I
Bernabò, una dinastia di orsanti
Tra
le varie famiglie di orsanti che operarono a cavallo tra
l’Ottocento e il Novecento, una delle più
importanti era
quella dei Bernabò
di Filippo
Marcianò
Con
il termine di «orsanti» si indicano tutti quei
coraggiosi
girovaghi che sbarcavano il lunario facendo i domatori di orsi, di
scimmie e di cammelli, esibendosi in spettacoli di teatro, facendo
acrobazie e giochi con gli animali, e spettacoli di magia; partendo
dall’Appennino tra il Settecento e l’Ottocento,
dalla Alta
Valle del Taro si sparsero per l’Europa, l’Africa
Settentrionale e i Paesi Asiatici (Russia, Turchia…). Per
sfuggire alla povertà persistente nelle valli tra
l’Emilia, la Liguria e la Toscana (più che funghi,
castagne e latte, quelle valli non davano), molte persone viaggiarono
verso città per loro sconosciute come Parigi, Odessa,
Amsterdam,
Istanbul… Avendo esperienza nell’ammaestramento di
animali, soprattutto orsi (che fino al 1733 vivevano nei boschi della
zona), questi uomini allestirono spettacoli con animali addestrati.
Verso la metà dell’Ottocento, nella sola Londra
erano
attivi circa seicento di questi «artisti di
strada», quasi
tutti provenienti dall’Appennino Parmense;
l’epicentro
originario di questi artisti era considerata la zona del Monte Pelpi,
fra Bedonia e Compiano (un paese di donne, vedove bianche, di mogli,
madri, sorelle e figlie a cui gli orsi avevano portato via gli uomini),
in provincia di Parma: nella sola frazione di Cavignaga, a fine
Ottocento, si contavano sessanta orsanti su duecento abitanti.
La più importante famiglia di
orsanti era
quella dei Bernabò, originari proprio di Cavignaga, un paese
di
poche case incastonato tra le valli del Taro e del Ceno nel Parmense. A
quel tempo, era la fine dell’Ottocento, gli abitanti della
zona
erano contadini poveri che vivevano soltanto con le cose che
producevano; la popolazione infatti lavorava per mangiare e il
pagamento dei prodotti e del lavoro avveniva tramite il baratto. Alcune
merci, come il mais o il sale, che venivano importate dalla pianura o
dalla Liguria, erano scambiate con altre prodotte sul posto, come i
formaggi o le castagne.
Nel XIX secolo parecchie compagnie di
girovaghi
partirono da Cavignaga e dai paesi circostanti per far fortuna in
Prussia, ovvero in tutti i Paesi dove si parlava tedesco. Il centro di
smistamento verso cui si dirigevano era Amburgo, da cui partivano poi
per portare i loro spettacoli nelle più importanti
città
europee. Si muovevano a piedi e con un mese di cammino raggiungevano
Amburgo e altre città come Kiel nello Schleswig-Holstein, la
città più a Nord della Germania. Antonio
Bernabò
detto «Togno», nato nel 1857, apprese il mestiere
da suo
padre Giuseppe Bernabò (classe 1810), padre di ben dieci
figli,
alcuni dei quali divennero orsanti. Antonio era cresciuto giocando
proprio con gli animali con cui suo padre lavorava: scimmie,
pappagalli, cammelli e addirittura un orso.
Antonio iniziò questa
attività nel
marzo del 1869 a dodici anni, coi fratelli Gioacchino e Luigi, che si
trovavano con la compagnia in Germania. Luigi e Gioacchino,
più
anziani, giravano con gli animali nelle varie piazze e Antonio restava
di guardia ai carri e si dedicava ai mestieri più umili. Il
suo
carattere forte e deciso lo portava a desiderare di lavorare nel circo.
