L’antisemitismo sulle colonne de «La Stampa» durante la guerra di Libia del 1911
La
svolta del nuovo secolo. Agli inizi del Novecento, in Italia,
l’antisemitismo acquisisce caratteristiche nazionaliste, mutuate
dell’antiebraismo europeo più virulento
di Daniela Franceschi
La conquista della Libia1,
iniziata il 3 ottobre 1911 con un bombardamento delle fragili
fortificazioni che proteggevano Tripoli e con lo sbarco il 5 ottobre,
non fu un evento sorprendente, poiché dall’inizio del
Novecento il tema della «quarta sponda», così era
definita la Libia dalla retorica nazionalista, aveva assunto un ruolo
cardine nell’ambito diplomatico e politico.
Per quanto concerne le relazioni internazionali,
l’Italia aveva cercato ed ottenuto il beneplacito delle potenze
europee2 per un’espansione militare nel territorio
libico, facente ancora parte dell’Impero Ottomano, afflitto da
una grave crisi interna che ne stava minando le fondamenta3.
Il governo Giolitti colse l’occasione delle
debolezze che tormentavano l’Impero Ottomano e della crisi
internazionale che contrapponeva Francia e Germania per il controllo
del Marocco, inviando, senza consultare il Parlamento, un pretestuoso ultimatum
all’Impero e, poco tempo dopo, autorizzando l’intervento
militare. L’impresa bellica fu caldeggiata da una gamma di
sostenitori molto variegata al suo interno: gruppi finanziari
speranzosi di trovare nuove floride opportunità di investimento;
gruppi nazionalisti radicali, come l’Associazione Nazionalista
Italiana guidata da Enrico Corradini e da Luigi Federzoni; stampa e
organizzazioni cattoliche che vi vedevano una specie di Crociata contro
l’Islam; tutta la stampa liberale, la quale riteneva che la
conquista potesse far annoverare l’Italia fra le grandi potenze.
Dal 1910 l’opinione pubblica italiana fu
sottoposta ad un’incessante opera di propaganda sia da parte del
movimento nazionalista sia della stampa tesa a proporre
l’immagine della Libia come di una terra promessa, ricca di
risorse e capace di accogliere l’eccesso demografico che
affliggeva il nostro Paese4. È interessante notare
come durante questa vasta operazione di propaganda, di cui il movimento
nazionalista era uno dei maggiori artefici, fossero divulgati
stereotipi classici della polemica antisemita, come la predominanza
ebraica nella finanza e nelle attività bancarie5 e
una presunta ambiguità dei comportamenti degli Ebrei Italiani
nei riguardi della loro Patria. Protagonista della polemica, che ebbe
il suo culmine nei mesi di ottobre e novembre del 1911, fu
«L’Idea Nazionale»6, tuttavia queste
argomentazioni non rimasero confinate alle pagine del periodico
nazionalista, bensì trovarono «spazio su quotidiani
d’informazione di grande prestigio e rilievo, una constatazione
che indica, più che un mutamento radicale della consistenza
complessiva dell’antisemitismo nell’Italia liberale, che
certe argomentazioni cominciavano comunque a trovare diffusione,
credito, legittimazione, nel quadro delle reazioni
all’ostilità manifestata dalla stampa europea nei
confronti della guerra mossa dall’Italia all’Impero
Ottomano»7. Tali accenti si possono ritrovare ne
«La Stampa», giornale importante non solo per la
considerevole tiratura, ma soprattutto per il doppio filo che lo legava
alle élite piemontesi e al potere di Giovanni Giolitti.
Il corrispondente del quotidiano torinese era Giuseppe Bevione8,
ardente nazionalista e aperto sostenitore di un intervento militare,
che si occupò della Libia prima delle operazioni belliche,
essendo stato inviato in Tripolitania già agli inizi del 1911.
