La
politica della razza nelle colonie italiane negli anni del fascismo
I problemi
delle popolazioni indigene negli articoli de «La
Stampa»
di Daniela
Franceschi
Il
razzismo coloniale fascista fu caratterizzato da una stretta
connessione fra i frequenti richiami all’assoluta
necessità di una «politica demografica»,
volta alla
salvezza della «razza bianca» da ogni
contaminazione con
razze ritenute inferiori1, e il problema della
denatalità, avvertito come sintomo evidente della pericolosa
decadenza della Nazione2.
Mussolini ebbe modo di chiarire questa sua posizione attraverso
articoli sui giornali, fra cui «La Stampa», e
dichiarazioni
pubbliche.
Dal punto di vista legislativo, nel
luglio del 1933
il regime fascista stabilì che i figli meticci nati nelle
colonie d’Eritrea e Somalia da un genitore di
«razza
bianca», rimasto ignoto, avrebbero ottenuto la cittadinanza
italiana previo possesso di specifici requisiti culturali e morali e al
compimento del diciottesimo anno d’età3.
La
legge prescriveva inoltre accurati procedimenti di «diagnosi
antropologica etnica», al fine di evitare di confondere un
meticcio con un «bianco scuro» o un «nero
bianco»4. Nella pratica, come ebbe
modo di affermare
l’allora Ministro delle Colonie Emilio De Bono, non tutti i
meticci potevano accedere alla cittadinanza italiana5.
Tale
norma è ritenuta dagli storici la prima effettivamente
razzista,
poiché rivolta ad un intero gruppo di persone.
Nel settembre del 1934, la prima pagina
de «La
Stampa» si apriva con un articolo di Mussolini
dall’eloquente titolo La
razza bianca muore?6.
L’articolo7
era successivo ad un discorso pubblico del dittatore, tenuto nel marzo
dello stesso anno, su «la difesa della razza»8.
Nella prima parte del suo contributo,
Mussolini
ricordava che nel 1926 quando lanciò «il primo
grido
d’allarme sulla decadenza demografica della razza
bianca»
taluni lo ritennero inadeguato, ma a distanza di otto anni, si poteva
chiaramente rilevare che il «fatale declino» stava
coinvolgendo sempre più Nazioni. È ipotizzabile
che
Mussolini si riferisca al discorso tenuto alla Camera dei Deputati il
26 maggio del 1927, quindi non nel 1926, detto poi
«dell’Ascensione», in cui
affermò che
«se si diminuisce, signori, non si fa l’Impero, si
diventa
una colonia»9.
L’attenzione del dittatore si
focalizzava
prevalentemente sulla denatalità francese, citando a questo
proposito un appello di venti personalità, fra cui
Poincaré, Millerand, Herriot e il maresciallo Foch, in cui
si
invitava il governo francese ad imitare i vincenti ed efficaci
provvedimenti italiani e tedeschi in materia di politica demografica10.
L’appello, fortemente voluto dal partito di estrema destra
francese Alliance Nationale, era stato pubblicato nel luglio del 193411.
Dopo aver presentato varie statiche
demografiche
volte alla denuncia della incipiente denatalità francese,
Mussolini notava come questo fenomeno stesse coinvolgendo anche
l’Inghilterra, gli Stati Uniti e il Canada.
Degna di interesse la parte conclusiva
del
contributo in cui il dittatore ribadiva che per
«l’Italia e
per gli altri Paesi di razza bianca è una questione di vita
o di
morte. Si tratta di sapere se davanti al progredire in numero e in
espansione delle razze gialle e nere, la civiltà
dell’uomo
bianco sia destinata a perire». Mussolini aveva
già in
precedenza denunciato il decadimento demografico della
«intera
razza bianca, la razza dell’Occidente, che può
venir
sommersa dalle altre razze di colore che si moltiplicano con un ritmo
ignoto alla nostra. Negri e gialli sono dunque alle porte?»12.
È importante sottolineare che
la politica
antimigratoria fascista era improntata all’idea che gli
Italiani
non dovevano rafforzare altre Nazioni demograficamente povere,
intendendo evidentemente la Francia, méta tradizionale di
emigrazione13.
Pochi giorni dopo, il giornalista Carlo
Antonio Avenati recensì il saggio Europa senza Europei14
del dirigente fascista Guglielmo Danzi, con prefazione di Benito
Mussolini, che aveva il merito, a giudizio dell’articolista,
di
affrontare «il fondamentale problema della drammatica
decadenza
demografica». Avenati descriveva la composizione del saggio:
la
prima parte era dedicata alla scoperta della cause che portavano alla
morte una razza, la seconda si occupava della situazione italiana.