Ammaestrare un orso era lavoro di anni; un cammello fatto venire da
lontano, da esibire come curiosità esotica, costava una
fortuna;
se moriva, era una rovina. Mettere su una compagnia, era un azzardo,
ripagato da guadagni incerti. Non sempre si era ben accolti, spesso gli
orsanti avevano cattiva reputazione: sfruttatori di bambini (a loro
venivano spesso affidati bambini da famiglie poverissime, in cambio di
qualche soldo), sfaticati, sporchi e «inclini al furto e
all’imbroglio»; soli con gli orsi, giullari,
guitti,
ciarlatani vivevano con arte e con inganno, elemosinando e forse un
po’ rubacchiando. Comunque scrivani, giudici, avvocati,
notai,
commercianti e artigiani vivevano e prosperavano proprio grazie a
questa particolare clientela che pagava con danaro sonante le loro
prestazioni!
Un giorno, quando vide passare una
compagnia del suo
paese, il Circo Cavanna, ottenuto il benestare del padrone, Antonio
salì sui carri diretti in Spagna. Di lui non si seppe
più
nulla e Luigi, non sapendo come giustificare la scomparsa del fratello,
scrisse alla madre che Antonio era stato divorato dai lupi mentre
attraversavano un bosco in Germania. A Cavignaga fu celebrato
addirittura l’ufficio funebre! Lui, invece, stava bene e
cresceva
diventando un bravissimo orsante. Dopo sei anni, nel 1875, il Circo
Cavanna fu venduto ad Antonio Cappellini, anch’egli di
Cavignaga,
che riconobbe il ragazzo. Nel settembre del 1875 i membri del Circo
tornarono a Cavignaga, come facevano saltuariamente le compagnie, con
Antonio, ormai diciottenne. Una mattina Antonio si presentò
a
casa, dove la madre lo riconobbe solo grazie ad una cicatrice sulla
testa che si era procurato da bambino. Antonio ritornò
così alla compagnia dei fratelli fino al 1888, quando il
padre
morì e lasciò in eredità due poderi e
25.000 lire
a ciascuno.
Con la sua parte di eredità,
Antonio decise
di acquistare un circo tutto per sé e di viaggiare, prima da
solo, poi con il primogenito Roberto, in Russia, Serbia, Romania,
Bulgaria, Grecia, Turchia, Egitto. Sentì dire che in Crimea
si
vendevano a buon mercato cammelli delle steppe asiatiche e, senza
sapere dove o che cosa fosse la Crimea, vi volle andare;
sbarcò
a Odessa, cercò, contrattò, affittò
vagoni
ferroviari e, di lì a due mesi, invase il mercato tedesco
con
cinquantasette cammelli. Con il guadagno, formò una sua
compagnia di orsanti, il Circo Bernabò, andandosene in giro
per
l’Europa, l’Egitto e l’Impero Turco.
Sapeva spiegarsi
non solo in quasi tutte le lingue europee, ma anche in arabo e in
turco. Arrivò a possedere quattro grandi circhi, vincendo
così il timore del pubblico: gli spettatori a quel tempo
diffidavano del «tendone», temevano che una volta
entrati,
dopo aver pagato il biglietto, non avrebbero visto niente. Invece
Bernabò riuscì a stupirli e, grazie ai guadagni,
ad
attraversare col suo Royal Italian Circus l’intero continente
europeo e tutto il Nord Africa.
Nel 1903 a Costantinopoli
rappresentò al
Serraglio (palazzo imperiale) un suo spettacolo forense; impressionato
da quel palazzo e dalle innumerevoli concubine del Sultano Habdul Hamid
II che assistevano allo spettacolo nascoste dietro grate e veli,
riportò a tutti i compaesani i dettagli di quel giorno
straordinario. Lo spettacolo piacque così tanto al Sultano
che
questi decise di acquistare per intero il circo di Antonio al prezzo di
80.000 lire d’oro e di consegnargli la croce di Cavaliere del
Lavoro della Corona Turca. Con quella cifra si sarebbero potute
comprare allora 150 biolche di terra in pianura (circa quaranta
ettari); Antonio, ritornato in Germania, a Breslavia, nella Slesia
Prussiana, acquistò invece molti cammelli e dromedari e
costituì un circo ancora più grande. Per
spostarsi di
città in città occorrevano ad Antonio ben otto
vagoni di
treno. Con il circo, per alcuni anni, si arricchì
ulteriormente.
