La
violenza politica in Italia attraverso gli scritti di Benito Mussolini
Il
difficile periodo del primo dopoguerra, fra scontro sociale ed
estremismo politico
di Luciano
Atticciati
I
Fasci di Combattimento creati da Mussolini alcuni mesi dopo la fine
della Grande Guerra, erano un’organizzazione eterogenea che
raccoglieva esponenti della estrema Sinistra che avevano sostenuto
l’intervento dell’Italia nel conflitto. Tale loro
posizione
li mise fortemente in urto con i socialisti i quali in quel periodo
avevano espresso, nonostante le molte riserve della stessa Sinistra, la
loro simpatia per la dittatura instaurata da Lenin in Russia. I due
fatti spinsero l’associazione fascista a spostarsi a Destra
sia
pure collocandosi in una posizione poco ortodossa.
Nel 1919 si
creò un clima di ostilità nei confronti di
ufficiali e
combattenti reduci, si ebbero scontri fra Arditi e socialisti, ma ben
presto si inserì un grave problema di scontro sociale, con
violente proteste per il carovita, occupazioni di terre e aggressioni
ai proprietari terrieri. Tale situazione si aggravò
nell’anno successivo con le sommosse popolari a Viareggio,
Bari,
Ancona, nel corso delle quali si ebbero numerosi morti fra i rivoltosi
e le forze dell’ordine. Nell’estate si raggiunse il
culmine
con l’occupazione delle fabbriche, presidiate da gruppi
armati,
le cosiddette guardie rosse.
Nella creazione di
tale clima aveva contribuito anche il partito socialista diretto dalla
corrente massimalista, che aveva aderito alla Terza Internazionale che
prevedeva espressamente il ricorso a metodi illegali. Tale situazione
provocò una reazione di notevole entità da parte
delle
classi elevate e da parte dei ceti medi contrari alla violenza, alla
rivoluzione bolscevica e sensibili ai valori nazionali. Verso la fine
di quell’anno si ebbe quindi la creazione dello squadrismo
fascista sostenuto dagli agrari, che frenò le violenze con
l’uso di metodi illegali che prevedevano l’assalto
alle
camere del lavoro e alle sedi dei partiti di Sinistra.
La testimonianza che vi presentiamo è stata scritta nel 1928
da Benito Mussolini (La mia vita)
con la collaborazione del fratello Arnaldo, l’esposizione dei
fatti ovviamente può essere considerata parziale, comunque
costituisce un’interessante testimonianza storica.
[Nel 1919] «L’Avanti», il giornale
socialista che
allora era pubblicato in tre edizioni, una a Torino, una a Roma e una a
Milano, aveva iniziato una feroce campagna stampa contro
l’esercito. A causa di uno sciopero dei tipografi,
«L’Avanti», fu l’unico giornale
pubblicato a
Roma per due mesi! Durante le dimostrazioni di strada gli ufficiali
venivano assaliti e insultati solo perché erano in uniforme.
La
carità di patria mi impedisce di rievocare episodi che ora
fanno
arrossire i peggiori mascalzoni. I pochi fascisti che avevano compiuto
un atto di fede nel marzo 1919 incontravano ora enormi
difficoltà in tutto il loro lavoro. Erano isolati,
attaccati,
spiati, a volte da sovversivi, a volte dal governo…
Nell’ottobre 1919 fu tenuto il primo congresso internazionale
dei
Fasci Italiani di Combattimento. Che congresso caratteristico! I
partecipanti furono obbligati a difendere la libertà di
assemblea con la voce delle armi. Firenze, una città con
tradizioni di cortesia e ospitalità, ricevette i fascisti
con
violenta ostilità. Agguati! Provocazioni! Nonostante tutto
il
congresso ebbe luogo. I nostri amici furono in grado di controllare la
piazza. Con grande energia spezzarono le resistenze ed eliminarono le
violenze gratuite dei nostri avversari…
Ci fu un appello [1920] di tutti i
gruppi che
rappresentavano la miglior Società italiana a favore della
Dalmazia. Tutte queste forze oneste e rette organizzarono, in occasione
dell’anniversario dell’entrata in guerra
dell’Italia,
un corteo dalmato con l’obiettivo di consacrare nel nome
della
Patria la loro indistruttibile lealtà al Paese.