Questa razza destinata alla morte, così incapace di
accorgersi
del pericolo incombente, era «la razza bianca […]
il sale
e la gloria della terra». «La cupidigia
dell’oro, la
ricerca delle ricchezze, la voglia insaziabile di godimenti,
l’assillo del comfort» avevano potentemente
sviluppato
l’egoismo degli uomini, tanto da provocare «un
capovolgimento inaudito dei tradizionali valori etici che costituiscono
il fondamento della millenaria civiltà
occidentale». Dopo
aver affrontato la «drammatica condizione
demografica»
degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e della Francia, il
saggio si
occupava della situazione italiana, non certo rosea; infatti, si
rilevava che anche nell’Italia fascista
«l’americanismo, la legge del comfort, la teoria
del figlio
unico, il trionfo dell’egoismo individualista alleato
naturale
del più rozzo materialismo» avevano fatto breccia.
Nella
parte conclusiva dell’articolo, Avenati elencava i vari
provvedimenti che il regime aveva adottato per scongiurare la decadenza
demografica, come le Leggi
protettive per la maternità e l’infanzia,
ma soprattutto esortava «l’Europa a combattere, con
tutti i
mezzi, per difendere la sua civiltà, il suo primato nel
mondo». Infine, concludeva retoricamente: «Chi non
vede che
il primato europeo si raccomanda soprattutto alla risorta iniziativa
italiana, vale a dire all’idea fascista? Un popolo di
cinquanta
milioni, con popolazione crescente e con un capo come Mussolini
può serenamente affrontare il destino, può anche
piegarlo». Agli Italiani spettava di decidere il proprio
avvenire.
Nell’estate del 1935,
Mussolini
esplicitò ancora più chiaramente le sue idee
razziste
iniziando a studiare provvedimenti ancora più severi contro
il
meticciato, infatti chiese al Ministero delle Colonie di preparare
«d’urgenza un piano d’azione per evitare
il formarsi
di una generazione di mulatti in Africa Orientale»15.
Il nuovo ordinamento dell’Africa Orientale Italiana, varato
nel
giugno del 1936, escludeva la possibilità per i meticci nati
da
un genitore di razza bianca rimasto ignoto di ottenere la cittadinanza
italiana16. Nel gennaio del 1937, fu approvato
un progetto di legge denominato Provvedimenti
per i rapporti fra nazionali e indigeni
che vietava ogni rapporto di indole coniugale fra cittadini italiani e
sudditi dell’Africa Orientale Italiana. È
importante
rilevare che, nonostante il titolo originario Provvedimenti per
l’integrità della razza
fosse stato modificato su richiesta del Ministro delle Finanze Paolo
Thaon di Revel, la dizione «difesa della razza»
comparve
ugualmente sui giornali. Il Ministero della Stampa e della Propaganda
invitò un numero selezionato di giornali a commentare il
nuovo
provvedimento17; tra di essi vi fu «La
Stampa» che ospitò in prima pagina il durissimo
scritto Gli Italiani
nell’Impero. Politica di razza18
del Ministro delle Colonie Alessandro Lessona sulla
«separazione netta ed assoluta fra le due razze»19,
e «Il popolo d’Italia» che
titolò Energici
provvedimenti a tutela della razza nelle terre conquistate.
Lessona iniziava il suo intervento
rammentando come,
durante un convegno svoltosi pochi mesi prima, avesse richiamato
l’attenzione dei presenti sul problema della razza; era
necessario che l’Italia s’imponesse una rigida
«politica di razza» volta ad evitare ogni
promiscuità, poiché non aveva aspettato per mezzo
secolo
la sua «ora coloniale» per favorire o tollerare un
popolo
di meticci. I popoli colonizzatori che avevano preceduto
l’Italia
nell’impresa coloniale erano consapevoli della
gravità del
problema, ed avevano cercato di risolverlo in vario modo; la tendenza
generale era quella di facilitare il riavvicinamento alla condizione
europea paterna dove possibile, o in caso contrario rassegnarsi al
riassorbimento nell’ambiente indigeno materno.
Il Ministro si soffermava sul caso dei
colonizzatori
iberici, i creatori delle popolazioni meticcie, cercando non di
scusarli ma di comprendere le cause del loro comportamento, che
consistevano: nell’emigrazione di uomini soli; nella grande
lontananza delle navigazioni; nel favore accordato dalle
autorità agli incroci per incrementare la razza; infine, nel
patrocinio dato dalla Chiesa ai matrimoni misti. A proposito
dell’ultima causa sopra menzionata, il Ministro
chiarì
nella relazione di accompagnamento al progetto legislativo del gennaio
del 1937 che il mancato divieto dei matrimoni misti era
«dovuto a
considerazioni di opportunità in rapporto allo spirito
informatore dei Patti Lateranensi»20,
evidentemente tali considerazioni scomparvero quando nel novembre del
1938 il regime vietò i matrimoni misti.
