranei.
Questa volta, come in altre circostanze,
le
operazioni previste dettero il là ad una completa conquista
come
quella preventivata, ma non data per scontata. Segno che il pericolo
non era del tutto cessato e che le varie divisioni interne al mondo
cristiano rischiavano di non perorare la causa delle potenze
occidentali.
Iacopo Inghirami, oramai Ammiraglio,
venne
riconfermato nella carica nel 1608. Quell’anno, il 24 di
ottobre,
a Firenze il Capitolo Generale si riunì per eleggere le
massime
cariche dell’Ordine per il successivo triennio e
nell’occasione «confluirono nella capitale del
Granducato
circa trecento cavalieri rossocrociati, anche perché nello
stesso periodo si tennero i festeggiamenti per il matrimonio di Cosimo,
figlio di Ferdinando I, con l’arciduchessa Maria Maddalena
d’Asburgo».11 Nulla da
temere dunque per
l’ormai affermato ufficiale volterriano, a riprova della
grande
stima goduta presso la Casa regnante.
Il 7 febbraio 1609 Ferdinando I
morì,
lasciando il trono al figlio diciannovenne Cosimo II, «che
vestì l’abito di Gran Maestro
dell’Ordine di Santo
Stefano nel Duomo di Firenze il 15 febbraio successivo».12
Inghirami in quel periodo si
recò nella
capitale per partecipare ai funerali del defunto Monarca dal quale era
stato tanto stimato e per assistere all’investitura del suo
erede. Approfittò della permanenza in città per
ricevere
dalla Corte ulteriori disposizioni, al fine di recarsi con due galere
in Spagna a ritirare 100.000 scudi. Uno dei ruoli essenziali delle navi
labroniche era anche quello di esattori e di fiduciari della Corte.
Con il nuovo Sovrano Inghirami
instaurò buoni
rapporti. L’Ammiraglio Volterriano, in particolare nel corso
del
1612, compilò un registro dal titolo Nota di diverse sorprese da
farsi di piazze nemiche della Sacra Religione di Santo Stefano per S.
a. S. – 1612.
In esso erano riportate le informazioni che l’Ammiraglio
aveva
raccolto «da piloti, marinai, mercanti, prigionieri circa
città, villaggi, porti e fortezze situate lungo le coste
musulmane del Mediterraneo, dello Ionio, dell’Adriatico e
dell’Egeo».
Queste relazioni erano corredate da
schizzi
topografici e trascritte allo scopo di avere notizie dettagliate sulla
dislocazione e consistenza delle difese, sulle rotte di accesso e vie
di fuga esistenti nelle località considerate, per poter
pianificare con successo le incursioni che la squadra
dell’Ordine
avrebbe potuto compiere.
In quel periodo il Granduca Cosimo II
suggerì
ad Inghirami di usare una nave appena varata secondo il progetto
dell’Inglese Robert Dudley.
Gli Inglesi avevano nel Mediterraneo un
ruolo niente
affatto marginale e, quale popolo di navigatori, erano
all’avanguardia anche nei progetti ingegneristici.
Robert Dudley, che era nato nel 1574 a
Shene
Richmond in Inghilterra ed era figlio del duca di Leicester, grande
favorito della Regina Elisabetta I, fu avviato da giovane allo studio
delle arti marittime, delle armi e dell’ingegneria navale.
Aveva
avuto modo di partecipare a diverse spedizioni nell’America
Meridionale dopodiché, intorno al 1605, arrivò in
Toscana
e si mise al servizio dei Medici. Il singolare personaggio, che aveva
nello stesso tempo le caratteristiche di avventuriero, uomo di cultura
ed inventore, conquistò la fiducia dei Granduchi, che gli
permisero di continuare i suoi studi e di realizzare così
nuovi
bastimenti da lui progettati.13 Ciò a
conferma delle
variegate relazioni cui anche un personaggio come Iacopo Inghirami si
trovò a gestire. Del resto il Volterriano riconobbe i meriti
delle navi progettate dal Dudley, che gli permisero crociere fortunate
nel 1613, in particolare quella culminata con la presa di Agliman.14
Dopo una quarta rielezione ad
Ammiraglio, nel 1614
avvenne un episodio in Messina, episodio che rientrava nel novero della
casistica dell’epoca, di cui anche Inghirami fu protagonista.
