La
Marcia su Roma
Fu
atto di coraggio, colossale sbruffonata o mossa d’azzardo?
Calcolo o improvvisazione?
di Simone
Valtorta
Uno
dei problemi storiografici più dibattuti negli ultimi tempi
riguarda la Marcia su Roma, ovvero l’espediente con cui, nel
1922, il fascismo arrivò al potere. Ci si chiede se fu una
«vera» marcia, pianificata in tutti i suoi
particolari, o
un semplice espediente che solo per una serie di coincidenze raggiunse
i propri obiettivi. In altre parole, Mussolini era realmente cosciente
di ciò che stava per fare?
Le posizioni sono varie e
inconciliabili: si va da
chi, apologeticamente, esalta il «genio»
mussoliniano e il
suo spirito d’iniziativa, a chi ritiene la Marcia
nient’altro che una «buffonata». Spesso,
sia gli
«apologeti» che i «detrattori»
non si basano
affatto su uno studio serio dei documenti dell’epoca, ma
partono
dalle proprie posizioni ideologiche e, da lì, si sforzano di
trovare conferme alla personale visione delle cose.
Cerchiamo, perciò, di
guardare ai fatti incontestabili senza alcun preconcetto o pregiudizio.
Un primo dato di fatto è che
la Marcia su
Roma venne frettolosamente ma realmente organizzata, tra il 24 ed il 27
ottobre 1922, affinché Mussolini se ne servisse come mezzo
di
minaccia e di pressione. Già il 22 ottobre si erano
concentrate,
a Perugia, oltre 10.000 camicie nere umbre. Da un albergo della
città, l’Hotel
Brufani,
cinque giorni dopo fu diramato dal «Quadrumvirato»
(De
Vecchi, De Bono, Balbo, Bianchi) il proclama ufficiale che dava avvio
alla mobilitazione generale: «Il fascismo rinnova la sua
altissima ammirazione all’esercito di Vittorio Veneto.
Né
contro gli agenti della forza pubblica marcia il fascismo, ma contro
una classe politica di imbelli e di deficienti che da quattro anni non
ha saputo dare un governo alla Nazione. Le classi che compongono la
borghesia produttrice sappiano che il fascismo vuole imporre una
disciplina sola alla Nazione, e aiutare tutte le forze che ne aumentino
l’espansione economica ed il benessere. Le genti del lavoro,
dei
campi e delle officine, dei trasporti e dell’impiego, nulla
hanno
da temere dal potere fascista… Il fascismo snoda la sua
spada
lucente per tagliare i troppi nodi di Gordio che intristiscono la vita
italiana…».
La mattina del 27 ottobre 1922, quando
tre colonne
fasciste erano in marcia da Monterotondo, Santa Marinella e Tivoli alla
volta della capitale, ed il Consiglio dei Ministri aveva unanimemente
deciso lo stato d’assedio, l’allora Capo del
Governo Facta
si recò da Vittorio Emanuele III per la firma del
provvedimento.
Ma il Re non firmò.
Ci si è sempre chiesti il
perché di
tale decisione. Che in caso di scontro con l’esercito, 28.000
fascisti affamati e male armati sarebbero stati dispersi in poco tempo
è ipotesi verosimile. Le truppe dell’esercito
poste a
difesa di Roma ammontavano a circa 30.000 unità; tutte le
porte
d’accesso alla capitale erano piantonate e difese con
reticolati
e cavalli di frisia; le linee ferroviarie nell’immediata
vicinanza di Roma erano state divelte per impedire l’ingresso
in
città via treno ai fascisti.
Mussolini era sicuro che lo scontro con
la forza
pubblica non sarebbe in realtà avvenuto, e il prosieguo
degli
avvenimenti gli avrebbe dato ragione. Ma la sua non era
un’intuizione caduta dall’alto quasi divinamente, o
una
mossa d’azzardo, bensì si basava su delle semplici
constatazioni: da un lato, la pavidità ministeriale;
dall’altro, il timore del Sovrano di vedersi sfilar da sotto
il
bacino la poltrona (ipotesi tutt’altro che improbabile a
giudicare dalla febbre che pervadeva ampi strati
dell’opinione
pubblica da un lato, degli apparati militari e soprattutto del mondo
capitalista dall’altro; la maggior parte degli alti gradi
dell’esercito – anche tra quelli che difendevano la
capitale – era di nette simpatie fasciste, così
come il
duca d’Aosta, cugino del Re, che ambiva al trono). Inoltre,
forse
c’era anche la volontà d’impedire
spargimenti di
sangue tanto alle porte dell’Urbe che nel resto
d’Italia,
dove squadre fasciste avevano già occupato prefetture,
centrali
elettriche, stazioni ferroviarie ed altri centri nevralgici.
