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Musica sacra nella Tosca di Giacomo Puccini

Importanti, per comprendere l’opera di Puccini, sono i riferimenti all’ambiente musicale lucchese in cui il Maestro si formò

 

di  Elena Pierotti

 

 
Quando pensiamo al grande compositore Giacomo Puccini non possiamo ignorare il vasto retroterra musicale lucchese che gli permise di coltivare e perfezionare le innate qualità artistiche, a partire dalle tradizioni musicali della sua stessa famiglia. Il capostipite fu Giacomo Puccini senior, che nacque in Gello (Lucca) nel 1712 ed a Lucca morì nel 1781. Studiò musica in Bologna e fu dal 1739 in poi organista della Cattedrale e Maestro di Cappella della Repubblica Lucchese. Valente compositore di musica sacra e drammatica, nonché maestro del celebre compositore Pietro Guglielmi, ne seguirono la tradizione musicale in famiglia, da lui inaugurata, suo figlio Antonio (1747-1832), Domenico (1775-1815) e Michele (1813-1864), padre del compositore.
    Lucca fu nei secoli capitale della musica. Adelmo Damerini pubblicò nel 1942 un’opera che bene illustra il ruolo assunto in ambito musicale dalla città toscana.1
    Fin dall’ottavo secolo qui esistettero scuole di musica (sorte per opera del clero) nelle quali s’insegnava il canto gregoriano, cui più tardi si aggiunsero il canto figurato e la polifonia. Quando, nel 1357, chiamato dai canonici del duomo di San Martino venne in città l’organista Matteo da Siena, vi si aggiunse anche lo studio della musica strumentale.
    Altro periodo musicale aureo per Lucca fu quello relativo al soggiorno nella stessa del padre carmelitano Giovanni Hotby (dal 1467 al 1486), uno dei più valenti musicisti del suo tempo, che fu appositamente fatto venire dall’Inghilterra e che ivi lasciò larga traccia del suo insegnamento e della sua influenza.
    Sul finire del Cinquecento l’insegnamento della musica ebbe considerevole incremento nei tre seminari di San Michele, di San Martino e di San Giovanni. Le prime due scuole, salvo brevi interruzioni, continuarono a funzionare sin verso la metà dell’Ottocento. Dalla scuola del seminario di San Michele uscì, tra gli altri, Francesco Vannucci, che fu maestro di Luigi Boccherini; studiò nella scuola di San Martino Carlo Angeloni, ch’ebbe scolaro l’autore della Bohème.
    Parallela alle scuole citate, l’opera della Cappella Musicale, di cui Puccini fece parte. Sorta in tempi remotissimi, godè di buona fama, e già nel 1585 fu richiesta dal cavalier Andrea Doria per mandarla in Spagna ad onorare le nozze del duca di Savoia Carlo Emanuele I con donna Caterina, figlia di Filippo II. E nel 1607, il duca la richiese di nuovo «per rallegrare la sua residenza a Chambéry».
    La Cappella restò in attività fino al 1805, quando fu soppressa, mentre ne era direttore Antonio Puccini, figlio di Giacomo senior. Le sorti musicali lucchesi, passato il periodo napoleonico, tornarono in auge sotto Maria Luisa di Borbone ed il di lei figlio Carlo Ludovico, conoscitore ed appassionato di musica. Così l’Istituto Musicale Pacini, formatosi durante il ducato borbonico, in cui Giacomo studiò, fu per un certo periodo diretto da suo padre Michele. L’Istituto vantò tra i maestri Fortunato Magi, che ebbe come scolari proprio Puccini ed Alfredo Catalani.
    Un gustoso episodio rivela il profondo legame personale e musicale di Giacomo Puccini con Lucca e l’intero ambiente musicale della città, che vide anche nella musica sacra un momento essenziale di produzione artistica, mettendo tale episodio in luce il carattere giocoso del Maestro.
    Ne è autore D. L. Pardini, che rispolverò lettere inedite rinvenute presso l’Archivio di Stato lucchese.2 L’affannosa ricerca del compositore Puccini di soggetti da musicare fu veramente importante. Scrive Pardini: «Voleva essere persuaso e convinto di quel che doveva fare: cercava e studiava con assiduità. “Uomo di teatro”, sapeva cogliere il giusto punto della situazione senza preoccuparsi se i soggetti scelti erano borghesi o semplici vicende; egli prendeva quanto serviva a muovere la sua passione, ad intenerire il suo cuore, a seguire la sua vena melodica».
    Al maestro lucchese Ferruccio Ferrari, che gli chiese un libretto, rispose col negarglielo perché, pure avendone molti a disposizione, non ne trovò uno degno per l’amico, a cui scriveva il 5 ottobre l’ecce sacerdos magnus, 1910: «Bisogna, e lo sai, crearsi i soggetti da sé, secondo quello che si ha dentro di noi. Io faccio sempre così, e me ne trovo bene».3
    Prosegue al riguardo Pardini: «Difatti, nella Manon e nella Bohème aveva messo molto del suo, con riconosciuta efficacia, e quando pose mano alla Tosca dopo superate alcune difficoltà coll’autore del dramma Vittoriano Sardou, sottopose i librettisti alle solite fatiche per ottenere un lavoro completo, adatto alla sua arte, secondo il suo intento di voler scrivere per le masse popolari, per il teatro, e non per i critici.
