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Storia del Partito Comunista Italiano

Il grande Partito della Sinistra italiana non brillò per autonomia e originalità, si caratterizzò invece per il suo rigido dogmatismo e per il forte senso di disciplina

 

di  Luciano Atticciati

 

 
Nel variegato mondo socialista sono state presenti due linee politiche profondamente diverse, quella che intendeva migliorare le condizioni di vita della classe lavoratrice rispettando i normali principi della democrazia, e quella che intendeva realizzare un vasto cambiamento sociale attraverso l’imposizione di un pesante regime totalitario. I sostenitori di quest’ultima tendenza credevano in un tipo di partito fortemente autoritario fondato su di un’ideologia dogmatica, e tale modo di intendere la politica li ha portati a una visione della realtà fortemente alterata e ad un linguaggio fortemente ambiguo. È risultato molto comune che gli estremisti adoperassero una terminologia simile a quella dei loro avversari democratici, ma attribuivano a termini come libertà, democrazia, pace, dei significati assolutamente antitetici.
    Nel primo dopoguerra, si costituì una rivista, «L’Ordine Nuovo», che raccoglieva quelli che successivamente furono i massimi dirigenti del Partito Comunista. Tale rivista si caratterizzò per il sostegno alla occupazione delle fabbriche dell’estate 1920. Tale evento, considerato da molti storici come un autentico atto pre-insurrezionale per l’ampio ricorso alle armi, costituì l’evento principale del Biennio Rosso e avrebbe dovuto portare alla creazione di consigli di fabbrica, sostanzialmente simili ai soviet, un contropotere in grado di opporsi alle istituzioni del nostro Paese. L’esperienza costituì un autentico disastro per i lavoratori e portò al progressivo distacco di questi dai tradizionali partiti della Sinistra, senza comunque portare ad un progresso dei socialisti riformisti che anche negli anni successivi continuarono a vivere una situazione difficile.
    Il mito della Rivoluzione d’Ottobre continuava a sovrastare qualsiasi considerazione realistica, e nonostante le inaudite violenze che essa produsse, rimase per le classi popolari, come anche per una parte della cultura, un evento illuminante e un esempio da seguire. Nel 1919 Lenin lanciò la costituzione della Terza Internazionale, che nel suo secondo congresso emanò un importante documento, le Ventuno Condizioni d’Ammissione che ebbero notevole importanza nelle vicende della Sinistra europea. Tale documento prevedeva: «Bollare a fuoco, in modo sistematico e implacabile, non soltanto la borghesia ma anche i suoi complici, i riformisti di qualunque sfumatura… assolutamente necessario combinare l’attività legale con quella clandestina… il Partito Comunista sarà in grado di compiere il proprio dovere soltanto se sarà organizzato il più possibile centralisticamente, se in esso dominerà una disciplina ferrea… Ogni partito che desideri appartenere all’Internazionale Comunista è tenuto a sostenere senza riserve ogni Repubblica Sovietica… Tutte le risoluzioni dei congressi dell’Internazionale Comunista, come pure le risoluzioni del suo Comitato Esecutivo, sono vincolanti per tutti i partiti appartenenti all’Internazionale stessa… L’Internazionale Comunista ha dichiarato guerra a tutto il mondo borghese e a tutti i partiti socialdemocratici gialli. È necessario che ogni semplice lavoratore abbia ben chiara la differenza tra i partiti comunisti ed i vecchi partiti ufficiali “socialdemocratici” e “socialisti”, che hanno tradito la bandiera della classe operaia». Lo stesso documento citava come «opportunisti» espressamente Turati e Modigliani, insieme ad altri importanti leader socialisti europei. Il Partito Socialista Italiano aderì a tale associazione, ma quando si trattò di dare effettivamente corso all’espulsione dei riformisti preferì astenersi da tale iniziativa andando incontro a una dura condanna dell’Internazionale che espulse il segretario italiano Serrati ritenuto colpevole dell’omissione. Successivamente comunque, nel ’22, i riformisti di Turati furono effettivamente espulsi dal Partito Socialista che continuava la sua politica massimalista.