Un alfiere spagnolo di una compagnia di
fanteria
napoletana (in Messina si erano radunate le navi dei diversi membri
della coalizione che in quel momento voleva contrastare gli islamici)
sfidò a duello il cavaliere di Santo Stefano Ferdinando
Suarez.
Quest’ultimo riuscì
ad uccidere
l’avversario ma, nonostante non fosse stato lui il primo a
sguainare la spada, se fosse stato arrestato, avrebbe pagato assai caro
il suo gesto. Suarez fu così costretto a rifugiarsi in un
convento di frati, dove si cambiò i vestiti per non essere
riconosciuto e l’Ammiraglio Volterriano, quando venne
informato
dell’accaduto, ritenne valido il comportamento del cavaliere
rossocrociato; pertanto decise di aiutarlo.
Inghirami mandò quindi la
feluca della
«Capitana» in gran segreto a prendere a terra
Suarez e poi
lo fece accompagnare in Calabria, da dove il nobile con i propri mezzi
riuscì a rientrare in Toscana.15
A seguito della successiva
«caccia al
Toscano» che si profilò, Inghirami fece
reimbarcare tutti
i suoi uomini, consegnandoli a bordo dei propri bastimenti. Egli poi,
giovandosi degli attriti nati fra il responsabile dell’Armata
e
il Vicerè di Sicilia, si dette da fare per far rilasciare
anche
gli altri membri dell’equipaggio della
«Padrona» di
Santo Stefano che ancora si trovavano in carcere, tanto più
che
era ben evidente quanto all’interno della formazione navale
cattolica venissero usati diversi tipi di giudizio, in base alla
nazionalità dei militari inquisiti.
L’unico Spagnolo che fu
giustiziato, quasi una
settimana dopo l’incidente, fu quello che uccise il soldato
tedesco che militava in una compagnia toscana. Inghirami, conducendo
trattative con le autorità locali e sborsando parecchio
denaro,
potette farsi consegnare l’alfiere Arrigo Monticchier e poi
gli
altri tre Toscani ancora detenuti.
Il 1° ottobre egli ebbe
l’ordine di
salpare da Messina, facendo rotta per la Toscana. Per
l’occasione
come prima cosa fece togliere i ferri al comandante ed alla sentinella,
mentre neppure per un istante pensò di punire il
luogotenente
della «Padrona».
Nel 1616, volendo premiare in maniera
tangibile
Inghirami, Cosimo II decise di nominarlo marchese di Montegiovi, un
luogo a Nord-Ovest del Monte Amiata, e priore di Borgo San Sepolcro.
Compiuti in fretta i preparativi per
intercettare il
complesso navale bisertino, la mattina del 16 giugno 1616 il nostro
salpò da Livorno facendo rotta per le Bocche di Bonifacio,
dove
furono intercettati dei legni islamici. Era diverso tempo che
ciò più non accadeva. La spedizione ebbe esito
positivo
però, viste le condizioni meteorologiche peggiorate, le
unità navali labroniche furono costrette a rifugiarsi
dapprima
all’Isola Rossa, poi a Bonifacio.
Le condizioni meteorologiche, i venti,
le stagioni,
molto condizionavano la navigazione; ed anche in quel caso non si fece
eccezione.
Durante la permanenza a Volterra, ed
anche dopo il
suo ritorno a Livorno, il 16 marzo 1617, l’Ammiraglio si
dette da
fare affinché il nipote Cesio, figlio di Giovanni di
Agostino,
fratello di Iacopo, entrasse a far parte dei Cavalieri di Malta, avendo
saputo di una contestazione che era stata fatta alla sua famiglia sui
quarti di nobiltà necessari per l’accesso a
quell’Ordine. Anche in questo caso egli dimostrò
il suo
solito carattere deciso e battagliero.