    Il maggior tormento lo ebbe per la Tosca ch’egli sentiva profondamente nella ricchezza del dramma e nella ispirazione della musica. Nel momento in cui pensò di dare al finale del primo atto la parte sacra […] fece molte ricerche, per rendere completo il suo disegno artistico. Per quanto da giovane egli avesse frequentato le chiese, prima da cantante nella Cappella Musicale, poi da organista4, e si fosse anche provato nel comporre musiche sacre, pure non riusciva a trovare un tema adatto per la sua Tosca ed era tanto agitato sino a dire con uno dei suoi giochi di parole “La Tosca mi attosca!...”.
    Si legge in quasi tutte le biografie che si rivolse allora al sacerdote Pietro Panichelli, suo amico, e da lui chiamato “il pretino” per avere le note dell’inno liturgico del Te Deum ed alcuni versetti da far “brontolare” dal popolo durante una funzione religiosa, che figurava celebrata nella chiesa di Sant’Andrea alla Valle, in Roma, per una vittoria d’armi.
    Tutti si sono fermati qui, sul carteggio tra Puccini e Panichelli, e ci fu un brillante giornalista, Renzo Martinelli, che qualificò “il pretino” quale “consultore liturgico” del Maestro; ma Puccini, in un primo tempo, non si era rivolto all’amico sacerdote […].
    A Lucca viveva un altro carissimo e devoto amico di Puccini, il maestro Guido Vandini, da non confondere con Alfredo Vandini, impiegato in Roma, fratello del precedente, e pur amicissimo di Giacomo, come risulta da lettere e notizie biografiche. Il Vandini di Lucca» [sostiene Landucci] «del quale occorrerebbe uno speciale ricordo, essendo vissuto gran parte in comunanza col Puccini», fu incaricato dal Maestro di cercare varie informazioni su quanto poteva giovare al finale del primo atto della Tosca e ne fanno fede le due lettere, ancora inedite, di seguito pubblicate. «Non hanno data, perché Puccini non sempre la metteva, lasciando che la indicassero i timbri postali, ma sono realmente di quel tempo nel quale la Tosca era in gestazione, come conferma il signor Gino Vandini, figlio di Guido, che conserva [1942] gelosamente i due autografi».
    Ecco il testo della prima lettera: «Mi occorre avere l’ecce sacerdos magnus scritto, perché ne ho bisogno: va da qualche prete o frate e copialo. Domanda inoltre che preci recitano quando un carteggio con Vescovo si muove dalla sacrestia per andare all’altar maggiore per poi cantare il Te Deum solenne in occasione d’una vittoria d’armi eccetera… io ho pensato a far brontolare al capitolo e magari al popolo ma non so se stia. Io ho bisogno di far recitare al popolo o al capitolo solo delle preci latine durante il monologo di Scarpia. Avvertire e ricordarsi che le preci recitate sono via facendo dalla sagrestia all’altare maggiore. Scrivimi qualche cosa: grazie, addio!
    P.S. Dì a Caselli che Pascoli non rispose ancora e salutalo. Quando vieni te? Giacomo Puccini».
    L’altra lettera, decisa ed ironica insieme (e sull’ironia del Maestro Pardini aprì una breve digressione) diceva così: «Io ho bisogno assolutamente di far brontolare: mi necessita, ritorna in San Martino5, va dal Vescovo magari e domanda cosa potrebbero dire i preti (magari loro soli) viaggiando verso il Te Deum. Trovami alcuni (o solo uno) versetti che siano attinenti al fatto di Vittoria preludente al grande inno Te Deum. Dì al Vescovo che mi ci bisogna e l’inventi, e trovi: se no scrivo al Papa e lo faccio multare come un impiegato imbecille! Trovami il versetto. Se non lo fai, mi faccio protestante, dillo al Decano.
    Se non mi rimedi il versetto, scrivo la marcia funebre della religione: dillo al Vescovo! Voglio il versetto, se no bestemmio tutta la vita. Dillo ai preti che lo faccio, vero Dio! Sono deciso al brontolo, se non perdo l’effetto, perdio! Va dall’Agrimonti,6 dal Marianetti,7 dal Volpi,8 dal Pardini,9 dal rettore di Antraccoli,10 ma trovalo; domandalo a Caselli11 che troverà di certo fra le sue mura di rigattiere. Giacomo Puccini».
    Pardini non si scandalizza certamente per il linguaggio usato nelle lettere dal Maestro. Nel breve commento che ne segue sostiene infatti che «le lettere sono scritte con quelle solite facezie che il Maestro usava con tutti i suoi intimi, e che talvolta uscivano dai confini, per prendere anche forme sarcastiche e scurrili.
    Qui però [sostiene] Puccini non aveva in animo di offendere né le autorità ecclesiastiche, né la religione. Scherzava su tutto, ed il Panichelli, “il pretino”, di lui racconta che più volte lo difese da espressioni ardite, che a non conoscerne l’umore, potevano farlo ritenere un miscredente. Ciò che nell’intimo non fu mai.
    Si trattava di un modo di scrivere sui generis, che tra uno scherzo e l’altro non recava disdoro né alle persone, né alle istituzioni. Era il suo stile epistolare».
    Il Vandini, sempre pronto e premuroso per l’amico, si interessò di quanto gli era stato chiesto, ma non venne a capo di nulla, sebbene sollecitato con la seconda lettera; ed allora Puccini si rivolse a don Panichelli, il quale lo assisté nelle ricerche liturgiche, ma non lo soddisfece del tutto. E la prova la si ha perché il Maestro di fatto trovò da solo quanto voleva far «brontolare» dal popolo, quell’auditorium nostrum in nomine Domini, con quel che segue, e se ne compiacque come di cosa tutta sua, «con la festevolezza quasi infantile, che spesso lo afferrava, e lo faceva sorridere di gran cuore».12
 