    Nel gennaio 1921 si arrivò alla definitiva rottura fra socialisti e comunisti. La storica Albertina Vittoria così descrive il famoso congresso della scissione: «Da un lato la mozione che ebbe la maggioranza dei voti, dei comunisti unitari guidati da Giacinto Menotti Serrati, che ribadiva la necessità di “rafforzare l’unità del Partito sulla base di una più stretta omogeneità dei suoi componenti” e che pur confermando la piena adesione alla Terza Internazionale e accettando le condizioni che essa aveva posto, chiedeva che venisse lasciato “provvisoriamente il nome di socialista” al Partito; dall’altro la mozione dei riformisti, primo fra i quali era Filippo Turati, in cui si affermava di voler conservare il nome del Partito Socialista e si rinnovava l’adesione alla Terza Internazionale, ma si negava “l’uso della violenza e dei mezzi illegali nella lotta di classe e conquista del potere pubblico” ritenendo che “la rivoluzione in Italia nella forma violenta e distruggitrice desiderata dai comunisti colla immediata formazione di un ordinamento di tipo russo, sarebbe destinata a crollare a breve scadenza”; quella dei “comunisti puri”, infine in cui, confermando l’adesione alla Terza Internazionale e ai principi da essa dettati, si affermava che il nome del Partito veniva mutato in quello di Partito Comunista d’Italia, sezione della Terza Internazionale Comunista. Il nuovo Partito veniva costituito sulla base di un programma rivoluzionario (ripreso dall’articolo 1 dello Statuto), in cui si ribadiva l’obiettivo dell’“abbattimento violento del potere borghese”».
    Il neonato Partito Comunista non riportò un risultato elettorale di particolare rilievo nelle elezioni del maggio 1921, e andò incontro ad una pesante quanto singolare controversia. L’Internazionale Comunista, che aveva espresso la più ampia condanna dei partiti socialisti «borghesi» («socialtraditori» definiti in molti documenti), impose nel ’22 la fusione del Partito Comunista con quello Socialista, iniziativa fortemente avversata dal segretario comunista Amedeo Bordiga. Tale atto causò la caduta in disgrazia del dirigente comunista, e l’affermazione dei più remissivi Gramsci e Togliatti. Il Partito risultava così occupato dalle polemiche interne di purezza politica da praticamente non prendere alcuna posizione sull’avvento al potere di Mussolini, evento che rimase sostanzialmente estraneo al dibattito interno. Quando il governo italiano nel 1923 riallacciò i rapporti diplomatici con l’Unione Sovietica, il deputato comunista Bombacci si trovò addirittura costretto su ordine dell’Internazionale a manifestare la sua approvazione alla politica fascista.
    Neanche il delitto Matteotti e il consolidarsi della dittatura fascista sconvolsero molto il Partito Comunista. Molti ritenevano possibile in quel momento provocare la crisi parlamentare del regime, ma tale politica era fortemente avversata dai comunisti. Togliatti affermò che Giolitti, Turati e Mussolini erano tutti rappresentanti della borghesia e nemici da annientare, mentre Gramsci arrivò a definire l’Aventino «un semi-fascismo che vuole riformare, addolcendola, la dittatura fascista».
    Il Partito Comunista Italiano era già fortemente subordinato alle direttive dell’Internazionale Comunista, ma tale situazione non era comunque ritenuta sufficiente dai dirigenti di Mosca che decisero la cosiddetta «bolscevizzazione» del Partito. Nel nostro Paese vennero mandati numerosi agenti russi per controllare il gruppo politico e insieme venne inviata una grande quantità di denaro per condizionarne l’attività e favorire quegli esponenti maggiormente disposti a collaborare.
