Dalle
Alpi al mare in cerca di fortuna
La
Compagnia dei Caravana: secoli di presenza bergamasca a Genova,
impegnata nelle attività portuali
di Francesco
Dufour
Dopo
la metà del Trecento, nonostante disordini politici e
calamità naturali come la peste nera, Genova si impegna per
una
radicale trasformazione delle proprie strutture portuali: i pontili in
legno vengono ricostruiti in pietra, il molo che difende lo specchio
acqueo cittadino dalle tempeste viene rinforzato, la Lanterna subisce
miglioramenti e riparazioni.
Vedendo migliorata la principale
struttura
propulsiva della vita economica cittadina, le comunità
mercantili straniere presenti a Genova diventano esse stesse veicoli di
benessere. Mercanti ebrei favoriti dall’abbandono di ogni
tipo di
politica antigiudaica da parte della Repubblica, mercanti francesi,
fiamminghi, catalani, ma anche lombardi, fiorentini, senesi, lucchesi e
piacentini si segnalano per i rapporti di fattiva collaborazione
commerciale che riescono ad instaurare tra Genova e i loro centri di
origine.
L’apertura politica verso gli
stranieri va di
pari passo con la necessità di manodopera specializzata in
grado
di educare, addestrare ed aggiornare professionalmente le masse
giovanili provenienti dalle riviere liguri; ecco che dalle
comunità oltremontane giungono esperti in grado di
convogliare
in città nuove conoscenze tecnologiche.
Questo fenomeno si inquadra in un
contesto generale
già favorevole alla presenza professionale straniera in
città. Nella Genova medievale esistono infatti alcune arti
esercitate prevalentemente da stranieri: medici e speziali sono per lo
più forestieri; dalla Lombardia e dalla valle di Lugano
arrivano
i muratori, ancor oggi chiamati in dialetto massacani
in omaggio alla loro antica provenienza dalla valle di Massaca;
l’industria della carta nella valle di Voltri deriva
direttamente
dall’immigrazione artigiana proveniente da Fabriano.
È però agli
immigrati che hanno una
specializzazione nelle occupazioni legate alla navigazione che vengono
concessi, in virtù dell’importanza della loro
attività, gli sgravi fiscali più consistenti: tra
costoro
la presenza di facchini portuali provenienti dalle valli di Bergamo e
dai laghi lombardi è altissima. In breve tempo questa
categoria
di addetti – che sin dagli inizi lavora al ponte del pedaggio
– riesce a raggiungere il monopolio in quella che
è la
più importante tra le attività di movimentazione
portuale: scaricare e movimentare all’interno della cerchia
doganale le merci provenienti dall’estero.
È indubbiamente la
città stessa, con
la sua particolare conformazione urbanistica, a creare la
necessità di una rete di addetti in grado di movimentare le
merci ben oltre gli spazi relativamente angusti degli scali marittimi
cittadini. Ecco quindi che, specie tra il XIV ed il XVI secolo, i
facchini – chiamati a Genova camalli dal turco hamal
(portatore) – non si limitano al semplice trasferimento delle
merci nei magazzini portuali, ma ne seguono gli spostamenti in un
areale molto più vasto, arrivando a rifornire, oltre ai
dettaglianti cittadini, anche i luoghi di partenza delle carovane da
soma dirette oltre gli Appennini.
Alcuni dati possono aiutare a
comprendere
l’importanza del fenomeno: tra ’500 e
’700 il
numero dei lavoratori portuali impegnati in questa attività,
e
per lo più di nascita lombarda, oscilla tra le mille e le
milletrecento unità, pari al 10% dell’intera forza
lavoro
maschile impiegata in città! Per quanto riguarda i secoli
precedenti – il Trecento ed il Quattrocento –
è
lecito pensare che il numero degli addetti fosse sostanzialmente
identico, anche perché, a parità di tecnologia
impiegata,
il volume dei traffici non era minore.