Il meticciato era una «piaga
dolorosa, una
sorgente di infelici e di spostati, spiacenti a dominati e a
dominatori, causa di irrequietudini e di debolezze per la compagine
coloniale», di conseguenza la creazione di una
«casta
meticcia», in cui alcuni avrebbero visto un utile
intermediario,
era un’utopia politica e sociale.
Nella parte conclusiva
dell’articolo, il
Ministro riaffermava i principi del regime fascista: «a)
separazione netta ed assoluta tra le due razze; b) collaborazione senza
promiscuità; c) umanità nella considerazione
degli errori
passati; d) severità implacabile per gli errori
futuri».
Inoltre, era assolutamente necessario che il popolo italiano avesse
«l’orgoglio della propria razza e la
volontà di
difenderla […]. L’accoppiamento con creature
inferiori non
va considerato solo per l’anormalità del fatto
fisiologico
e neanche per le deleterie conseguenze che sono state segnalate, ma
come scivolamento verso una promiscuità sociale, conseguenza
inevitabile della promiscuità familiare nella quale si
annegherebbero le nostre migliori qualità di stirpe
dominatrice.
[…] l’avvenire prossimo e immancabile
sarà una
rigogliosa colonizzazione familiare, quale è consentita e
garantita, con privilegio sopra tutti gli altri popoli, dalla fortunata
esuberanza demografica nazionale, dalle secolari tradizioni di
sanità, di compattezza e fecondità della famiglia
italiana, dalle favorevoli condizioni ambientali che attendono i nuclei
di domani. Questo avvenire non sarà compromesso».
È importante ricordare altri
tre
provvedimenti legislativi destinati ad affermare la supremazia della
razza italiana e la netta separazione dalle popolazioni ritenute
inferiori: il Regio Decreto Legislativo 19 aprile 1937, numero 880, Sanzioni per i rapporti
d’indole coniugale tra cittadini e sudditi;
Legge del 29 giugno 1939, numero 1004, Sanzioni penali per la difesa
del prestigio di razza di fronte ai nativi dell’Africa
italiana; Legge del 13 maggio 1940, numero 882, Norme relative ai meticci.
Il primo provvedimento, fortemente voluto dal Ministro delle Colonie
Lessona al fine di imporre «una rigida politica di razza con
l’esclusione di ogni indulgenza verso la
promiscuità»21,
stabiliva la reclusione fino a cinque anni per il cittadino
riconosciuto colpevole di intrattenere relazioni sessuali con un
indigeno, contemporaneamente i governatori di Eritrea e Somalia si
impegnarono a proibire comportamenti giudicati inopportuni per la
popolazioni italiana, come pernottare in quartieri indigeni,
frequentare locali pubblici indigeni e usare mezzi di trasporto con gli
indigeni22. Per quanto concerne gli altri due
provvedimenti
legislativi, è interessante soffermarsi
sull’ultimo con il
quale la popolazione italo-africana fu equiparata a quella indigena,
vedendosi così escludere la possibilità di
frequentare le
«scuole e gli altri istituti di carattere sociale ed
educativo
che storicamente avevano servito le comunità a retaggio
misto»23.
In conclusione, possiamo affermare che,
ben prima
della legislazione razziale contro gli Ebrei del 1938, il regime
fascista aveva attuato provvedimenti razzisti e segregazionisti verso
popolazioni considerate inferiori, quindi le diatribe pubbliche di
Mussolini contro il razzismo tedesco devono essere correttamente
riferite al fatto che «questo era contro tutti e tutto e al
suo
mancare di senso di equilibrio»24, non
certo al suo considerare ineluttabile una ferrea gerarchia fra le razze.
Note
1 Confronta Giulia Barrera, Colonial affairs: italian men,
eritrean women and the construction of racial hierarchies in colonial
Eritrea (1885-1941), Ph. D. dissertation, Northwestern
University, 2002, pagina 1.
Ester Capuzzo, Sudditanza
e cittadinanza nell’esperienza coloniale italiana
dell’età liberale, in
«Clio», XXXI, numero 1 (gennaio-marzo
1995), pagine 73-77.
Gianluca Gabrielli, Prime
ricognizioni sui fondamenti teorici della politica fascista contro i
meticci, in Alberto Burgio-Luciano Casali (a cura di), Studi sul razzismo italiano,
Bologna, Clueb, 1996, pagine 61-88.
Ibidem, Un aspetto
della politica razzista nell’Impero: il problema dei meticci,
in «Passato e presente», XV, numero 41
(maggio-agosto 1997), pagine 79-80, 85-87.