Alla mezzanotte del 30 ottobre, dopo
regolare invito
del Sovrano a presiedere e comporre un nuovo governo (in cui il nuovo
Presidente del Consiglio riservò al suo partito solo quattro
Ministeri, suoi inclusi), le colonne fasciste ancora strematamente
accampate alle porte di Roma fecero quell’ingresso celebrato
negli anni a venire come trionfale (ed effettivamente lo fu, ma con la
differenza che non risultò in alcun modo decisivo, ma
poté svolgersi solo a seguito di legale autorizzazione): in
questo senso, la Marcia risulterà totalmente ininfluente ai
fini
della presa del potere da parte dei fascisti.
Quando Roma venne pacificamente invasa
dalle camicie
nere, camicie azzurre nazionaliste e guardie regie ben felicemente
accolsero lo scampato pericolo di dover fronteggiare in armi i
fascisti, con cui sottobanco in ogni comune d’Italia avevano
già da tempo fraternizzato; così, alle colonne in
marcia
se ne aggiunsero di altre dalla capitale (lo sport della corsa in
soccorso al vincitore, che a parti invertite si riproporrà
sugli
scenari italici nella primavera del ’45, si confermava ancora
una
volta molto popolare nel nostro Paese; e già durante il
viaggio
di ritorno si canticchiava un’ironica stornellata che
rimarcava
la differenza tra il «fascista della prima ora» e
l’opportunista, tiepido fino a che il futuro politico rimane
incerto, per poi risvegliarsi zelantissimo camerata a giochi fatti:
«Oggi tutti son fascisti / per miracoli divini, / i borghesi
ed i
pussisti / giuran fede a Mussolini. /// Ma fra tanta eletta schiera /
ci siam noi della prim’ora, / vecchia guardia retta e fiera /
del
fascismo che non muor…»).
La Marcia su Roma fu, in
realtà, un ottimo
mezzo di propaganda pro-fascismo. In quest’ottica si
può
leggere l’intervista che un compiacente Mussolini concesse la
sera stessa ai giornalisti del «Corriere della
Sera»:
«Dite la verità: abbiamo fatto una rivoluzione
unica al
mondo. Portandola a termine mentre i servizi funzionavano, i commerci
continuavano, gli impiegati erano al loro posto, gli operai nelle
officine, i contadini nei campi…».
La smobilitazione delle schiere fasciste
cominciò il giorno seguente; il 1° novembre, le
ultime
camicie nere rimaste nella capitale, dopo gli omaggi al Sovrano e alla
tomba del Milite Ignoto, lasciarono ordinatamente l’Urbe con
gli
stessi mezzi con cui erano arrivati: treno, camion, piedi, biciclette.
Sarà l’assassinio
di Matteotti, un anno
e mezzo dopo, a riproporre violenze su larga scala, com’erano
state nel terribile biennio 1920-1921. Il timore di un nuovo caos
generale nella vita del Paese, unitamente alla presa di posizione dei
fascisti più intransigenti (il cosiddetto
«pronunciamento
dei consoli»), indurrà un fino ad allora titubante
Mussolini ad instaurare gradatamente, e sempre col decisivo avallo di
Casa Savoia, il regime dittatoriale. La pioggia di decreti-legge che
inonderanno le prefetture di ogni comune daranno all’Italia
una
veste sino ad allora mai indossata: «L’Italia, oh
signori,
vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma
laboriosa.
Noi gliela daremo con l’amore se possibile, con la forza se
sarà necessario. E tutti sappiano che non è
capriccio di
persona, che non è libidine di governo, che non è
passione ignobile, ma soltanto amore sconfinato e possente per la
Patria…» (discorso di Mussolini alla Camera, 3
gennaio
1925).
Dunque, né un atto di
coraggio né una
mossa d’azzardo, ma un piano tanto semplice quanto efficace.
Che
funzionò, ma che forse generò in Mussolini, come
sostiene
Luca Goldoni, «la pericolosa convinzione che per vincere le
guerre non occorre farle, basta dichiararle». Una convinzione
che
si rivelerà in tutta la sua drammaticità quando,
nemmeno
vent’anni dopo, l’Italia si getterà nel
baratro
della Seconda Guerra Mondiale. E sarà la fine.
(ottobre 2012)