    Tale situazione di forte tensione interna, con accuse e scomuniche reciproche, sfociò nel Congresso di Lione del 1926. Bordiga venne pesantemente contestato da Gramsci e costretto alle dimissioni. L’Internazionale Comunista, sempre più ridotta ad un ruolo di stretta subordinazione nei confronti del partito russo, intervenne nominando il nuovo comitato centrale e il nuovo esecutivo del Partito Comunista d’Italia, con Gramsci nuovo segretario. Il nuovo congresso promosse un nuovo statuto sulla base dei principi del centralismo democratico e nel quale sempre maggiore era la persecuzione del cosiddetto frazionismo. La monumentale relazione di Gramsci al congresso presenta una larga serie di spunti che costituiranno la base del comunismo italiano: «La organizzazione di un Partito bolscevico deve essere, in ogni momento della vita del Partito, una organizzazione centralizzata, diretta dal Comitato Centrale non solo a parole, ma nei fatti. Una disciplina proletaria di ferro deve regnare nelle sue file… La centralizzazione e la compattezza del Partito esigono che non esistano nel suo seno gruppi organizzati i quali assumano carattere di frazione. Un Partito bolscevico si differenzia per questo profondamente dai partiti socialdemocratici i quali comprendono una grande varietà di gruppi e nei quali la lotta di frazioni è la forma normale di elaborazione delle direttive politiche e di selezione dei gruppi dirigenti». A proposito della disciplina di partito ha scritto la ex dirigente del Partito Comunista Miriam Mafai: «Le porte dei Comitati Federali e del Comitato Centrale si aprivano solo dall’interno: non si veniva eletti, si veniva scelti».
    La battaglia per la purezza ideologica non terminò nel 1926. In quello stesso anno Gramsci scrisse una lettera dal contenuto leggermente critico nei confronti dei dirigenti di Mosca, in essa affermava: «I compagni Zinoviev, Trotskij, Kamenev hanno contribuito potentemente ad educarci per la rivoluzione, ci hanno qualche volta corretto molto energicamente e severamente, sono stati tra i nostri maestri. A loro specialmente ci rivolgiamo come ai maggiori responsabili dell’attuale situazione [di gravi contrasti] perché vogliamo essere sicuri che la maggioranza del C. C. dell’Unione Sovietica non intenda stravincere nella lotta e sia disposta a evitare le misure eccessive». Togliatti intervenì bloccando la missiva e ammonendo il collega, il quale una volta arrestato dalle autorità fasciste venne completamente abbandonato dal Partito. Poco dopo venne espulso dal Partito Angelo Tasca (l’esponente forse meno antisocialista del Partito) che aveva avuto a Mosca un diverbio con Stalin, e venne espulso il cosiddetto «gruppo dei tre» Leonetti, Tresso, Ravazzoli, contrari alla «svolta», cioè ad una insensata azione insurrezionale che aveva provocato un gran numero di arresti. Miriam Mafai scrisse in L’uomo che sognava la lotta armata dell’ordine del Partito di passare «alla violenza proletaria» per «dare piombo al fascismo e al capitalismo», un’iniziativa assolutamente inadeguata a dare risultati positivi. Pietro Tresso passò successivamente dalla parte dei trotzkisti e venne ucciso per tale ragione in Francia in un misterioso agguato organizzato da stalinisti. Nel 1931 infine il Partito procedette all’espulsione dello scrittore Ignazio Silone per i suoi legami con i precedenti e i suoi atteggiamenti poco ortodossi. Anche negli anni della dittatura l’atteggiamento del Partito Comunista Italiano nei confronti degli altri partiti di Sinistra non si modificò, e venne duramente condannata la Concentrazione Antifascista formata da repubblicani, socialisti ed esponenti di Giustizia e Libertà, questi ultimi definiti nel 1934 «movimento fascista dissidente».
