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Artisti, circensi e girovaghi: gli orsanti sulle strade d’Europa

Intere famiglie della Valle del Taro e della Valle del Ceno per secoli emigrarono in Paesi lontani suonando nelle strade e nelle fiere, esibendo scimmie, cani, uccelli, cammelli ed orsi, donde il nome di orsanti

 

di  Filippo Marcianò

 

 
Gli orsanti, ovvero coloro che addestravano e facevano spettacoli con orsi ed animali esotici, e che provenivano da valli incassate tra l’Emilia Romagna, la Liguria e la Toscana, non sono una leggenda popolare. La notizia più antica su di loro si trova in un documento inedito del 1767. L’emigrazione girovaga delle valli appenniniche (ma è un fenomeno che a fine Ottocento interessava già gran parte dell’Italia) ha comunque radici molto remote: è stato, infatti, un fenomeno plurisecolare e complesso, che si è manifestato come migrazione stagionale, pluriennale ed anche permanente. Accattonaggio, commercio ambulante, lavori campestri e forestali, filatura, spettacoli di strada con animali – appunto di orsanti e scimmiari – o con esibizioni musicali, soprattutto di organetti, furono alcune delle attività con cui i valligiani cercarono di affrontare, fra Settecento ed Ottocento, il difficile problema della sopravvivenza. Ed erano soprattutto i proprietari-agricoltori dell’Appennino ad alimentare questa forma di emigrazione, proprio per la scarsa redditività degli appezzamenti montani.
    Come si deduce dalle centinaia di documenti presenti negli archivi comunali dell’Alta Valle del Taro e nell’archivio di Stato di Parma, già a metà Settecento i girovaghi erano in grado di acquistare scimmie, cammelli, orsi ed altri animali e di esibirsi con essi dall’Egitto e dal Marocco ai Paesi Scandinavi, da San Pietroburgo all’Inghilterra, alla Turchia (ricevendo a volte, oltre ad entusiasti apprezzamenti, anche importanti onorificenze), muovendosi prevalentemente a piedi; soltanto più tardi, quando il buon esito degli affari lo avesse consentito, le «compagnie» dei commedianti avrebbero potuto dotarsi di carri.
    Molti erano i bambini al seguito degli orsanti, impiegati soprattutto come garzoni. La condizione in cui vivevano questi fanciulli suscitò indignazione e determinò nel Ducato di Parma e all’estero ripetuti interventi repressivi e legislativi contro gli sfruttatori. Nei primi anni dell’Unità d’Italia, per migliorare l’immagine degli Italiani all’estero si cercò, ad esempio, di ridurre il numero di ambulanti, introducendo il limite di esercitare il mestiere ambulante solo nell’ambito della propria provincia a chi aveva ottenuto la licenza perché «inabile al lavoro di fatica».
    Le gravi condizioni economiche della popolazione dell’Appennino, dedita prevalentemente a un’economia basata sull’agricoltura e sulla pastorizia, indussero molti a migrare per dedicarsi soprattutto ad attività «itineranti»: al commercio ambulante, come la vendita di chincaglieria, inchiostro, merceria, immagini religiose, praticata ad esempio da molti abitanti del Comune di Tornolo, ai lavori agricoli in altre regioni d’Italia, agli spettacoli con animali e alla raccolta di questue. Queste ultime due categorie di girovaghi provenivano da un’area geografica confinante, e per molti versi omogenea: i «commedianti», ossia coloro che giravano con spettacoli ambulanti, provenivano dal versante parmense dell’Appennino, in particolare dall’Alta Valle del Taro e dalla Valle del Ceno, mentre i «birbanti», ossia coloro che, sfruttando la devozione popolare, questuavano spesso in modo fraudolento, provenivano dal versante ligure, dalla Valle Sturla e dalla Val di Vara. Di loro, proprio perché spesso subivano arresti e condanne, è rimasta traccia nei nostri Archivi di Stato, in particolare nei fondi delle prefetture.