Allora nella capitale, accadde un
episodio che
è ancora vivido nei nostri ricordi. Sollevò una
indignazione generale. Le guardie regie, un nuovo corpo di polizia
creato esclusivamente per servire i disegni generali del regime
nittiano, assalirono il corteo. Spararono. Ci furono molte vittime e
una cinquantina di persone rimasero ferite […]
Nel 1920 i ferrovieri adottarono
sistematicamente la
pratica di impedire i movimenti dei treni che trasportavano soldati,
carabinieri o poliziotti. A volte questa politica fu estesa anche nei
confronti del clero. Di fronte a questo inconcepibile abuso di potere
io solo protestai. Il popolo italiano soffriva passivamente per uno
stupido concetto delle sue opportunità e per
cecità che
gli impediva di vedere il suo potere e il suo amor proprio. Coloro che
osarono resistere e furono critici nei confronti della politica
governativa furono perseguitati dallo stesso governo.
Ci fu l’incidente del
capostazione di Cremona,
si chiamava Bergonzoni, che attirò la mia attenzione. Egli,
con
un atto di energia, ordinò ai ferrovieri che dipendevano da
lui
di agganciare a un treno una carrozza che trasportava delle truppe a
Piacenza. Per questo episodio, della più ordinaria routine,
il
sindacato ferrovieri, dove spadroneggiavano i socialisti, chiese al
ministero dei Lavori Pubblici il licenziamento del capostazione
Bergonzoni. E poiché il ministero respinse con fermezza
questa
richiesta, Milano che non aveva niente a che fare con questa faccenda,
si vide imporre uno sciopero delle ferrovie che durò tredici
giorni. Milano, una città di novecentomila abitanti,
intasata da
un enorme traffico, fu isolata dal Paese e dal mondo… Alla
lunga, dopo tredici giorni, la mattina del 24 giugno, dopo una
manifestazione a favore dei ferrovieri in sciopero durante la quale ci
furono colpi d’arma da fuoco, con morti e feriti, gli
scioperanti
sopraffatti dall’indignazione che aveva invaso tutti i
cittadini,
furono convinti che era meglio tornare al lavoro. Ma
l’autorità dello Stato era morta, era ormai pronta
per la
tomba […]
[Nel 1921] I socialisti e i comunisti,
mentre
dibattevano tra loro su questioni teoriche, rivaleggiavano gli uni con
gli altri per dimostrare chi fosse più antifascista. I
comunisti
non avevano scrupoli. Ogni giorno davano prova del loro disprezzo per
la legge ed evidenziavano una stupida indifferenza per la forza degli
avversari.
A Firenze durante una sfilata
patriottica, ci fu un
tentativo di insurrezione comunista. Furono gettate delle bombe e
alcuni fascisti isolati vennero inseguiti. Accadde in
quest’occasione che un giovanissimo fascista di nome Berta
venisse orribilmente assassinato. L’infelice ragazzo,
sorpreso su
di un ponte sull’Arno, fu gettato nel fiume dal parapetto.
Nel
momento in cui la povera vittima, con un opaco istinto di
sopravvivenza, si aggrappava alle sbarre del ponte con le dita, i
comunisti si precipitarono su di lui e gli colpirono le nocche
finché il nostro martire, le cui mani stavano perdendo la
presa,
alla fine si lasciò andare e precipitò
nell’Arno.
Il suo corpo fu trascinato via dalla corrente.