Si era avverato il sogno della sua vita:
dai poveri
monti di Cavignaga e Compiano aveva raggiunto addirittura gli onori
della corte di Costantinopoli.
Di lui si raccontano molti aneddoti: gli
avevano
detto – e lui quasi non ci credeva – che al Polo
gli orsi
erano bianchi, e lui ne voleva ammaestrare uno, che sarebbe stata una
rarissima attrattiva per un orsante. Allora lui e l’amico
Bartolomeo Caramatti, che aveva raggiunto perfino la Russia a piedi,
partirono con un cammello per il Polo, alla ricerca dell’orso
bianco. In Finlandia li fermò il freddo, tanto che, per far
ripartire il povero cammello, che la notte dormiva
all’aperto,
dovevano sbloccarlo dal ghiaccio gettandogli acqua calda sulle zampe.
Dell’orso bianco non trovò traccia, ma
tornò con
racconti incredibili, tra i quali quello che, lassù, la
notte
dura sei mesi.
L’esibizione che amava di
più era il
combattimento con l’orso. Antonio con il suo orso ci parlava,
a
bassa voce, lo accarezzava, perché gli orsi sono fatti
così: obbediscono solo se si affezionano. Poi, sulla
pubblica
piazza ci faceva la lotta, ma per finta, per far quattrini dopo, con la
questua. E i Tedeschi buttavano marchi su marchi dentro il cappello,
senza smettere di ridere vedendo quell’Italiano piccolo e
magrolino che riusciva ad atterrare un gigante bruno, con la museruola
sì, ma pieno di artigli. Ma c’era il trucco:
Antonio
sapeva che gli orsi soffrono tremendamente il solletico e aveva
scoperto che, per farlo saltare per terra, bastava una grattatina sotto
le zampe posteriori…
Addestrare un orso era comunque
pericoloso: un
attimo di disattenzione o di incertezza nel suo trattamento poteva
sfociare in una tragedia. Bernardo Dallara nel 1844 fu sbranato dai
suoi tre orsi, e si dice che un altro orsante sia stato sbranato dal
suo orso a cui una sera aveva dimenticato di dar da mangiare.
Purtroppo nel 1914, quando
scoppiò la Grande
Guerra, Antonio si trovava a Belgrado e Sarajevo. I Serbi gli
consigliarono di rientrare al più presto in patria lasciando
gli
animali a Belgrado e gli promisero che dopo la guerra sarebbe stato
rimborsato. Ma il conflitto cambiò le sorti della Serbia
(pur
vincitrice) e gli impegni assunti dal precedente governo non furono
rispettati.
Le 80.000 lire investite nel circo
andarono
così in fumo. Inoltre si stavano affermando nuove
professioni
ambulanti più redditizie e sicure, soprattutto
all’estero:
gelatai, venditori di pesce e patatine fritte, caldarrostai. Antonio,
tornato a Cavignaga, ormai vecchio, visse con quanto aveva comprato
prima del 1888 e con la grande passione degli spettacoli orsanti nel
cuore, che conservò intatta fino alla morte. La guerra ebbe
un
esito ancor più tragico per il Sultano Turco che, cacciato
da
Costantinopoli, dovette rifugiarsi all’estero, dove
morì
in completa miseria.
Tra le numerose famiglie di orsanti di
Cavignaga,
alcune ebbero più fortuna di altre. Almeno quattro si
trasformarono in veri e propri circhi equestri: oltre a quello di
Antonio Bernabò e di Antonio Cappellini (detto Cicotto), e
del
socio Bartolomeo Caramatti (detto Capella) che lavorarono soprattutto
in Spagna, si ricorda il circo di Giovanni Volpi, con i figli
Bartolomeo, Luigi e Giovanni che si diressero soprattutto in
Inghilterra dando, a fine Ottocento, uno spettacolo per la Regina
Vittoria; quello, infine, di un altro Bernabò, Paolo, attivo
dall’inizio del XIX secolo, che fu addirittura chiamato in
Grecia
dal governo nel 1834 per festeggiare l’indipendenza del Paese
dai
Turchi.
(marzo 2013)