Un articolo molto interessante del giornalista
focalizzava l’attenzione sulle quattro razze esistenti in Libia:
Arabi, Neri9, Ebrei e Turchi10. Il contributo,
pubblicato nella terza pagina solitamente dedicata agli argomenti
culturali, conteneva una descrizione dei caratteri e dei costumi delle
quattro diverse razze presenti in Libia, con un’evidente
svalutazione per fini prettamente politici dei Turchi, e, nel contempo,
con una lusinghiera rappresentazione degli Arabi.
Per quanto concerne gli Israeliti11,
Bevione scriveva che «le loro caratteristiche sono quelle note:
una fortissima disposizione agli affari commerciali e bancaroli (sic),
o scarsa o nulla tendenza al lavoro agricolo e produttivo; un poderoso
spirito di razza, che li mantiene compatti ed incolumi
nell’ambiente ostile; pazienza, umiltà, rassegnazione,
tenacia, flessibilità, finché sotto la corazza della
ricchezza e con le catene del credito non si sia assoggettato il nemico
e il persecutore»12. Nella seconda parte
dell’articolo, l’autore riproponeva, senza alcuna
variazione, uno stereotipo classico dell’antisemitismo,
cioè l’esercizio dell’usura: «I ricchi
israeliti tripolini hanno esercitato essenzialmente il grosso
commercio di importazione e di esportazione, il traffico carovaniero
con l’Africa Centrale, la banca e, prima della banca o
contemporaneamente ad essa, l’usura. […] L’Israelita
concede il credito, ma a condizioni spaventevoli. Ho inteso parlare del
200 o del 300 per cento»13.
Allo stesso tempo, Bevione metteva in risalto come
tutto fosse cambiato grazie all’opera del Banco di Roma14,
che «ha aperto il credito al pubblico a tasso onesto, iniziando
anche, con grande stupore degli Arabi, spremuti dall’usura
ebraica, un servizio di Monte di Pietà, che non confisca il
pegno in caso d’inadempienza, come era l’uso ebreo»15.
Tale attività, secondo l’autore, aveva provocato una
«latente antipatia nell’ambiente commerciale tripolino; il
quale, per strana coincidenza, è fatto in maggioranza da
Israeliti»16.
L’articolista sottolineava come gli Ebrei
avessero optato per la cittadinanza italiana per avere una maggiore
protezione, data la mancanza di eguaglianza giuridica rispetto ai
musulmani. Bevione continuava affermando che «il giorno in cui
dominio turco sia spezzato, ed un potere non musulmano sia costituito
al posto suo, la situazione si rovescerà: la prepotenza araba
non troverà più incoraggiamento, e l’uguaglianza
delle condizioni sarà raggiunta e garantita. Così anche
gli Israeliti, per ragioni diverse dagli Arabi, anelano ad
un’occupazione europea della Tripolitania come alla fine della
loro degradazione. Quale, fra le Nazioni europee, gli Ebrei
preferiscono per quest’opera di redenzione è detto dal
fatto che i più facoltosi e ragguardevoli della comunità,
sono da generazioni sudditi italiani»17.