    Di tutti rimane memoria anche nei registri dei passaporti presso le rappresentanze all’estero, da cui oggi si possono dedurre i tragitti, spesso incredibili, percorsi da questi girovaghi che per esibirsi, pena la carcerazione o l’espulsione da Regni e città straniere, dovevano mostrare l’autorizzazione a fare – si diceva allora – i ciarlatani. Costantino Cardinali, conduttore di animali, ad esempio, passava da Sofia a Vienna, a Costantinopoli, ad «Andrinopoli» e ancora a Vienna per arrivare a Bucarest. Il tutto nel giro di poco più di un anno. Nel 1857, a San Pietroburgo, fu vistato il passaporto a ventisei girovaghi provenienti dalle valli appenniniche. Numerosi erano poi i suonatori ambulanti di ghironde e in seguito d’organetto che si spostarono in tutta Europa.
    Tra loro Antonio Franchi, vissuto intorno alla metà dell’Ottocento, suonatore d’organetto, si stabilì in Svezia e richiamò molti giovani dell’Alta Valle del Taro, affittando loro strumenti musicali.
    Oltre ai suonatori ambulanti, in Alta Valle del Taro c’era anche chi si dedicava a domare gli animali esotici. Uno di questi era Aloiso Notari di Tarsogno, abile domatore di orsi ed elefanti che, verso la fine dell’Ottocento, lavorò per anni nel circo Karl Hagenbach e nel circo Togni in cui eseguiva un numero spettacolare con un’elefantessa.
    Le compagnie di orsanti, che si spostavano per lo più a piedi o con carri, attraversarono tutta l’Europa esibendosi nelle più grandi città, soprattutto in occasione delle fiere, e tornando a casa, a volte, solo ogni tre o quattro anni. Potevano essere formate solo da un adulto con al seguito un bambino che suonava l’organetto, ed un gruppo di animali ammaestrati; i bambini (a volte storpiati di proposito) servivano ad impietosire, e quindi a fare cassa; gli animali, che esprimevano forza e dominanza, a far ridere della loro goffaggine, e parimenti a far cassa perché lo spettatore tendeva ad identificarsi con il domatore, con il più forte. Ci sono però anche locandine e permessi di spettacolo scritti in danese e in francese, in cui si legge che in Francia Antonio Alpi portava tre renne, mentre in Danimarca l’orsante di Compiano si esibiva con leoni, zebre, pantere, cervi e mandrilli, come un vero domatore di circo.
    Una volta giunti in un luogo sufficientemente esposto al transito di persone, gli orsanti allestivano il proprio palco per lo spettacolo. Come spiega lo studioso di storia locale Marco Porcella, «la compagnia ha un banditore che la precede di alcune ore, richiama la gente col tamburo, annuncia lo spettacolo e lo descrive… In campagna la rappresentazione può avvenire sull’aia di una grossa fattoria o sulla piazza del villaggio principale. Prima che scemi la curiosità suscitata dal banditore compare il carro… sul cui tetto c’è un trapezio che consente a una scimmietta di mostrare qualche numero in anteprima» poi arriva l’orso con la museruola, che cammina ritto.
    Fra tutti gli animali, scimmie, istrici, cavalli, pappagalli o cammelli che le compagnie di orsanti addestravano per le proprie esibizioni, il pezzo forte era l’orso, il cui peso poteva raggiungere i 350 chili e una volta alzato sulle zampe posteriori, misurava anche due metri di altezza. Veniva addestrato con metodi a volte molto rudi, per esempio con fruste o mettendogli delle piastre roventi sotto le zampe. Lo si faceva ballare, girare, saltellare, ma il numero senz’altro più atteso era la lotta fra il domatore e la fiera.