Ibidem, Il matrimonio
misto negli anni del colonialismo italiano, in
«I viaggi di Erodoto», XIII, numeri 38-39,
(giugno-novembre 1999), pagine 80-89.
Barbara Sorgoni, Parole
e corpi. Antropologia, discorso giuridico e politiche sessuali
interrazziali nella colonia Eritrea (1890-1941), Napoli,
Liguori, 1998, pagine 91-114.
2 Francesco Cassata, Molti, sani e forti.
L’eugenetica in Italia, Torino, Bollati
Boringhieri, 2006, pagine 20-21, 220-257.
Carl Ipsen, Dictating
demography. The problem of population in fascist Italy,
Cambridge-New York, Cambridge University Press, 1996.
3 Legge 6 luglio 1933 numero 999, Ordinamento organico per
l’Eritrea e la Somalia, articolo 18.
4 Confronta Ernesto Cucinotta, La prova della razza,
in «Rivista delle colonie italiane», VIII, numero
8, settembre 1934, pagine 743-751.
5 Emilio De Bono, Presentazione del disegno di
legge: ordinamento per l’Eritrea e la Somalia,
20 aprile 1933; citato in Gianluca Gabrielli, Un aspetto, citato,
pagina 86.
6 Benito Mussolini, La razza bianca muore?,
«La Stampa», 5 settembre 1934.
7 L’articolo era stato pubblicato per
la prima volta
sul «Sunday Express» di Londra. Prima di
pubblicarlo sulla
prima pagina, «La Stampa» si era premunita di
informare il
pubblico sull’apprezzamento anche all’estero per le
considerazioni del dittatore. Confronta MPG, Il pericolo della
denatalità. La Francia dà ragione a Mussolini,
«La Stampa», 31 agosto 1934.
8 Benito Mussolini, Opera Omnia,
Firenze, La Fenice, 1951-1963, volume XXVI, pagine 185-193.
9 Confronta Benito Mussolini, Opera Omnia,
Firenze, La Fenice, 1951-1963, volume XXII (1957), pagina 367.
10 Confronta Susan Pedersen, Family, dependence, and the
origins of the Welfare State, New York, Cambridge
University Press, 1995, pagine 368-370.
11 Confronta Appel à la Nation,
«Revue», numero 264, luglio 1934, pagine 193-195.
12 Benito Mussolini, Il numero come forza,
in «Gerarchia», VIII, numero 9, settembre 1928,
pagina 677.
13 Emilio Franzina-Matteo Sanfilippo (a cura
di), Il fascismo e gli
emigrati. La parabola dei fasci italiani all’estero
(1920-1943), Roma-Bari, Laterza, 2003.
14 Carlo Antonio Avenati, Europa senza Europei?,
«La Stampa», 13 settembre 1934.
15 Confronta Archivio dell’Ufficio
storico dello Stato maggiore dell’esercito,
Roma, reparto DI, raccoglitore 110, fascicolo 7, fascicolo 64.
16 Barbara Sorgoni, Parole e corpi. Antropologia,
discorso giuridico e politiche sessuali interrazziali nella colonia
Eritrea (1890-1941), Napoli, Liguori, 1998, pagine 150-152.
17 Archivio Centrale dello Stato, Agenzia Stefani-Manlio Morgagni,
b. 70, fascicolo IX, fascicoli 2/4.
18 Alessandro Lessona, Politica di razza. Gli Italiani
nell’Impero, «La Stampa», 9
gennaio 1937.
19 Luigi Goglia, Note sul razzismo coloniale
fascista, in «Storia contemporanea»,
XIX, numero 6, dicembre 1988, pagine 1238-1240.
20 Archivio Centrale dello Stato, Presidenza del
Consiglio dei Ministri, Atti
1937, Ministero dell’Africa Italiana, fascicolo
135, schema di Regio Decreto Legislativo Provvedimenti per
l’integrità della razza e relativa relazione.
21 Luigi Goglia, Note sul razzismo coloniale
fascista, in «Storia contemporanea»,
XIX, numero 6, dicembre 1988, pagina 1238.
22 Per una discussione su queste norme confronta
Luigi Goglia, Note sul
razzismo coloniale fascista, in «Storia
contemporanea», XIX, numero 6, dicembre 1988, pagine
1248-1250.
Barbara Sorgoni, Parole
e corpi. Antropologia, discorso giuridico e politiche sessuali
interrazziali nella colonia Eritrea (1890-1941), Napoli,
Liguori, 1998, pagine 141-170.
23 Gian Paolo Calchi Novati, L’Africa
d’Italia. Una storia coloniale e post coloniale,
Roma, Carocci, 2011, pagina 246.
24 Confronta Benito Mussolini, Teutonica,
«Il popolo d’Italia», 26 maggio 1934.
(gennaio 2012)