Nello stesso mese di marzo il comandante
ebbe
contatti con Galileo Galilei, che suggeriva l’uso del
cannocchiale sulle navi da guerra. Nel trattare con il celebre Pisano
Inghirami si mostrò favorevole ai vantaggi che lo strumento
avrebbe offerto durante la navigazione.
Inghirami comprese la grandezza del
mezzo, che
avrebbe consentito in anticipo di conoscere la nazionalità,
il
tipo e lo schieramento dei legni incontrati, nonché la
possibilità di decidere cosa fosse più
conveniente per
ingaggiare una battaglia.
Galilei già
nell’agosto del 1609 aveva
scritto a Leonardo Donato, all’epoca Doge di Venezia, una
lettera
nella quale indicava come fosse opportuno servirsi del cannocchiale a
bordo di navi.16 L’apparecchio
costruito da Galilei, e
da lui chiamato «celata»,
«celatone» o
«tastiera», sembra che fosse formato da un elmo,
probabilmente in ottone, al quale era applicato un cannocchiale e
l’intero congegno era costruito in modo da essere aggiustato
in
base alla testa e agli occhi dell’utilizzatore. Costui
avrebbe
dovuto scrutare l’orizzonte con l’occhio libero e
al
momento in cui avesse creduto di scorgere qualcosa si sarebbe servito
dell’occhio che si trovava contro il telescopio per
identificare
l’oggetto avvistato. Cosimo II, ritenendo conveniente dare il
celatone in dotazione alle vedette delle galere stefaniane, permise a
Galilei di condurre una serie di esperimenti nel porto di Livorno.
Il momento culminante della carriera di
Iacopo
Inghirami fu la sua nomina a governatore di giustizia del presidio
della città e del porto labronico, il 2 novembre 1618. Le
istruzioni consegnate al Volterriano per il suo nuovo incarico, oltre
al preambolo, si componevano di ventitré commi, il primo dei
quali riguardava la continua vigilanza che occorreva fare per evitare
che nella città portuale prendessero piede le sette
protestanti,
a causa della presenza di numerosi marinai e mercanti
dell’Europa
Settentrionale. Anzi, era auspicabile che, se ci fosse stata qualche
persona di fede non cattolica, qui si cercasse di convertirla alla
religione della Chiesa Romana.17
In via ufficiale il 3 febbraio 1618 il
nostro a Pisa
fu nominato governatore di Livorno dal segretario del Granduca, Andrea
Cioli.
Una grave malattia lo colse poi, nel
1621, quando
egli decise di redigere un nuovo testamento. Una volta guarito, pose
delle condizioni precise per ritornare a guidare le galere
rossocrociate, fra le quali l’aumento di grado. Fu
così
che venne nominato Generale della squadra.
Le successive campagne del 1622,
contrassegnate
dalla peste che si era diffusa in varie località
dell’Egeo
e del Mediterraneo Orientale, non furono meno ardimentose delle
precedenti, a conferma della professionalità ormai acquisita
dal
Volterriano.
L’ultima crociata del Generale
avvenne nel
1623 nell’Egeo. Egli infatti si ammalò
l’anno
successivo e, una volta diagnosticategli le febbri terzane, la sua
salute peggiorò, a tal punto da spirare, nella sua
città,
il 3 gennaio 1625.
La sua vita è segnata, sul
piano militare,
dall’epoca in cui egli operò. L’autore
di un libro18
che si ispira alla vicenda umana del Volterriano, lo storico Marco
Gemignani, bene illustra le sue imprese ed evidenzia come potrebbe
essere opportuno, per la nostra Marina, ricordare un personaggio che
fece epoca, al pari di altri celebrati e non altrettanto famosi in
vita. Questa volontà, perseguita negli anni Venti del XX
secolo19 senza successo, potrebbe nuovamente
venir suggerita e ripresa.