    È ovvio, la lotta non era che una studiata pantomima, una zampata del plantigrado sarebbe stata sufficiente a spezzare il collo al domatore; il carattere imprevedibile dell’orso rendeva comunque pericoloso questo genere di esibizione. Molto spesso il numero si concludeva con la fiera battuta, stesa a terra come fosse morta, che se ne usciva dalla scena trascinata via fra gli applausi per poi riprendersi, immediatamente, appena sfuggita agli sguardi del pubblico.
    Se è vero che l’orso aveva il ruolo principale, è altrettanto vero che ogni animale aveva un preciso compito. Le scimmie, oltre a compiere esercizi da equilibristi, indossando costumi delle dame, dei cocchieri, dei soldati, raccoglievano le monete, intrufolandosi tra le persone che si radunavano ad assistere all’esibizione.
    I pappagalli, spesso addestrati a ripetere qualche parola, se ne stavano sulle spalle dei ragazzini che, assieme alle scimmie, si accertavano che ogni spettatore desse le proprie monete.
    La compagnia rappresentava «l’embrione del circo zoologico», attività questa che richiedeva ben altre risorse economiche e che rappresentava un miglioramento della condizione sociale degli artisti girovaghi. A noi questi spettacoli appaiono di gusto discutibile, ma a quei tempi c’era una sensibilità diversa e, comunque, per la maggior parte delle persone erano l’unica occasione per vedere animali che altrimenti non avrebbero mai visto, e per allargare gli orizzonti della loro immaginazione.
    Alla fine dell’Ottocento, infatti, l’orso bruno era già quasi scomparso dal territorio italiano: sembra che gli orsi acquistati dagli orsanti provenissero dalla zona balcanica, i cammelli fossero acquistati in Crimea e in Africa e poi trasportati, domati e rivenduti, mentre le scimmie arrivassero dall’Africa attraverso la Spagna. Nella zona di Compiano, Bardi e Bedonia, il lavoro di «scimmiaro» era talmente diffuso che il commerciante proponeva al cliente un affare vendendo gruppi di scimmie con degli sconti. A volte si cercava di far riprodurre gli animali acquistati per avere cuccioli facili da addestrare; abilissimi in quest’arte erano i Bedoniesi, che lo facevano sia per le proprie compagnie, sia per quelle altrui.
    La scelta degli animali da ammaestrare non era affatto casuale. Ogni animale aveva un costo di mantenimento e l’orso, pur essendo un animale feroce, era onnivoro e quindi poteva anche non mangiare carne, inoltre passava alcuni mesi in letargo. Una leggenda orale diffusa nelle Valli del Taro e del Ceno afferma che sembrano ancora esistere le «querce dell’orso», che gli animali usciti dal letargo erano indotti ad abbracciare per consentire all’addestratore di tagliar loro le unghie. Tigri e leoni erano invece animali esotici carnivori che richiedevano ben altre risorse economiche a disposizione. Gli animali di taglia più piccola, come cani, pappagalli e scimmie, avevano il pregio di essere estremamente economici. Il confine dunque tra conduttori di spettacoli e venditori ambulanti, come i merciai, non è sempre definito in quanto il piccolo animale serviva ad attirare l’attenzione di eventuali compratori.
    Gli orsanti nella prima metà del XIX secolo erano talvolta accompagnati da musicisti girovaghi provenienti anch’essi dalle Valli del Taro e del Ceno, di cui molti erano suonatori di ghironda, uno strumento costituito da una serie di corde tese sulla cassa che vengono sfregate da una ruota di legno, mossa da una manovella.

