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Gli Ebrei visti dal «Corriere della Sera»

Oscillante varietà di posizioni e di toni sull’antisemitismo in un grande giornale, nel complesso illuminato

 

di  Daniela Franceschi

 

 
Dopo il congresso di Berlino del 1878, che sanciva l’indipendenza della Romania, il «Corriere della Sera» aveva intenzionalmente evitato di prendere una posizione favorevole alla completa emancipazione degli Ebrei Romeni, come si può leggere in un servizio non firmato pubblicato nell’estate del 1880. Il giornale si era disinteressato degli Israeliti Romeni non perché tali, ma «per il ribrezzo delle sanguisughe». La frase antisemita è collegabile ad un servizio in cui le violenze antiebraiche, verificatesi in Moldavia nel giugno del 1877, erano giustificate in quanto atti di ribellione dei contadini contro i «soprusi» e le «vessazioni» degli Ebrei. Si può supporre che il giornale, nei primi anni della sua esistenza, non avesse un corrispondente dalla Romania e quindi accettasse passivamente la posizione governativa, orientata a dare delle violenze antisemite proprio l’interpretazione riportata dal «Corriere».
    Il giornalista continuava affermando di non essere contrario all’emancipazione degli Ebrei Romeni, ma riteneva ipocrita non riconoscere anche l’antisemitismo esistente in Germania e negli Stati Uniti. Da rilevare l’omissione della Russia.
    Dopo aver ricordato come la stampa tedesca denigrasse con svariate caricature gli Israeliti e come negli Stati Uniti molti alberghi vietassero loro l’ingresso, si riproponevano due concetti della polemica antiebraica, il monopolio della finanza e la smisurata ricchezza. Forse le cause, scriveva l’articolista, dell’odio contro di loro.
    Di tono contrapposto erano due articoli di Dario Papa, gran giornalista che poi maturò l’idea repubblicana, pubblicati in prima pagina nel dicembre del 1880, in occasione dell’agitazione antiebraica in Germania. Secondo il giornalista, era improbabile che fatti simili avvenissero in Italia per «la diversa situazione economica, l’indole scettica e positiva del nostro Paese». La fine della carriera politica del deputato Francesco Pasqualigo, autore di un telegramma al Re Vittorio Emanuele II, in cui lo esortava a non conferire l’incarico di Ministro delle Finanze ad Isacco Pesaro  Maurogonato perché Israelita e quindi straniero, provava quanto i tempi fossero cambiati. Tempi in cui certi editti comunali disponevano che chi salvava da annegamento un uomo o una donna qualunque otteneva in premio cinque scudi, e chi salvava un animale utile o un Ebreo la decima parte della somma.
    Grazie alla forza d’animo, gli Israeliti avevano compiuto un cammino straordinario, acquisendo ottime posizioni in ambito culturale, economico e politico. L’articolista affermava che, dopo le oppressioni subite, gli Ebrei erano posseduti dalla smania di «rifarsi largamente», tuttavia non ne contestava il diritto, al massimo il modo ma con molte attenuanti.
    È interessante osservare come la cautela diplomatica, riscontrabile dopo la firma nel 1882 della Triplice Alleanza, fosse in questo periodo assente. Infatti, il giornale evidenziava, attraverso un breve articolo in prima pagina, le responsabilità dell’Imperatore Guglielmo colpevole di aver sempre taciuto durante l’agitazione antisemita. Il conferimento dell’ordine di Luisa alla baronessa de Rothschild non rappresentava una presa di posizione adeguata contro l’antisemitismo.
    Successivamente, il quotidiano riportava un servizio del «National Zeitung» riguardante un discorso del primo ministro Bismarck, volto ad affermare la sua estraneità all’agitazione antisemita. Il redattore del «Corriere» si chiedeva polemicamente perché queste dichiarazioni non erano state fatte prima, prima del verificarsi di «scene indegne di un popolo civile». Ipotizzava che il Primo Ministro, avvedutosi della mancanza di vantaggi elettorali derivanti dalla propaganda antisemita, cercasse adesso di rimediare.