Note
1 C. Inghirami, Ethruscarum antiquitatum
fragmenta, Francofurti, WW, 1637, p.n.n. Ottone I di
Sassonia fu incoronato Imperatore il 2 febbraio 962.
2 Annoveriamo alcuni tra gli illustri
predecessori di Iacopo
Inghirami: Giovanni, che visse nella prima metà del XIII
secolo
e partecipò ad una spedizione di Federico II, il 3 maggio
1241,
per intercettare i legni liguri di Papa Gregorio IX, e
riuscì ad
avvistare la flotta genovese nelle vicinanze dell’isola del
Giglio.
Paolo Inghirami, fu deputato nel 1368 a riformare le leggi volterriane,
Iacopo, suo diretto discendente, fu gonfaloniere di Volterra nel 1396 e
podestà di Pomarance nel 1425, altro celebre Paolo fu
sostenuto
da Lorenzo il Magnifico che aveva mire espansionistiche su Volterra; ed
ancora un Iacopo e Tommaso Inghirami furono alla fine del Quattrocento
canonici del Duomo di Volterra.
3 Marco Gemignani, Il cavaliere Iacopo Inghirami al
servizio dei Granduchi di Toscana, Pisa, edizioni ETS 1996.
4 Cosimo I, riguardo alla compilazione degli
statuti
stefaniani, si limitò a scrivere una «nota et
summario de
Capitoli per fondamento della Religione» spedita a Francesco
Vinta da Livorno il 6 novembre 1561, confronta ivi, Miscellanea Medicea
347, ins. 18.
5 F. Diaz, Il
Granducato di Toscana, I Medici, pagina 286.
6 F. Diaz, Il
Granducato di Toscana, I Medici, pagine 288-289.
7 Marco Gemignani, Il cavaliere Iacopo Inghirami al
servizio dei Granduchi di Toscana, Pisa, edizioni ETS
1996, pagina 126.
8 Marco Gemignani, Il cavaliere Iacopo Inghirami al
servizio dei Granduchi di Toscana, Pisa, edizioni ETS
1996, pagina 139.
9 Marco Gemignani, Il cavaliere Iacopo Inghirami al
servizio dei Granduchi di Toscana, Pisa, edizioni ETS
1996, pagina 139.
10 Battaglia di Lepanto.
11 Archivio di Stato di Pisa, Ordine dei Cavalieri di Santo
Stefano 137, ins. 38, cc.n.nn.
12 Marco Gemignani, Il cavaliere Iacopo Inghirami al
servizio dei Granduchi di Toscana, Pisa, edizioni ETS
1996, pagina 187.
13 W. Martigli, Sir Robert Dudley e
l’arsenale di Livorno, in «Quaderni
Stefaniani», III (1984), pagine 91-98.
14 Marco Gemignani, Il cavaliere Iacopo Inghirami al
servizio dei Granduchi di Toscana, Pisa, edizioni ETS
1996, pagina 234.
15 Marco Gemignani, Il cavaliere Iacopo Inghirami al
servizio dei Granduchi di Toscana, Pisa, edizioni ETS
1996, pagina 255.
16 Le
opere di Galileo Galilei, a cura di I. Del Lungo
– A. Favaro, X, Firenze, Barbera, 1905, pagina 250.
17 Solamente agli Ebrei era permesso di vivere
secondo la propria confessione, confronta L. Cantini, Legislazione toscana,
XIV, Firenze, Albizzini, 1804, pagine 10-22.
18 Marco Gemignani, Il cavaliere Iacopo Inghirami al
servizio dei Granduchi di Toscana, Pisa, edizioni ETS 1996.
19 Marco Gemignani, Il cavaliere Iacopo Inghirami al
servizio dei Granduchi di Toscana, Pisa, edizioni ETS
1996, pagina 329, nota numero 3.
(dicembre 2012)