Una ghironda, Museo della Scienza e della Tecnica, Milano (Italia) - Simone Valtorta, 2005
Una ghironda, Museo della Scienza e della Tecnica, Milano (Italia) - Simone Valtorta, 2005

    Non si sa con precisione come e quando gli emigranti dell’Appennino Parmense abbiano cominciato ad utilizzare questo strumento, ma è probabile che sia stato trasmesso ad essi da suonatori savoiardi, o che comunque sia stato importato dalle regioni della Francia confinanti con l’Italia in cui questo strumento è tradizionalmente utilizzato. In Italia infatti la presenza della ghironda è piuttosto sporadica: nelle valli occitane del Piemonte è presente come strumento tradizionale, in Valle d’Aosta e nell’Appennino Parmense, invece, è attestata come strumento dei suonatori girovaghi.
    Il reperimento nella Valle del Taro e del Ceno di alcune ghironde, piuttosto simili nella struttura, nelle dimensioni e nelle decorazioni, ha fatto ipotizzare che sia esistita in queste zone una tradizione costruttiva di ghironde, destinate appunto ai suonatori girovaghi.
    Non sappiamo molto sul repertorio di questo strumento: il fatto che sia stato utilizzato dai girovaghi fa supporre che venissero eseguiti brani di successo «moderni», volti a suscitare l’interesse del pubblico delle città in cui i suonatori si recavano. Alcuni ricercatori tuttavia hanno ipotizzato che l’uso di questo strumento da parte dei girovaghi della Valle del Taro e del Ceno fosse piuttosto degenerato e che fosse limitato a produrre suono per attirare l’attenzione.
    Ghironde o fisarmoniche si trovano spesso nelle mani dei cosiddetti «uomini orchestra», come Bartolomeo Corti di Cavignaga, che da soli utilizzavano contemporaneamente più strumenti eterogenei con un effetto «orchestrale». I ritratti dell’epoca ci mostrano suonatori che sulle spalle reggevano una grancassa, spesso munita di piatti e triangolo, che veniva percossa con un mazzuolo fissato ad un avambraccio; tramite una tracolla sostenevano una fisarmonica oppure una ghironda che suonavano con le mani, mentre in testa indossavano cappelli di metallo a cui erano appesi campanelli (più o meno come Totò all’inizio del film Totò le Mokò; in alcune bande del Meridione vi sono ancora orchestrali che suonano più strumenti insieme).
    Lo sviluppo e la diffusione degli strumenti musicali meccanici, soprattutto nella seconda metà del XIX secolo, soppiantò la ghironda e consentì ai girovaghi di utilizzare strumenti musicali meccanici di piccole dimensioni, pratici perché non richiedevano al suonatore abilità musicali, dato che bastava ruotare la manovella per suonare.
    Particolarmente diffusi erano gli organetti di Barberia, cioè piccoli organi costituiti da una serie di canne collegate ai mantici e muniti di un cilindro chiodato: ruotando la manovella si mettono in movimento i mantici e si fa ruotare il cilindro, i chiodi del cilindro consentono il passaggio dell’aria all’interno delle singole canne e la conseguente produzione del suono.
    Teatrini, animali esotici, l’orso che balla per i bambini della bella società: «Quello degli orsanti era un mestiere» spiega lo storico Giuliano Mortali; «qualcuno fece fortuna, altri lavorarono con soddisfazione economica. Non straccivendoli, o zingari. Ma professionisti ante litteram dell’intrattenimento, nelle città mitteleuropee e nei palazzi del potere a Est».
    Il mestiere degli orsanti, ancora fiorente agli inizi del Novecento, fu sospeso quando, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, molte compagnie videro i propri animali requisiti dagli Stati coinvolti nel conflitto, e declinò irreversibilmente nel dopoguerra.
    Nel frattempo, altri mestieri ambulanti iniziavano a prendere piede: nell’ultimo scorcio dell’Ottocento gli organetti diminuirono lasciando posto ai gelatai ambulanti e ai venditori di palloncini, attività nate grazie alla nuova produzione industriale.
    Nella chiesa sconsacrata di San Rocco, all’interno dell’antico borgo medievale di Compiano (Valle del Taro, Parma) dominato dal Castello, è nato nel 2001 – con il patrocinio della Regione Emilia Romagna, dell’Assessorato al Turismo e alla Cultura della Provincia di Parma, del Comune di Compiano e della Comunità Montana Parma Ovest – il Museo degli Orsanti ideato da Maria Teresa Alpi (scomparsa nel febbraio dello scorso anno), stilista, pittrice-burattinaia e collezionista. Il Museo, che si fa promotore anche del Festival dei Girovaghi e della manifestazione Antiche Botteghe, espone pannelli con testi e fotografie, stampe d’epoca e numerosi oggetti come carri per il trasporto della compagnia, gabbiette per i piccoli animali, abiti di scena e molti strumenti musicali (organetti, fisarmoniche, ghironde) che ci fanno sentire ancora più vicini a questi montanari errabondi che erano un po’ accattoni, un po’ commercianti ambulanti e un po’ artisti di strada.
(febbraio 2013)