Dal punto di vista della
specializzazione
professionale, si può dire che non vi fosse merce a non
avere il
suo specifico addetto: trasportatori di pesci freschi e salati, olio,
vino, grano, sale e, su tutti, i ligaballe,
specializzati nella confezione e nella riparazione delle merci in
colli. L’inquadramento professionale, come si direbbe oggi,
era
estremamente vario: agli incaricati era concesso sia di esercitare il
loro mestiere stabilmente, sia di avvicendarlo
all’attività agricola nelle terre
d’origine o alla
marineria.
Tra questi gruppi, segnalata a partire
dal Medioevo,
spicca per la rigorosa organizzazione interna e i compiti specifici che
le venivano affidati l’associazione dei facchini della
Dogana,
costituenti la Compagnia dei Caravana. Composta per lo
più
da lavoratori di origine lombarda fino al 1576, anno in cui il nuovo
statuto prevedrà l’esclusiva provenienza
bergamasca.
Il termine Caravana, come
molti altri del dialetto genovese, deriva dall’Oriente, e
più precisamente dal persiano Kairewan,
sostantivo che designa una società o compagnia di mercanti,
di
viaggiatori o di pellegrini. Nel caso specifico della Compagnia dei
Caravana il vocabolo individua quindi una compagnia di viaggiatori che
si muove cercando occasioni di lavoro.
Un primo momento organizzativo della
Compagnia,
volto quasi certamente a razionalizzare una realtà da tempo
presente a Genova, è rappresentato dai ventuno articoli
contenuti in un documento datato 11 giugno 1340. In esso si precisa che
i soci hanno donato un crocifisso ligneo alla chiesa di Santa Maria del
Carmine per adornare la loro cappella dove hanno diritto di sepoltura;
si fa inoltre menzione del patto di mutua assistenza tra gli
appartenenti alla Compagnia che hanno l’obbligo di
partecipare ad
un certo numero di funzioni religiose, il divieto di bestemmiare e di
prendere parte a risse. Di fondamentale importanza è poi la
presenza di un patrimonio comune composto dai contributi che gli
appartenenti versano alla cassa della Confraternita e dalle sanzioni
pecuniarie inflitte a chi non rispetta le regole sociali; parte di
questo patrimonio è riservato alla sovvenzione di sette
posti-letto nell’ospedale della chiesa di Santa Maria
Maddalena
dove i soci hanno diritto di essere curati senza spesa alcuna.
L’insieme di regole sopra
elencate doveva
essere chiaramente di forte garanzia per dei forestieri riuniti per
ragioni di lavoro in una città lontana dai loro Paesi di
origine. In un contesto competitivo ed estremamente compatto come
quello della Genova medievale non tardano a svilupparsi controversie
con le altre compagnie di facchini, ma la tradizione di
onestà e
di serietà del nucleo bergamasco influisce favorevolmente
sulle
decisioni dei tribunali, anche se il ceto mercantile al potere si
guarda bene dal favorire la formazione di un fronte unico dei
lavoratori del porto. Da questo momento in poi la Società
dei
Caravana sarà in costante ascesa all’interno del
tessuto
cittadino genovese.
Nel 1487, in occasione della redazione
dei nuovi
statuti, si ha non solo il riconoscimento ufficiale del gruppo da parte
del governatore del Duca di Milano Paolo Fregoso, ma anche
l’aumento dei compiti di controllo della Societas Caravanae
sui propri soci, caratteristica con cui la Compagnia si avvia a
diventare un organismo che tutela un gruppo compatto e omogeneo sia per
interessi professionali che per provenienza. Con gli statuti emanati
dai Padri del Comune il 30 giugno 1576 la Compagnia entra a far parte
del sistema delle corporazioni genovesi, con la possibilità
di
partecipare alla solenne processione del Corpus Domini.
Da questo momento in poi per entrare
nella Compagnia
dei Caravana addetta al trasporto «per le merce e le robbe
che
passano per la Dogana della mercantia» occorre aver compiuto
diciannove anni ed essere «della loro gente e
paesi», ossia
bergamaschi.
(anno 2004)