Il servizio ebbe conseguenze anche dal punto di
vista politico. Infatti, il 18 maggio compariva un nuovo articolo18:
si trattava di una lettera editata in corsivo nella quale il
giornalista spiegava come fosse stato informato di alcune proteste. In
particolare, tornato a Tripoli, appena uscito dalla dogana, si
trovò di fronte ad un capannello di duecento Ebrei. Uno di
questi, un certo Beniamino Naim, intimava a Bevione e al suo collega,
Pasetti del «Giornale d’Italia», di confidargli i
nomi dei loro informatori. Bevione replicava chiedendo a Naim se fosse
«suddito italiano». La risposta dell’uomo,
«sono Turco», innescava una rissa, poi placata anche grazie
ad alcuni esponenti della comunità ebraica locale. La protesta,
a parere del giornalista, non aveva motivo d’essere poiché
il suo servizio era «obiettivo nella forma e favorevole agli
Ebrei nella sostanza proclamando ingiustificata la condizione
sfavorevole in cui sono tenuti dagli Arabi»19. In
conclusione all’articolo vi erano poche righe non firmate, ma
sicuramente attribuibili al direttore del quotidiano Alfredo Frassati,
in cui si affermava con forza che il servizio era uno studio obiettivo
ed acuto delle condizioni in cui si trovavano le quattro razze, e per
quanto riguardava la razza israelita non intendeva fare
«dell’antisemitismo, ma metteva in rilievo le condizioni
dolorose di inferiorità, in cui essa è tenuta. Lo scopo
dello scrittore era dunque liberale e civile: tendere alla elevazione
di una razza ancora vittima di antichi pregiudizi»20. Sempre a riguardo dell’articolo sulle quattro razze, Bevione scriveva in una corrispondenza successiva21,
dopo l’avvio delle operazioni militari in territorio libico,
della amichevole accoglienza tributatagli dalla locale comunità
ebraica che lo aveva accolto in sinagoga, dove «si prega per il
Re d’Italia. Ammenda inconsapevole per l’ingiusta
dimostrazione ostile che gli Ebrei mi avevano fatto la primavera
scorsa, alla banchina del porto, per ciò che avevo scritto su di
loro in un mio articolo»22. Il giornale dava un
particolare risalto alla posizione della stampa estera nei confronti
dell’Italia, attribuendone l’avversione alle manovre
«del gran mondo bancario ebraico tedesco, sconcertato dalla
nostra azione in Tripolitania… questo turbamento ha trovato la
sua prima espressione nell’atteggiamento di una gran parte della
stampa austriaca-tedesca, la quale, come è noto, è quasi
interamente in mano di Israeliti»23. Lo scrivente
aggiungeva che i giornali inglesi sfavorevoli all’Italia erano di
proprietà di Ebrei, «portavoci dei circoli tedeschi
più che dei circoli del loro Paese»24. Si
elencavano, poi, i nomi di direttori e redattori inglesi, rimarcandone
la predominante presenza ebraica. La caratterizzazione ebraica
conferita da alcuni commentatori all’ostilità della stampa
internazionale nei confronti dell’impresa italiana in Libia
rivelava la sua ambiguità ed i rischi connessi ad
un’indiscriminata identificazione degli Ebrei come possessori del
potere finanziario e controllori dell’informazione, uniti da
vincoli particolari che oltrepassavano i confini nazionali. Da
segnalare, a questo proposito, un altro articolo apparso su «La
Stampa» concernente il comportamento della stampa viennese25,
rea di propagandare notizie false sull’andamento delle operazioni
militari, che attraversavano un momento di stallo per il nostro Paese.
Secondo lo scrivente tali giornali non avevano «nemmeno la
giustificazione di lavorare per l’interesse del loro Paese
[…] essi lavorano come servi, come comprati, come sicari, per
altri interessi loschi di qualche borsista frodatore, di qualche
Israelita sfruttatore, di qualche capitalista ladro. Più vili
dei loro padroni, si adattano ad essere il mezzo di guadagni, di cui ad
essi non vengono che le briciole»26. Poche settimane
dopo, Francesco Coppola pubblicava sulle pagine de «L’Idea
Nazionale» un articolo dal significativo titolo Israele contro l’Italia
che riprendeva le accuse emerse circa «la formidabile campagna
organizzata e disciplinata dall’alta finanza cosmopolita e
israelita», il cui interesse era di influenzare «i corsi
della rendita turca e della rendita italiana», di consolidare lo
sfruttamento dell’Impero Ottomano, di eccitare il nazionalismo
musulmano per ritardare la pace e sostituirsi alle attività
economiche italiane in Oriente, «di indebolire, snervandolo in
una dura lotta, lo spirito nazionale che rinasce vigorosamente in
Italia, altra preda agognata, e che può essere contagioso.