    Una svolta di notevole entità si ebbe nel 1934. L’Internazionale Comunista mise fine alle sue critiche ai socialisti, definiti generalmente nei suoi documenti «socialfascisti», e chiese ai partiti comunisti di procedere ad un accordo con questi. Gli storici ritengono in genere che tale cambiamento politico fosse causato dall’avvento del nazismo al potere, e quindi dal timore di una vasta coalizione di Stati contro l’Unione Sovietica, tuttavia anche negli anni successivi non mancarono le ambiguità. L’adeguamento di Togliatti e dei nuovi dirigenti comunisti al nuovo corso sovietico fu senza riserve. Scrive Giorgio Bocca: «All’apertura del VII Congresso Stalin è accolto da un’ovazione unanime. Ed è Togliatti a rivolgergli il saluto: “Noi ti rivolgiamo capo amato dal proletariato mondiale e di tutti gli oppressi, i nostri saluti ardenti… Abbiamo un capo, il compagno Stalin, del quale sappiamo ha sempre fissato nei momenti più difficili la linea che doveva condurre alla vittoria”».
    Due anni dopo si ebbe si ebbe una svolta ancora più incredibile che lasciò di sconcerto anche molti esponenti dell’antifascismo. Nell’estate del 1936 Togliatti pubblicò un appello in cui si affermava: «Noi Comunisti facciamo nostro il programma Fascista del 1919, che è un programma di pace e di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori. Camice nere ed ex combattenti e volontari d’Africa, vi chiediamo di lottare uniti per la realizzazione di questo programma». Di lì a poco i gruppi antifascisti si ritrovarono assieme nella partecipazione alla guerra civile spagnola. L’iniziativa avrebbe potuto aiutare i diversi gruppi contrari al fascismo a ritrovare una certa coesione, ma l’intervento dell’Unione Sovietica e i massacri di trotzkisti e anarchici compiuti dalle brigate di stretta osservanza comunista fecero fallire l’esperimento.
    In quegli anni si apriva poi una delle pagine peggiori del Partito Comunista Italiano, la partecipazione dei dirigenti comunisti alle purghe staliniane. I leader italiani segnalarono alle autorità sovietiche i compagni «scontenti» e quelli ritenuti «bordighisti-trotzkisti» che finirono davanti al plotone d’esecuzione o internati nei gulag. Dei circa 600 comunisti riparati in Unione Sovietica in quegli anni, oltre 200 furono quelli che subirono tale sorte. Togliatti poi in qualità di alto dirigente del Comintern partecipò al processo di soppressione dei comunisti polacchi rifugiati, ritenuti anch’essi inaffidabili, diverse migliaia dei quali conobbero la detenzione o la fucilazione. Nonostante tale atteggiamento, il Partito Comunista Italiano venne criticato per gravi carenze nella lotta contro il trotzkismo dai leader sovietici, che nel 1938 decisero lo scioglimento di autorità del Comitato Centrale.
    Le iniziative sconcertanti del Partito Comunista Italiano e dei capi comunisti a Mosca non erano terminate. Nell’agosto del ’39 venne sottoscritto il Patto Molotov-Ribbentrop, che oltre a prevedere la spartizione dell’Europa Orientale prevedeva degli impegni di altro tipo. I comunisti tedeschi internati in Russia vennero consegnati alle autorità naziste, mentre i partiti comunisti dovevano mantenere un atteggiamento di non intervento nella guerra. I Partiti Comunisti Italiano e Francese subito si adeguarono alla nuova politica. Umberto Terracini e Camilla Ravera che avevano criticato tale iniziativa vennero espulsi dal Partito Comunista e isolati nei loro luoghi di confino da parte degli altri comunisti. Il Partito Comunista conobbe un grande rilancio solo nel ’44 con la lotta di liberazione, la grave situazione del nostro Paese in quel periodo spinse molti ad una scelta estremistica.
(marzo 2013)