Note

1 Adelmo Damerini, Monografia sull’Istituto Musicale Pacini di Lucca, Firenze, Le Monnier, 1942.
2 A.S.L., Bollettino Storico lucchese, periodico 104 – anno XIV, 1942, pagine 99-103.
3 Ibidem.
4 Una curiosità. Suonò spesso molto giovane come organista a Mutigliano, un paesino sulla via per Camaiore. Ed ancora oggi nella chiesa possiamo ammirare il magnifico organo da lui utilizzato.
5 Cattedrale lucchese.
6 Lorenzo Agrimonti, sacerdote, cantava in qualità di basso «solista» nella Cappella Musicale, ed insegnava il canto gregoriano nel Seminario arcivescovile.
7 Il sacerdote Romualdo Marianetti era un prete «un po’ alla libera», amante del buon vino, e ricercato copista di musica. Anch’egli cantava nella Cappella Musicale, ed era valente nel canto gregoriano.
8 Il Volpi è il sacerdote che aveva istituito in Lucca la Scuola serale Matteo Civitali, così utile anche per l’insegnamento della musica. Egli si era già distinto nella vita ecclesiastica. Decano di San Michele in Foro, Vescovo di Arezzo, poi Arcivescovo di Antiochia e di Pisidia.
9 Luigi Pardini, che fu Economo ed Ispettore dei R.R. Spedali ed ospizi di Lucca, fu anche musicista. Buon organista, suonatore di contrabbasso, cantante di scelta scuola, si produceva anche come basso comico in «teatri e teatrini» eseguendo le parti principali di opere di Donizzetti, di Rossini, dei fratelli Ricci, del De Giosa eccetera…
10 L’indicazione del rettore di Antraccoli è errata. Il rettore, forse don Simoni, risiedeva in un paese limitrofo, ed era molto ricercato per la preparazione di masse corali.
11 Alfredo Caselli è il mercante che conosceva ed ospitava illustri scrittori ed artisti italiani. Di lui si serbano notizie in lettere ed in biografie, e ne hanno parlato in alcuni scritti Ermenegildo Pistelli, Eugenio Lazzareschi ed altri.
12 Ulteriore precisazione sulla giocosità del personaggio che comprendeva un uso talvolta «spregiudicato» nel linguaggio usato in privato.
(luglio 2012)