Poiché tutti sanno… che alla elevazione dello spirito
nazionale, e quindi dei valori ideali tradizionali ed eroici
corrisponde automaticamente l’abbassamento
dell’individualismo materialista, e quindi dei valori puramente
plutocratici sui quali la coalizione ebrea internazionale ha fondata la
sua conquista»27. Le stesse manifestazioni di
ostilità di matrice nazionalista, così ben rappresentate
dall’articolo di Francesco Coppola, si riscontrano anche nelle
pagine de «La Stampa»: il 18 novembre Virginio Gayda
polemizzava aspramente con i «richiami del ghetto e della
sacrestia»28 e ipotizzava che la simpatia della stampa
viennese per Turchi ed Arabi promanasse da «qualche lontana voce
della stirpe»29; Bergeret, pseudonimo di Ettore
Marroni, si occupava nuovamente della stampa tedesca ed austriaca,
«che viceversa è la stampa d’Israele»30,
evidenziandone lo stretto collegamento con la finanza internazionale e
notando come nel nostro Paese «la loro finanza (quella ebraica)
va più o meno mescolata con quella non circoncisa, e non
v’è in Italia una Banca ebrea che formi Stato nello Stato
come accade in Francia e in Germania»31; infine, in
questo contesto polemico, va inserito l’articolo di Enrico Thovez
su uno studio di Jean Finot, che riportava in conclusione
«l’egregio uomo, che è, dicono, un Israelita Polacco
che ha tradotto il proprio nome in francese, nega persino la razza
ebrea. Sicuro; quella razza ebrea conservatasi prodigiosamente pura ed
intatta attraverso i tempi, così pura che i suoi membri attuali
sembrano uscire dai bassorilievi egizi ed assiri che ce li
rappresentano quali erano migliaia d’anni or sono, egli non
l’ammette in nessun modo. Per negarla fa persino il sacrificio di
giovarsi di quella scienza antropologica che ha continuamente deriso.
Si capisce, come, negata la propria, gli sia riuscito facile distrurre
le altre…»32. La polemica antiebraica
sviluppata dal movimento nazionalista durante la guerra di Libia
mostrava quanto l’antisemitismo presente in Italia stesse
cambiando, poiché acquisiva caratteristiche tipiche
dell’antiebraismo europeo più aggressivo; un’idea di
nazionalità molto restrittiva e rigida nelle sue applicazioni
pratiche e, nel contempo, l’affermazione del nazionalismo
facevano sì che stereotipi e pregiudizi antisemiti33
avessero in questo periodo una maggiore diffusione, che, come
l’analisi de «La Stampa» ha dimostrato, non risultava
circoscritta esclusivamente alle pubblicazioni nazionaliste.
Note
1 Sulla conquista della Libia si vedano Salvatore Bono, Storiografia e fonti occidentali sulla Libia (1510-1911), Roma, L’Erma di Bretschneider, 1982.
Angelo Del Boca, Gli Italiani in Libia, volume I, Tripoli bel suol d’amor, 1860-1922, Bari, Laterza, 1986.
Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Bologna, Il Mulino, 2002.
Francesco Malgeri, La guerra libica 1911-1912, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1970.
Jean-Louis Miége, L’imperialismo coloniale italiano dal 1870 ai giorni nostri, Milano, Rizzoli, 1970.
Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Milano, Loescher, 1972.
Giorgio Rochat, Guerre italiane in Libia e in Etiopia, Roma, Pagus, 1991.
Sergio Romano, La quarta sponda: la guerra in Libia 1911-1912, Milano, Bompiani, 1977.
2 Sull’azione diplomatica si veda Mark I. Choate, Emigrant Nation. The Making of Italy Abroad, Cambridge (Mass.), Cambridge University Press, 2008.
3 Per la situazione dell’Impero Ottomano si veda Alberto Mario Banti, L’età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all’imperialismo, Bari, Laterza, 2010, pagine 574-580.
4 Confronta Giancarlo Monina, Il consenso coloniale. Le società geografiche e l’Istituto coloniale italiano (1896-1914), Roma, Carocci, 2002.
Marcella Pincherle, La preparazione dell’opinione pubblica all’impresa di Libia, in «Rassegna storica del Risorgimento», LVI, 1969, 3, pagine 450-482.