    Ancora più degno di nota che il «Corriere della Sera» ponesse nella pagina iniziale, un mese prima della firma a Vienna della Triplice Alleanza, la notizia del mancato conferimento di una cattedra all’Università di Halle, in Prussia, ad un professore di origine israelita.
    Per quanto concerne i pogrom russi del 1881-1882, il quotidiano ne seguì costantemente l’evolversi con servizi pubblicati in prima pagina, individuando le responsabilità del governo e delle forze dell’ordine nei massacri.
    Giacomo Raimondi, che si trovava a Cracovia, dedicò un articolo alla condizione degli Ebrei. Il corrispondente notava come l’emigrazione degli Israeliti dai territori russi si stesse facendo, giorno dopo giorno, più imponente. Uomini, donne e ragazzi «cacciati, traccheggiati come belve feroci, assaliti e massacrati, con il corpo coperto di stracci e lividure, il volto di dolore e di rabbia», che non sarebbero sopravvissuti senza il sostegno economico delle associazioni ebraiche. L’accusa antisemita di vampirismo, in altre parole di sfruttare le ricchezze della nazione, era falsa dato lo stato di indigenza riscontrato fra gli Israeliti della città.
    La povertà della comunità ebraica aveva profondamente colpito l’articolista, che si soffermava a descriverne gli abitanti. Il quartiere degli Israeliti non gli era apparso molto diverso dal resto della città; strade tortuose e sporche, gente affannata davanti a piccoli negozi. Una comunità che non avrebbe offeso il sentimento religioso di nessuno e nemmeno rovinato l’economia della società.
    L’azione vessatoria del governo era esplicita; proibizione agli Israeliti di vivere in zone non già determinate, di commerciare nei giorni festivi della Chiesa Ortodossa, regolazione severa di tutti i contratti stipulati fra Ebrei e Cristiani, favorendo questi a spese di quelli.
    Giacomo Raimondi concludeva rilevando l’impotenza dell’Europa, che riusciva soltanto ad assistere sgomenta alle violenze antisemite.
    Alla luce delle violenze antiebraiche diffusesi in Ungheria negli anni 1882-1883, il giornalista tornò ad occuparsi dell’antisemitismo nell’Europa Orientale. Nell’articolo pubblicato in prima pagina, Giacomo Raimondi notava come alla quotidiana persecuzione degli Israeliti, risultato dell’ignoranza e della superstizione cattolica, si fosse aggiunto il dilagare dell’antisemitismo fra gli insegnanti delle scuole secondarie ungheresi. L’intervento del Ministro della Pubblica Istruzione, teso a punire severamente ogni eccesso, non riusciva ad allontanare la visione di un ritorno alla «ferocia superstiziosa del Medioevo».
    Era difficile comprendere un fenomeno così complesso come l’antisemitismo, soprattutto in Italia in cui i pogrom erano assenti.
    Il giornalista si soffermava sull’emancipazione ebraica, delineando l’immagine di un Israelita economo, laborioso, intelligente che, in pieno possesso di tutti i diritti civili e politici, poteva mostrare il suo valore negli ambiti più vari. L’Ebreo, come ogni altro uomo, aveva qualità e difetti, non più del Cattolico, del musulmano e del protestante, non meritando quindi l’odio e il disprezzo di cui era oggetto.
    L’emancipazione aveva incontrato la forte opposizione di un Cattolicesimo retrivo, che dopo aver oppresso per secoli l’Israelita, adesso lo vedeva «non più colla spina dorsale infranta, ma ritto, e quale ad uomo conviensi».
    Raimondi concludeva esortando gli uomini retti a condannare e a combattere l’antisemitismo, come ogni altra ingiustizia.
(anno 2003)