Questo singolo episodio di incredibile
ferocia
indica come fosse penetrato profondamente in Italia
l’oltraggio
comunista. Come se non bastasse, poco tempo dopo, si
verificò la
strage di Empoli, dove due camion furono riempiti di corpi di soldati
della marina e di carabinieri. La prova della degenerata ferocia dei
comunisti fu fornita dai cadaveri delle povere vittime,
poiché i
loro corpi furono trattati come i selvaggi della giungla trattano i
cadaveri delle loro vittime.
Questo non si limitò a una
sola provincia. A
quel tempo si ebbe anche la trappola e il massacro di Casale
Monferrato, dove tra i morti ci furono due vecchi tamburini sardi e
dove fu ferito Cesare Maria De Vecchi, un coraggioso compagno. A
Milano, fascisti isolati furono separati e attaccati di soppiatto. Uno
dei nostri amici più cari, il giovanissimo Aldo Sette, fu
assassinato con tutto l’accompagnamento di atti selvaggi.
Ma il 23 marzo, si verificò a
Milano
l’episodio culminante di orrore meditato e con conseguenze
terribili. I comunisti fecero esplodere una bomba al Teatro Diana. Era
affollato di pacifici cittadini che assistevano a
un’operetta. La
bomba causò l’improvvisa morte di venti persone.
Altre
cinquanta rimasero mutilate. Tutta Milano fu scossa di angoscia e
rabbia e da brividi di vendetta. Non c’era
possibilità di
frenare il sentimento pubblico. Squadre di fascisti assaltarono per la
seconda volta la sede dell’«Avanti» che
fu
incendiata. Altri cercarono di assaltare la Camera del Lavoro, ma un
forte cordone militare sbarrò il passo ai fascisti.
Le squadre d’azione rivolsero
la loro
attività alla periferia fermamente in mano sia ai comunisti
che
ai socialisti. Il lavoro rapido e deciso dei fascisti servì
a
cacciare dai loro nidi e a far prendere il volo ai sovvertitori
dell’ordine. L’autorità politica era
impotente; non
poteva controllare i disordini e gli scontri. Il 26 marzo concentrai
tutti i fascisti della Lombardia. Sfilarono marciando compatti in
colonna per le principali strade di Milano. Era una dimostrazione di
forza che non doveva essere dimenticata. Finalmente,
all’orizzonte, avevo portato i difensori della vita civile,
protettori dell’ordine e dei cittadini. Era tornato uno
spirito
di rinascita per tutte le azioni meritevoli. I martiri del Diana e le
vittime fasciste erano la miglior ispirazione. Un intero popolo poteva
essere unito nel nome del littorio romano, sotto la direzione della
gioventù italiana, una gioventù che aveva vinto
la guerra
e ora perveniva a una serena pace dello spirito e alle ricompense delle
fruttuose virtù di disciplina, lavoro e
fraternità.
Le dimostrazioni per le vittime della
vigliacca
bomba al Diana furono indimenticabili. Da quel giorno in avanti
cominciò il crollo progressivo dell’intera
struttura dei
sovversivi italiani… Proprio nel momento in cui Bonomi stava
sviluppando questo tessuto politico si verificò
l’episodio
del massacro di Sarzana. Là caddero non meno di diciotto
fascisti. Poi ci fu la carneficina di Modena, dove le guardie regie
spararono su un corteo di fascisti, lasciando sul terreno una decina di
morti e molti feriti […]
Quel 1° maggio [1922] fu
celebrata la cosiddetta
Festa del lavoro. Le sole caratteristiche di quella festa furono
sfortunatamente un intenso aumento degli attacchi e degli agguati
socialisti e comunisti. Persino l’anniversario
dell’intervento, il 24 maggio, fu rattristato dallo
spargimento
di sangue. In tutt’Italia si tennero solenni celebrazioni, ma
a
Roma i comunisti osarono far fuoco contro il corteo che stava rendendo
onore a Enrico Toti, il Romano che, oltre alla vita, aveva scagliato
contro il nemico in fuga anche le stampelle. Una persona rimase uccisa
e ci furono ventiquattro feriti.
(anno 2002)