Stefano Trinchese (a cura di), Mare nostrum. Percezione ottomana e mito mediterraneo in Italia all’alba del ’900, Milano, Guerini & Associati, 2005.
5 Sullo stereotipo della banca e della finanza ebraica nell’Italia del periodo, confronta Renzo De Felice, Storia degli Ebrei Italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1988, pagina 54.
6 Confronta Francesco Coppola, Israele contro l’Italia, «L’Idea Nazionale», 16 novembre 1911.
Francesco Coppola, Il mio antisemitismo, «L’Idea Nazionale», 30 novembre 1911.
Anonimo, Parole chiave, «L’Idea Nazionale», 30 novembre 1911.
Si vedano anche gli articoli de «Il Popolo romano»:
Anonimo, Tripoli e la Triplice, «Il Popolo romano», 17 ottobre 1911.
Anonimo, L’Italia in Tripolitania e la stampa inglese, «Il Popolo romano», 1° novembre 1911.
Anonimo, Le ostilità… nella stampa, «Il Popolo romano», 7 novembre 1911.
7 Mario Toscano, Ebraismo e antisemitismo in Italia. Dal 1848 alla guerra dei sei giorni, Milano, Angeli, 2003, pagina 42.
8 Voce, curata da Giuseppe Sircana, in Dizionario biografico degli italiani, www.treccani.it/enciclopedia/giuseppebevione_(Dizionario-Biografico).
9 Il giornalista adoperava il termine negri.
10 Giuseppe Bevione, Le quattro razze, «La Stampa», 23 aprile 1911.
11 Per la storia degli Ebrei Libici si veda il fondamentale saggio di Renzo De Felice, Ebrei in un Paese Arabo. Gli Ebrei nella Libia contemporanea tra colonialismo, nazionalismo arabo e sionismo (1835-1970), Bologna, Il Mulino, 1978.
12 Ibidem.
13 Ibidem.
14 Nel 1907 il Banco di Roma aveva aperto una sede
distaccata a Tripoli e successivamente altre agenzie in varie
città libiche. L’opera di questa istituzione economica fu
importante non solo per la penetrazione finanziaria nel territorio
libico ma anche per fini politici. Confronta Renato Mori, La penetrazione pacifica italiana in Libia dal 1907 al 1911 del Banco di Roma, in «Rivista di studi politici internazionali», XXIV, I, pagine 102-118.
15 Ibidem.
16 Ibidem.
17 Ibidem.
18 Giuseppe Bevione, Un incidente capitato a Tripoli al nostro inviato speciale, «La Stampa», 18 maggio 1911.
19 Ibidem.
20 Ibidem.
21 Giuseppe Bevione, Tripoli felice di rinascere a vita italiana, «La Stampa», 12 ottobre 1911.
22 Ibidem.
23 Confronta Anonimo, Come va intesa l’avversione di certa stampa estera contro l’Italia, «La Stampa», 15-16 ottobre 1911.
24 Ibidem.
25 Anonimo, Stampa viennese spudoratamente bugiarda. La protesta deliberata dai corrispondenti italiani a Vienna, «La Stampa», 1° novembre 1911.
26 Ibidem.
27 Francesco Coppola, Israele contro l’Italia, «L’Idea Nazionale», 16 novembre 1911.
28 Virginio Gayda, I Turchi di Vienna, «La Stampa», 18 novembre 1911.
29 Ibidem.
30 Bergeret, I privilegi dell’impecuniosità, «La Stampa», 30 novembre 1911.
31 Ibidem.
32 Enrico Thovez, Il distruttore di razze, «La Stampa», 4 dicembre 1911.
33 Confronta Bruno Di Porto, Dopo il Risorgimento al varco del ’900. Gli Ebrei e l’Ebraismo in Italia, Venezia, Tipografia Veneziana, Estratto dalla Rassegna mensile di Israel, luglio-dicembre 1981, pagina 45.
(dicembre 2012)